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L’Italicum e l’Uomo Nero

Più d’un intellettuale che stimo critica severamente l’Italicum. Felice Besostri la ritiene una legge elettorale incostituzionale da cima a fondo. Non conosco il latinorum costituzionale, quindi non entro nel ginepraio dei molteplici rilievi. Ricordo solo quel che dice Cesare Salvi: l’Italicum introduce un Presidenzialismo senza contrappesi, perché prevede l’elezione diretta del premier in un sistema di governo parlamentare. Argomentazione giuridicamente ineccepibile. Ma ha senso far politica a suon di ricorsi?

Il dibattito sull’Italicum appassiona, ahimé, solo i dottori della legge. Se i profani hanno le idee confuse è perché dai giudizi tecnico-giuridici trapela una chiara visione politica. La legge, allora, è buona nelle intenzioni ma è solo scritta in maniera maldestra? Oppure, cavilli a parte, è stata concepita male fin dall’inizio?  Rassegnamoci: nessuno è davvero obiettivo su questa materia delicata. Tutti parliamo per partito preso. Chiunque valuti lo ‘spirito’ di questa legge, è costretto a dare un giudizio sul disegno politico di Renzi. Delle due l’una: o il principio della governabilità è giusto – e allora l’Italicum ha una sua ratio – o è sbagliato – e quindi è logico appigliarsi a ogni sottigliezza che la dottrina suggerisce per contestare questa novità, che si presume foriera di sventure.  

Una legge elettorale è “buona” se garantisce un equilibrio tra governabilità e rappresentanza. Non c’è la soluzione perfetta. Il mio sistema preferito – il proporzionale puro con uno sbarramento al 3-5%  sarebbe sbilanciato sul versante della rappresentanza. Credo che Renzi abbia ragione. Se la sua legge produrrà più stabilità politica, più capacità decisionale, allora ben venga. Chi proviene dall’esperienza socialista sa che la democrazia o è governante o non è. Rivendico il mio diritto all’eresia: l’Italicum non sarà la legge elettorale migliore al mondo, ma non è neppure la peggiore: è comunque un sistema proporzionale, pur tarato sulla governabilità; tutela i partiti piccoli (la soglia di sbarramento è ragionevolissima: il 3%) e le minoranze linguistiche; prevede le quote rosa; la soglia per ottenere il premio di maggioranza non è così bassa: è il 40%. (ben più del 35-37% ipotizzato inizialmente). È vero: 100 capilista sono scelti dalle segreterie dei partiti. Ma tutti gli altri deputati vengono eletti con le preferenze. Mi pare un compromesso dignitoso. L’Italicum sancisce la prassi dei deputati nominati dall’alto. Ma lo fa alla luce del sole, e pone un limite preciso. Quanti deputati negli ultimi vent’anni sono stati candidati perché così avevano voluto gli italiani?  L’unico dubbio riguarda il ballottaggio: poniamo che il PD prenda il 30% dei voti e vada alla resa dei conti con una Forza Italia attestata al 25%. Se non tornassero tutti a votare, avremmo un partito eletto con poco più di un terzo degli elettori. Non è uno scenario da salti di gioia. Ma dov’è lo scandalo? In Gran Bretagna – uno dei paesi più liberali e  democratici al mondo – c’è un sistema criticatissimo, ma che nessuno si sogna di cambiare, basato sui collegi uninominali (first past the post). Ebbene, nel 2005 Blair vinse con il 35% dei voti ottenuti su base nazionale; con tale percentuale il partito laburista ottenne il 55% dei seggi – lo stesso premio previsto dall’Italicum. Nel 2012 Hollande al primo turno delle legislative prese addirittura il 29% dei voti. Morale: se vogliamo un bipartismo “governante”, c’è un prezzo da pagare. Se preferiamo che si governi con il 51% dei voti reali, allora avremo coalizioni traballanti. Ovvero delle ammucchiate (ricordate il Prodi II? Oltre 100 tra ministri e sottosegretari, in rappresentanza di 10 partiti; il governo cadde dopo solo due anni, per volontà dell’UDEUR).

