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Meriti e bisogni nel nuovo millennio

Rinnovarsi o perire, diceva Nenni. Coerentemente con questa massima, i socialisti si sono sempre ingegnati nel rielaborare le loro coordinate culturali. Il partito all’avanguardia ha una cultura politica in movimento, fluida come un magma: guai se si solidifica in dogmi, luoghi comuni, certezze assolute.  Già negli anni Ottanta si profilava la sfida: come armonizzare antichi ideali con un processo di modernizzazione che investe con forza dirompente la società, l’economia, la cultura? La politica della DC e del PCI, schiava di categorie consunte, segnava il passo. Ecco che i socialisti tracciano nuovi solchi e utilizzano tecniche di semina innovative, in un terreno abituato a una agricoltura tradizionale. La conferenza programmatica del PSI, svoltasi a Rimini nel 1982, volò sulle ali della creatività e del dinamismo. Claudio Martelli, nella sua memorabile relazione, ebbe il coraggio dell’autocritica: “la verità nuda e cruda è che dopo la stagione del [primo] centrosinistra, la sinistra italiana, noi compresi, non ha più avuto una strategia dell’intervento sociale che non fosse puro assistenzialismo.” È, questa, un attacco velato alla dittatura dei diritti, concepiti oltretutto in un’ottica superata dai tempi. L’assistenzialismo infatti riconosce i diritti sotto forma di mancia ai poveri: è pane per i denti dei plebei; i cittadini della polis democratica hanno ben altre esigenze. Ed è pane indigesto: lo smerciano i politicanti per il voto di scambio – panem et circenses dicevano, appunto, i maestri del clientelismo.

Martelli prende le mosse da un’analisi aggiornata della società italiana. La sociologia marxiana delle classi sociali è ormai “pietrificata”: gran parte dei lavoratori è impiegata nel terziario avanzato e si è ingrossato altresì il “popolo delle partite IVA”. La sinistra egemone non se ne è accorta, è ancora in preda ai fumi dell’ideologia (il mito della centralità operaia, il legame con l’URSS ecc.), e quindi attinge a una teoria dei bisogni semplicistica, ottocentesca. Il riformismo socialista fa rinsavire dall’ubriacatura marx-leninista. Chi rappresenta i ceti professionali emergenti, gli imprenditori di successo del Made in Italy, la miriade di aziende famigliari, gli artigiani che veicolano l’estro italiano – in breve: il ceto medio produttivo, che si è dilatato dagli anni del boom economico? Non di certo la sinistra tradizionale, che guarda con sospetto alla piccola borghesia: un tempo collusa con il fascismo, essa ancor oggi coverebbe impulsi regressivi, reazionari.

E chi dà voce ai nuovi emarginati, che non figurano nel Capitale di Karl Marx? In questo bizzarro Paese in movimento che è l’Italia, continua Martelli, c’è chi ha compiuto un formidabile balzo in avanti e c’è chi è rimasto indietro. Ecco che spuntano nuove povertà che si sommano a quelle vecchie, ancora persistenti. Non c’è solo l’operaio, alienato dalla catena di montaggio. Ci sono altre figure: i reietti della società contemporanea non sono i poveri in senso tradizionale (i denutriti, i disoccupati), bensì gli esclusi “dalla conoscenza o dagli affetti o dalla salute”. Parliamo di persone che, pur essendo in grado di mettere il pane in tavola, arrancano o sopravvivono malamente nella società della competizione feroce. “Penso ai carcerati, agli alcolizzati, ai tossicodipendenti, ai malati, ai disabili, agli anziani, ai minimi pensionabili senza una famiglia che se li prenda in cura, ai bambini appunto, alle donne e agli uomini che sono soli e non vorrebbero essere soli, ai giovani e alle ragazze che bussano al mercato del lavoro e non riescono a varcarne la soglia, che cercano una casa per sposarsi e devono rinviare il matrimonio, che sono esclusi dalla cultura e dal benessere.” Cittadini dimezzati, insomma. L’alienazione sul luogo di lavoro si affianca a nuove forme di povertà – spirituale, affettiva, culturale, materiale – che amplificano il dolore insito nella condizione umana e paralizzano o deprimono la volontà di riscatto.

Martelli non parla di doveri: li dà per scontati. E, all’apparenza, parla il linguaggio arcaico dei diritti assoluti. Ma, a leggere bene, il lessico e la grammatica del PSI stanno subendo una metamorfosi. In una società frammentata, pulviscolare convivono gruppi sociali disparati.  La sinistra deve imparare a orientarsi in una nuova costellazione: l’interclassismo. L’attenzione del PSI si concentra su due tipologie di cittadini, che necessitano entrambe di maggiori tutele: quelli che lavorano nei settori più dinamici dell’economia, e danno perciò un contributo decisivo alla ricchezza e al progresso della nazione, e quelli che, rimasti alla base della piramide sociale, non esprimono appieno le loro potenzialità. La meritocrazia – finora estranea all’universo simbolico della sinistra – è linfa vitale tanto per gli uni quanto per gli altri. L’intervento sociale a pioggia favorisce solo politiche rozze e improduttive.

A questo punto Martelli lancia un’idea geniale: il circolo vizioso assistenza-emarginazione può essere spezzato in un sol modo: mediante “un’alleanza riformista fra il merito e il bisogno”. Devono far causa comune i ceti medi, ovvero i cittadini attivi – “coloro che possono agire” perché hanno particolari capacità e conoscenze ––, e gli emarginati, che sono i cittadini passivi – “coloro che devono agire” per evadere dal carcere della nullità, della passività. La sinistra riformista sconfiggerà la destra illiberale/conservatrice solo puntando a una alleanza organica fra i lavoratori delle professioni scaturite dallo sviluppo tecnologico e gli eredi dei proletari di un tempo, spesso analfabeti di ritorno.

Gettato il sasso nello stagno, s’è visto qualche timido cerchio concentrico. Poi il nulla: l’acqua, a sinistra, è tornata placida come prima. Eppure Martelli aveva sottolineato un punto importante: “se separiamo il merito dal bisogno, il riformismo diviene o tecnocrazia o assistenzialismo”. Parole profetiche, ben possiamo dirlo trentacinque anni dopo. La sinistra egemone, chiusa nel suo torpore e nella sua pigrizia mentale, ha risposto alle povertà, antiche e nuove, proprio nel modo peggiore: propinandoci assistenzialismo e tecnocrazia, a corrente alternata. Né ha saputo sostenere e chiamare sotto la sua bandiera i ceti medi, i quali, colpiti dalla crisi, sono sempre più impauriti e frastornati. Un peccato di omissione o disattenzione, questo, che ha gettato in braccio alla destra le figure più dinamiche dell’economia. 

