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Ius soli: gli errori della sinistra

Ammettiamolo: la nuova legge sulla cittadinanza nota come Ius soli è impopolare. Perché? Semplice: gli italiani sono male informati. Ma c’è dell’altro: gli italiani hanno paura dell’immigrazione a getto continuo. Questa ha contribuito al senso di spaesamento generato dalla globalizzazione galoppante. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che i sondaggi di qualche anno davano un esito diametralmente opposto: gli italiani erano per lo più favorevoli a concedere la cittadinanza, senza troppi paletti. Cos’è cambiato in così poco tempo? Gli sbarchi sulle nostre coste, i problemi di integrazione degli stranieri – alcuni reali, altri enfatizzati dalla grancassa dei mass media – ci hanno resi più vulnerabili, più insicuri.

Il cosmopolitismo un tempo era l’ideale di élite illuminate; oggi è visto da molti come una facciata dietro cui agirebbe la longa manus di potenze occulte, sovranazionali. Un disegno omologante, dettato da sordidi interessi, mira a snaturare la nostra identità nazionale. Di qui alla condanna del meticciato il passo è breve. E infatti i nostri connazionali più paranoici già la vedono – o, meglio, la evocano essi stessi – quella nube minacciosa all’orizzonte. La tempesta in arrivo è l’invasione dei neo barbari, che distruggeranno la nostra civiltà. Come i vandali e gli unni, per intenderci. Difficile non farsi condizionare dallo spirito dei tempi: l’islamofobia (i musulmani, ovvero il cavallo di Troia di una religione violenta, geneticamente prevaricatrice e oscurantista). Da più parti si sento lo stesso coro: gli stranieri sono troppo diversi da noi, non ce la faranno mai a diventare italiani. Saremo noi a dover cambiar, ci sottometteranno.

La paura, sentimento irrazionale, è pericolosa: suscita reazioni di autodifesa che degenerano facilmente in vampate di aggressività. È un conduttore di energia negativa. Lo è soprattutto in tempi di crisi, quando la gente pretende il capro espiatorio su cui scaricare le colpe delle proprie magagne. La paura, insomma, fa davvero novanta, e sfruttarla procura un bel guadagno. Illuso il politico che, in queste congiunture, pensa di far incetta di voti mediante discorsi pacati e raziocinanti. Purtroppo alle sue spalle spunta il demagogo-piromane di turno, che soffia sulla prima scintilla sperando di accendere un fuoco. L’obiettivo delle destre xenofobe è antico quanto il mondo: scatenare una guerra fra poveri. Italiani da una parte, stranieri dall’altra. Così si distoglie l’attenzione dai veri responsabili delle crisi: gli speculatori, i mercanti di armi, i finanziatori delle guerre, le multinazionali che sfruttano le risorse nei paesi in via di sviluppo, in combutta con le classi dirigenti locali corrotte fino al midollo.

La sinistra – cui sono affezionato, ma che spesso mi fa imbestialire – ha sottovalutato questo contesto agitato da torbide passionalità.  E quindi ha commesso due errori clamorosi, che hanno avuto effetti deleteri sulla causa sacrosanta dello Ius soli. Anzitutto: in un momento di trapasso e di stravolgimenti epocali come quello attuale, è da folli presentarsi – sul tema dell’immigrazione – come il partito dei Buon Samaritani, per giunta intolleranti verso i dissenzienti. La sinistra vive di idealità, non può fare a meno di una visione morale; ma guai se si rivela incapace di governare società complesse. I problemi vanno studiati e risolti, concretamente. Se si scindono i due momenti, quello idealistico e quello pragmatico, la destra avrà gioco facile nello sparare a zero. La politica intesa come mera testimonianza di valori è il pane quotidiano di chi sceglie l’opposizione permanente.

Incuranti di ciò, vari politici e intellettuali della sinistra hanno rincorso l’Utopia come bambini a caccia di farfalle, riguadagnandosi l’antica nomea di idealisti “acchiappa nuvole” e di “buonisti” scriteriati. C’è una aggravante. Una mutazione genetica – così dice la destra – avrebbe trasformato gli idealisti di un tempo in “radical-chic cosmopoliti”. La nuova sinistra ha a cuore le sorti di una sola categoria di derelitti: gli stranieri, i diversi. I fascioleghisti invece, loro sì che ci tengono agli italiani poveri e disoccupati! Uno dei pochi dirigenti politici di sinistra ad aver capito l’andazzo è il Ministro degli Interni. Compresi i rischi dell’inazione (percepita, non reale: il Governo di cui fa parte ha gestito bene l’emergenza immigrati-rifugiati), Minniti ha agito con tempismo e concretezza. Gli è bastato poco per rintuzzare la propaganda martellante della destra xenofoba. Ma ecco che è ricomparsa la Sinistra Pura, quella dei buoni sentimenti, che ha preso a bacchettarlo come la Chiesa faceva con gli eretici. L’accoglienza dev’essere assoluta e incondizionata! Chi esce da questa linea è, ovviamente, un furbo o un traditore che strizza l’occhio alla destra.