È legittimo criticare – Costituzione alla mano – l’Italicum. Ma la si può definire una legge anti-democratica, che snaturerà la nostra vita politica? Mi stupisce che anche Cesare Salvi parli di “deriva autoritaria.” Anti-costituzionale e anti-democratico non sono la stessa cosa. Le accuse strampalate germogliano con rapidità impressionante: Renzi sarebbe un prepotente, un dittatore sotto mentite spoglie. Tornano in mente le vignette di Forattini che ritraevano un Craxi in stivaloni neri e piglio ducesco (e oggi, guardacaso, a Craxi si rimprovera di non avere condotto in porto la Grande Riforma...). Riemerge la pulsione irrefrenabile della sinistra italiana: la paura del rigurgito autoritario, del ritorno di fiamma del fascismo. Se era legittimo, anzi doveroso, stare in guardia fino agli anni settanta, quando il tintinnar di sciabole non era una finzione, oggi evocare fantasmi autoritari è ridicolo: l’Italia è profondamente e irreversibilmente democratica. Sfido chiunque a dimostrare, fatti alla mano, il contrario. La retorica dell’Uomo Nero fa parte di una propaganda politica ormai datata. Per vent’anni il partito dell’indignazione permanente ha denunciato l’autoritarismo berlusconiano. Ma i governi di Berlusconi, che pure si reggevano su maggioranze “bulgare”, sono stati i più inconcludenti della storia repubblicana. La Rivoluzione Liberale, annunciata con il rullio dei tamburi, è rimasta un miraggio. Ragion di più per elogiare la governabilità, il decisionismo. I tempi dell’assemblearismo (ben altra cosa è il rispetto per il Parlamento), della lentocrazia, dei veti incrociati, dei franchi tiratori, è finito. Anche in Italia chi vince deve poter governare; solo così restituiremo lo scettro al popolo.  

Provo un grande rispetto per i giuristi e gli intellettuali che dissentono: il dubbio è il sale della vita democratica. Ma la minoranza dem è ipocrita, non è credibile. Se questa legge si preannuncia così liberticida, perché non ci fate tornare alle urne? Basta sfiduciare il governo. Semplice, no? Ci troviamo nel teatro dell’assurdo: un leader, Renzi, eletto alla segreteria del PD con un metodo iper democratico, accusato di volere una legge anti-democratica; a contestarlo, una pattuglia di ex esponenti del PD-PDS che reclamano una legge iper democratica pur avendo fatto carriera con metodi poco democratici: quanti dirigenti della sinistra sono stati cooptati dall’alto? La deriva autoritaria, cari compagni, si manifesta anzitutto sub specie aeternitatis – come inamovibilità delle élites. Ecco perché la Gran Bretagna è un Paese intimamente democratico: Ed Miliband si è dimesso il giorno stesso in cui ha perso le elezioni; e non giocherà mai più un ruolo di primo piano nel partito laburista. Così è stato per Gordon Brown prima di lui e per tutti gli altri. Dove erano le Vestali della Costituzione tradita quando i leader della sinistra si davano il cambio nel valzer delle poltrone, e rimanevano sulla cresta dell’onda anche dopo tremende batoste elettorali? Da noi i politici sono attaccati al potere come cozze agli scogli. È difficile accettare lezioni di democrazia da chi ha monopolizzato il principale partito della sinistra (PDS, DS, PD) per vent’anni, e non ha mai voluto una legge che ne disciplinasse in senso democratico la vita interna (guai a legarsi le mani da soli!). Che senso proporre una legge elettorale che più democratica non si può quando i partiti stessi non sono democratici (solo il PD ha un leader scelto con le primarie)?   

Il sintomo della nostra malattia è l’astensionismo, l’indifferenza. Cos’è peggio, un Italicum in cui votano due terzi degli aventi diritto o un proporzionale puro in cui vota meno della metà degli elettori? Nessun sistema elettorale convincerà un popolo deluso e ammaliato dall’anti-politica a recarsi alle urne en masse. Nutro dubbi sulle virtù salvifiche di una legge elettorale. L’Italicum ci può semplicemente assicurare la governabilità, la stabilità. Il che non è poco: in democrazia è sempre meglio una decisione sbagliata che una non decisione; il procrastinare fra mille mediazioni porterà a una morte certa per asfissia. Il nostro problema non è solo la corruzione dilagante, è anche il teatrino della politica inconcludente, lo spettacolo dei politici che promettono mari e monti e poi non fanno nulla. Oggi l’opposizione è un’armata Brancaleone in cui ognuno dà sulla voce dell’altro: c’è una Lega battagliera ed estremista, una Forza Italia rediviva ma anemica e senza bussola, un movimento 5 stelle di “duri e puri” che ha scelto l’indignazione permanente. Ma quello che mi preoccupa di più sono i milioni di italiani che, schifati, se ne stanno a guardare alla finestra. Altro che spauracchio dell’Uomo Nero.

Posted on May 19, 2015 and filed under Post in italiano.

Esultare o riflettere?

