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I liberali alle vongole e la professoressa sospesa

Una docente di italiano “serissima” e “assai stimata” di un Istituto tecnico di Palermo – ha circa 40 anni di onorato servizio alle spalle – è appena stata sospesa per 15 giorni con stipendio dimezzato. Quale la colpa grave che ha innescato la pronta reazione ministeriale? Non avrebbe vigilato sui ragazzi della sua classe. Quei discoli hanno accostato Salvini al Duce in una lezione incentrata sulle leggi razziali fasciste (il decreto sicurezza ricorderebbe la discriminazione antiebraica, di quelle leggi infami sarebbe addirittura una reincarnazione contemporanea). È giusto oppure eccessivo un provvedimento disciplinare così severo, piuttosto raro in Italia per casi analoghi, peraltro preso con la velocità di un lampo? Premesso che ritengo diseducativo nonché politicamente idiota che si incoraggi, o anche soltanto si tolleri, l’equiparazione di un leader democratico a un dittatore – a parte il danno di immagine alla parte lesa, viene annacquato il male assoluto rappresentato dal nazifascismo –, s’impongono due riflessioni.

(A) Sottolineiamolo: la professoressa non è stata punita per aver assimilato lei stessa la figura del nostro Ministro dell’interno a quella di Mussolini. No, la trasgressione è un’altra: non ha redarguito i suoi studenti o non ne ha controllato preventivamente il lavoro “purgandolo” da ogni riferimento offensivo – l’accostamento assurdo è avvenuto nel corso di una presentazione PowerPoint preparata dai ragazzi con tanto di immagini giustapposte dei due leader. Che la decisione avverso la docente, presa dall’ufficio periferico del MIUR su indicazioni venute dall’alto, rispetti la normativa vigente – e ci mancherebbe altro! – non significa nulla. È stato dato sufficiente tempo all’accusata di discolparsi? Come si è svolta l’ispezione? Si è riflettuto sulla costituzionalità di un provvedimento che ad alcuni colleghi della professoressa punita pare vessatorio e anticostituzionale? In breve: è stato seguito un procedimento garantista? Ecco i due articoli della nostra Costituzione che fanno al caso nostro.

Art. 21. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione”.

Art. 33 “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Intanto che riflettete, noto con rammarico che non è stata tutelata la privacy della docente. Un manipolo di “liberali destrorsi” ha gettato la notizia in pasto ai giornali e ai social, fregandosi ben bene le mani – che occasione ghiotta! Come una freccia che scocca dall’arco partirà la consueta gogna, con tanto di bullismo o squadrismo mediatico. Viva la libertà di espressione. Ma entriamo nel merito. A caldo, è difficile non pensare che questa sanzione sia davvero spropositata. E, soprattutto, pericolosa: crea un precedente di cui non abbiamo bisogno. Chi è in grado di tracciare una netta linea di demarcazione fra la critica legittima e la propaganda che, nelle scuole, andrebbe impedita? Quali analogie storiche sono lecite e quali no? In effetti, è difficile negarlo: l’indifferenza verso i migranti e rifugiati in fuga da guerre e miseria e torture e stupri ricorda l’indifferenza verso gli ebrei che scappavano dalle persecuzioni naziste. Anche allora in un certo senso furono chiusi i porti, anche allora si diceva “non possiamo accoglierli tutti”. Lo possiamo dire o verremo denunciati perché qualcuno coglie in queste parole una critica implicita al governo?

Immagino che, stabilito il precedente, fioccheranno le denunce e le richieste di sospensione quando docenti di destra o cattolici tradizionalisti diranno che Stalin, Pol Pot e i leader attuali della sinistra italiana son fatti della stessa pasta. Io, nella mia carriera scolastica, ne ho sentite di cotte e di crude: Craxi ducetto e ladro matricolato; Andreotti mafioso e amico di chi scioglie i bambini nell’acido; Berlinguer colluso con gli assassini perché sapeva delle foibe e dei processi sommari in URSS. E via calunniando. Nella mia esperienza, nessun professore, dico nessuno, è mai stato sospeso dal servizio per aver detto bestialità o fesserie del genere – anche perché così io qualifico ciò che, per altri, sono legittime opinioni.

