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La carica dei liberali immaginari contro Papa Francesco

Leggendo una intervista a Marcello Pera, “Il Vangelo non c’entra, il Papa fa politica” (Il Mattino, 9 luglio 2017), mi è tornato in mente il brillante saggio di Vittoria Ronchey, Figlioli miei, marxisti immaginari. Sarebbe utile scriverne uno imperniato sui nostri padri, liberali immaginari. Fra questi, c’è il nostro ex Presidente del Senato, sedicente cattolico liberale. Uno degli aspetti della cultura politica italiana che mi ha sempre incuriosito è l’uso disinvolto dei termini e delle sigle ideologiche, trattate alla stregua di etichette D.O.C.G., “jolly” apponibili a qualunque bottiglia. Credo che la schizofrenia tra teoria e prassi faccia parte del nostro corredo genetico (pensate al mito propagato da Veltroni e da Scalfari secondo cui l’arci-comunista Enrico Berlinguer era un social-democratico libertario sotto mentite spoglie).

Il bersaglio di Pera è Papa Francesco, reo di aver tradito l’Occidente cristiano. In sintesi: l’attuale Vicario di Cristo avrebbe ridotto il cristianesimo a una melassa socialisteggiante. I suoi sproloqui politically correct sarebbero “al di fuori di ogni comprensione razionale.” Come si può propugnare l’accoglienza indiscriminata dei rifugiati e dei migranti in Europa? Ma si contraddice subito, il nostro zelante critico delle degenerazioni del pensiero progressista. No, pardon, il disegno, dietro le parole in libertà di Bergoglio, c’è, ed è chiaro come il sole: sta complottando ai nostri danni: “detesta l’Occidente, aspira a distruggerlo e fa di tutto per raggiungere questo fine” (sic!). E’ un capo d’imputazione che lascia allibiti, attoniti. Ma Pera insiste: l’invasione degli stranieri, propiziata da questo Papa sovversivo, “ci sommergerà e metterà in crisi i nostri costumi.”

La tolleranza e l’apertura al pensiero altrui sono debolezze dei relativisti, perbacco! Figuriamoci, poi, dove ci conduce l’intellettualismo della sinistra: in un baratro… Ecco cosa dice un filosofo davvero liberale, con venature socialiste, Norberto Bobbio: “cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità”. Lascio al lettore decidere se il Pera-pensiero rientra in questo concetto di cultura.

Aspettate, ora viene il bello. La predicazione di Cristo non avrebbe nulla a che spartire con le esternazioni intemperanti di questo Papa pauperista. “Così come non ci sono motivazioni razionali, non ci sono nemmeno motivazioni evangeliche che spieghino quel che il papa dice.” Eh no, quale edizione dei Vangeli noi sciocchi abbiamo letto, certamente non quella autorizzata, in bella mostra nella libreria di Pera. Io, liberal-socialista e agnostico (con qualche rigurgito anti-clericale) dissento nella maniera più assoluta, e con cognizione di causa. Non posso parlare a nome della Chiesa cattolica: non sono credente. Mi limito a osservare che chiunque abbia una sia pur elementare familiarità con la predicazione del Cristo, non può che rimanere basito: le motivazioni evangeliche di Bergoglio sono grandi come una casa. Qui sinistra e destra non c’entrano un bel niente, la questione è scientifica: cosa dicono i Vangeli sulla carità? Mi sono riletto la Parabola del Buon Samaritano – la capirebbe anche un bambino alle elementari. Un dottore della legge chiede a Gesù cosa significhi amare il prossimo come se stessi, massima morale che assicura la vita eterna a chi la applichi. E Gesù risponde, appunto, con la parabola. Né il sacerdote né il levita, vedendo l’uomo aggredito e ferito dai briganti, abbandonato in mezzo alla strada, si fermano per aiutarlo. Il Samaritano invece ne ha compassione e si prende cura di lui. Si può non condividere il messaggio caritatevole di Cristo, ma una cosa è indubbia: il Vangelo, almeno qui, parla chiarissimo. Non c’è una sola parola, in questo testo brevissimo, che suggerisca limitazioni, impedimenti oggettivi o soggettivi alla solidarietà (il viandante può davvero permettersi di soccorrere l’aggredito, ne ha i mezzi? C’è forse una calata di rifugiati giudei, nazareni o gerosolomitani in corso?). Nulla può circoscrivere la legittimità dell’aiuto, non ci sono né criteri né priorità. (Ci sono poveri che meriterebbero di più? La vittima è ricca o povera? Da quale città proviene?). C’è una persona bisognosa, in evidente difficoltà. Bisogna assisterla, punto e basta. La carità è assoluta, totale, incondizionata. Ecco perché Gesù sceglie, come figura esemplare, un Samaritano: un eretico, un individuo in odore di paganesimo, secondo i giudei del tempo. Costui sceglie di aiutare un suo nemico giurato, un giudeo bisognoso. Invece il sacerdote e il levita, ortodossi, credenti, timorati di Dio, ignorano un loro stesso correligionario. Ecco l’ipocrisia – che non ha né tempo né luogo – di coloro che si professano credenti e poi rinnegano la carità. Peccato che questa parabola non compaia nell’edizione dei Vangeli in possesso di Pera: sono certo che, leggendola, ne trarrebbe giovamento.