Sono contento per i risultati delle europee. Un risultato diverso sarebbe stato un disastro per l’Italia e, in parte, per l’Europa. Ma non sono al settimo cielo. In attesa di analisi e dati più precisi (qual è la composizione sociale dell’elettorato del PD rispetto a quella del del Movimento 5 Stelle?), sottolinerei alcuni punti. (1) Il PD ha stravinto. Ha prevalso la ragionevolezza: Renzi aveva alla sua destra un Berlusconi imbolsito, una macchietta impresentabile; e alla sua sinistra un Grillo imbufalito che ha passato il segno. (2) Con il tracollo delle ideologie (e, ahimè, delle culture politiche), la personalità del leader è il fattore decisivo nelle contese elettorali. Renzi ha un appeal straordinario (non parlerei di carisma), e incanta in primis l’elettore moderato. (3) Si conferma una legge classica della politica democratica: le elezioni le vince chi conquista il centro. Il quale diviene ancor più decisivo quando le ali estreme gridano slogan mortiferi e lanciano invettive. Sia nel centro-sinistra che nel centro-destra c’è uno zoccolo duro. Ma l’anima centrista è mobile, fluida, in entrambi gli schieramenti. È così nei Paesi liberal-democratici moderni, quando il bipolarismo funziona. Quindi è sbagliato dire che Renzi ha pescato a piene mani nel bacino della destra “pura” (rappresentato dai Fratelli d’Italia e dalla Lega Nord). (4) Non è vero che il PD ha tradito gli ideali di sinistra. Dire che il PD è una riedizione della DC è una baggianata (faccio autocritica: lo pensavo anch’io). Anche avvicinandosi al centro, il PD mantiene una venatura rossa. Il PD occupa lo spazio politico della sinistra riformista. Che lo occupi maldestramente è un altro discorso. Renzi è un centrista – come del resto lo era Blair – al timone di un partito di centro-sinistra. Ha imposto al PD l’adesione al socialismo europeo. Una scelta di campo inequivocabile. I democristiani e i conservatori vanno a sedersi sui banchi del partito popolare, non su quelli del partito socialista. (5) La sinistra delusa dalla torsione centrista di Renzi ha preso una batosta, ma non è spappolata. Ora si aprono due scenari: o si dà vita a una formazione di ispirazione socialista a sinistra del PD, che collabori con quest’ultimo nel governo del Paese (e si collochi quindi nell’alveo del riformismo), o si entra in massa nel PD, cercando di spostarne il baricentro a sinistra. (6) in ogni caso, la sinistra ha un futuro solo se torna alle sue radici: la sua stella polare dev’essere il primo articolo della Costituzione – l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Va ridata dignità al lavoro, offeso e umiliato da questa crisi maledetta e da politiche di austerità demenziali (“lacrime e sangue” per salvare l’establishment!). Il partito socialista – primo partito politico in Italia e incubatore di tutte le esperienze della sinistra italiana – nacque come partito dei lavoratori. Ci vogliono politiche intelligenti che creino ricchezza “sostenibile” e la distribuiscano equamente. Non produzione fine a sé stessa, ma in nome di un modello di sviluppo diverso, in cui l’uomo – il lavoratore – sia fine e non mezzo. (7) È falso dire che il voto al PD è conservatore. Il PD esprime un desiderio di cambiamento. Anche se deve fare i conti con qualche forza di conservazione al suo interno. Cosa produrrà questa alchimia, lo vedremo. E il voto al Movimento 5 Stelle non è progressivo, benché in buona parte provenga dalla sinistra, quella che non scende a compromessi. Il suo programma, infatti, è populistico e velleitario. (8) Grillo ha intercettato una volontà – confusa, ma legittima – di trasformazione radicale dello status quo. Ha dato voce a un popolo senza rappresentanza. Non ha saputo incanalarne i bisogni e le aspirazioni verso obiettivi concreti (uscire dall’euro sarebbe una follia). Il fatto che abbia fallito, però, non significa che sia saggio emarginare i milioni di elettori che hanno creduto in lui. Mi pare che il PD rappresenti soprattutto il ceto medio che predilige le soluzioni ragionevoli. Il Movimento 5 Stelle invece raccoglie la frustrazione e la rabbia di chi è escluso, dei disoccupati, dei giovani senza speranze. Strati sociali che dovrebbero formare l’ossatura di un partito di sinistra. (9) La rapidità è il segno dei nostri tempi: i partiti nascono e muoiono nel volgere di una stagione; anche i partiti più radicati (come il PD) possono balzare in avanti o tracollare (nella Prima Repubblica ci volevano anni per guadagnare o perdere qualche punto percentuale...). Attenzione, allora: ogni vittoria elettorale può essere un fuoco di paglia.

Conclusione: non c’è motivo di esultare. Il PD si attesta, sì, sul 40%. Una percentuale da capogiro. Ma quant’è, tradotta in voti? Poco più di 11 milioni. Sommati a quelli della lista Tsipras, saliamo a circa 12 milioni. Un centro-sinistra fiacco e anemico, che avrebbe bisogno di una bella iniezione di globuli rossi. L’Ulivo di Prodi alle politiche del 2006 fu sommerso da oltre 19 milioni di voti. Dove sono finiti i 7 milioni in meno? Lo so: è improprio confrontare le europee con le politiche. Ma anche quelli del PD lo stanno facendo, all’inverso però: gongolando, proiettano questo 40% sulle prossime politiche. Fatto sta che il 25 maggio ha votato solo il 58,68% degli aventi diritto, quasi 29 milioni di italiani. Hanno disertato le urne 4 elettori su 10 – all’incirca 18 milioni di nostri concittadini. Se aggiungiamo il milione e mezzo di schede bianche o nulle in queste europee, arriviamo a quasi 20 milioni di italiani senza volto e senza voce. Il fatto che l’astensionismo sia stato più forte negli altri Paesi dell’U.E. non è motivo di vanto per noi.