La sinistra, autolesionista per vocazione, ama farsi trascinare con voluttà in campagne ideologiche dai toni supponenti. Inevitabile l’ennesima polarizzazione tossica: da un lato la fazione antifascista che esprime la cultura nobile della solidarietà, baluardo contro i razzisti mascherati; dall’altro il partito dei veri italiani e dei patrioti, che vigila sui connazionali colpevoli di alto tradimento per aver spalancato le porte agli invasori e ai profanatori della cristianità. Nessun dissenso, nessun dubbio è lecito. Né da una parte della barricata, né dall’altra. E, soprattutto, nessuna posizione intermedia. Così è prevalsa l’emotività. Ne hanno approfittato gli xenofobi per creare allarmismi e confusione. I nostri concittadini a quel punto hanno mescolato tutto: l’integrazione dei figli degli stranieri già “stanziali” in Italia da anni, i problemi della nuova immigrazione (i migranti economici), l’accoglienza momentanea dei profughi in fuga da guerre e dittature. Risultato: pochissimi hanno discusso pacatamente, e con cognizione di causa, il contenuto della legge sullo Ius soli.

Il secondo errore è dovuto alla superficialità: la comunicazione è stata disastrosa. Ius soli è espressione ingannevole: presta il fianco a strumentalizzazioni. E così infatti è stato: ho assistito (o partecipato) a varie discussioni surreali, anche sui social-media, in cui i miei interlocutori, accalorati, davano per scontato che il diritto di cittadinanza per il neonato straniero scatterà al suo primo vagito in Italia. Se fosse così si tratterebbe di uno Ius soli puro, che è quello vigente negli USA: là si acquista la cittadinanza automaticamente, alla nascita nel territorio nazionale. La proposta di legge è piuttosto uno Ius soli “temperato”, in quanto circoscritto da regole ben precise. Lo straniero nato (e tuttora residente) in Italia può diventare nostro concittadino solo se ha almeno un genitore che (a) abbia diritto a risiedere permanentemente (questo per i cittadini comunitari) o (b) sia provvisto del permesso di soggiorno di lungo periodo (per gli extra-comunitari). La seconda tipologia è quella che preoccupa molti: riguarda lo straniero o il diverso per eccellenza.  Il punto è che per ottenere l’agognato permesso di lunga durata bisogna avere i seguenti requisiti: un reddito minimo; un alloggio dignitoso; una certa conoscenza della lingua italiana. Sono esclusi i criminali o chi mette in pericolo l’ordine pubblico – contrariamente a quanto sostiene la propaganda della destra xenofoba. Ne consegue che né i rifugiati né gli irregolari – né tantomeno i loro figli – sarebbero in alcun modo i beneficiari della nuova legge sullo Ius soli. In ogni caso la nostra cittadinanza si acquisterebbe solo dopo aver vissuto in Italia per cinque anni consecutivi

Il legislatore, tra l’altro, ha previsto anche una tipologia originale di “diritto alla cittadinanza” denominata Ius culturae: riguarda gli stranieri nati o immigrati in Italia entro l’età di dodici anni, purché abbiamo completato, nel nostro sistema di istruzione, un periodo formativo di almeno cinque anni. I vari cicli o corsi professionali vanno frequentati regolarmente, e le elementari bisogna finirle. Altrimenti non si matura alcun diritto. Lo Ius culturae agevolerebbe, anche a livello simbolico, l’integrazione di migliaia di bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, che giocano con i nostri figli e che parlano già con un’inflessione dialettale la nostra lingua! Fatto sta che la paura di una sanatoria generalizzata – basata su inesistenti automatismi – ha preso il sopravvento. Forse una legge chiamata Ius culturae anziché Ius soli avrebbe assottigliato i ranghi dei suoi potenziali avversari. Ma nessuno ha pensato a questo escamotage linguistico che avrebbe spostato il focus sul processo culturale di integrazione degli immigrati e dei loro figli.  Figuriamoci, poi, se qualcuno, a sinistra, ha ragionato sulle strategie comunicative più efficaci. Eppure la comunicazione, oggi, è il centro nevralgico della politica. Non mi pare che gli italiani abbiano capito alcuni paradossi dello Ius sanguinis, che è il sistema vigente ora: un adulto nato e cresciuto all’estero che abbia almeno un nonno italiano diventa cittadino della nostra Repubblica più facilmente rispetto a un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri. Eppure quell’adulto – spesso un “oriundo” – tende ad avere un legame culturale più debole con l’Italia (a meno che non parli italiano correntemente); mentre quel ragazzo tende a identificarsi più con la sua patria di adozione che non con quella, ormai distante, dei suoi genitori (oppure acquista una doppia identità). Intendiamoci: gli italiani all’estero sono una grande risorsa per noi: il mero possesso della cittadinanza italiana rinsalda un rapporto affettivo di antica data con la terra da cui loro o i loro genitori/nonni sono emigrati. Qui si tratta soltanto di far uscire dal limbo i neo-italiani, di origine straniera, che il rapporto affettivo con il Bel Paese lo costruiscono giorno per giorno.