Sia chiaro: la parabola del buon Samaritano, nel governo della Polis democratica, è inapplicabile alla lettera. Non puoi spogliarti di tutto ciò che hai per gli altri: se ti impoverisci, se distruggi la tua stessa economia, alla fine della fiera non potrai aiutare nessuno. La politica – lo sappiamo da quando un signorotto geniale di nome Machiavelli scrisse il suo trattato – ha le sue leggi, le sue logiche. Ma se la carità non è un programma politico, e di certo non può esserlo, è tuttavia un bene che aleggi su di noi come un imperativo categorico. Ovvio – non lo si ripeterà mai abbastanza – che l’indignazione morale è una cosa, e la politica secolare è un’altra. Se il cristianesimo pretende l’impossibile, la politica riformista, l’arte del compromesso, ricerca l’esatto opposto, ovvero il possibile. Solo un politico folle non tiene conto dell’egoismo umano, degli interessi materiali; solo un politico inetto non stabilisce criteri di priorità nella redistribuzione o assegnazione delle risorse disponibili, che non sono mai infinite. Certo, i socialisti bravi e coraggiosi mica si accontentano di tirare a campare o del piccolo cabotaggio: ‘volano alto’, lottano contro le ingiustizie, piccole e grandi. Sono, insomma, in prima linea. Questo proprio perché hanno ben presente quell’imperativo categorico. La fine dell’utopia non significa che non si debba immaginare un mondo migliore. Se i governi dei Paesi ricchi avessero aderito ai principi dell’Internazionale socialista e non ci fossero state, in questi ultimi dieci anni, né guerre né speculazioni finanziarie spregiudicate, ora non avremmo orde di disperati che premono ai nostri confini (l’innominabile Bettino Craxi lo ha detto tante volte, inascoltato).

A me pare chiarissimo che l’azione pastorale di Papa Francesco è politica solo in senso lato – proprio come politiche (ma non propagandistiche) sono Guernica di Pablo Picasso e la Fattoria degli animali di George Orwell. Papa Francesco non sta fondando un partito: lancia però messaggi morali che non possono cadere nel vuoto. E’ responsabilità di chi governa trovare soluzioni pratiche. Non sta scritto da nessuna parte che un politico di sinistra debba sostenere la politica “confini aperti” (in questo Renzi ha ragione, ed è stato travisato di proposito): occorre gestire l’immigrazione con saggezza e senso della misura. L’unica soluzione è nell’equilibrio fra politica dell’accoglienza e rilancio della cooperazione allo sviluppo: che si creino maggiori opportunità in Africa e in Medio Oriente e non correremo più il pericolo della scorreria, dell’incursione straniera.

Ma queste cose sensate, un papa mica può dirle: se non è un idealista, un sognatore, che razza di guida spirituale sarebbe? Deve pretendere da noi l’impossibile, altrimenti ci accontenteremmo del nulla. Ve lo immaginate un papa che, ai grandi della terra riuniti al G20, dicesse: bene, bravi, è giusto limitare i flussi migratori con pali e paletti? Che effetto avrebbe questo sano realismo? Siamo sinceri: quello di indurire il nostro cuore, respingeremmo ancora più rifugiati. La denuncia di Papa Francesco è profondamente evangelica: mira a scuotere le nostre coscienze: l’accoglienza indiscriminata non è forse l’insegnamento racchiuso nella parabola?

Gesù si rivolgeva agli ultimi, ai derelitti, agli abbandonati, agli esclusi, agli emarginati, ai poveri. Il cristianesimo, in nuce, è radicalmente sovversivo, dà scandalo ai benpensanti. Ecco perché i conservatori, che sempre hanno cercato di addomesticarne o soffocarne l’anima rivoluzionaria, inorridiscono quando si staglia sull’orizzonte un leader cristiano che ci sferza con parole severe, intransigenti. In molti sono terrorizzati per la temuta invasione barbarica dal Sud del mondo e bisogna capirli, certo; ma perché costoro non si indignano per le guerre assurde, per i mercanti di morte che si arricchiscono col commercio delle armi, per i disoccupati in depressione o suicidi, per gli anziani costretti a rovistare nei cassonetti dell’immondizia? Perché non si scandalizzano quando apprendono che il Mediterraneo, anche quest’anno, ha inghiottito centinaia, forse migliaia, di aspiranti rifugiati, uomini, donne, bambini senza nome né identità? Un papa dovrebbe forse tacere di fronte a tutto ciò, e magari pontificare di teologia con filosofi e intellettuali sorseggiando un bel Martini?

No, non è vero che Bergoglio “riflette tutti i pregiudizi del sudamericano verso l’America del Nord, verso il mercato, le libertà, il capitalismo.” A rigor di logica: un pregiudizio precede l’esperienza, anzi la ignora volutamente: è simile al dogma. Quelli di Papa Francesco sono post-giudizi: valutazioni empiriche, fattuali. E’ vero, o non è vero, che l’ultima crisi finanziaria ha gettato milioni di persone sul lastrico, mentre i ricchi si arricchiscono sempre di più? E’ vero, o non è vero, che tantissimi americani non godono dell’assicurazione sanitaria? E’ vero, o non è vero, che il mercatismo è divenuto una sorta di totem, e l’egoismo più sfrenato una virtù? Bergoglio, insomma, fa il suo mestiere: è la politica democratica che è debole oggi, e quindi presta il fianco alle incursioni degli outsider.
 

C’è un punto su cui Marcello Pera ha assolutamente ragione. Qui dimostra un acume fuori del comune: Papa Francesco è il continuatore della rivoluzione modernista avviata dal primo papa laico, Giovanni XXIII. Le sue parole hanno fatto esplodere “in tutta la sua radicalità rivoluzionaria e sovvertitrice il Concilio Vaticano II”. Sì, è proprio così. La vera posta in gioco, oggi, è l’eredità del Concilio. Dimmi con chi ti schieri, e ti dirò chi sei. Io, senza esitare un istante, scelgo il modernismo di Giovanni XXIII e di Francesco I. L’impianto ideale del Concilio, che ha rinnovato e quindi salvato la Chiesa, è compatibilissimo con la filosofia laica e libertaria della sinistra odierna. Giovanni XXIII ha piantato il seme della libertà in quella che era una tradizione illiberale. L’impulso egalitario, quello, c’è sempre stato, ma veniva nascosto, offuscato dai dottori della legge (il cristianesimo sociale è strettamente imparentato con il riformismo socialista).