Un partito democratico – di nome e di fatto – non può ignorare questo sfregio alla democrazia. Meditate, cari piddini. Capisco l’ebbrezza della vittoria. Ma tra qualche giorno dovrete ammainare le bandiere e riporre i tamburi. Qui c’è da rimboccarsi le maniche sul serio.

Photo by Gian Maria Turi

(Contributo fotografico di Gian Maria Turi)

Posted on May 29, 2014 and filed under Post in italiano.

Gli indifferenti

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C’è molta confusione sotto il cielo d’Italia. Le analogie tra Renzi e Berlusconi non aiutano a chiarirci le idee. Forse si riduce tutto ad affinità estemporanee sul piano della comunicazione: la politica è, essenzialmente, il messaggio; e l’immagine/la forma sovrasta tutto. Il sentiero, qui, si biforca: o Renzi ha adottato una tattica per vincere, e allora ben vengano le analogie (che, in tal caso, sarebbero più superficiali di quanto non appaiano), oppure il trionfo della politica come marketing è un segno dei nostri tempi (se è così, dobbiamo rassegnarci). Come che sia, occorre schierarsi.

La democrazia italiana sta attraversando un momento difficilissimo. In un mondo perfetto, avremmo un partito social-democratico -- o, meglio, liberal-socialista -- che guida la battaglia contro le destre e i populismi. Ma il mondo, ahimè, è imperfetto. Che fare, allora? Astenersi perché il PD ci delude? Questo non lo prendo neppure in considerazione. Votare per le estreme? Impossibile. Non c’è alternativa a Renzi. Non ripeto l’invito di Montanelli a turarsi il naso: il PD, pur con le sue contraddizioni, occupa lo spazio della sinistra riformista (la politica ragionata, intesa come mediazione e compromesso). Non potrà mai essere l’araldo dell’anti-politica, o della politica urlata dei ‘puri e duri’ (ovvero la politica concepita come ricerca dell’assoluto o della perfezione).

 

Ragionando meglio: nel mercato politico ci sono vistose differenze tra le aziende in competizione, gli agenti di commercio che le rappresentano, e i prodotti in vendita. Il PD e FI (ex PDL) non sono gemelli siamesi né dal punto di vista dell’organizzazione (il PD ha una vita democratica interna; FI no), né da quello degli ideali professati: progressisti in un caso; conservatori nell’altro. Casomai, un socialista può lamentarsi per il fatto che le distanze tra sinistra e destra si sono accorciate, almeno per quanto riguarda le politiche economiche.

Berlusconi è proprietario del suo partito. La somiglianza, qui, è solo con Di Pietro e Grillo. In questo caso l’atto notarile, momento fondativo di una organizzazione politica, sancisce la morte della politica democratica: il padre-padrone esige il potere assoluto sulla propria creatura – ecco che la denominazione del partito è un logo (non più un simbolo) politico, ed equivale a un marchio commerciale protetto dal copyright. Nessuno può esautorare Berlusconi: sarebbe come cacciarlo da casa sua; Renzi è stato eletto democraticamente, con primarie aperte, e non c’è bisogno di espropriargli un partito, il PD, che non è intestato a lui. Berlusconi, inoltre, è un rimasuglio dell’antipolitica (l’imprenditore prestato alla politica, ricordate?); Renzi invece è un politico puro, e si vanta d’esserlo. Insomma: Renzi crede nel primato della politica. Il che, di questi tempi, non è poco.

La filosofia politica di Berlusconi è regressiva e illiberale: se decidesse di democratizzare il suo partito, dovrebbe snaturarlo (state tranquilli: la polis democratica non corre alcun rischio: anche il PCI era organizzato gerarchicamente/burocraticamente). Renzi, invece, incarna l’ethos della rivoluzione democratica. Certo, ci sono segnali di involuzione nel PD: il primo è il modo in cui si è formato questo Governo; il secondo ha a che fare con le candidature per le europee. L’apparato, che è refrattario al cambiamento, ha accusato il colpo dell’elezione di Renzi. Ora punta i piedi e batte cassa: molti gli apparatchick in lizza. Insomma: il PD di strada ne deve percorrere. Ciò non toglie che Renzi abbia imboccato la direzione giusta. Le rivoluzioni, anche quelle pacifiche, procedono così: a singhiozzo. Si dovrà continuare la battaglia democratica, affinché anche i parlamentari siano scelti con primarie regolate per legge. In sintesi: nel campo riformista s’è accesa più di una scintilla democratica. E, in ogni caso, la posta in gioco è troppo alta: se Renzi perde, vince Grillo, il campione dell’antipolitica. Ragion di più per votare PD alle europee.