Se si fosse data sostanza politica alla proposta del PSI, che fu bloccata dalle due Chiese dell’epoca, PCI e DC, nonché dalla resistenza passiva delle mille lobby e caste (e delle categorie più tutelate/sindacalizzate) che ingessano ancor oggi il nostro Paese, non dovremmo ripescare addirittura il discorso, scontato, sulle responsabilità del cittadino. Cos’è “il buonismo” – diritto assoluto, sciolto da ogni legame col dovere – se non il volto nobile, idealistico, dell’assistenzialismo? Chiedete, e vi sarà dato. A prescindere. Non importano né i vostri meriti, né ciò che potete dare alla comunità; contano solo i bisogni, ciò che vi spetta. In fondo, se le risorse scarseggiano possiamo pur sempre ricorrere a uno stratagemma collaudato: indebitiamo lo Stato scaricando i costi sulle generazioni future. Il diavolo però fa le pentole, non i coperchi: con la moneta unica questo escamotage non dura nemmeno lo spazio di una legislatura, non si può più utilizzare liberamente. Ogni volta che l’assistenzialismo travolge gli argini, e si spende con larghezza di maniche pur in assenza di sviluppo, ecco che sorge la necessità del governo di tecnocrati che rimette le cose in sesto con annessi e connessi di macelleria sociale (il professor Monti vi ricorda qualcosa?).

La politica delle elargizioni assistenziali non ha intaccato minimamente il potere delle corporazioni, anzi l’una è complementare all’altro. Questo è il patto sociale occulto che frena da decenni l’innovazione e il dinamismo: mance dall’alto e privilegi a iosa.  Così si è formata la palude italiana: si ignorano i bisogni degli ultimi, che vanno soddisfatti con un riscatto autentico – la mobilità sociale, una cittadina piena e attiva –; e al tempo stesso si deprimono i talenti, l’innovazione, il merito. L’esercito di chi ha bisogno è aumentato a dismisura, e i manipoli del merito si sono assottigliati: troppi giovani laureati, specializzati, tecnici ecc. sono emigrati all’estero. Risultato: l’economia cresce (quando ce la fa) sbuffando, a ritmi ridicoli.

C’è di più. Ben trentacinque anni dopo la riflessione di Martelli – teniamo a mente questo lasso temporale pazzesco! – la società italiana mica è rimasta al palo, immobile. Formare un’alleanza fra merito e bisogno è ancor più complesso: “coloro che devono agire”, gli emarginati, sono in maggioranza immigrati. S’è creato quindi un gap culturale e linguistico, che ai tempi di Martelli non c’era, rispetto a “coloro che possono agire”: gli italiani nativi e cittadini (si spera) attivi. Naturalmente la recessione ha scaraventato un bel po’ di italiani nella schiera dei nuovi poveri. Sicché ci sono due rischi, collegati, da scongiurare: (a) una guerra fra poveri – italiani contro stranieri – per la ripartizione di risorse sempre più magre; (b) il coalizzarsi della maggioranza degli italiani autoctoni, i ceti più abbienti/colti e quelli a rischio di proletarizzazione, in funzione anti-immigrati. Ragion di più per rilanciar la strategia geniale teorizzata da Martelli. Altrimenti sarà la destra xenofoba a vincere, nelle urne e nei cuori. Solo una alleanza fra meriti e bisogni rinforzerà le fondamenta della comunità nazionale, consentendo l’integrazione effettiva dei nuovi italiani! Ma lo spirito di quell’alleanza va adattato ai nostri tempi: esso richiede il ritorno, sul proscenio della politica, di una coppia troppo a lungo separata: quella formata dai diritti e dai doveri del cittadino. 

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Posted on November 17, 2017 and filed under Post in italiano.

La solidarietà dei doveri

C’è un cromosoma difettoso nel patrimonio genetico della sinistra egemone. E’ il “buonismo”, figlio di una retorica stantia dei diritti. Intendiamoci: la cultura politica dei progressisti di ogni colore, dal rosso al rosa sbiadito, si fonda sul concetto dei diritti universali dell’uomo. E’ così dalla Rivoluzione francese. Ma non dimentichiamo che un ingegno d’eccezione, Norberto Bobbio, anni dopo aver scritto L’età dei diritti disse che sarebbe stato necessario un altro saggio, a completamento: L’età dei doveri.

Aver gli occhi rivolti al passato non è di per sé un problema: è sempre valido l’aforisma di Bernardo di Chartres: siamo come nani sulle spalle di giganti.  L’essenziale, però, è togliersi il paraocchi. Altrimenti vedremo, sì, lontano, ma l’orizzonte sarà sempre lo stesso. Il che è per l’appunto ciò che accade oggi: le riabilitazioni degli sconfitti dalla storia vanno per la maggiore. C’è un gran fervore sulla riscoperta di Marx, il critico implacabile del capitalismo a cui si sono ispirati leader politici spregiudicati – Lenin, Stalin e Mao –, che hanno fatto ruzzolare un bel po’ di teste. In nome del diritto assoluto all’eguaglianza, ovviamente. Il redivivo Marx è stato il più grande pensatore della sinistra occidentale, non c’è dubbio. Ma ce n’è un altro, nato in Italia e vissuto nella stessa epoca: uno dei padri del Risorgimento, un uomo d’azione e di pensiero, la cui eredità andrebbe riscoperta: Giuseppe Mazzini. Il fondatore della Giovane Italia era certamente meno geniale del filosofo di Treviri, ma alcune sue tesi oggi appaiono quasi profetiche. Io, socialista, riconosco che la critica mazziniana del socialismo (che è anche una critica della democrazia sociale, fondata sul Welfare State, dei giorni nostri) ha una sua logica, e merita pertanto una riflessione.

Secondo Mazzini “non esistono diritti se non in virtù di doveri compiuti” (Processo al socialismo, Il Borghese, 1972, p. 11-112). Rovesciando la semantica della sinistra dell’epoca, e pure di quella odierna direi, Mazzini crea un’originale collocazione linguistica: la “solidarietà dei doveri” (p. 127). Ecco di cosa ha bisogno una società equa e solidale: di un’etica della responsabilità.  Il culto dei diritti universali dà luogo a una libertà monca, che si fonda sulla “falsa teoria della sovranità dell’io”. Una comunità coesa non può che reggersi sulla sovranità del noi. Considerazioni del genere parevano banali a Marx e ai suoi seguaci: loro, pensatori così nobili e profondi, vagheggiavano la Gerusalemme Terrestre. L’Uomo Nuovo, liberato dalla catene dello sfruttamento e riplasmato dalla rivoluzione, si sarebbe librato ben al di sopra delle banali categorie filosofiche pre-marxiane. Il Regno della Libertà poteva infischiarsene allegramente delle libertà borghesi e della divisione dei poteri teorizzata da Montesquieu – s’è visto poi com’è andata a finire nella Russia sovietica e negli altri paradisi comunisti. Mazzini aveva ben presente il rischio di tirannia implicito nel socialismo marxiano. Il paradosso è che la sinistra – tramite il culto dei diritti – perseguiva proprio la sovranità del noi. La strada per giungere all’obiettivo era però diversa da quella indicata da Mazzini: la trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico. Finché la realtà sociale era polarizzata in maniera netta e semplice – ricchi e sfruttatori da una parte; proletari e sfruttati dall’altra – quella dei diritti non era una retorica, bensì una necessità politica per chi voleva affrancarsi. L’ideologia del dovere assoluto appariva inevitabilmente come una giustificazione del privilegio di classe. Con l’affermarsi delle democrazie sociali, dal 1945 in poi, le cose sono cambiate.  L’operaio, idealizzato da Marx quale agente della rivoluzione e del progresso, non è più un suddito: è diventato un cittadino. E lo Stato liberal-democratico non è più il guardiano notturno della proprietà privata, bensì il mediatore di un “compromesso storico” fra capitale e lavoro.