B) Colpisce l’ipocrisia di quei liberali che, stracciandosi le vesti e sbraitando, hanno attaccato la decisione di escludere dal Salone del libro di Torino una casa editrice dichiaratamente e orgogliosamente fascista. Queste stesse persone ora invocano provvedimenti durissimi contro la docente siciliana, rea di aver vilipeso Salvini e la Lega. I leoni da tastiera, su Facebook, ne chiedono addirittura il licenziamento in tronco. Neppure quei conservatori di salda (e sincera) fede liberale che pure qualche libro l’hanno letto, e in alcuni casi anche scritto, spiccano per profondità del ragionamento o per spirito critico. I due casi, sì, sono diversi. Non per questo possiamo stiracchiare a piacimento il principio liberale. Nessuno ha censurato la casa editrice fascista, che è – giustamente – liberissima di pubblicare tutto ciò che vuole. Si è solo applicato un criterio di opportunità politica – peraltro in un Paese che, per chi lo avesse dimenticato, ha una legislazione antifascista. Al Salone, insomma, si è fatta una scelta, che non lede la libertà di nessuno. Se infatti il Salone fosse obbligato ad accogliere chiunque, solo perché paga, dove finirebbe la libertà di scelta del curatore? L’imposizione del criterio mercatista “tutti ammessi, basta pagare” segnerebbe la fine di ogni linea editoriale indipendente: anche l’editore fascista, a quel punto, dovrebbe esser costretto a pubblicare libri di sinistra. Idem per gli editori di sinistra: obbligati a pubblicare il Mein Kampf, magari con la foto di Hitler sorridente in copertina.

È in quella scuola di Palermo che è in gioco la libertà: qui è palpabile il rischio che il provvedimento punitivo soffochi la libertà di espressione. Che appaia come un atto politico autoritario. I dubbi, quindi, sono più che legittimi. La docenza, nella scuola di Stato, dev’esser sempre libera. Il concetto stesso di reato di opinione è intimidatorio e illiberale. Figuriamoci nel contesto educativo. Se la punizione del dissenso divenisse uno strumento legittimo di controllo del pensiero, migliaia di insegnanti ricorrerebbero all’autocensura, intimoriti da probabili ritorsioni.

Se fai presente queste contraddizioni, i liberali alle vongole ti rispondono in maniera demenziale con l’espressione che oggi va per la maggiore, ogni volta che tenti di fare un’analogia: “è diverso”. In questo caso avrebbero ragione se solo… fossero coerenti con una filosofia politica, il liberalismo, che ammette senz’altro l’esclusione di editori fascisti/nazisti/antisemiti/razzisti da una fiera o da una rassegna culturale (ribadisco: non si tratta di censura o di divieto di pubblicazione). Non dimentichiamo la lezione di Popper, filosofo liberale doc: non possiamo, e non dobbiamo, essere tolleranti con gli intolleranti. Quello che nella visione liberale non è ammissibile – per “la contradizion che nol consente” – sono gli abusi di potere da parte di chi governa. Alla fine andiamo sempre a parare lì: c’è chi vorrebbe imporre il bavaglio ai docenti non allineati mediante pressioni psicologiche se non minacce vere e proprie. Il paradosso è che taluni liberali conservatori auspicano il conformismo ideologico mentre denunciano l’asfissiante egemonia comunista di un tempo. Ecco perché la vedono in modo diametralmente opposto rispetto a me: libertà assoluta per l’editore fascista (e concomitante costrizione per gli organizzatori del Salone, il Comune di Torino e la Regione Piemonte) ma libertà vigilata per l’insegnante che diffonde pericolose idee sovversive contro un leader di destra. Il loro anticomunismo (in assenza di veri comunisti) assomiglia tanto all’antifascismo intransigente (in assenza di veri fascisti) contro cui si scagliano.

Attenzione, dunque. “È diverso” viene usato spesso per tirare in ballo un’eccezione nel momento in cui un principio di equità o libertà andrebbe applicato a tutti, indistintamente. Ciò dimostra che a quel principio, in fondo, codesti sedicenti liberali non credono. Gli va bene solo quando tira l’acqua al loro mulino, negli altri casi lo sospendono. Sono garantista con i politici di destra e ferocemente giustizialista con quelli di sinistra? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Accetto le fake news della Lega ma condanno quelle propalate dalle zecche o dai moscerini rossi? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Difendo la libertà di chi urla ai quattro venti la propria fede fascista, gonfiandosi il petto e facendo un bel saluto romano, ma al tempo stesso gongolo se una professoressa di lungo corso viene punita in questo modo esemplare che ad alcuni appare arbitrario o eccessivo? Ebbene sì. È diverso, si capisce. I liberali a corrente alternata ricordano il prototipo del clericale sbeffeggiato dal mitico Salvemini: Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Sostituite “clericale” con “autoritario” e avrete la formula perfetta per questi signori che, bontà loro, salgono in cattedra per darci lezioni di libertà.

Swimming pool by Gian Maria Turi

Swimming pool by Gian Maria Turi

Posted on May 19, 2019 and filed under Post in italiano.