Ho cambiato opinione su Renzi. C’è un fatto nuovo, di grande importanza: il PD ha aderito al PSE. Fra i socialisti, c’è chi se ne cruccia. E non capisco perché (non l’avevamo sempre chiesto noi, a gran voce?). Fatto sta che la nebbia dell’ambiguità s’è dissolta. Ora c’è una scelta chiara dinanzi a noi: o con le forze anti-europeiste, populiste, demagogiche (le ali estreme, a destra come a sinistra); oppure con un partito che mira a rafforzare il socialismo europeo. In questo scenario, sarebbe da folli astenersi. Mai come in questo momento le divisioni a sinistra avrebbero esiti drammatici; è quindi imperativo compattare il fronte riformista. I dubbi rimangono: e che diamine, siamo in democrazia! A tempo debito, faremo valere le ragioni del socialismo italiano. Ma intanto non disperdiamo il nostro voto.

 

Mentre meditavo così, i custodi del tempio democratico di “Libertà e giustizia” hanno partorito un manifesto-scomunica. Tra gli estensori e i firmatari vi sono intellettuali di vaglia, i quali — in altre occasioni – hanno detto anche cose giuste o ragionevoli. Lo spirito critico è il sale della democrazia liberale. È sacrosanto che si discuta e che si contesti. Purché lo si faccia con onestà intellettuale: stiamo discettando dei massimi sistemi, e non già di fisco e tasse. Ma ora si è passato il segno. Il manifesto-scomunica, un inno all’iperbole, s’intitola: “Verso la svolta autoritaria”. A Renzi, una sorta di Duce redivivo, viene attribuita la torbida intenzione di voler “creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali (sic!)”. C’è di più: il leader del PD avrebbe strappato dalle mani dell’odiato Orco di Arcore “il testimone della svolta autoritaria”. Tra i firmatari figura Beppe Grillo, of all people! Ma non si accorgono gli illuminati intellettuali di Libertà e Giustizia dell’incongruenza? Chi è più liberal-democratico, Renzi o Grillo?

Che le tesi di Renzi siano discutibili, è pacifico. Ma di qui a bollarlo come un dittatore in pectore ce ne corre. A questo punto, è inutile ragionare di ‘democrazia governante’. Né ha senso esaminare un quesito cruciale, ovvero: quali limiti d’azione deve porsi “un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014”?. Di fronte alla scomunica e all’invettiva; di fronte alla supponenza dei giacobini e dei censori della morale politica altrui; di fronte a chi rievoca il mostro del fascismo per l’ennesima volta e a sproposito, io inorridisco. Già Craxi, reo anch’egli di volere un Esecutivo forte – come in Francia, in Gran Bretagna e in Germania – fu accusato d’essere “un pericolo per la democrazia”.

È uscito un Contromanifesto liberale. E io sento il dovere morale di schierarmi: non sopporto gli ignavi e gli indifferenti (Gramsci li odiava addirittura; io preferisco un verbo più mite). Quindi non esito un istante: sottoscrivo il Contromanifesto liberale. Travaglio-Torquemada ironizza sul fatto che fra i firmatari del Contromanifesto vi siano dei craxiani. Da oggi ce n’è uno in più.

Posted on April 9, 2014 and filed under Post in italiano.

La capacità politica e la Repubblica dei filosofi

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Ho criticato a viso aperto il modo in cui è nato il Governo Renzi. Ma per fortuna milito in un partito democratico, non nel Movimento 5 stelle, e quindi non rischio né l’espulsione né la gogna. Detto quel che c’era da dire, ora bisogna augurarsi che Renzi ce la faccia – per il bene della sinistra e, soprattutto, per il bene dell’Italia. Noto invece che le critiche a questo Governo sono come un torrente in piena. Faccio fatica ad abituarmi a un clima da campagna elettorale permanente. Accanto a timori legittimi (es. è saggio che un Governo ambizioso, di “legislatura”, conti press’a poco sul 25% dei voti?), proliferano critiche irrazionali, senza capo né coda. Nei social network, anche quando sono ben frequentati, abbondano gli slogan e le invettive, frutto di un malanimo (più che malessere) diffuso, che sta tracimando ovunque. Questo è il risultato di vent’anni di politica urlata, mai argomentata.

Leggo cose da far rabbrividire. Non mi esprimo sulle accuse di disonestà (mai presunta, sempre data per certa) scagliate contro questo o quel politico. Ormai ci abbiamo fatto il callo: i politici sono tutti in odore di mafia; e dar del ladro, in Italia, non è più una ingiuria: è una iniziazione linguistica all’attività politica. È utile invece riflettere sui commenti apparentemente intelligenti – i più ingannevoli. “Il tal Ministro non è laureato alla Sorbona o a Oxford, o non lo è affatto. Il tal altro non ha il dottorato e neppure una pubblicazione.” È sempre in auge il mito del governo degli onesti e dei competenti.