Questo indubbio progresso – l’Europa postbellica si è incamminata sulla Terza Via fra comunismo liberticida e capitalismo rampante – avrebbe richiesto un ritorno al matrimonio indissolubile diritti-doveri, che non c’è stato. Riconosciamolo: siamo tutti – anche a destra! – figli della coppia Rousseau-Marx e della social-democrazia novecentesca: diritti e assistenza per tutti, senza il bilanciamento delle responsabilità individuali. Lo so: in Italia alcuni doveri sono costituzionalizzati. Ma ciò non basta. Il paradigma imperante è incentrato sui diritti. E il sentire comune riflette questo stato di cose. Siamo tutti uguali, no? Tutti meritiamo le stesse cose, nella stessa misura. Era inevitabile che, prima o poi, scattasse il corto circuito. Noi, nati negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, sapevamo bene cosa fossero i doveri: ce li avevano inculcati in testa i nostri genitori, la generazione cresciuta durante la guerra.  Oggi che siamo genitori o nonni, capiamo che Bobbio aveva colto nel segno: siamo transitati, quasi senza accorgercene, nell’età dei doveri. Ecco che Mazzini torna d’attualità.

L’immigrazione, fenomeno recente in Italia, è un’occasione utilissima per riscoprire il pensiero mazziniano. Ma chi, nella sinistra egemone, è andato alla radice della questione? Il cromosoma buonista, tenace come la gramigna, ha condizionato i fiacchi e banali dibattiti sul tema. Non dovremmo forse por mano a un patto sociale, che unisca italiani e neo-italiani o futuri cittadini italiani su rinnovate basi culturali e politiche?  Cosa si intende per cittadinanza attiva e consapevole? Cosa significa, oggi, appartenere alla polis democratica – nella fattispecie: quella italiana? Urge una ridefinizione di patriottismo! La cittadinanza è una conquista quotidiana che richiede un dare e un avere; è una adesione consapevole a una comunità intessuta di affetti, e non solo di interessi; è una compartecipazione emotiva e simbolica, il cui collante primario è la solidarietà dei doveri.  Perché gli extra-comunitari non dovrebbero aspettarsi di ricevere anche loro, come gli italiani, senza dare alcunché in cambio? In fondo, ascoltano l’antifona dominante ogni giorno, mica sono sordi.

Il problema è che la retorica dei diritti traballa, non regge più: una globalizzazione con il vento in poppa (lo soffia, quel vento, un capitalismo speculativo, selvaggio, senza freni), ha cacciato in un vicolo cieco le leadership degli Stati nazionali. I diritti di un tempo non possono più essere garantiti a tutti. Chi è tutelato se li tiene ben stretti; chi rimane fuori dalle tutele cova risentimento: vede i diritti (acquisiti) altrui come forme di privilegio. In questa situazione non c’è più uno sfruttatore identificabile, bensì una lotta di tutti contro tutti per accaparrarsi una fetta della torta, rimpicciolita.  Morale della favola: non ci possiamo più permettere né le pensioni di invalidità false né i privilegi per alcune categorie di lavoratori (c’è il pensionato che ha versato dieci e percepisce cento, e quello che ha versato cento e percepisce dieci), né le elargizioni a pioggia per gli altri – né ovviamente possiamo più accettare il lavoro in nero e l’evasione fiscale. Il capitalismo globalizzato e le banche avranno mille colpe, ma nessuna comunità può seriamente basarsi sulla filosofia del capro espiatorio (oltre alle banche e all’UE: i politici, la casta, i dipendenti pubblici, gli immigrati ecc.), arma letale nelle mani dei demagoghi e dei populisti.

In un contesto di immigrazione massiccia, perseverare sulla strada già tracciata – la scissione fra diritti e doveri, il buonismo assistenzialista – è stato un errore politico clamoroso. Quell’errore ha alimentato la propaganda fascio-leghista che, guarda caso, ignora il cancro dell’evasione fiscale: italiani ricchi che rifuggono, a loro volta, da un preciso dovere costituzionale, quello di contribuire alle spese sociali. (I grandi evasori usufruiscono di servizi pubblici pagati dai loro connazionali, gli italiani poveri e i pensionati, altroché ‘fratelli d’Italia!'). La situazione sociale è diventata esplosiva: a questo punto succede che gli emarginati nativi, gli italiani “DOC”, voltano in massa le spalle alla sinistra: “avete pontificato sui sacrosanti diritti e ora non mantenete più la promessa; anzi quel poco che c’è lo date agli stranieri: accogliete tutti a braccia aperte, promettendo case e lavoro e assistenza gratuita.” Tutto spetta a tutti per diritto innato, tutto piove dal cielo come la manna, nulla è una conquista. Né è lecito stabilire priorità anche solo vagamente interpretabili come discriminatorie verso gli stranieri (per esempio: l’impiego nei lavori socialmente utili). Ovvio che gli stranieri di recente immigrazione alla fine di questa fiera luccicante rimangano delusi anche loro. Pian piano scoprono l’amara verità: la promessa social-democratica, come l’hanno percepita loro ancor prima di mettere piede in Italia (Lamerica di Amelio, l’Eldorado), è falsa: non ci sono risorse illimitate, e le divisioni sociali sono come i muri di Alcatraz: invalicabili. Loro appartengono al lumpen proletariat. Gli ultimi degli ultimi, insomma. Quella fra italiani e stranieri è una voragine. A quel punto c’è il lavoro in nero, la raccolta dei pomodori, il campare di espedienti, o addirittura il crimine.