Non lo si ripeterà mai abbastanza: nell’era della rivoluzione tecnologica, chi imposta male la comunicazione si getta in braccia al nemico col sorriso sulle labbra, come i polacchi che caricavano con la sciabola sguainata i panzer tedeschi. Eroi votati alla sconfitta. Si sapeva o no che gli italiani sono allergici alla lettura e agli approfondimenti? Si sapeva o no che solo nei vecchi partiti i cittadini approfondivano e discutevano le proposte di leggi? Si sapeva o no che sono scomparsi quei veri e propri mediatori culturali che erano i funzionari di partito e i sindacalisti? Si sapeva tutto questo, certo, ma non se ne è tenuto conto, e si è partiti lancia in resta. Se fossimo nella Prima Repubblica, ci sarebbe da scandalizzarsi. Oggi non c’è più da stupirsi di nulla. Che l’ebbrezza della velocità sia inversamente proporzionale al raziocinio (e alla cultura) è un fatto ampiamente accettato, addirittura celebrato come segno dei tempi nuovi.  Le riforme o le proposte di legge vengono decise in fretta e furia, senza passare il vaglio di quelle interminabili discussioni fra dirigenti, funzionari, intellettuali, semplici iscritti che animavano i vecchi partiti. Discussioni che convincevano e, perché no?, galvanizzavano i militanti, una specie oramai in via di estinzione, i quali avrebbero poi difeso la linea ufficiale nei bar, nei luoghi di lavoro, fra gli amici. Le società sono liquide, no? Oggi c’è Facebook, no? Che bisogno c’è allora di polverosi dibattiti? Modo di pensare sbagliatissimo: è proprio sui social-media che rischiamo di perdere. Quante sono le bufale e le fake news sugli immigrati scrocconi e delinquenti? Centinaia, ma la gente ci crede. La sinistra deve prenderne atto: viviamo nell’età della disinformazione. Kelly Born descrive alcuni aspetti di questa età (“Six Features of the Disinformation Age”, The Daily Star, 4 ottobre 2017). Eccone uno inquietante: un articolo del blasonato New York Times, postato su Facebook, ha la stessa credibilità e autorevolezza di un intervento folle in un blog dedicato a teorie cospirative. Nel giudizio dei lettori online, infatti, conta molto di più la rete di amici che ha fatto circolare l’articolo o il post che non la fonte. Insomma: se sei un grillino, l’opinione di un altro grillino vale più di quella di Umberto Eco.

Morale: chi fa rete, vince. O impariamo a smontare le fake news e a controbattere nella giungla della disinformazione con argomenti chiari e inoppugnabili oppure verremo sommersi. Ciò risulterà più facile se adottiamo una linea pragmatica, non ideologica. A quel punto, si spera, riusciremo ad appianare le divergenze nella nostra comunità politica o a presentarle come un punto di forza, di vitalità. 

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Posted on October 19, 2017 and filed under Post in italiano.

La lezione americana, a caldo

La sinistra – non solo negli Stati Uniti, dappertutto -- ha smarrito l’ispirazione, la carica ideale, il desiderio di cambiare le cose. E quindi non detta l’agenda: si fa trascinare dalle correnti impetuose di una globalizzazione selvaggia. I suoi leader, impigriti e imbolsiti, dormono sugli allori, si aggrappano a vecchi schemi come fossero robuste corde da ormeggio – ma quegli schemi sono fuscelli nel vento. Questa sinistra conservatrice non fa sognare, non sa più cosa sia l’orgoglio della sfida, il coraggio di osare. Una metamorfosi l’ha trasformata in una rotella ben oleata dell’establishment. E gli elettori lo hanno capito.