Una cosa o due sulla responsabilità morale

Il leader della Lega, Salvini, ha condannato l’atto terroristico del neofascista che ha sparato sugli immigrati a Macerata – nessun dubbio sulla matrice politica: il neofascista ha fatto il saluto romano, e a casa sua hanno trovato il Mein Kampf. La condanna però è diluita da un commento inquietante: “La responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini.” Eccolo, il principio “due pesi, due misure”. Immaginiamo se l’attentatore fosse stato un giovane musulmano, e se un imam o un leader politico islamico, dopo la condanna rituale del tentato massacro, avesse aggiunto: la responsabilità morale della violenza è di chi ci discrimina in Europa, o di chi bombarda i nostri fratelli in Medioriente.

Chi sarebbero, poi, i corresponsabili “morali”, gli innominati? Presumo i politici del governo in carica. Se fosse così, sarebbe un commento gravissimo. In democrazia criticare il governo è più che legittimo: è salutare. L’opposizione esiste proprio per questo. Criminalizzare invece è da irresponsabili: nessuna politica sull’immigrazione, neppure la peggiore, giustifica (o spiega) un atto violento, eversivo di questo genere. E di certo non è il governo attuale ad aver “riempito l’Italia di clandestini”. Chi è il colpevole, allora? Direi tre figure astratte, che non possiamo trascinare in giudizio: la povertà, il sottosviluppo e le guerre. In tutti i tribunali, compreso quello della storia, possono comparire solo persone in carne ed ossa. Chi sono i responsabili dell’immigrazione incontrollata? Elementare, Watson: coloro che sfruttano le risorse altrui, che speculano in borsa causando recessioni, che fanno patti occulti con élite corrotte per far affari d’oro, che vendono armi, che fomentano i conflitti. Oppure quelli che, pur avendone i mezzi o le capacità, non intervengono laddove incancrenisce l’ingiustizia – anche l’omissione è un peccato. Si tratta di uomini d’affari che si mimetizzano nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, delle multinazionali, delle banche d’affari, oppure di leader politici che si nascondono dietro il paravento dell’interesse nazionale ecc. Alla base di questa piramide c’è lo scafista che lucra, vergognosamente, trafficando esseri umani.

Lo pseudo-ragionamento di Salvini purtroppo è molto diffuso, sia a destra che a sinistra. Anch’io sono caduto qualche volta in un cortocircuito logico, travolto dalla rabbia. Dilaga il terrorismo omicida nel Medioriente? Ebbene, la corresponsabilità morale è di quei paesi occidentali che hanno scatenato la guerra in Iraq, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Così ragionavano anche i comunisti in buona fede, durante quell’orgia di sangue passata alla storia come Rivoluzione d’Ottobre: la corresponsabilità morale è dello zar e dei suoi lacchè. La gente, disperata, affamata, ha imbracciato il fucile. Che altro poteva fare? Stessa autoassoluzione, da parte dei nazisti: la Germania era allo stremo, dopo la Prima Guerra mondiale, chi ci impose riparazioni pazzesche deve salire assieme a noi sul banco degli imputati.  Fu, questo, uno dei punti della strategia difensiva dei gerarchi nazisti a Norimberga. Su un piano più modesto di efferatezza, i teorici delle Brigate Rosse si discolparono incriminando il capitalismo e lo Stato borghese delle multinazionali, e i collaborazionisti del capitale, e i gruppi eversivi neofascisti. Bisognava pur reagire. Anche dando la morte.

Spesso non si inquadrano i problemi perché si confonde responsabilità morale e responsabilità politica. Sì, a volte si sovrappongono. Ma non sono la stessa cosa. Le accomuna solo un tratto: entrambe sono individuali. Chi causa la miseria e le guerre, o non fa nulla per prevenirle, è corresponsabile politicamente delle condizioni in cui può maturare l’estremismo fanatico (è il caso dei leader delle potenze vincitrice del primo conflitto mondiale). Ma chi teorizza e propaganda un’ideologia violenta quale risposta a quelle condizioni ha una responsabilità in più, più grave ancora: quella morale, appunto (è il caso di Hitler e dei suoi scherani; di Lenin, di Stalin e dei bolscevichi). Costui è il vero corresponsabile delle stragi compiute dai propri seguaci. Ma no!, mi dicono. Che analogie son mai queste? Esci fuori tema, il contesto qui è diverso: parliamo di uno spostato, sedicente fascista, in un’Italia democratica, invasa da stranieri. Certo, il contesto è sempre diverso, quando i paragoni mettono in crisi. Insisto: in tutte le epoche scatta la stessa l’operazione, che dà lo stesso prodotto: a) situazione sociale/economica esplosiva + b) ideologia violenta, fondata sull’odio = c) azione eversivo-criminale. Chi ragiona come Salvini, salta a piè pari un anello della catena: l’ideologia.