Potrebbe scoppiare una guerra guerreggiata fra poveri – in aumento esponenziale a causa dell’immigrazione e della concomitante proletarizzazione del ceto medio. Questo in un momento delicatissimo, di passaggio fra un’epoca e un’altra: le frontiere dello Stato nazionale saranno sempre più sfumate, e il multiculturalismo ridisegnerà nei prossimi anni l’identità italiana. Come rilanciare un’azione riformista incisiva, in un contesto del genere? Suggerisco si torni ai “fondamentali”, ovvero alla riscoperta del nesso diritti-doveri, che è sommamente democratico: è uguale per tutti. Stranieri in fase di integrazione (ovvero: futuri italiani) e italiani di lungo corso dovranno convivere sulla base di norme chiare e certe, che regolino l’avere e il dare. Ecco come cementare una comunità fondata sui diritti universali, alle soglie del nuovo millennio: si ripeta ossessivamente che per ognuno di quei diritti scatta un preciso dovere nei confronti dei propri connazionali. 

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Posted on November 17, 2017 and filed under Post in italiano.

La carica dei liberali immaginari contro Papa Francesco

Leggendo una intervista a Marcello Pera, “Il Vangelo non c’entra, il Papa fa politica” (Il Mattino, 9 luglio 2017), mi è tornato in mente il brillante saggio di Vittoria Ronchey, Figlioli miei, marxisti immaginari. Sarebbe utile scriverne uno imperniato sui nostri padri, liberali immaginari. Fra questi, c’è il nostro ex Presidente del Senato, sedicente cattolico liberale. Uno degli aspetti della cultura politica italiana che mi ha sempre incuriosito è l’uso disinvolto dei termini e delle sigle ideologiche, trattate alla stregua di etichette D.O.C.G., “jolly” apponibili a qualunque bottiglia. Credo che la schizofrenia tra teoria e prassi faccia parte del nostro corredo genetico (pensate al mito propagato da Veltroni e da Scalfari secondo cui l’arci-comunista Enrico Berlinguer era un social-democratico libertario sotto mentite spoglie).

Il bersaglio di Pera è Papa Francesco, reo di aver tradito l’Occidente cristiano. In sintesi: l’attuale Vicario di Cristo avrebbe ridotto il cristianesimo a una melassa socialisteggiante. I suoi sproloqui politically correct sarebbero “al di fuori di ogni comprensione razionale.” Come si può propugnare l’accoglienza indiscriminata dei rifugiati e dei migranti in Europa? Ma si contraddice subito, il nostro zelante critico delle degenerazioni del pensiero progressista. No, pardon, il disegno, dietro le parole in libertà di Bergoglio, c’è, ed è chiaro come il sole: sta complottando ai nostri danni: “detesta l’Occidente, aspira a distruggerlo e fa di tutto per raggiungere questo fine” (sic!). E’ un capo d’imputazione che lascia allibiti, attoniti. Ma Pera insiste: l’invasione degli stranieri, propiziata da questo Papa sovversivo, “ci sommergerà e metterà in crisi i nostri costumi.”

La tolleranza e l’apertura al pensiero altrui sono debolezze dei relativisti, perbacco! Figuriamoci, poi, dove ci conduce l’intellettualismo della sinistra: in un baratro… Ecco cosa dice un filosofo davvero liberale, con venature socialiste, Norberto Bobbio: “cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità”. Lascio al lettore decidere se il Pera-pensiero rientra in questo concetto di cultura.

Aspettate, ora viene il bello. La predicazione di Cristo non avrebbe nulla a che spartire con le esternazioni intemperanti di questo Papa pauperista. “Così come non ci sono motivazioni razionali, non ci sono nemmeno motivazioni evangeliche che spieghino quel che il papa dice.” Eh no, quale edizione dei Vangeli noi sciocchi abbiamo letto, certamente non quella autorizzata, in bella mostra nella libreria di Pera. Io, liberal-socialista e agnostico (con qualche rigurgito anti-clericale) dissento nella maniera più assoluta, e con cognizione di causa. Non posso parlare a nome della Chiesa cattolica: non sono credente. Mi limito a osservare che chiunque abbia una sia pur elementare familiarità con la predicazione del Cristo, non può che rimanere basito: le motivazioni evangeliche di Bergoglio sono grandi come una casa. Qui sinistra e destra non c’entrano un bel niente, la questione è scientifica: cosa dicono i Vangeli sulla carità? Mi sono riletto la Parabola del Buon Samaritano – la capirebbe anche un bambino alle elementari. Un dottore della legge chiede a Gesù cosa significhi amare il prossimo come se stessi, massima morale che assicura la vita eterna a chi la applichi. E Gesù risponde, appunto, con la parabola. Né il sacerdote né il levita, vedendo l’uomo aggredito e ferito dai briganti, abbandonato in mezzo alla strada, si fermano per aiutarlo. Il Samaritano invece ne ha compassione e si prende cura di lui. Si può non condividere il messaggio caritatevole di Cristo, ma una cosa è indubbia: il Vangelo, almeno qui, parla chiarissimo. Non c’è una sola parola, in questo testo brevissimo, che suggerisca limitazioni, impedimenti oggettivi o soggettivi alla solidarietà (il viandante può davvero permettersi di soccorrere l’aggredito, ne ha i mezzi? C’è forse una calata di rifugiati giudei, nazareni o gerosolomitani in corso?). Nulla può circoscrivere la legittimità dell’aiuto, non ci sono né criteri né priorità. (Ci sono poveri che meriterebbero di più? La vittima è ricca o povera? Da quale città proviene?). C’è una persona bisognosa, in evidente difficoltà. Bisogna assisterla, punto e basta. La carità è assoluta, totale, incondizionata. Ecco perché Gesù sceglie, come figura esemplare, un Samaritano: un eretico, un individuo in odore di paganesimo, secondo i giudei del tempo. Costui sceglie di aiutare un suo nemico giurato, un giudeo bisognoso. Invece il sacerdote e il levita, ortodossi, credenti, timorati di Dio, ignorano un loro stesso correligionario. Ecco l’ipocrisia – che non ha né tempo né luogo – di coloro che si professano credenti e poi rinnegano la carità. Peccato che questa parabola non compaia nell’edizione dei Vangeli in possesso di Pera: sono certo che, leggendola, ne trarrebbe giovamento.

Sia chiaro: la parabola del buon Samaritano, nel governo della Polis democratica, è inapplicabile alla lettera. Non puoi spogliarti di tutto ciò che hai per gli altri: se ti impoverisci, se distruggi la tua stessa economia, alla fine della fiera non potrai aiutare nessuno. La politica – lo sappiamo da quando un signorotto geniale di nome Machiavelli scrisse il suo trattato – ha le sue leggi, le sue logiche. Ma se la carità non è un programma politico, e di certo non può esserlo, è tuttavia un bene che aleggi su di noi come un imperativo categorico. Ovvio – non lo si ripeterà mai abbastanza – che l’indignazione morale è una cosa, e la politica secolare è un’altra. Se il cristianesimo pretende l’impossibile, la politica riformista, l’arte del compromesso, ricerca l’esatto opposto, ovvero il possibile. Solo un politico folle non tiene conto dell’egoismo umano, degli interessi materiali; solo un politico inetto non stabilisce criteri di priorità nella redistribuzione o assegnazione delle risorse disponibili, che non sono mai infinite. Certo, i socialisti bravi e coraggiosi mica si accontentano di tirare a campare o del piccolo cabotaggio: ‘volano alto’, lottano contro le ingiustizie, piccole e grandi. Sono, insomma, in prima linea. Questo proprio perché hanno ben presente quell’imperativo categorico. La fine dell’utopia non significa che non si debba immaginare un mondo migliore. Se i governi dei Paesi ricchi avessero aderito ai principi dell’Internazionale socialista e non ci fossero state, in questi ultimi dieci anni, né guerre né speculazioni finanziarie spregiudicate, ora non avremmo orde di disperati che premono ai nostri confini (l’innominabile Bettino Craxi lo ha detto tante volte, inascoltato).