Pera invece sceglie la conservazione o, meglio, la reazione: le idee del Concilio, a suo dire, “portano al suicidio la Chiesa cattolica… Si dimentica che il Concilio precedette temporalmente la rivoluzione studentesca, quella sessuale, quella dei costumi e dei modi di vivere. La anticipò e, in qualche modo, la provocò”. E via con l’elogio dei “due grandissimi papi”, Woytila e Ratzinger, che hanno tentato di frenare il processo rivoluzionario avviato negli anni Sessanta del secolo scorso.

Qui casca l’asino: eccole le credenziali di un certo tipo di liberale all’italiana: anziché salutare il Concilio Vaticano II come un evento epocale della modernità, Pera è contrario al pieno dispiegarsi della libertà. Intendiamoci: il dibattito politico-culturale ha bisogno dei tradizionalisti. Ogni libertario autentico ama e cerca il confronto con chi dissente da lui, non vuole certo l’appiattimento, la desertificazione, il pensiero unico. Che Pera però abbia il coraggio di dire: “ebbene sì, sono un cattolico conservatore, un tradizionalista”. Ne ha tutto il diritto. Ma non si appropri indebitamente di una delle parole più significative – e più nobili – del lessico politico: liberale non vuol dire tutto e il contrario di tutto. 

Posted on July 17, 2017 and filed under Post in italiano.

Perché Papa Francesco ha ragione (sulle cose essenziali)

Dire che tutte le religioni predicano la pace è a dir poco azzardato. L’affermazione però calma le teste calde ed ha quindi una sua utilità politica. Sul piano scientifico ci sarebbe molto da eccepire.  Chiunque abbia una qualche familiarità con i testi canonici dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam, sa che vi troverà appigli a sufficienza per scatenare una campagna di “pulizia etnica” contro gli infedeli o gli eretici di turno. La verità è che l’ascia di guerra l’hanno sotterrata solo le religiose secolarizzate, quelle che hanno rinunciato all’utopia della città sacra e alla violenza sopraffattrice.

Si può dissentire su alcune cose che Papa Francesco dice sull’islam. Ma qui, più che le dispute accademiche, ci preme la politica – quella “buona, giusta, pulita”.  E su due punti essenzialmente politici Papa Francesco ha ragione: (1) la lotta al fondamentalismo islamico non va trasformata in una guerra all’islam in quanto tale – ciò sarebbe sbagliato e autolesionistico. (2) La Chiesa cattolica deve continuare a battere il sentiero del dialogo interreligioso, interloquendo con chi ci sta: e cioè con i cosiddetti musulmani moderati.

Questo pontefice, che piace tanto alla sinistra e da’ invece l’orticaria alla destra xenofoba e ai cattolici reazionari, non si è inventato nulla: la sua azione pastorale è in linea con lo spirito e la dottrina del Concilio Vaticano II. Coloro – e non sono pochi – che vorrebbero un papa con gli occhi torvi e la bava alla bocca, un papa che brandisce la croce in una mano e la spada nell’altra, un crociato redivivo insomma, o sono ignoranti o fanno i furbi. La Chiesa cattolica non può più scatenare né crociate né caccie alle streghe Per farlo, dovrebbe sconfessare quella che è forse la più straordinaria dichiarazione della cattolicità moderna, quel frutto maturo e dolcissimo del Concilio che si chiama Nostra Aetate (1965). Lì si ribadisce che il Cristo “è via, verità e vita”. E tuttavia – qui sta il nucleo rivoluzionario – “la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo” nell’ebraismo, nell’islam, nell’induismo e nel buddismo. Benché tali religioni differiscano dal cristianesimo, esse “non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” Questo è un relativismo all’acqua di rose, per così dire: non inficia la verità del cristianesimo. Eppure è un gesto di rottura epocale: annunzia la fine di quel fideismo totalizzante che ha permeato la nostra tradizione religiosa per oltre un millennio. Senza la Nostra Aetate – firmata da Paolo VI ma ispirata da Giovanni XXIII, il primo papa laico dell’evo moderno, – il dialogo interreligioso sarebbe inconcepibile, un’eresia inammissibile. Come puoi tendere la mano a un ebreo, a un musulmano, a un buddista, a un induista, se pensi che solo tu, cristiano, possiedi la verità, e che quindi solo tu, cristiano, salverai la tua anima, ricongiungendoti alla tua morte all’unico Dio, che è il tuo? Come puoi esserci pace in terra, se sei convinto della tua superiorità, e rivendichi il sacrosanto diritto/dovere di imporre il tuo credo ai recalcitranti, ai dissenzienti e agli infedeli? 