L’assoluzione per i crimini di matrice politica è efficace a una condizione: quella di cancellare ogni traccia delle alternative concrete, reali. A quel punto ciò che di malvagio avviene è il risultato di una scelta “obbligata”: siamo schiavi della necessità storica. Grandissima menzogna: la storia è fatta dagli uomini, e quindi può sempre prendere un altro corso. Un solo esempio: immersi nella stessa, identica realtà sociale, posti di fronte agli stessi, identici dilemmi, i menscevichi scelsero un socialismo democratico e dal volto umano – furono spazzati via coscientemente dai bolscevichi, che preferirono una feroce dittatura.  Da Freud in poi abbiamo una scusante in più: la follia o le pulsioni inconsce. Un grande filosofo, Ricoeur, ci ha insegnato che il paradigma della nostra epoca è la medicalizzazione della condizione umana. Il che conduce, prima o poi, alla deresponsabilizzazione. Hitler, Goebbels, Eichmann sterminavano ebrei, d’accordo, Ma erano psicopatici. E le altre decine di migliaia di altri nazisti, cos’erano, individui ipnotizzati dai pazzi? Hannah Arendt, in quel capolavoro che è La banalità del male, ci ha insegnato una amara verità: i grandi e i piccoli criminali politici sono fatti della stessa pasta morale. Gli uni hanno bisogno degli altri affinché una follia collettiva – il genocidio, la rivoluzione purificatrice – possa aver luogo. Ogni singolo uomo, nella catena, dà il suo contributo alla macchina della distruzione, la quale non si muoverebbe senza la concatenazione di tante scelte individuali.

Ai cultori delle radici cristiane d’Europa – pullulano, a destra – consiglio di ripassarsi Dante. L’uomo è tale perché è dotato di una facoltà tutta umana che si chiama libero arbitrio. La quale significa capacità congenita di discernere fra il bene e il male. E tutta qui la fonte della moralità. Toglieteci questa libertà ed avrete automi, vittime delle circostanze, irresponsabili non perseguibili. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e la Chiesa cattolica ha dovuto fare i conti con la psicanalisi e il marxismo. E così Giovanni Paolo II ha introdotto il concetto di “strutture del peccato”: realtà sociali che inducono al male. Ma ciò non può in alcun modo scalfire la più grande verità che ci ha trasmesso il cristianesimo.  Per quanto costretto ed oppresso, l’uomo – creato a immagine e somiglianza di Dio – rimane, essenzialmente, un essere morale, responsabile sia delle sue azioni sia delle sue idee manifestate in pubblico.

Per capire quanto il modo di pensare deterministico sia aberrante, basta un piccolo sforzo: immaginate un kamikaze pronto a farsi esplodere fra civili innocenti; un bolscevico che punta il fucile contro un borghese russo; un nazista che fa altrettanto con un ebreo, uno zingaro, un oppositore politico; un brigatista rosso che spara alle spalle al sindacalista Guido Rossa. Ecco, proviamo, in tutti questi casi, a personificare il contesto quale mandante morale dell’omicidio che sta per compiersi: l’occupazione straniera; la miseria nelle campagne; il revanscismo antigermanico; lo sfruttamento capitalistico. Possiamo spremerci le meningi all’infinito: non c’è alcun collegamento fra una di queste situazioni in cui l’uomo armato si trova e la decisione di premere il grilletto. Se fosse la situazione sociale a spingere, per automatismo, alla violenza politica, non potremmo spiegarci un Gandhi: pur umiliato dai colonialisti britannici, scelse la via maestra della non violenza quale forma di lotta. Solo le idee, quelle tossiche, hanno la capacità di indurci all’omicidio politico. E le idee malefiche non sorgono per abiogenesi: qualcuno le concepisce, le esalta, le propaga, iniettando un veleno nel corpo sociale. E qualcun altro – un essere umano “troppo umano” – sceglie di farsi incantare da queste idee piuttosto che da altre. E, naturalmente, quando viene chiamato a rispondere dei suoi atti malvagi, si giustifica come può: sono state le condizioni sociali, economiche, politiche a indurmi alla disperazione! Oppure si appiglia a una scusante psicologica: è stato un colpo di testa, magari frutto di un contagio collettivo. No, non regge: il pazzo spara a caso: il nazista sapeva ben distinguere fra “ariani” ed ebrei; il terrorista, rosso o nero, li sceglie bene i suoi obiettivi. E le attenuanti, che vengono riconosciute in ogni processo? Quelle riguardano il delitto comune. Il crimine politico, più di ogni altro, è frutto di una libera scelta. Nel caso di Macerata, dunque c’è l’aggravante: la motivazione razzistica. Piantiamocelo in testa: la responsabilità morale fa capo sempre a un individuo senziente, che decide in piena libertà.

