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Pensieri (quasi) controcorrente 2: la nuova immigrazione

Che dire invece degli immigrati giunti da noi in età adulta? Qui il discorso si fa più complesso. Anzitutto va abolito il reato di immigrazione clandestina, introdottto dalla legge Bossi-Fini (30 luglio 2002, n. 189), che dovrebbe tornare a essere un illecito amministrativo. Saviano ci ricorda il triste anniversario dell’omicidio di Jerry Masslo (25 agosto 1989), fuggito dal Sudafrica dell’Apartheid nella speranza di trovare un lavoro dignitoso e un riscatto in Italia. Jerry presenta subito la domanda di asilo politico, che gli viene rifiutata. All’epoca lo status di rifugiato era previsto solo per i dissidenti in fuga dall’Est europeo (furono i socialisti a volere fortemente una legge civile sull’immigrazione, che estendesse il diritto di asilo agli extraeuropei. E così, nel 1990, venne approvata la legge Martelli).

Senonché, Jerry va a Villa Literno, nel casertano, per lavorare come stagionale nella raccolta dei pomodori. Un lavoro massacrante, fino a 12 ore al giorno a spezzarsi la schiena sui campi. I braccianti africani sono costretti a dormire in capanne, in case diroccate o all’aperto. I clan camorristici tengono tutti in pugno, e impongono il sistema brutale del caporalato. Una sera una banda di criminali tenta di rapinare i braccianti africani. Jerry, che si oppone, viene freddato a colpi di pistola. Una delle tante vittime della prepotenza mafiosa. Quando si parla di immigrazione, al Nord, ci si dimentica che una marea di extracomunitari – regolari o clandestini, non importa – lavorano nell’economia sommersa, nell’illegalità, per colpa nostra. Sono schiavi salariati nelle campagne del Meridione o nei cantieri edili del Nord; sono lavoratori fantasma, senza diritti e senza sicurezza. Al Nord si mugugna perché gli immigrati senza lavoro (legale) e privi di fissa dimora vengono curati nei nostri Ospedali. Usufruiscono, cioè, di servizi pubblici senza aver pagato le tasse. L’accusa è vergognosa: se tolleriamo che lavorino in nero, dobbiamo accettare le cure gratuite anche per loro. Se ce n’è – come ce n’è di sicuro – un certo numero che bighellona e campa di espedienti, non è una buona ragione per negare l’assistenza medica di base a tutti. L’economia sommersa non l’hanno importata né gli arabi, né gli africani.

Va anche detto che per decenni una miriade di italiani ha sfruttato ben bene i servizi pubblici pagati dai contribuenti onesti – scuole, università, ospedali, pensioni, assistenza sociale ecc. –, dichiarando la decima, a volte la ventesima, parte di quanto guadagnavano. E lo hanno fatto con tracotante senso dell’impunità, ben sapendo che rubavano ai loro concittadini. La civiltà di un Paese si giudica anche da queste cose. L’onestà fiscale è un dovere di lealtà verso i propri connazionali.  

Ben di rado sentivo mugugnare, prima dell’immigrazione di massa. Forse non è razzismo, ma poco ci manca. A un italiano “doc”, con pedigree italiano, si riconoscono più facilmente diritti senza contropartita. La cittadinanza, acquisita per nascita, giustifica un privilegio, quello di frodare il fisco. Bizzarra, questa mentalità: gli evasori di ‘’pura razza italiana’’, avrebbe detto un estensore dell’infame Manifesto della razza, sono proprio coloro che hanno sospinto l’Italia sull’orlo del baratro. Se non altro, hanno avuto molto più tempo a disposizione per far danni. Un fatto è certo: l’Italia non rischia la bancarotta a causa degli immigrati.

Ma, a voler essere obiettivi, una cosa dobbiamo ammetterla: la narrativa della sinistra – così nobile e idealistica – sorvola troppo spesso sui problemi che l’immigrazione incontrollata porta con sé. Gli immigrati sono in buona parte lavoratori onesti. Non ho dubbi in proposito. Ma il trionfalismo, il clima da sol dell’avvenire – l’immigrazione produce solo ricchezza, basta riconoscere i diritti a tutti – mi lascia perplesso. Sul fatto che bisogna garantire a tutti – italiani e stranieri –  eguali diritti (e, aggiungerei, eguali DOVERI) non ci piove. Ma il punto è un altro: che politica dell’immigrazione abbiamo? Qui mi riferisco ai migrant workers, a chi cerca un lavoro: chi fugge da guerre, persecuzioni e dittature ha giustamente diritto all’asilo, a prescindere – così dice la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati.