A me pare chiarissimo che l’azione pastorale di Papa Francesco è politica solo in senso lato – proprio come politiche (ma non propagandistiche) sono Guernica di Pablo Picasso e la Fattoria degli animali di George Orwell. Papa Francesco non sta fondando un partito: lancia però messaggi morali che non possono cadere nel vuoto. E’ responsabilità di chi governa trovare soluzioni pratiche. Non sta scritto da nessuna parte che un politico di sinistra debba sostenere la politica “confini aperti” (in questo Renzi ha ragione, ed è stato travisato di proposito): occorre gestire l’immigrazione con saggezza e senso della misura. L’unica soluzione è nell’equilibrio fra politica dell’accoglienza e rilancio della cooperazione allo sviluppo: che si creino maggiori opportunità in Africa e in Medio Oriente e non correremo più il pericolo della scorreria, dell’incursione straniera.

Ma queste cose sensate, un papa mica può dirle: se non è un idealista, un sognatore, che razza di guida spirituale sarebbe? Deve pretendere da noi l’impossibile, altrimenti ci accontenteremmo del nulla. Ve lo immaginate un papa che, ai grandi della terra riuniti al G20, dicesse: bene, bravi, è giusto limitare i flussi migratori con pali e paletti? Che effetto avrebbe questo sano realismo? Siamo sinceri: quello di indurire il nostro cuore, respingeremmo ancora più rifugiati. La denuncia di Papa Francesco è profondamente evangelica: mira a scuotere le nostre coscienze: l’accoglienza indiscriminata non è forse l’insegnamento racchiuso nella parabola?

Gesù si rivolgeva agli ultimi, ai derelitti, agli abbandonati, agli esclusi, agli emarginati, ai poveri. Il cristianesimo, in nuce, è radicalmente sovversivo, dà scandalo ai benpensanti. Ecco perché i conservatori, che sempre hanno cercato di addomesticarne o soffocarne l’anima rivoluzionaria, inorridiscono quando si staglia sull’orizzonte un leader cristiano che ci sferza con parole severe, intransigenti. In molti sono terrorizzati per la temuta invasione barbarica dal Sud del mondo e bisogna capirli, certo; ma perché costoro non si indignano per le guerre assurde, per i mercanti di morte che si arricchiscono col commercio delle armi, per i disoccupati in depressione o suicidi, per gli anziani costretti a rovistare nei cassonetti dell’immondizia? Perché non si scandalizzano quando apprendono che il Mediterraneo, anche quest’anno, ha inghiottito centinaia, forse migliaia, di aspiranti rifugiati, uomini, donne, bambini senza nome né identità? Un papa dovrebbe forse tacere di fronte a tutto ciò, e magari pontificare di teologia con filosofi e intellettuali sorseggiando un bel Martini?

No, non è vero che Bergoglio “riflette tutti i pregiudizi del sudamericano verso l’America del Nord, verso il mercato, le libertà, il capitalismo.” A rigor di logica: un pregiudizio precede l’esperienza, anzi la ignora volutamente: è simile al dogma. Quelli di Papa Francesco sono post-giudizi: valutazioni empiriche, fattuali. E’ vero, o non è vero, che l’ultima crisi finanziaria ha gettato milioni di persone sul lastrico, mentre i ricchi si arricchiscono sempre di più? E’ vero, o non è vero, che tantissimi americani non godono dell’assicurazione sanitaria? E’ vero, o non è vero, che il mercatismo è divenuto una sorta di totem, e l’egoismo più sfrenato una virtù? Bergoglio, insomma, fa il suo mestiere: è la politica democratica che è debole oggi, e quindi presta il fianco alle incursioni degli outsider.
 

C’è un punto su cui Marcello Pera ha assolutamente ragione. Qui dimostra un acume fuori del comune: Papa Francesco è il continuatore della rivoluzione modernista avviata dal primo papa laico, Giovanni XXIII. Le sue parole hanno fatto esplodere “in tutta la sua radicalità rivoluzionaria e sovvertitrice il Concilio Vaticano II”. Sì, è proprio così. La vera posta in gioco, oggi, è l’eredità del Concilio. Dimmi con chi ti schieri, e ti dirò chi sei. Io, senza esitare un istante, scelgo il modernismo di Giovanni XXIII e di Francesco I. L’impianto ideale del Concilio, che ha rinnovato e quindi salvato la Chiesa, è compatibilissimo con la filosofia laica e libertaria della sinistra odierna. Giovanni XXIII ha piantato il seme della libertà in quella che era una tradizione illiberale. L’impulso egalitario, quello, c’è sempre stato, ma veniva nascosto, offuscato dai dottori della legge (il cristianesimo sociale è strettamente imparentato con il riformismo socialista).

Pera invece sceglie la conservazione o, meglio, la reazione: le idee del Concilio, a suo dire, “portano al suicidio la Chiesa cattolica… Si dimentica che il Concilio precedette temporalmente la rivoluzione studentesca, quella sessuale, quella dei costumi e dei modi di vivere. La anticipò e, in qualche modo, la provocò”. E via con l’elogio dei “due grandissimi papi”, Woytila e Ratzinger, che hanno tentato di frenare il processo rivoluzionario avviato negli anni Sessanta del secolo scorso.

Qui casca l’asino: eccole le credenziali di un certo tipo di liberale all’italiana: anziché salutare il Concilio Vaticano II come un evento epocale della modernità, Pera è contrario al pieno dispiegarsi della libertà. Intendiamoci: il dibattito politico-culturale ha bisogno dei tradizionalisti. Ogni libertario autentico ama e cerca il confronto con chi dissente da lui, non vuole certo l’appiattimento, la desertificazione, il pensiero unico. Che Pera però abbia il coraggio di dire: “ebbene sì, sono un cattolico conservatore, un tradizionalista”. Ne ha tutto il diritto. Ma non si appropri indebitamente di una delle parole più significative – e più nobili – del lessico politico: liberale non vuol dire tutto e il contrario di tutto. 

Posted on July 17, 2017 and filed under Post in italiano.