Sgombriamo il campo da un abbaglio. Premesso che togliere la vita a un essere umano è il crimine più orribile, c’è una differenza sostanziale fra Jack lo Squartatore e Adolf Eichmann: il primo era pazzo, e non faceva proselitismo; il secondo era normalissimo, e reclutava assassini nel nome di una ideologia razzista. I giornalisti sanno distinguere fra cronaca nera e criminalità politica. Ma molti confondono l’una con l’altra. E infatti su Facebook c’è chi giustifica o “spiega” la sparatoria a Macerata come una sorta di “vendetta indiretta”, motivata dall’uccisione di Pamela Mastropietro, una povera ragazza il cui corpo fatto a pezzi è stato rinvenuto nei pressi di Macerata – il sospettato numero uno è un nigeriano, che è in stato di fermo. Non ci siamo proprio. A parte il fatto che, in uno Stato civile, nessuno può farsi giustizia da solo, è evidente l’assurdità del collegamento fra i due fatti: l’omicidio di Pamela – se tale è: gli investigatori stanno indagando – è opera di un folle o di una persona in preda a droghe, la tentata strage è un’azione politica, avente scopo intimidatorio. Il neofascista intendeva uccidere immigrati qualsiasi, colpevoli perché la loro pelle ha lo stesso colore di quella del presunto omicida. Nessun mistero sul movente. Appena arrestato, ha dichiarato: “volevo vendicare Pamela e fare qualcosa contro l’immigrazione perché il fenomeno dell’immigrazione clandestina va stroncato.” Come volevasi dimostrare: costui è moralmente responsabile avendo aderito in scienza e coscienza al nazifascismo. Chiamiamo le cose con il loro nome. Qui il disagio sociale, la psiche disturbata, e quant’altro, non sono attenuanti. E la corresponsabilità morale della tentata strage ricade su tutti i politici che soffiano sul fuoco dell’odio, dell’intolleranza, della xenofobia, per lucrare qualche voto in più.

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Posted on February 12, 2018 and filed under Post in italiano.

Attacco al cristianesimo nel cuore dell’Occidente

Papa Francesco ha celebrato Giovedì Santo il rito della ‘lavanda dei piedi’ in un Centro di accoglienza per immigrati, vicino a Roma. Salvini coglie la palla al balzo e comincia a ringhiare come un mastino. Scocca le sue frecce avvelenate in maniera subdola: rivolge al capo della Chiesa cattolica (e a tutti noi) domande dalle quali traspare disprezzo per gli immigrati, per gli stranieri, per i diversi. Quelli di fronte a cui il Papa si è inginocchiato umilmente e a cui ha lavato i piedi “sono davvero profughi o sono clandestini”?  C’è una aggravante: gli ospiti del Centro di accoglienza sono in gran parte musulmani. Allora ecco, giù il carico da novanta: “Siamo sicuri che siano tutte persone rispettose e innamorate della pace?”. Un tempo i diversi da ghettizzare o discriminare o perseguitare erano gli ebrei, oggi sono i musulmani (a destra va di moda il filo-semitismo: non conviene mettersi contro Israele e gli USA).

Queste domande sono insensate per un cristiano. Non occorre essere raffinati teologi per sapere che a Gesù non importava assolutamente nulla della nazionalità, della razza o della religione di chi ha bisogno e va soccorso. Chi ti compare di fronte in quel dato momento è “il prossimo tuo”, che dovresti amare “come te stesso”. Basterebbe la parabola del Buon Samaritano a dirimere ogni controversia. ll Papa ha agito in conformità allo spirito evangelico. Chiunque abbia una pur minima familiarità coi Vangeli, non può dar torto a un leader religioso che, seguendo l’esempio di Cristo, lava i piedi degli ultimi, dei diseredati. Salvini è riuscito nel suo intento, che è quello di avvelenare i pozzi. Ha ispirato una sequela di interventi deliranti su facebook: “l’ultimo affronto del Papa: lava i piedi agli islamici.” “Perché il Papa omaggia i clandestini?” “Gesù aveva dato ben altro esempio: lui lavò i piedi dei suoi discepoli, che amava, mica quelli dei suoi nemici, che volevano crocifiggerlo”.  

Eppure il Papa, con il rito della lavanda dei piedi, non sollecita una specifica politica verso l’immigrazione. Scuote semplicemente la nostra coscienza. Lascia tutti – i governanti, i politici e la gente comune – liberi di decidere quale sia la strada migliore da percorrere. Un politico cristiano potrebbe optare per l’accoglienza; un altro per la cooperazione allo sviluppo nel Paese dell’immigrato. La Chiesa, insomma, non vuole dettar legge. Colgo qui un barlume di laicità: spetta ai governi risolvere i problemi sociali ed economici.