L’Italia importa fin troppe braccia e si preoccupa poco dei cervelli, anche dei propri: ne sono fuggiti tanti, di cervelli italiani, che ci sono costati una fortuna! Perché non ragionare seriamente su un sistema a quote, tipo quello americano? Scegliere gli immigrati sulla base della nazionalità o della religione questo sì che sarebbe discriminatorio. Ma non è forse insensato ignorare le competenze professionali? Gli Stati Uniti attraggono le migliori intelligenze dall’Europa e dall’Asia, e così sono all’avanguardia in tanti campi. Anche il Canada, uno dei paesi più civili al mondo, che infatti è apertissimo all’immigrazione, incentiva un certo tipo di immigrato. Persone con qualifiche specifiche hanno maggiori possibilità di ottenere il visto d’ingresso. Sull’immigrazione dovremmo essere più generosi in alcuni casi, e più severi in altri. Va abrogata e riscritta la Bossi-Fini: oggi lo straniero ottiene il permesso di soggiorno se ha già un contratto di lavoro. Io concederei visti di lavoro della durata di un anno e anche più a tutti gli stranieri che dimostrano di avere certi requisiti culturali o professionali – nonostante la crisi, avremo sempre bisogno di tecnici, di operai specializzati, di artigiani, di infermieri, di ingegneri, di scienziati, di piccoli imprenditori ecc. Diamogli il tempo di trovare, o di inventarsi, il lavoro una volta arrivati in Italia. Cosa facciamo, per esempio, per attirare scienziati e ricercatori stranieri nelle università italiane? Ho l’impressione che non vogliamo regole per le braccia straniere, ma ai cervelli stranieri mettiamo volentieri il bastone fra le ruote.

Questi discorsi, da noi, sono in odore di eresia: non piacciono a chi, a destra, vorrebbe ricacciare tutti gli immigrati in mare; e piacciono ancor meno a chi, a sinistra, rifiuta l’idea di un’immigrazione regolamentata sulla base di ‘punteggi’. A destra sono succubi della xenofobia. A sinistra siamo ostaggi dell’etica del buon Samaritano. 

Posted on September 25, 2014 and filed under Post in italiano.

Pensieri (quasi) controcorrente, 1: lo ius soli e le regole

Roberto Saviano (“Così gli immigrati ci salveranno”, l'Espresso, 4.09.14), dice bene: è ora diapplicare fino in fondo lo ius soli. Oggi lo straniero nato in Italia può richiedere la cittadinanza solo se nel nostro Paese ci è vissuto legalmente, e senza interruzioni, fino alla maggiore età (Legge 5 febbraio 1992 n. 91). Un compromesso ragionevole, fra chi vuole mantenere il sistema attuale e chi darebbe la cittadinanza al primo vagito, mi pare quella di anticipare i tempi. Io concederei la cittadinanza a tutti i bambini nati in Italia che hanno concluso la scuola elementare, purché l’abbiano frequentata dall’inizio alla fine. Oppure a tutti i ragazzi che hanno frequentato una scuola o una università italiana per cinque anni di fila. Toglierei l’obbligo della presenza continuativa in Italia, dalla nascita fino all’inizio del corso di studi.

Lo ius soli, regolato per bene, è un diritto di civiltà. La sinistra, unita, deve impegnarsi in questa battaglia. Sono certo che i conservatori più illuminati si unirebbero a noi. Battersi per lo ius soli è indice di intelligenza più che di buon cuore: “i diritti immettono nel circuito democratico energie nuove” (così Saviano). Decine di migliaia di bambini di origine araba, africana e asiatica siedono nei banchi di scuola a fianco dei nostri figli; presto avranno l’italiano come lingua madre, e un domani, si spera, lavoreranno in Italia - daranno manforte all’economia nazionale e l’ormai asfittica INPS, che stenta a pagare le nostre pensioni, riceverà una bella boccata d’ossigeno.

So far so good. C’è altro da dire, però. Navigando sul sito del Ministero degli Interni, il nostro sistema pare ben congegnato ed efficiente, almeno a livello della comunicazione. In tutta franchezza, poi, le norme italiane sulla cittadinanza non mi sembrano assurdamente restrittive in tutti i casi contemplati. Bisogna allargare le maglie in un solo caso: quello degli stranieri nati in Italia, appunto. In altri casi, sarebbe meglio restringerle. Io introdurrei, fra i requisiti per la cittadinanza, il possesso di una certificazione linguistica-culturale, concepita appositamente per i nuovi immigrati (e calibrata sul livello B2 del Framework europeo). Una discreta padronanza della lingua italiana – unita alla conoscenza di qualche ‘pillola’ culturale e di educazione civica –  è essenziale per integrarsi in Italia. Mi pare lapalissiano. È un buonismo falsamente caritatevole quello che relega gli immigrati in un ghetto linguistico. Un cittadino a pieno titolo deve conoscere a fondo il paese in cui vive. Dobbiamo porre anche il tema scabroso dell’alfabetizzazione democratica, per chi proviene da culture in cui i diritti civili e di libertà non esistono. Scabroso perché temiamo, sbagliando, di ledere i diritti alla diversità culturale. Il multiculturalismo, nella sua versione più ragionevole, è una gran cosa, ci arricchisce. Nelle varianti estreme, produce una serie di comunità-monadi estranee e indifferenti le une alle altre. Così non si rafforza la comunità democratica. Integrazione significa accettare le regole e i doveri di una liberal-democrazia qual è l’Italia. E implica il diritto-dovere di parlar bene la lingua del paese che ti accoglie. In realtà, lo Stato garantisce già corsi di lingua italiana per gli immigrati, a costi contenuti o gratuiti. Ma sono poco frequentati. Ovvio che sia così: non c’è l’incentivo. Non credo che questa mia proposta passerrebbe: piacerebbe, forse, al popolo della sinistra; non agli intellettuali-Soloni che vogliono rappresentarlo. Per costoro, ogni paletto è visto come una discriminazione che confligge con l’ideale di un’accoglienza incondizionata.

Galleria fotografica del territorio italiano di Gian Maria Turi.

Posted on September 18, 2014 and filed under Post in italiano.