Chi non desidera politici di specchiata moralità, per giunta colti e poliglotti, che ci facciano fare una bella figura nel mondo? Ma il Parlamento è tutt’altra cosa dal Senato accademico. Chi fa politica, deve maneggiare gli strumenti del suo mestiere. Ci soccorre qui l’intramontabile Don Benedetto, che non le mandava a dire. Il governo degli onesti e dei competenti, diceva, è “l’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli”. Un ideale che denoterà anche nobiltà d’animo e ottime intenzioni in chi lo professa. Ma è pur sempre una “manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica” (Etica e politica, 1931). L’onestà in sé e per sé non è una dote o abilità politica. Altrettanto dicasi per “la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana”. Per citar fino in fondo: è da ingenui pensare che la “politica propriamente detta”, la politica “nel suo senso buono” debba “essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica”.

Gli intellettuali, se hanno una funzione sociale, è proprio quella di sfatare i luoghi comuni. E invece fra loro c’è chi li cavalca. Non possiamo quindi dar la colpa alla scuola che non trasmette più il sapere: le frecce più avvelenate contro i politici (presunti) disonesti e (presunti) incompetenti provengono da chi sui banchi c’è stato a lungo, e si è anche distinto.

Il politico non dev’essere onesto nel senso comune del termine (il tradimento, per dirna una, non è una categoria politica). Don Benedetto ce l’ha insegnato: “l’onestà politica non è altro che la capacità politica”. Ma in cosa consiste questa capacità politica? Nessuno lo sa ex ante. Lo capiremo solo ex post, dalla verifica empirica. La politica è storia in divenire. Per giudicarla, dobbiamo analizzare i fatti. Solo così capiremo se un politico ha la stoffa del leader o dello statista.

Il politico non dev’essere neppure disinteressato. Una critica che va per la maggiore: “Ah, guarda quello: gli hanno offerto una poltrona, e si è convertito al Governo Renzi.” Chiacchiere da bar. Io sono appassionato alla politica. E proprio per questo voglio che il mio politico di riferimento, colui/colei in cui credo, sia ambizioso/a. Giudicherò severamente solo se l’ambizione è fine a se stessa o se non condivido una certa visione politica. L’ambizione, posta al servizio di una causa giusta, è una grande qualità.

Il realismo politico è pragmatico, non procede per formule astratte: che la Repubblica dei filosofi sia un’utopia, lo sappiamo leggendo i libri di storia. A ragion veduta, dunque, il Nostro ridicolizza il gran consesso, composto di onest’uomini e tecnici, “ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio Paese.” Vi entrerebbero d’ufficio “chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta.” E aggiunge infine: “quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale”.

Abbiamo avuto Ministri tecnici con credenziali impeccabili la cui performance è stata a dir poco deludente. Ci piaccia o meno, Umberto Bossi, antitesi di Pico della Mirandola, è stato un politico di razza. E anche se viviamo in un’epoca iper-tecnologica e iper-scolarizzata (almeno per quanto riguarda le élites), che richiede sempre maggiori conoscenze specialistiche da parte di chi govena, la natura della politica, così come la colse Machiavelli, non è cambiata.

Un esempio recente di capacità politica? L’adesione del PD al partito del socialismo europeo è stato un colpo di genio, degno di uno stratega. Renzi, che proviene dal cattolicesimo democratico, ha preso il toro per le corna nel momento giusto, spiazzando tutti. Nessun post-comunista avrebbe osato tanto. Qui l’ambizione (legittima, anzi: doverosa) di Renzi è commisurata a un progetto politico. Non possiamo prevedere gli scenari futuri: tutto è in movimento. Una cosa è certa però: l’ambiguità del PD è stata cancellata; e la credibilità del PD in Europa è accresciuta. La destra ora vacilla, e non ci sono “nemici a sinistra”. Non è un risultato di poco conto.

P.S. Ah, dimenticavo... Antonio Gramsci – lui che la politica la respirava, lui che ci ha regalato quel capolavoro politico-letterario che sono i Quaderni del carcere – non era laureato. E Bettino Craxi, cui ormai tutti riconoscono doti da statista, ripeteva che l’università l’aveva fatta iscrivendosi (e sgobbando) al partito socialista.

Posted on March 6, 2014 and filed under Post in italiano.

Sinistra, se ci sei batti un colpo!

1. La rivoluzione democratica è stata soffocata sul nascere da chi l’aveva innescata: Matteo Renzi ha fatto fuori il Presidente del Consiglio Letta, esponente di spicco del suo stesso partito, per prenderne il posto. Le congiure, in politica, sono all’ordine del giorno. Non mi soffermerei sulla spregiudicatezza dell’atto. Ciò che conta è il senso politico della vicenda: come può l’unico partito democratico di nome e di fatto – l’unico fra quelli grandi, intendo – tollerare un metodo che più antidemocratico di così non si può? Lo scenario è da fantapolitica: Berlusconi, il leader meno democratico in circolazione, perché padre-padrone del suo partito, è stato eletto democraticamente a Palazzo Chigi. Renzi, il leader più democratico – al timone di comando c’è arrivato con le primarie – si impossessa del Governo con un colpo di mano.