 L’azione di Papa Francesco dunque è essenzialmente morale. È l’intervento a gamba tesa di Salvini che la trasforma in una dichiarazione politica: immigrati regolari e profughi, forse sì, meritano le nostre briciole (subito dopo gli italiani DOC, beninteso). Clandestini e musulmani, no. Così un gesto umile, di carità, che sarebbe passato quasi inosservato, acquista enorme visibilità. Ma perché Salvini insiste a trasformare Papa Francesco in una figura eminentemente politica? Sento dire spesso ‘questo è un Papa politico’. Forse Papa Francesco si intromette nelle vicende terrene più dei suoi predecessori? No, non è così. Ogni pontefice, ciascuno a modo suo, si è occupato di questioni terrene. E’ inevitabile. Significa, allora, che Papa Francesco è ‘di sinistra’? No, non è così, anche se la sua voce ha un inequivocabile timbro socialista. La percezione di politicità deriva dal fatto che Papa Francesco ha posto al centro della sua predicazione una legge morale, la Caritas, che ha un respiro amplissimo: ci obbliga a trattare l’uomo come fine e non come mezzo.  

Innumerevoli sono i modi in cui si può agire secondo coscienza e giustizia. Quindi i cristiani, in politica, possono essere in disaccordo su un’infinità di questioni. C’è un punto però che li accomuna: se sei cristiano non puoi rimanere indifferente di fronte alle forme più gravi di ingiustizia e di sofferenza, quelle che rifiutano il principio cardine della tradizione giudaica e cristiana: l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Puoi anche essere contrario all’immigrazione di massa, ma non puoi non porti una domanda: perché milioni di poveracci bussano alla nostra porta? Questa semplice domanda irrita gli xenofobi: presuppone che gli immigrati/profughi/clandestini siano innocenti e indica la necessità di una soluzione equa e ragionevole a quello che è un problema reale, lo squilibrio tra Nord e Sud del mondo.  

In altri termini: la Caritas è un imperativo etico che ha evidenti ricadute politiche, sgradite agli xenofobi e gradite invece ai socialisti. Ce le ha purché sia saldamente al centro del pensiero e dell’opera dei cristiani. Questo è il grumo sovversivo, rivoluzionario nel cristianesimo. Basta solo farlo risalire in superfice. Ben lo sapevano i primi polemisti socialisti, che saccheggiavano i Vangeli in funzione anti-sistema (è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli…) E ben lo sanno gli studiosi dell’antichità: la diffusione del cristianesimo nell’Impero romano minò le basi ideologiche del sistema schiavistico.

Ma le ricadute politiche le ha anche il concetto di verità assoluta, da imporre manu militari ai recalcitranti. E il cristianesimo, per gran parte della sua storia, è stato anche questo: zelo missionario, anelito alla teocrazia. Qui il sovrapporsi di politica e morale è deleterio. I nostri antenati erano convinti che ci fosse una superiore moralità nella politica guerriera e guerrafondaia di ispirazione religiosa: le crociate producevano morti (quelli giusti: i pagani e gli infedeli) ma al tempo stesso restituivano il Santo Sepolcro alla cristianità. Non si può dire dunque che il cristianesimo predichi un pacifismo assoluto, suicida. Coloro che esaltano le radici cristiane dell’Europa non sanno nulla della sostanza spirituale, teologica e politica del cristianesimo, il quale non mi risulta abbia sconfessato la dottrina del bellum iustum, o guerra giusta, teorizzata da Agostino d’Ippona e Tommaso D’Aquino. La guerra difensiva, per la Chiesa, non è affatto in contrasto con l’etica del perdono. Ed è sacrosanto che sia così. Anzi, per secoli, è stata teorizzata e messa in pratica anche la guerra aggressiva, che è invece molto problematica. Feuerbach (L’essenza del cristianesimo) spiega come lo spirito jihadista cristiano (cos’erano le crociate, se non guerre contro gli infedeli?) possa tranquillamente coesistere con l’amore per il prossimo. Basta distinguere fra il “diritto pubblico cristiano” che regola le relazioni fra gli stati e i popoli, e “il diritto privato cristiano”, confinato ai rapporti fra le persone. Il diritto pubblico è la dimensione politica del cristianesimo, e stabilisce il dovere di conversione e/o di guerra all’infedele; il diritto privato è il regno dell’azione morale, quello che prescrive di porgere l’altra guancia. Il precetto evangelico di amare i propri nemici, quindi, “riguarda solo i nemici personali, non i nemici pubblici, i nemici di Dio, i nemici della fede, gli infedeli.” Ecco spiegato l’apparente paradosso per cui la religione dell’amore e dal perdono è giunta a fomentare l’odio e la persecuzione, costruendo la contrapposizione amico-nemico così apparentemente anticristiana.

L’era della pace, si pensava, arriverà solo quando il mondo sarà cristianizzato integralmente. Solo allora l’etica cristiana, ormai universale, avrà reso superfluo il dovere politico-morale della crociata. In un mondo omologato non ci sono più infedeli da combattere o da convertire. Una concezione, questa, che è pressoché identica a quella musulmana, per cui il dar al-Islam, il mondo islamico (detto anche dar al-salam o casa della pace), si contrappone al dar al-harb, i territori di guerra abitati degli infedeli. E infatti per secoli il cristianesimo è stato belligerante né più e né meno dell’islam.