Che la sinistra riparta dai diritti e dai doveri

La social-democrazia europea è alle corde: i social-democratici tedeschi arrancano e arretrano, e così pure i loro omologhi spagnoli; i socialisti francesi rischiano il tracollo alle prossime politiche; anche la sinistra italiana pare allo sbando: Il PD è una cittadella assediata da destre e populisti, e rischia la spaccatura. Resistono solo i laburisti britannici, benché abbiano subito una emorragia che ha rinvigorito il partito indipendentista UKIP. La sinistra, per tornare alla ribalta, deve elaborare una strategia impostata sui tempi lunghi, non su una singola competizione elettorale.  E tuttavia i leader di una sinistra vincente devono apprendere in fretta. Non basterà parlare il vecchio linguaggio socialista. Bisognerà avere il coraggio di infrangere tabù che la sinistra salottiera, radical-chic, ha imposto a tutti noi. Un esempio molto attuale: quando si parla di immigrazione, di accoglienza, dobbiamo smetterla di atteggiarci a francescani. La solidarietà è sacrosanta. Ma dobbiamo ammetterlo: nessuno ha la bacchetta magica, non vi sono risorse infinite, e dunque vi sono priorità da stabilire. Quando la coperta è corta, non possiamo coprire tutti indistintamente. E’ giusto che vengano per primi i nostri pensionati, i nostri esodati, i nostri disoccupati. Poi possiamo tendere la mano agli altri: gli stranieri. E qui distinguiamo subito:  i rifugiati, che fuggono da guerre e dittature hanno diritto al nostro aiuto. I migranti economici sono un’altra categoria. Dovremmo pensare a un sistema a punti per chi cerca lavoro: se hai le qualifiche/competenze utili per la nostra economia, entri, altrimenti no. Non è, questa, una idea regressiva, di destra. E’ una idea giusta: ogni comunità si regge anzitutto sulla solidarietà nazionale. Poi viene l’internazionalismo. Nessuno Stato socialista ha mai anteposto l’ideale internazionalista alla pace sociale, alla sicurezza, alla stabilità del proprio Paese. Sarebbe suicida. Ben lo sanno i socialisti italiani che per primi parlarono di “socialismo tricolore”, sempre con timbro progressista. Dunque: diamo impulso alla cooperazione internazionale, ma non trascuriamo la giustizia sociale a casa nostra.

C’è un solo modo per evitare che la sinistra, impaurita, adotti lo slogan “prima gli italiani” in chiave rozza e volgare, scimmiottando i nazionalisti alla Farage, i leghisti e i lepenisti: imporre-- con forza martellante – il binomio diritti e doveri nel dibattito pubblico.  Solo se faremo questa operazione culturale-ideologica saremo credibili. La sinistra dei diritti assoluti è utopia pura. Non esistono diritti per gli immigrati a prescindere dai doveri verso la nostra comunità. Ecco una parola chiave: comunità. “Stato” richiama alla mente strutture perverse come “Equitalia”. Comunità è una parola bella, calda, accogliente. In sintesi: anche i rifugiati devono fare la loro parte, altrimenti la nostra è elemosina, che non li aiuta a diventare indipendenti. Se li mettiamo in condizione di lavorare in maniera dignitosa, potrebbero essere impiegati in attività socialmente utili. “A tutti i secondo i loro bisogni, da tutti secondo le loro capacità”. Questa è un’antica formula socialista, c’è un dare e un ricevere, da entrambe le parti: il cittadino (o il residente temporaneo) e la società di cui fa parte (o che lo accoglie). Allo stesso modo, non esistono diritti assoluti per gli italiani che evadono le tasse e non danno il loro contributo alla comunità nazionale. Chi ha più versato, chi ha più dato, ha maggiori diritti (fatto salvo, ovviamente, il disabile). Su questo non ci piove. L’operaio magrebino che lavora da dieci anni nelle nostre fonderie e ha pagato le tasse ha più diritti rispetto a un suo connazionale appena arrivato in Italia. E ne ha di più anche rispetto a un italiano “puro”, autoctono, evasore totale (l’Italia è infestata da questi falsi patrioti, che sfruttano con faccia tosta i servizi pubblici lasciando il conto agli altri). Saldare diritti e doveri è il modo più intelligente di cacciare in un angolo i populisti e i razzisti. Dobbiamo inchiodare i grandi speculatori e i grandi evasori fiscali alle loro responsabilità: la loro patria, il loro Dio è il denaro. Parlare solo di “cultura dell’accoglienza’, è un grave errore e porterà la sinistra alla sconfitta. Noi siamo per la giustizia sociale, da perseguire per via politica, con strumenti politici, non siamo l’Esercito della Salvezza o dei Buoni Samaritani – nella parabola evangelica, il viandante si spoglia di tutto, incondizionatamente, per colui che in quel momento ha bisogno: ma questo insegnamento, nobilissimo, è di natura morale, non è immediatamente traducibile in politica. Come posso assistere qualcuno che magari ha più bisogno di me se mando in malora la mia economia, compromettendo la mia stessa capacità di aiutarlo in futuro?

Le destre esultano quando, a sinistra, si sbraita di accoglienza indiscriminata. I populisti reazionari, che sono cinici fino al midollo, sanno che l’egoismo è connaturato all’animo umano, e lo è pure la paura, sentimento ancestrale. Xenofobia, etimologicamente, vuol dire paura dello straniero, il senso negativo si è sedimentato con l’uso. Le destre sono guidate da seminatori di zizzania e odio, da sobillatori professionisti che fomentano con tutte le loro forze una guerra tra poveri: vogliono distogliere l’attenzione della gente comune dai grandi evasori fiscali, che nascondono i loro soldi nei paradisi fiscali come gli scoiattoli fanno con le ghiande (che immagine gentile! Sarebbe più corretto dire come facevano i pirati con i proventi delle loro razzie); e così, le destre sperano, nessuno punterà il dito contro gli speculatori di “pura razza bianca”, quelli che vestono Armani, e sono persone rispettabili e stimate, e vanno pure a Messa, eppure lucrano sulle recessioni che mandano sul lastrico milioni di persone – compresi i loro connazionali.