Se non vogliamo scomparire dalla scena politica, dobbiamo riflettere su una delle più brucianti sconfitte politiche che si ricordino. E dobbiamo farlo ben prima delle prossime elezioni in Italia e in Europa. Sarebbe stato infinitamente più saggio e giusto radunarsi, compatti, sotto le insegne del socialista (all’acqua di rose!) Bernie Sanders. E invece il partito democratico ha puntato tutto sul candidato che più centrista non si può.  Scelta scontata, coazione a ripetere una prassi consueta, consolidata. E’, questa, la logica dei sistemi bipolari: vince il candidato più moderato. Ma in politica non ci sono leggi ferree ed eterne. In tempi di crisi, quando i demagoghi cavalcano l’onda spumeggiante del populismo, il candidato estremista – che è anche un abile semplificatore – è quello in pole position. L’estremista sa mobilitare le folle, ha molte più chance rispetto a chi spacca un capello in quattro e ricerca compromessi spasmodicamente. La sinistra americana non l’ha capito, e ha subito una sconfitta epocale. La sinistra europea si ostina a non volerlo capire, e se continua così è destinata a precipitare nel baratro.

In situazioni normali, “da manuale”, il leader centrista è un avversario pericoloso sia per il fronte conservatore che per quello progressista: non appare così distante dall’avversario, e quindi può pescare tranquillamente nel suo bacino. Ma nessun manuale di scienza politica prevede tutte le eccezioni. Hillary, la professionista della politica, ha pensato che Trump fosse un’anatra zoppa, un bersaglio facile per le sue frecciate al curaro. Aveva di fronte a sé un populista con idee bizzarre, oltranziste, in buona parte irrealizzabili. Insomma: il miglior avversario per un personaggio “navigato” e ben appoggiato/finanziato dalle lobby influenti quale lei era. Nulla di più sbagliato. Hillary, alla fin della fiera, ha perso anzitutto fra la sua gente: era troppo di… destra. Né ha compensato tale difetto guadagnando nuovi sostenitori tra i repubblicani duri e puri: per questi era troppo…. di sinistra! (quella sbagliata, per giunta: la sinistra liberal che stappa le bottiglie di champagne a Wall Street). In un momento difficile, in cui mercati impazziti hanno prodotto sconquassi e terremoti ovunque, solo un leader con un’identità politica forte, ben delineata, avrebbe sparigliato le carte. Solo Bernie avrebbe potuto farcela. Bernie, il settantenne adorato dai giovani che sognano una società più giusta. Bernie, il leader visionario che aveva riacceso le speranze nel cambiamento. Come poteva Hillary scaldare i cuori? Lei rappresenta la sinistra “elitista”, legata mani e piedi all’establishment; la sinistra politically correct, insopportabilmente bigotta a modo suo. È da folli --  o da arroganti – concentrare le proprie energie sul voto femminile e su quello delle minoranze etniche confidando di aver nel taschino i lavoratori tradizionali, i white collar (classe media) e i blue collar (gli operai), da sempre più democratici che repubblicani. Si pensava, superficialmente, di ripetere il successo del primo Presidente nero: ecco la prima Presidentessa donna! Evviva l’America delle opportunità e dei diritti civili. Sarebbe stato bello, certo. C’è un dettaglio però: la politica non è l’equivalente della televendita di orologi e gioielli scintillanti.