Non lo si ripeterà mai abbastanza: è saggio e giusto riconoscere nella fede altrui una scintilla di verità. Questa posizione teologica, peraltro, è in piena sintonia con la civiltà liberale. E’ germogliata grazie alla semina dei laici, degli illuministi, a cui dobbiamo due importantissime idee politico-filosofiche: la verità nasce dal conflitto pacifico fra opinioni contrastanti; le nazioni libere e civili incoraggiano la coesistenza di fedi diverse. Il dialogo interreligioso è la via maestra da imboccare e percorrere fino in fondo. Che quella via sia irta di buche, ostacoli e trappole è ovvio: ognuno, in cuor suo, è convinto di adorare il dio vero. Non illudiamoci, dunque: i fedeli di religioni diverse tendono a essere in competizione fra loro. Anche il credente più aperto mentalmente deve compiere uno sforzo enorme per aprirsi all’altro, al diverso da sé. E spesso fallisce: anche se tu tendi la mano c’è dall’altra parte chi si rifiuta di stringertela. Il conflitto più duro avviene nelle coscienze, quando ci si confronta col dettato – severo, categorico – dei testi sacri. Ma c’è una battaglia più lacerante, è quella pubblica che si manifesta in comunità divise e confuse dall’offensiva fondamentalista. E’ qui che dobbiamo intervenire. C’è una lotta di egemonie fra chi è favorevole al dialogo, a un multiculturalismo ragionevole, e chi agogna lo scontro aperto, rifiutando ogni forma di diversità. I fondamentalisti islamici hanno alleati in Occidente: sono i reazionari disgustati dal Concilio Vaticano II. Per questa genia anche una goccia di relativismo è veleno iniettato nel corpo della Chiesa. Sanno che nervi scoperti toccare, questi duri e puri che bollano come traditori di Cristo e dell’intera civiltà occidentale chiunque non abbia il fucile puntato contro l’islam.  La loro parola d’ordine è brutalmente semplice: in nome del concetto di responsabilità collettiva, rendiamo ai musulmani pan per focaccia. Nessun dialogo, nessuna apertura, nessuna stretta di mano: sono tutti potenziali terroristi.

Fra i sostenitori di questa teoria vendicativa di esemplare raffinatezza, spicca l’incorruttibile Magdi Cristiano Allam, convertitosi qualche anno fa al cattolicesimo (la cerimonia fu officiata in pompa magna da Benedetto XVI). Non c’è rimasto molto, in seno a Santa Romana Chiesa. Dopo pochi anni l’ha abbandonata con lo stesso strepitio emesso quando vi è entrato a gamba tesa. Non mi pronuncio sulla sincerità delle conversioni: la fede appartiene alla sfera la più intima dell’animo umano. Nessuno ha il diritto di scandagliare l’altrui coscienza, per pescare nel torbido. Certo è che Magdi Allam sulla sua conversione pubblica ha costruito una fortunata carriera giornalistica e politica. E’ altrettanto certo che la sua fede aveva i piedi di argilla:  è bastato che un papa mite ed ecumenico, Papa Francesco, varcasse il soglio pontificio, perché  lui, il neoconvertito, scalpitasse per andarsene altrove, a respirare aria più pura e rinvigorente. In una lettera pubblicata sul Giornale il 25 marzo 2013 (“Perché me ne vado da questa Chiesa debole con l’islam”), il baldanzoso ex guerriero di Cristo  spiega le sue ragioni. Allam era stato folgorato da Benedetto XVI, alias Ratzinger. Questo Papa, ai suoi occhi, aveva le credenziali giuste: conservatore di prim’ordine ed ex Sant’ Uffizio, esordì denunciando la “dittatura del relativismo” in Occidente, cioè il demoniaco politeismo dei valori della civiltà moderna. Ma Ratzinger non si è fatto paladino di una restaurazione autoritaria che rinverdisse i fasti della Santa Inquisizione. Di qui la cocente delusione. Ora Allam capisce che la Chiesa cattolica “è fisiologicamente relativista”. Prova di ciò sta nel fatto che legittima l’islam “come vera religione”, mentre questa sarebbe in realtà null’altro che “un’ideologia intrinsecamente violenta”. La Chiesa, assurdamente, riconosce a Maometto lo status di “vero profeta” e considera il Corano “un testo sacro”. E invece dovrebbe metterlo “al bando”, il testo che racchiude la rivelazione islamica, condannando al tempo stesso la sharia “quale crimine contro l’umanità’”. Allam è furibondo. L’apertura all’islam – “una follia suicida” – indusse il mitico Giovanni Paolo II a baciare il Corano il 14 maggio 1999,  e il suo beniamino Benedetto XVI a porre la mano su quel testo sacro, “pregando in direzione della Mecca all’interno della Moschea Blu di Istanbul il 30 novembre 2006”. Chi l’ha fatta più grossa è Papa Francesco, il più molle e relativista. L’attuale pontefice ha addirittura esaltato coloro che dovremmo considerare nostri nemici, i musulmani “che adorano il Dio unico, vivente e misericordioso”.

Parole insensate in libertà: né Woytila, né Ratzinger, né Bergoglio hanno mostrato arrendevolezza verso l’islam. Sono, semplicemente, i figli coerenti della Chiesa post-conciliare, che ha abbandonato la folle pretesa di abbracciare, da sola, l’universo mondo delle verità morali e di fede. I conservatori Woytila e Ratzinger hanno tentato di smussare gli spigoli della rivoluzione modernista. Più di così non potevano fare. Non avrebbero potuto neppure depotenziarla, quella rivoluzione. Una volta affermato il principio che c’è un pulviscolo di verità nell’islam, o  rinneghi quanto detto dai tuoi predecessori, creando una frattura nella cattolicità, oppure dovrai un giorno baciare il Corano ed entrare da fratello nella Moschea Blu di Istanbul. Da questo punto di vista, il senso del celebre discorso (12 settembre 2016) di Ratzinger a Regensburg (Ratisbona) –  “Fede, ragione e università” – è stato equivocato: la critica all’islam ivi contenuta, la si condivida o meno, non collide con lo spirito dialogante inaugurato dal Concilio Vaticano, spirito che viene infatti riaffermato quando si sottolinea la necessità “di un vero dialogo delle culture e delle religioni”. Un linguaggio, questo, che è difficile categorizzare come intollerante. Dialogo significa confronto, dissenso rispettoso ma franco, non rinuncia alle proprie opinioni.