Lapidario De Benedetti: “il passaggio è democraticamente ardito. Se farà bene, ci si dimenticherà del passaggio. Se farà male, ci si ricorderà solo di questo. Aspettiamo i risultati.”  Dissento nella maniera più assoluta: il risultato c’è già, ed è pessimo. Ora l’Italia rischia di essere sommersa dalla marea dell’antipolitica. Impeccabile l’analisi di Asor Rosa (“Se il Governo del Paese lo decidono le primarie del PD”, Il Manifesto, 14.2.2014). Renzi ha stravinto le primarie – questo non glielo toglie nessuno. Ma è stato catapultato alla segreteria del PD, non alla guida del Governo nazionale. Chi ambisce a fare il Premier, deve ricevere un chiaro mandato dagli elettori. I cavilli giuridici a favore dell’operazione in corso (che è tecnicamente possibile) sono puntelli posticci. Renzi, con la velocità d’un lampo, ha sconfessato la sua stessa filosofia politica –  “mai come D’Alema nel 1998; mai al governo senza il voto popolare”. E invece sarà il terzo Presidente del Consiglio di fila, dopo Monti e Letta, a non essere stato eletto a quella carica. Un Paese che si sta leccando le ferite causate dalla peggior recessione post-bellica, di tutto aveva bisogno tranne che di questo schiaffo alla democrazia e al buon senso politico. Peraltro ad opera di un partito che esibisce l’aggettivo “democratico” come un fiore all’occhiello. 

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Perché la minoranza nel PD tace? Il silenzio è indizio di complicità. L’unica voce dissenziente è stata quella di Civati, che annuncia una mezza intenzione di coagulare un fronte di sinistra. Se son rose fioriranno. Intanto riflettiamo. Un leader politico privo di una investitura popolare può decidere, dall’oggi al domani, di far cadere un governo e di formarne uno nuovo di zecca. Questo principio Renzi l’ha teorizzato, tra l’altro, nel corso di una riunione in un organo ristretto qual è la direzione del partito. Non è stato convocato un congresso; non sono stati consultati i corpi intermedi del partito: i dirigenti periferici – figuriamoci la base, che assomiglia sempre più al popolo di Facebook. È la logica del mondo finanziario travasata in politica: il PD, azionista di maggioranza del governo, fa il bello e cattivo tempo. E Renzi comanda a bacchetta come l’AD di un’azienda. Solo che qui ci troviamo in una democrazia parlamentare, non a Wall Street. Questo sarà anche un Parlamento di nominati, ma un passaggio in quell’aula “sorda e grigia” è d’obbligo. Letta, Presidente uscente, ha il diritto-dovere di riferire a viso aperto; ci dev’essere un dibattito alla luce del sole; poi il voto di sfiducia. E che i deputati, liberi da ricatti, rispondano solo alla loro coscienza (se ne hanno una). Queste sono le più elementari regole della decenza politica. In una democrazia liberale, le procedure non sono vuoti cerimoniali come l’inchino alla Regina nel Regno Unito. Hanno un valore politico in sé. Ma oggi un leader gradito ai poteri forti, italiani e stranieri, può infischiarsene allegramente: l’imprimature l’ha già ricevuto. Il Parlamento è ormai esautorato – questo è il vero dramma!; del resto già lo era col Governo Monti: il destino dell’Italia viene deciso a tavolino da lobby e consorterie; i rappresentanti del popolo italiano contano come il due di picche quando l’asso è in tavola.

2. Chi invoca precedenti storici parla a vanvera: nella Prima Repubblica i governi veleggiavano ben al di sopra del 50% dei consensi – certificati da regolari elezioni, non già da sondaggi o dai “mi piace” su Facebook. Il PCI, principale partito d’opposizione, tirava in ballo la pregiudiziale nei suoi confronti. Ma non poteva contestare, e infatti non lo fece mai, né la legittimità dei governi, né la democraticità delle elezioni. Anche perché la legge elettorale era iper-democratica: il proporzionale puro. E, guardacaso, una percentuale molto più elevata di italiani andava alle urne. Ugo Intini ci ricorda che Craxi e Forlani, dichiarati dalla stampa “arcisconfitti” nelle elezioni del ’92, avevano ricevuto pur sempre il 43% dei consensi. In termini reali, “ottennero più voti di quanti mai ne abbiano avuti i vincitori delle elezioni in tutta la Seconda Repubblica. Due milioni in più di Berlusconi, dichiarato unanimemente trionfatore nelle elezioni del 2008.” (“Dal bipolarismo alla dittatura di una minoranza”, Avanti!, 21.5.2013). C’è di più: in quel tempo, il Parlamento, checché ne dicesse Berlinguer, non era ostaggio delle segreterie dei partiti: i deputati agivano davvero senza vincolo di mandato (ricordate i franchi tiratori?), in ossequio alla nostra Costituzione.