Sinistra, se ci sei batti un colpo! Dillo che gli immigrati e i rifugiati accorrono in massa in Europa perché qualcuno vuole la miseria e la guerra, e ci specula sopra. Ma cara sinistra liberal, ahimè, sei in forte imbarazzo, perché spesso sei alleata dei poteri forti che dovresti contrastare. Per scrollarsi di dosso questa nomea di “collaborazionista” non ci sono alternative: bisogna parlare il linguaggio della solidarietà internazionale in maniera intelligente. Smettiamola di fissarci sulle nostre beghe provinciali. Ci vuole una visione nuova, lungimirante, in politica estera: rivitalizziamo l’internazionale socialista che pare moribonda. C’è lo spreco di cibo e c’è la fame nel mondo. C’è la nostra indifferenza, in Occidente, e ci sono le guerre, su cui i fabbricanti e mercanti di armi si arricchiscono. Aggrediamo il problema della fame e della miseria a livello globale; fermiamo le guerre in corso. Solo così non avremo torme di rifugiati che bussano alle nostre porte. Questa non è un’utopia: è l’unica strada percorribile se vogliamo salvare l’umanità dal disastro. La globalizzazione ha confermato l’intuizione felice di Martin Luther King: “Injustice anywhere is a threat to justice everywhere”. Anche la più piccola ingiustizia nell’angolo più sperduto del pianeta è una minaccia nel cortile di casa nostra, genera un piccolo tsunami che si ripercuoterà su di noi.

E, ripetiamolo, l’ingiustizia non si sconfigge con la cultura unilaterale dei diritti. Per ogni singolo diritto ci deve essere uno specifico dovere. Al diritto di vivere dignitosamente, di avere casa e lavoro, corrisponde il dovere di pagare le tasse, e di rispettare il mio vicino di casa; e la libertà di impresa comporta l’obbligo di consegnare un pianeta migliore ai nostri figli (mica posso creare occupazione inquinando e massacrando l’ambiente!) Il lavoro stesso, ragion d’essere della sinistra storica, ha una doppia natura: il disoccupato lo vede, giustamente, come un diritto; al fannullone dobbiamo dire che è un suo dovere. Non facciamoci irretire dai sentimentalismi. Diciamolo chiaramente a chi accorre da noi, convinto che l’Europa opulenta (e spesso percepita come decadente) garantisca una forma di libertà totale che si chiama anarchia, per cui ognuno fa quello che gli pare; un’Europa-Disneyland che può distribuire oltretutto un chimerico reddito di cittadinanza a tutti. Eh, no. Se vuoi vivere da noi, devi accettare le nostre regole, imbevute di tolleranza e di libertà, e di rispetto per le donne. E devi capire un’altra cosa basilare: il benessere si conquista con i sacrifici, non piove come la manna dal cielo. Questa etica del lavoro era connaturata alla vecchia sinistra, è il più bel lascito della generazione dei nostri padri: riportiamola in auge.

Posted on December 7, 2016 and filed under Post in italiano.

Sinistra: svegliati!

In America la sinistra “liberal” (non proprio liberista, ma quasi), quella che si è alleata con i poteri forti, è stata travolta da un fiume in piena. Andiamo alla radice del problema: come può la sinistra credere nel mercato sregolato, nel profitto fine a se stesso, nell’egoismo generalizzato, nel denaro quale unico metro di valore, nella distruzione sistematica dell’ambiente e degli ecosistemi? Come può la sinistra allearsi impunemente con Wall Street e la finanza speculativa, e poi pretendere un bagno di folle plaudenti? Come può, poi, chiedere agli elettori di stringere la cinghia se l’economia è in ginocchio a causa di mercati impazziti e di banche arroganti, che si sono comportate come piccoli regni feudali? Ormai anche le politiche keynesiane, di intervento pubblico, stentano a rimettere in sesto un’economia drogata da bolle speculative create ad arte. L’America ha vissuto anni di “jobless recovery”: i conti tornavano in ordine un po’ alla volta, ma il lavoro non si materializzava. Ed ecco il bel risultato: la sinistra ha perso la sua base storica, sgretolata dalle politiche neoliberiste, e al tempo stesso non ha guadagnato che una manciata di voti centristi – la “gente” ha votato in massa per il candidato che più di destra non si può. Questo “tradimento” è comprensibile: quanti leader progressisti, o “democratici all’americana”, hanno affrontato seriamente le ingiustizie sociali, piaghe mai veramente rimarginate e che ora si sono riaperte?

Concentriamoci sull’Europa: è qui che si giocheranno le prossime partite, quelle decisive, per i nostri ideali di giustizia sociale e libertà. Anche da noi il nostro popolo – gli operai, i pensionati, gli impiegati, gli insegnanti, i lavoratori, i piccoli commercianti – guardano alle destre e ai populisti. I vari Salvini, Farage e Le Pen sembrano tutelare i loro interessi più della sinistra storica. Se non altro, danno voce – e che voce squillante! – a paure e frustrazioni diffuse. Mica invitano ad aver pazienza e ad ingoiare rospi velenosi mentre gli speculatori, rintanati nella grandi banche, si arricchiscono. E mica organizzano, dalle loro torri d’avorio, seminari accademici sul futuro radioso che avremo fra vent’anni. Anche la sinistra novecentesca fantasticava di mondi futuribili, ma era coerentemente contro il sistema, non parte integrante di esso! O, comunque, si sforzava di cambiarlo dall’interno. Oggi Papa Francesco è più a sinistra di molti leader “progressisti”: lui sì che si preoccupa delle povertà e delle diseguaglianze!

Qui c’è però un nodo intricato: cosa vuol dire porsi contro il sistema? L’opposizione allo stato di cose presente, quando ci sono ingiustizie, può configurarsi in tanti modi diversi: quella di Papa Francesco è una rivolta morale contro l’avidità e l’egoismo (rivolta che spetta ai politici tradurre in prassi concrete).  Un fatto è certo: la sinistra social-democratica, riformista, liberale ecc., può allearsi solo provvisoriamente con il suo “alter ego” (non trovo termine migliore per descrivere la schizofrenia della sinistra) radical-antagonista. Può, anzi deve, dialogarci, come faceva il PSI negli Anni di Piombo. Dal dialogo sorgono analisi e idee nuove; e il confronto con l’ala estrema del proprio schieramento politico, perché no, ritempra con idealità rinnovate quell’entusiasmo che il governo quotidiano rischia di spegnere. Detto ciò, chi ha una visione pragmatica, riformistica appunto, difficilmente è in grado di stipulare un patto duraturo con un’anima irrequieta, irrealistica, contestatrice a tutto campo.

La social-democrazia post-bellica spiccò il volo sulle ali del miracolo economico, che fu anche un “miracolo sociale”: sulle ceneri delle città distrutte, ripartì la produzione industriale (riconosciamolo: grazie al generoso piano Marshall, voluto dagli americani), e sorse altresì un vero Welfare State. I leader di quella sinistra avevano stretto un patto con il capitalismo, e gradualmente lo incivilirono, lo urbanizzarono. La mano pubblica redistribuiva il reddito, costruiva infrastrutture, case, scuole, ospedali. Era, la social-democrazia, la terza via fra capitalismo rampante, generatore di iniquità, e comunismo tirannico.  Il dramma è che questo tipo di capitalismo sociale, che era potenzialmente “patriottico”, in quanto delimitato da confini nazionali, ha subito una metamorfosi: non ha retto all’improvvisa apertura dei mercati e alla velocità di movimento dei capitali (accelerata dalla rivoluzione digitale). Il capitalismo è sempre più speculativo-finanziario, più globalizzato e indipendente dalle sue tradizionali basi produttive.