 Allo stesso modo, le parole concilianti di Papa Francesco sono prese proprio dall’innovativa dichiarazione Nostra Aetate: “la Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini.” Il testo, che tutti i cattolici dovrebbero conoscere, continua così:  i musulmani “cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione.”

Non tragga in inganno il linguaggio laico dei diritti umani che trapela dalla lettera di Allam (“pari dignità fra uomo e donna, libertà religiosa”). E’ tutta una messinscena per accalappiare qualche illuminista, o presunto tale, e trascinarlo sul piede di guerra. Non c’è nulla di più distante dall’illuminismo che fomentare una guerra santa, di religione. Non c’è nulla di più alieno a Voltaire del rifiuto categorico del relativismo che avrebbe infettato la Chiesa cattolica.

Quella lettera è il manifesto di chi desidera lo scontro di civiltà. Il sogno di Allam – un incubo per noi laici – è resuscitare la religione guerriera dei nostri Avi. Una religione ruvida e arcaica che sapeva come parare i colpi dell’avversario, e ancor meglio come restituirli con violenza moltiplicata. Un sogno impossibile, come ho già osservato, ma che ha il vantaggio di far guadagnar a chi lo evoca una folla di seguaci. Basta pescare negli ambienti in cui pullulano gli intolleranti, gli esaltati e i biliosi pronti a menar le mani. Folle illusione quella di chi vuol mettere indietro le lancette dell’orologio e tornare come se nulla fosse al Sillabo di Pio IX (1864). Di solito associamo questo documento alla condanna del liberalismo e dello Stato secolare. Esso formula anche un rifiuto esplicito del dialogo interreligioso, che si basa sulla perversa idea liberal-modernista per cui tutte le religioni si equivalgono. Giacché una sola è quella giusta, e garantisce la salvezza dell’anima: la fede cristiana. Coerentemente con tale assunto, il Sillabo condanna chiunque neghi il dogma “extra ecclesiam nulla salus”. Un dogma, questo, ribadito con forza dal Catechismo di Pio X (1905): “no, fuori della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana nessuno può salvarsi, come niuno poté  salvarsi dal diluvio fuori dell’Arca di Noè”.

Leggendo queste parole si capisce la forza dirompente del Concilio Vaticano II, evento cardine del cattolicesimo (non del cristianesimo tout court: il seme libertario lo aveva già piantato la Riforma protestante). Giovanni XXIII ha spinto la Chiesa catolica a riconciliarsi con la civiltà moderna e ad abbracciare i principi della democrazia e del liberalismo che essa stessa aveva demonizzato fino a pochi decenni prima. Così il ‘papa buono’ ha disinnescato la bomba jihadista cristiana. Cari xenofobi e falsi laici, non siamo noi cristiani che dobbiamo scimmiottare le frange più estreme dell’islamismo politico; è piuttosto l’islam tradizionalista che deve seguire l’esempio civile e saggio del Concilio Vaticano II.

I seminatori di zizzania e i fomentatori di odio religioso non hanno speranze. La violenza fanatica che, per stupido e insensato contrappasso, vorrebbero scagliare in faccia all’islam, è figlia di un padre che si chiama verità assoluta.  Questo padre – non già il tal o tal altro versetto o passo evangelico – è la radice del male, la fonte di tanta violenza disumana nel corso della storia. La presunzione di possedere l’unica, incontrovertibile verità giustifica la missione di imporla ai recalcitranti manu militari. Di qui i numerosi massacri compiuti in nome della religione dell’amore. E’ illuminante quello che scrive Amoz Oz nel romanzo Giuda: “il mondo è storto e bacato e pieno di sofferenze, ma chiunque venga a redimerlo provoca quasi subito fiumi di sangue.” E’ proprio l’amore ipertrofico “per il genere umano”, un tipo di amore condito di fanatismo e zelo missionario, ad avere “un sapore antico di fiumi di sangue”.

Senza il parricidio compiuto da Giovanni XXIII, Woytila non avrebbe potuto baciare il Corano, né apostrofare gli ebrei “nostri fratelli maggiori” (prima del Concilio, erano “perfidi giudei” per la cui conversione occorreva pregare). E lo stesso vale per i pontefici che l’hanno succeduto. Allam, rassegnati: tu e i tuoi compagni di cordata siete orfani di un padre che non tornerà più in vita. La jihad cristiana è stata uccisa dalla modernità illuministica, e le esequie le ha officiate nei lontani anni Sessanta del secolo scorso quella figura straordinaria di Pontefice che risponde al nome di Angelo Giuseppe Roncalli. 

 

 

Posted on August 18, 2016 and filed under Post in italiano.

Attacco al cristianesimo nel cuore dell’Occidente

Papa Francesco ha celebrato Giovedì Santo il rito della ‘lavanda dei piedi’ in un Centro di accoglienza per immigrati, vicino a Roma. Salvini coglie la palla al balzo e comincia a ringhiare come un mastino. Scocca le sue frecce avvelenate in maniera subdola: rivolge al capo della Chiesa cattolica (e a tutti noi) domande dalle quali traspare disprezzo per gli immigrati, per gli stranieri, per i diversi. Quelli di fronte a cui il Papa si è inginocchiato umilmente e a cui ha lavato i piedi “sono davvero profughi o sono clandestini”?  C’è una aggravante: gli ospiti del Centro di accoglienza sono in gran parte musulmani. Allora ecco, giù il carico da novanta: “Siamo sicuri che siano tutte persone rispettose e innamorate della pace?”. Un tempo i diversi da ghettizzare o discriminare o perseguitare erano gli ebrei, oggi sono i musulmani (a destra va di moda il filo-semitismo: non conviene mettersi contro Israele e gli USA).