Il governo Letta (o Renzi) è ben al di sotto del 50% dei consensi, forse è sul 30% – al netto delle astensioni, che sono un quarto dell’elettorato: se conteggiassimo anche quelle, si aggirerebbe intorno al 20%; non a caso la legge elettorale vigente è stata dichiarata incostituzionale: i PD è partito di maggioranza in virtù di un premio di seggi illegittimo. Chiunque governi in questo momento cammina su una lastra di ghiaccio sottilissima. Ma chi rischia di annegare nelle acque gelide sono gli italiani!

3. Chi ha sostenuto il governo delle larghe intese ora si sente gabbato. La logica era incontrovertibile: un governo eccezionale, per fronteggiare una situazione eccezionale (un Parlamento frantumato, una recessione devastante). Dunque: un governo “di scopo”, a tempo determinato, che avrebbe dovuto fare due cose soltanto: (a) tamponare qualche falla, mediante le necessarie riforme bipartisan; (b) riscrivere la legge elettorale. Fatto ciò, bisognava tornare di filato alle urne. Se Letta ha fallito, perché proseguire sulla stessa strada? A Renzi, che non è incline a sottovalutarsi, qualcuno deve pur dire che potrà contare sulla medesima maggioranza risicata e claudicante di Letta. Su questa base si può solo tirare a campare.

Eppure leggo – e rimango allibito – che Renzi propone nientedimeno che un Governo politico a tutto tondo; un Governo di legislatura, che dovebbe durare addirittura fino al 2018! Il rottamatore ha paura delle elezioni. I calcoli sono di piccolo cabotaggio: “Intanto incasso, male che vada nel 2017 o 2018 non verrò rieletto. Ma intanto il Presidente l’avrò fatto. I parlamentari mi seguiranno, docili come cagnolini: garantirò loro la poltrona il più a lungo possibile. Eppoi fiuto il vento di una ripresina: è nell’aria: meglio che mi appropri io dei meriti. Il gioco vale la candela: sono l’unico leader spendibile e la nomenclatura del PD non oserà sfiduciarmi: basta offrire qualche poltrona qua e là e agitare lo spettro della débâcle elettorale: senza di me le déluge. Chi potrà dire che ho sbagliato? La politica oggigiorno è mera immagine, cioè tutto fumo e niente arrosto. Basta giocarsi bene la partita sui media e sui social network”.

Qui il dato psicologico è tutt’uno con quello politico. Intendiamoci: un leader che si rispetti dev’essere ambizioso. Ma nel suo corredo genetico ci devono essere altre qualità: la passione, cioè la dedizione a una causa ideale, e un forte senso di responsabilità (lo diceva il buon Weber). Non vedo tracce di codeste qualità in Renzi. Abbonda invece l’irresponsabilità, unita a un’ambizione sfrenata, fine a se stessa. Renzi sta giocando d’azzardo. Ma alla roulette non punta solo roba sua: ha ipotecato anche i beni di famiglia: se perde la scommessa, il PD è rovinato.

È triste dirlo, ma è così: c’è una totale consonanza tra l’universo politico di Berlusconi e quello di Renzi: l’elezione democratica (nelle elezioni o nelle primarie) equivale a un plebiscito: il leader, su cui aleggia la fiammella dello spirito santo, è legittimato a tirar dritto come un trattore. Al diavolo le mediazioni. Chi critica, discute, interloquisce è, semplicemente, un parolaio che rema contro; è un politicante che vuole solo procrastinare. L’uomo del fare in una settimana porta a casa il risultato che gli altri non hanno ottenuto in un anno di chiacchiere. Che importa se il risultato fa schifo? In politica non esistono fatti nudi e crudi, bensì rappresentazioni. Secondo le teorie postmoderne, viviamo in una gran nebulosa. Quid est veritas? Nessuno lo sa. L’importante, allora, è sapersi vendere: conta molto di più una foto accanto a Obama o a Putin, purché appaia sui giornali e su Internet, che mille dibattiti o articoli di intellettuali rompiballe. La gente, oggi, pretende semplicità e leggerezza! 

Certo, l’offerta politica è diversa: di là matrimoni tradizionali; di qua la legge sulle unioni civili, per esempio. Cambia la merce – ops, volevo dire il brand – ma la logica aziendale e di marketing è sempre quella: la politica è un ipermercato; vende di più (cioè vince) non chi ha la merce migliore, ma chi sa piazzarla meglio. Tutti i prodotti di qualità (= destra e sinistra) ormai si equivalgono. L’importante è non confondersi con le sottomarche. Via con gli effetti speciali, allora! Questa è la grande lezione che Berlusconi ha appreso dal mondo della pubblicità.

Prevedo due scenari: un astensionismo da far paura o il trionfo di Grillo. A meno che Civati, o qualcun altro, non ci faccia sognare. Sinistra, se ci sei batti un colpo!

Posted on February 20, 2014 and filed under Post in italiano.