La storia dell’Occidente ha smentito questa profezia di concordia fondata sull’unanimismo cristiano. E’ vero che, per dirla con Feuerbach, il cristianesimo non ha più bisogno di brandire la spada perché il diritto privato ha soppiantato il diritto pubblico. Ma questo mutamento paradigmatico è avvenuto per motivi opposti a quelli che avevano in mente gli integralisti: non è la teocrazia che ha trionfato, bensì la città secolare. Le Chiese cristiane hanno cassato il concetto di verità assoluta, con ciò che di violento ne consegue: le guerre di religione. I protestanti ci sono arrivati secoli prima dei cattolici. Ma ciò che conta è che gli uni e gli altri, oggi, siano sulla stessa lunghezza d’onda, importa cioè che abbiano lo stesso atteggiamento positivo verso il pluralismo. Ecco perché nessuna autorità cristiana si sognerebbe di bandire una crociata, e la stessa dottrina del bellum iustum viene invocata solo in casi eccezionali. In breve: i cristiani sono stati costretti a capitolare di fronte alla secolarizzazione avviata dall’illuminismo e portata a compimento dai movimenti liberal-socialisti e democratici del Ventesimo secolo.

 Il cristianesimo del 21esimo secolo, insomma, è radicalmente altro da quella religione dualistica che Feuerbach ha compreso così genialmente. Per secoli la legge dell’amore e del perdono ha convissuto con lo spirito guerriero, del martire religioso. Ora non più. Questo cambiamento epocale ha precise conseguenze. L’etica cristiana ora può mescolarsi e interagire con la politica senza far danni. La Caritas, non più offuscata da propositi bellicosi, è tornata a splendere. Questo stato di cose genera reazioni politiche. È naturale che la Caritas sia occasione di scandalo per i seminatori di zizzania e di odio. I teorici della guerra permanente contro i musulmani non possono che avere il perdono, l’amore, l’accoglienza ‘a gran dispitto’: si tratta di sentimenti che infiacchiscono l’animo del guerriero. Gli attacchi contro il Papa – ne seguiranno altri, statene pur certi – vanno letti come il frutto di una delusione cocente. La Chiesa non ci difende più, perché si rifiuta di contrattaccare il nemico. Salvini e i suoi seguaci sono gli orfani della morte di quel Dio combattivo che i nostri antenati hanno conosciuto fin troppo bene. Non hanno capito che il cristianesimo ha subito una metamorfosi definitiva. O forse l’hanno capito, e non riescono ad accettarlo. Questi signori, che pure pretendono chiese e crocefissi ovunque in funzione anti-islamica, non sono anticristiani in senso assoluto. Sono piuttosto ostili alla Chiesa di Papa Francesco, che appare loro come una entità flaccida e timorosa (Ricordate? Erano bastate poche parole di Ratzinger, interpretate come una aggressione all’islam, per riattizzare la speranza di un papa crociato). Ce l’hanno, insomma, con questo cristianesimo mite e pacifico, che ha sepolto per sempre l’ascia di guerra. Il cristianesimo della spada era una valvola di sfogo per gli istinti ferini, di vendetta.

Oggi il cristianesimo occidentale è pura Caritas.  Questo è lo scandalo insopportabile per gli xenofobi, alleati dei fondamentalisti nel soffiare sul fuoco dell’odio interreligioso e interetnico. A questo punto è chiaro il motivo per cui Salvini ha voluto trasformare il rito della lavanda dei piedi in una provocazione politica. Ai suoi occhi, la Caritas senza spada è un affronto.  Ragiona come i fondamentalisti islamici che disprezza. Vorrebbe, in cuor suo, resuscitare il cristianesimo focoso e belligerante. Desidera cioè – è la stessa agenda dei teo-con – che lo scontro Occidente-Islam diventi, essenzialmente, religioso. Nel senso di uno scontro tra religioni identiche, gemelle dal punto di vista dell’intransigenza. In questo, le intemperanze degli xenofobi sono funzionali a quelle degli estremisti islamici, i quali desiderano una reazione scomposta da parte nostra, ma che sia simmetrica alla loro. Dovremmo parlare il loro stesso linguaggio primitivo, pre-illuministico. Dovremmo odiarli con lo stesso fervore religioso con cui loro odiano noi. Ma oggi, in Occidente, è possibile – fortunatamente – solo una politica laica.