Queste domande sono insensate per un cristiano. Non occorre essere raffinati teologi per sapere che a Gesù non importava assolutamente nulla della nazionalità, della razza o della religione di chi ha bisogno e va soccorso. Chi ti compare di fronte in quel dato momento è “il prossimo tuo”, che dovresti amare “come te stesso”. Basterebbe la parabola del Buon Samaritano a dirimere ogni controversia. ll Papa ha agito in conformità allo spirito evangelico. Chiunque abbia una pur minima familiarità coi Vangeli, non può dar torto a un leader religioso che, seguendo l’esempio di Cristo, lava i piedi degli ultimi, dei diseredati. Salvini è riuscito nel suo intento, che è quello di avvelenare i pozzi. Ha ispirato una sequela di interventi deliranti su facebook: “l’ultimo affronto del Papa: lava i piedi agli islamici.” “Perché il Papa omaggia i clandestini?” “Gesù aveva dato ben altro esempio: lui lavò i piedi dei suoi discepoli, che amava, mica quelli dei suoi nemici, che volevano crocifiggerlo”.  

Eppure il Papa, con il rito della lavanda dei piedi, non sollecita una specifica politica verso l’immigrazione. Scuote semplicemente la nostra coscienza. Lascia tutti – i governanti, i politici e la gente comune – liberi di decidere quale sia la strada migliore da percorrere. Un politico cristiano potrebbe optare per l’accoglienza; un altro per la cooperazione allo sviluppo nel Paese dell’immigrato. La Chiesa, insomma, non vuole dettar legge. Colgo qui un barlume di laicità: spetta ai governi risolvere i problemi sociali ed economici.

 L’azione di Papa Francesco dunque è essenzialmente morale. È l’intervento a gamba tesa di Salvini che la trasforma in una dichiarazione politica: immigrati regolari e profughi, forse sì, meritano le nostre briciole (subito dopo gli italiani DOC, beninteso). Clandestini e musulmani, no. Così un gesto umile, di carità, che sarebbe passato quasi inosservato, acquista enorme visibilità. Ma perché Salvini insiste a trasformare Papa Francesco in una figura eminentemente politica? Sento dire spesso ‘questo è un Papa politico’. Forse Papa Francesco si intromette nelle vicende terrene più dei suoi predecessori? No, non è così. Ogni pontefice, ciascuno a modo suo, si è occupato di questioni terrene. E’ inevitabile. Significa, allora, che Papa Francesco è ‘di sinistra’? No, non è così, anche se la sua voce ha un inequivocabile timbro socialista. La percezione di politicità deriva dal fatto che Papa Francesco ha posto al centro della sua predicazione una legge morale, la Caritas, che ha un respiro amplissimo: ci obbliga a trattare l’uomo come fine e non come mezzo.  

Innumerevoli sono i modi in cui si può agire secondo coscienza e giustizia. Quindi i cristiani, in politica, possono essere in disaccordo su un’infinità di questioni. C’è un punto però che li accomuna: se sei cristiano non puoi rimanere indifferente di fronte alle forme più gravi di ingiustizia e di sofferenza, quelle che rifiutano il principio cardine della tradizione giudaica e cristiana: l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Puoi anche essere contrario all’immigrazione di massa, ma non puoi non porti una domanda: perché milioni di poveracci bussano alla nostra porta? Questa semplice domanda irrita gli xenofobi: presuppone che gli immigrati/profughi/clandestini siano innocenti e indica la necessità di una soluzione equa e ragionevole a quello che è un problema reale, lo squilibrio tra Nord e Sud del mondo.  

In altri termini: la Caritas è un imperativo etico che ha evidenti ricadute politiche, sgradite agli xenofobi e gradite invece ai socialisti. Ce le ha purché sia saldamente al centro del pensiero e dell’opera dei cristiani. Questo è il grumo sovversivo, rivoluzionario nel cristianesimo. Basta solo farlo risalire in superfice. Ben lo sapevano i primi polemisti socialisti, che saccheggiavano i Vangeli in funzione anti-sistema (è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli…) E ben lo sanno gli studiosi dell’antichità: la diffusione del cristianesimo nell’Impero romano minò le basi ideologiche del sistema schiavistico.