La social-democrazia è legata mani e piedi al modello capitalistico europeo, se trionfa il turbocapitalismo di impronta americana anche lei finirà per soccombere. Il problema sta tutto qui: gli eredi della social-democrazia, negli ultimi vent’anni, hanno provato a percorrere la stessa strada dei loro padri. Hanno scelto, per coerenza, di non opporsi al mercato unico, alla libera circolazione di uomini e merci. E‘ stato un atto di “buona fede”, il loro; frutto di una speranza: che le lezioni del passato fossero sempre valide e attuali. Il capitalismo, mutatis mutandis, avrebbe continuato a generare quel sovrappiù di ricchezza cui attingere per le politiche sociali. Si pensava, insomma, che il pozzo non si sarebbe prosciugato mai.   Nessuno si è accorto che, cammin facendo, molte cose sono cambiate: il capitalismo è diventato voracemente apolide. Sono così riemersi quegli istinti ferini che Marx aveva così ben compreso: il capitalismo non ha né religione, né patria. Ecco perché è stato così facile l’approdo alla finanza speculativa, attività che non ha alcun rapporto profondo (bensì solo opportunistico) con il territorio. Ovvio che il capitalismo industriale, manifatturiero, aveva tutto l’interesse a sostenere politiche keynesiane, in ogni singolo paese: gli operai salariati della Fiat erano anche acquirenti delle cinquecento e delle mitiche 127. Oggi gran parte dei capitalisti produce da una parte e vende da un’altra. Oppure crea prodotti finanziari; non conta più la merce tradizionale, quella che si tocca con mano. E’ la follia della ricchezza di carta. Le figure come Adriano Olivetti, straordinaria incarnazione dell’imprenditoria progressista, sono ormai una rarità. Il patto con i partiti socialdemocratici nazionali non ha più senso per gli avventurieri della finanza globale, anzi è una gabbia. Sono saltate tutte le barriere.  E la politica è rimasta ferma alle mappe politiche del secolo scorso. Ragion per cui la sinistra ansima e arranca. Nessuno è in grado di costituire una alleanza progressista contro le ingiustizie e i crimini del mercato (sregolato) globale. Quale soggetto politico utopistico universale può imporre regole uguali per tutti?

Senonché la sinistra europea negli ultimi vent’anni ha navigato a vista, incrociando le dita. Altro che programmazione economica o piani quinquennali! Si è vissuto alla giornata, fra una elezione e un’altra. Anche solo a citare il Lombardi delle riforme strutturali, di sistema, si veniva tacciati di vetero-marxismo (il che, in effetti, è vero: ma almeno, lui, alle riforme vere e profonde ci pensava). Veleggiare così è pericoloso. Finché la finanza va a gonfie vele, nessun problema. Appena si scatena la burrasca, ecco che la sinistra viene trascinata sul banco degli imputati. I capi di accusa sono due: a) aver sostenuto questo modello di sviluppo gestito da avventurieri; e b) non saper più padroneggiare gli strumenti che mitigano la recessione e la disoccupazione, conseguenze ineluttabili del capitalismo finanziario-speculativo. Eh, già, perché la sinistra liberal – per compiacere i mercati, “the big corporations”, le banche d’affari, gli investitori – stenta a ricorrere in maniera massiccia all’investimento pubblico come leva per creare lavoro e occupazione. Guai ad ascoltare la sirena dei capitalisti vecchia maniera, quelli che non sanno come gira il mondo oggi, perché si illudono di produrre solo merci tradizionali da piazzare sui mercati del loro Paese. Quel che conta è tranquillizzare gli investitori globali, quindi puntare solo sulla stabilità monetaria e dei tassi di cambio, se poi non c’è piena occupazione questo è un problema secondario. Che i governi mettano i loro bilanci in ordine, questo il nuovo dogma. Che problema c’è se circolano pochi soldi, dopo una abbuffata pantagruelica? In ogni caso, i governi democratici, che sono responsabili, inietteranno nelle banche quel tanto di liquidità che basta. E tutto tornerà come prima, fino alla prossima crisi. Così siamo entrati nel circolo vizioso: recessione, politiche di austerity, crisi che si avvita su se stessa, disoccupazione, nuove povertà.

 Sappiamo tutti che, nel lungo periodo, la globalizzazione – che Gramsci, intelligentemente, chiamava l’unità-mondo – porterà benefici a tutti. A una condizione: che sia governata e indirizzata. Nel breve periodo è fonte di sofferenze. E’ una mondializzazione selvaggia in nome del profitto fine a se stesso. Il mercato unico, il nuovo totem, ha travolto tutto, ha imposto cambiamenti troppo veloci anche di tipo culturale a una umanità abituata a mutazioni secolari. La classe media, nei paesi occidentali, si è assottigliata. E ora è impaurita: per la prima volta, dal 1945, i figli staranno peggio dei genitori. L’immigrazione di massa dai paesi ancora sottosviluppati o aggrediti da guerre minaccia le identità dei paesi “ricchi” che li accolgono. E la sinistra, di fronte a tutto questo, appare impotente, o addirittura collusa con i “padroni delle ferriere”. E’ la destra populista quella che, nell’immaginario, protegge dal caos: promette muri e barriere e dazi doganali e quant’altro. Proposte semplicistiche, antistoriche quanto si vuole, ma convincenti. Un film già visto: in Europa, negli anni Trenta, perdevano le sinistre e vincevano i totalitarismi nazionalistici, all’insegna del protezionismo, che è un illusorio rinchiudersi nel proprio guscio. Le sinistre, però, furono battute solo quando erano frammentate e litigiose: in Spagna, in Italia, in Germania. Oggi che non c’è più la grande divisione ideologica tra rivoluzionari e riformisti, si può trovare l’unità. Ma bisogna puntare sui candidati giusti, e individuare il messaggio più forte e convincente. Avevamo una cultura politica solida – il socialismo democratico, il liberalismo laico e il cristianesimo sociale – che ci permetteva di fare l’una cosa e l’altra. Riscopriamola allora, questa benedetta cultura politica, anziché farci abbindolare dal “nuovismo” e dai partiti di plastica, proprietà personale di questo o quel padre-padrone. Una sinistra moderna, che non rinneghi le sue radici storiche, deve rifarsi soprattutto al socialismo liberale/libertario. A quel punto, ai suoi leader verrà spontaneo parlare di giustizia e libertà, di equità e responsabilità, di diritti e doveri. Non è un sogno impossibile. Basta tirar fuori la volontà politica (e gli artigli) per rimettere in gioco i nostri valori.

Foto: Gian Maria Turi, Atene (Grecia):

Foto: Gian Maria Turi, Atene (Grecia):

Posted on December 2, 2016 and filed under Post in italiano.