C’è un altro punto importante. La svolta modernista del cristianesimo ha messo gli xenofobi con le spalle al muro. Li ha privati del loro ultimo e più prezioso alleato: la religione.  La Santa Inquisizione, secoli fa, ci andava giù pesante con gli eretici e con chi abbandonava la fede cristiana. Ma questa fase l’abbiamo superata da molti anni. Il cristianesimo contemporaneo ha finalmente accettato la libertà religiosa. Ha quindi riconosciuto quello che è un pilastro della civiltà occidentale: il diritto all’eresia (Luciano Pellicani, “Il diritto all’eresia, sconosciuto all’Islam, allontana il dialogo con l’Occidente”, Il Foglio, 19-3-2016). E’ per questo che le chiese cristiane, oggi, puntano sul confronto e sul dialogo interreligioso, idee insopportabili sia per i fondamentalisti che per gli xenofobi. Certo, ha ragione Pellicani nel dire che c’è il rischio di avviare un dialogo tra sordi. Da un lato c’è una religione sostanzialmente modernista, dall’altro una religione che, almeno in parte, stenta a fare i conti con la modernità. L’assimetria è evidente sul tema della conversione: quella all’islam è accettata, mentre in alcuni Paesi musulmani c’è ancora il reato di apostasia, crimine equivalente all’eversione a mano armata.

Nondimeno, la strada in Occidente è stata tracciata e va percorsa fino in fondo. E’ la via maestra aperta dal poeta e teologo libertario John Milton nel Seicento: riconoscere nella libertà di coscienza il fondamento del nostro vivere civile. E’ la via del Concilio Vaticano II, che porta diritto alla città laica e secolare, alla società aperta e pluralistica. Anche l’islam può imboccarla. Ma gli xenofobi, anziché battersi per un islam riformato, volgono lo sguardo sognante al cattolicesimo pre-conciliare, quello che emanava encicliche di condanna del mondo moderno simili a certe fatwe medievaleggianti. Ciò conferma che l’estrema destra ha cambiato il pelo ma non il vizio: l’ostilità per Papa Francesco è un residuo del suo livore contro la modernità. Le sue radici culturali sono nel classico Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola (1934), secondo cui il progresso è in realtà regresso perché ha dissolto la tradizione sacra e immutabile. Secondo Evola, la civiltà occidentale come la conosciamo oggi – la civiltà laica dei diritti e delle libertà – è materalistica, edonista, deviante e decadente.

Per secoli la cristianità ha consentito la doppiezza: l’umile e povero San Francesco conviveva con il simoniaco e corrotto Papa Bonifacio VIII. I credenti non si trovavano nudi di fronte al cuore più ostico del messaggio evangelico. Fino a quando i papi scatevanano guerre o le giustificavano o si alleavano con i principi e i re contro il popolo che soffriva o governavano essi stessi in maniera oppressiva; finché rifiutavano lo Stato laico e la liberal-democrazia, allora sì che si poteva avere un atteggiamento ambivalente. La Caritas era talmente ottenebrata dalla commistione con sordidi interessi temporali che anche i violenti e i sopraffatori potevano dirsi cristiani. Tantissimi fascisti e nazisti erano credenti praticanti. Non pensavano di essere incoerenti. Chi, all’interno della Chiesa cattolica, avrebbe potuto puntare il dito contro gli ipocriti? Oggi non è più così. Due sanguinose guerre mondiali e il tentato genocidio del popolo ebraico hanno scosso la coscienza dell’uomo occidentale. Oggi la celebre frase di Cristo – chi non è con me è contro di me – ha assunto una nuova pregnanza. E l’estrema destra xenofoba ha scelto di schierarsi contro.

Il fondamentalismo islamico non si sconfigge resuscitando il cristianesimo cruento, pre-illuministico. Lo si può eliminare in un solo modo: con le armi della ragione, laicamente. L’odio è la peggior strategia di difesa per le liberal-democrazie. Se i fondamentalisti uccidono e spargono il terrore, spetta ai governi difenderci imbracciando il fucile. Ma la guerra non è solo militare, è anche – forse soprattutto – politica ed economica. Per riprendere un fortunato slogan di Blair, dobbiamo essere durissimi con il crimine e con le cause del crimine.

E non scordiamoci che la battaglia più importante contro il fanatismo si combatte in ambito spirituale e culturale. Ecco perché’ vogliamo che i religiosi modernisti siano in prima fila. Devono aiutarci a far cambiare la testa a chi rifiuta la modernità. Noi laici critichiamo le religioni se sono intolleranti e prepotenti. Quando diventano un inno all’umanesimo, preferiamo averle alleate ed amiche. Ecco perché oggi non possiamo non schierarci con la Chiesa dialogante e caritatevole di Papa Francesco. L’estrema destra xenofoba invece ripudia il cuore pulsante del cristianesimo contemporaneo: la Caritas. Ovvero la perla rimastaci dopo che abbiamo bonificato la nostra cultura da quel grumo limaccioso che era il nostro fanatismo.

Madonna del Credito by GM Turi

Madonna del Credito by GM Turi

Posted on April 23, 2016 and filed under Post in italiano.