Ma le ricadute politiche le ha anche il concetto di verità assoluta, da imporre manu militari ai recalcitranti. E il cristianesimo, per gran parte della sua storia, è stato anche questo: zelo missionario, anelito alla teocrazia. Qui il sovrapporsi di politica e morale è deleterio. I nostri antenati erano convinti che ci fosse una superiore moralità nella politica guerriera e guerrafondaia di ispirazione religiosa: le crociate producevano morti (quelli giusti: i pagani e gli infedeli) ma al tempo stesso restituivano il Santo Sepolcro alla cristianità. Non si può dire dunque che il cristianesimo predichi un pacifismo assoluto, suicida. Coloro che esaltano le radici cristiane dell’Europa non sanno nulla della sostanza spirituale, teologica e politica del cristianesimo, il quale non mi risulta abbia sconfessato la dottrina del bellum iustum, o guerra giusta, teorizzata da Agostino d’Ippona e Tommaso D’Aquino. La guerra difensiva, per la Chiesa, non è affatto in contrasto con l’etica del perdono. Ed è sacrosanto che sia così. Anzi, per secoli, è stata teorizzata e messa in pratica anche la guerra aggressiva, che è invece molto problematica. Feuerbach (L’essenza del cristianesimo) spiega come lo spirito jihadista cristiano (cos’erano le crociate, se non guerre contro gli infedeli?) possa tranquillamente coesistere con l’amore per il prossimo. Basta distinguere fra il “diritto pubblico cristiano” che regola le relazioni fra gli stati e i popoli, e “il diritto privato cristiano”, confinato ai rapporti fra le persone. Il diritto pubblico è la dimensione politica del cristianesimo, e stabilisce il dovere di conversione e/o di guerra all’infedele; il diritto privato è il regno dell’azione morale, quello che prescrive di porgere l’altra guancia. Il precetto evangelico di amare i propri nemici, quindi, “riguarda solo i nemici personali, non i nemici pubblici, i nemici di Dio, i nemici della fede, gli infedeli.” Ecco spiegato l’apparente paradosso per cui la religione dell’amore e dal perdono è giunta a fomentare l’odio e la persecuzione, costruendo la contrapposizione amico-nemico così apparentemente anticristiana.

L’era della pace, si pensava, arriverà solo quando il mondo sarà cristianizzato integralmente. Solo allora l’etica cristiana, ormai universale, avrà reso superfluo il dovere politico-morale della crociata. In un mondo omologato non ci sono più infedeli da combattere o da convertire. Una concezione, questa, che è pressoché identica a quella musulmana, per cui il dar al-Islam, il mondo islamico (detto anche dar al-salam o casa della pace), si contrappone al dar al-harb, i territori di guerra abitati degli infedeli. E infatti per secoli il cristianesimo è stato belligerante né più e né meno dell’islam.

La storia dell’Occidente ha smentito questa profezia di concordia fondata sull’unanimismo cristiano. E’ vero che, per dirla con Feuerbach, il cristianesimo non ha più bisogno di brandire la spada perché il diritto privato ha soppiantato il diritto pubblico. Ma questo mutamento paradigmatico è avvenuto per motivi opposti a quelli che avevano in mente gli integralisti: non è la teocrazia che ha trionfato, bensì la città secolare. Le Chiese cristiane hanno cassato il concetto di verità assoluta, con ciò che di violento ne consegue: le guerre di religione. I protestanti ci sono arrivati secoli prima dei cattolici. Ma ciò che conta è che gli uni e gli altri, oggi, siano sulla stessa lunghezza d’onda, importa cioè che abbiano lo stesso atteggiamento positivo verso il pluralismo. Ecco perché nessuna autorità cristiana si sognerebbe di bandire una crociata, e la stessa dottrina del bellum iustum viene invocata solo in casi eccezionali. In breve: i cristiani sono stati costretti a capitolare di fronte alla secolarizzazione avviata dall’illuminismo e portata a compimento dai movimenti liberal-socialisti e democratici del Ventesimo secolo.

 Il cristianesimo del 21esimo secolo, insomma, è radicalmente altro da quella religione dualistica che Feuerbach ha compreso così genialmente. Per secoli la legge dell’amore e del perdono ha convissuto con lo spirito guerriero, del martire religioso. Ora non più. Questo cambiamento epocale ha precise conseguenze. L’etica cristiana ora può mescolarsi e interagire con la politica senza far danni. La Caritas, non più offuscata da propositi bellicosi, è tornata a splendere. Questo stato di cose genera reazioni politiche. È naturale che la Caritas sia occasione di scandalo per i seminatori di zizzania e di odio. I teorici della guerra permanente contro i musulmani non possono che avere il perdono, l’amore, l’accoglienza ‘a gran dispitto’: si tratta di sentimenti che infiacchiscono l’animo del guerriero. Gli attacchi contro il Papa – ne seguiranno altri, statene pur certi – vanno letti come il frutto di una delusione cocente. La Chiesa non ci difende più, perché si rifiuta di contrattaccare il nemico. Salvini e i suoi seguaci sono gli orfani della morte di quel Dio combattivo che i nostri antenati hanno conosciuto fin troppo bene. Non hanno capito che il cristianesimo ha subito una metamorfosi definitiva. O forse l’hanno capito, e non riescono ad accettarlo. Questi signori, che pure pretendono chiese e crocefissi ovunque in funzione anti-islamica, non sono anticristiani in senso assoluto. Sono piuttosto ostili alla Chiesa di Papa Francesco, che appare loro come una entità flaccida e timorosa (Ricordate? Erano bastate poche parole di Ratzinger, interpretate come una aggressione all’islam, per riattizzare la speranza di un papa crociato). Ce l’hanno, insomma, con questo cristianesimo mite e pacifico, che ha sepolto per sempre l’ascia di guerra. Il cristianesimo della spada era una valvola di sfogo per gli istinti ferini, di vendetta.

Oggi il cristianesimo occidentale è pura Caritas.  Questo è lo scandalo insopportabile per gli xenofobi, alleati dei fondamentalisti nel soffiare sul fuoco dell’odio interreligioso e interetnico. A questo punto è chiaro il motivo per cui Salvini ha voluto trasformare il rito della lavanda dei piedi in una provocazione politica. Ai suoi occhi, la Caritas senza spada è un affronto.  Ragiona come i fondamentalisti islamici che disprezza. Vorrebbe, in cuor suo, resuscitare il cristianesimo focoso e belligerante. Desidera cioè – è la stessa agenda dei teo-con – che lo scontro Occidente-Islam diventi, essenzialmente, religioso. Nel senso di uno scontro tra religioni identiche, gemelle dal punto di vista dell’intransigenza. In questo, le intemperanze degli xenofobi sono funzionali a quelle degli estremisti islamici, i quali desiderano una reazione scomposta da parte nostra, ma che sia simmetrica alla loro. Dovremmo parlare il loro stesso linguaggio primitivo, pre-illuministico. Dovremmo odiarli con lo stesso fervore religioso con cui loro odiano noi. Ma oggi, in Occidente, è possibile – fortunatamente – solo una politica laica.

C’è un altro punto importante. La svolta modernista del cristianesimo ha messo gli xenofobi con le spalle al muro. Li ha privati del loro ultimo e più prezioso alleato: la religione.  La Santa Inquisizione, secoli fa, ci andava giù pesante con gli eretici e con chi abbandonava la fede cristiana. Ma questa fase l’abbiamo superata da molti anni. Il cristianesimo contemporaneo ha finalmente accettato la libertà religiosa. Ha quindi riconosciuto quello che è un pilastro della civiltà occidentale: il diritto all’eresia (Luciano Pellicani, “Il diritto all’eresia, sconosciuto all’Islam, allontana il dialogo con l’Occidente”, Il Foglio, 19-3-2016). E’ per questo che le chiese cristiane, oggi, puntano sul confronto e sul dialogo interreligioso, idee insopportabili sia per i fondamentalisti che per gli xenofobi. Certo, ha ragione Pellicani nel dire che c’è il rischio di avviare un dialogo tra sordi. Da un lato c’è una religione sostanzialmente modernista, dall’altro una religione che, almeno in parte, stenta a fare i conti con la modernità. L’assimetria è evidente sul tema della conversione: quella all’islam è accettata, mentre in alcuni Paesi musulmani c’è ancora il reato di apostasia, crimine equivalente all’eversione a mano armata.

Nondimeno, la strada in Occidente è stata tracciata e va percorsa fino in fondo. E’ la via maestra aperta dal poeta e teologo libertario John Milton nel Seicento: riconoscere nella libertà di coscienza il fondamento del nostro vivere civile. E’ la via del Concilio Vaticano II, che porta diritto alla città laica e secolare, alla società aperta e pluralistica. Anche l’islam può imboccarla. Ma gli xenofobi, anziché battersi per un islam riformato, volgono lo sguardo sognante al cattolicesimo pre-conciliare, quello che emanava encicliche di condanna del mondo moderno simili a certe fatwe medievaleggianti. Ciò conferma che l’estrema destra ha cambiato il pelo ma non il vizio: l’ostilità per Papa Francesco è un residuo del suo livore contro la modernità. Le sue radici culturali sono nel classico Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola (1934), secondo cui il progresso è in realtà regresso perché ha dissolto la tradizione sacra e immutabile. Secondo Evola, la civiltà occidentale come la conosciamo oggi – la civiltà laica dei diritti e delle libertà – è materalistica, edonista, deviante e decadente.

Per secoli la cristianità ha consentito la doppiezza: l’umile e povero San Francesco conviveva con il simoniaco e corrotto Papa Bonifacio VIII. I credenti non si trovavano nudi di fronte al cuore più ostico del messaggio evangelico. Fino a quando i papi scatevanano guerre o le giustificavano o si alleavano con i principi e i re contro il popolo che soffriva o governavano essi stessi in maniera oppressiva; finché rifiutavano lo Stato laico e la liberal-democrazia, allora sì che si poteva avere un atteggiamento ambivalente. La Caritas era talmente ottenebrata dalla commistione con sordidi interessi temporali che anche i violenti e i sopraffatori potevano dirsi cristiani. Tantissimi fascisti e nazisti erano credenti praticanti. Non pensavano di essere incoerenti. Chi, all’interno della Chiesa cattolica, avrebbe potuto puntare il dito contro gli ipocriti? Oggi non è più così. Due sanguinose guerre mondiali e il tentato genocidio del popolo ebraico hanno scosso la coscienza dell’uomo occidentale. Oggi la celebre frase di Cristo – chi non è con me è contro di me – ha assunto una nuova pregnanza. E l’estrema destra xenofoba ha scelto di schierarsi contro.

Il fondamentalismo islamico non si sconfigge resuscitando il cristianesimo cruento, pre-illuministico. Lo si può eliminare in un solo modo: con le armi della ragione, laicamente. L’odio è la peggior strategia di difesa per le liberal-democrazie. Se i fondamentalisti uccidono e spargono il terrore, spetta ai governi difenderci imbracciando il fucile. Ma la guerra non è solo militare, è anche – forse soprattutto – politica ed economica. Per riprendere un fortunato slogan di Blair, dobbiamo essere durissimi con il crimine e con le cause del crimine.

E non scordiamoci che la battaglia più importante contro il fanatismo si combatte in ambito spirituale e culturale. Ecco perché’ vogliamo che i religiosi modernisti siano in prima fila. Devono aiutarci a far cambiare la testa a chi rifiuta la modernità. Noi laici critichiamo le religioni se sono intolleranti e prepotenti. Quando diventano un inno all’umanesimo, preferiamo averle alleate ed amiche. Ecco perché oggi non possiamo non schierarci con la Chiesa dialogante e caritatevole di Papa Francesco. L’estrema destra xenofoba invece ripudia il cuore pulsante del cristianesimo contemporaneo: la Caritas. Ovvero la perla rimastaci dopo che abbiamo bonificato la nostra cultura da quel grumo limaccioso che era il nostro fanatismo.

Madonna del Credito by GM Turi

Madonna del Credito by GM Turi

Posted on April 23, 2016 and filed under Post in italiano.