Nessuno ha ascoltato un campanello d’allarme. La popolarissima (e progressista) attrice Susan Sarandon aveva gelato i democratici quando in diretta televisiva, prima delle elezioni, diceva ‘io non voto con la mia vagina’. Chi, a sinistra, avrebbe osato dire qualcosa di critico, controcorrente a sostegno della Sarandon? Si sa, la sinistra liberal – che, a conti fatti, si scopre essere molto illiberal – in nome del monopolio della verità, tappa la bocca e fustiga sia gli avversari che gli oppositori interni: a ciascuno la sua razione di bacchettate e rimproveri.  Ecco la prima lezione americana: la massa non vota solo un personaggio-simbolo, che incarna valori astratti. Vota soprattutto una persona affidabile sulla base di programmi, progetti, proposte. L’elettore è stufo di votare “contro” qualcuno; vuole fare il tifo per il suo leader ideale. Desidera identificarsi in una figura carismatica. Pensavano, i leader del partito democratico, che bastasse agitare lo spauracchio dell’avversario pericoloso, il folle che avrebbe provocato disastri nazionali e internazionali! L’impresentabile misogino, il molestatore di fanciulle, il razzista mascherato. Ho rivisto il film della sinistra (quella postcomunista) italiana ai tempi di Berlusconi: anziché batterlo sui programmi, sulle idee, lo hanno demonizzato. E così gli hanno regalato una vittoria dietro l’altra. I commentatori legati alla sinistra d’élite hanno fatto di peggio: non si sono limitati a ridicolizzare e stigmatizzare Trump. Hanno anche vomitato il loro disprezzo sugli elettori “ignoranti” dell’America profonda. La più parte degli elettori di Trump non è laureata a Harvard, questo è assodato.  Ma il loro voto vale come quello degli altri. E poi chi l’ha detto che un operaio di Detroit è politicamente meno intelligente di un giornalista del New York Times?  L’esito di queste elezioni sembrerebbe indicare proprio il contrario. L’operaio di Detroit una cosa almeno l’ha capita: in tempi burrascosi la politica ha bisogno come dell’ossigeno di leader forti, vigorosi. Trump il decisionista, il leader dalle idee chiare, è rassicurante. Morale: finiamola una buona volta di etichettare quelli che votano a destra come razzisti, omofobi, sessisti, codini, reazionari, barbari, violenti, cattivi, deficienti e chi più ne ha, più ne metta.

Vengo ora alla seconda lezione americana: ma lo vogliamo capire una buona volta che in tempi di crisi e di rivolgimenti, la logica del candidato-male-minore non paga, anzi allontana dal seggio elettorale? Nelle tempeste politiche, quando tutti i partiti sono sballottati da venti contrari, la via maestra è una sola: individuare un leader autorevole e schietto, con un chiaro orientamento e identità di sinistra. Non un estremista, ma inequivocabilmente un candidato socialista. Una figura che parli di welfare/stato sociale, di occupazione, di diritti, di dignità del lavoro. Bisogna imprimersi bene una cosa in mente: prima di tutto c’è il lavoro. Tutte le sinistre, in ogni tempo e luogo, sono sbocciate come organizzazioni di lavoratori, sindacati, partiti del lavoro.  Anche noi dovremmo dire pane al pane e vino al vino; facciamolo partendo dal DNA della nostra cultura politica.  Hillary si è concentrata sul linguaggio e sulla visione politically correct, in cui la forma è altrettanto importante del contenuto, diviene anzi sostanza. Ma questa è spesso fuffa, chiacchera da salotto: l’aver bandito l’uso dell’infamante epiteto “negro” non ha impedito ad alcuni poliziotti di freddare a colpi di pistola certi “afro-americani” dall’apparenza ostile, che di fatto erano innocenti o innocui. Così mentre Hillary si sgolava contro il razzismo e il sessismo, fenomeni perversi che non si sradicano a parole, con i buoni sentimenti, Trump parlava della piaga della disoccupazione, delle paure che attanagliano una classe media sull’orlo della proletarizzazione. Prometteva, il tycoon, una protezione sociale/nazionale contro le iniquità della globalizzazione. E’ lui che ha colpito l’immaginazione della gente comune. Il pregiudizio sessista, il linguaggio da suburra, lo so, sono cose odiose. La destra populista però è stata geniale: si è appropriata, furbescamente, di temi – la difesa dell’industria nazionale, dei pensionati, degli esodati, dei disoccupati ecc. – che hanno sempre innervato la cultura della sinistra tradizionale, vecchio stampo.

Era proprio necessario prendersi una bella batosta elettorale per comprendere queste cose elementari? Certo, il mondo di oggi è maledettamente complicato: siamo già con un piede nel futuro, ma navighiamo in mezzo ai residui del passato. I mitici think-tank americani hanno semplificato: sembravano botteghini delle scommesse, in cui però – qui sta la contraddizione – l’esito della gara era scontato. Gran parte dei commentatori la pensava allo stesso modo: puntiamo su un cavallo sicuro, su Hillary! Con Trump il partito repubblicano crollerà miseramente. E con Bernie il Partito democratico perderà di sicuro. Che idiozia e superficialità! Le analisi dei commentatori-scommettitori erano avulse dal momento storico in cui viviamo, questi saccenti avrebbero potuto parlare con la stessa sicumera dei marziani.

La terza lezione americana. Oggi le leadership tradizionali sono viste come l’alter ego delle tecnocrazie, corresponsabili le une e le altre della recessione e dell’immigrazione incontrollata di massa. In questo contesto, l’esperienza politica di lungo corso è un segno tangibile che si hanno le mani (e la coscienza) sporche. Il popolo ora preferisce l’outsider, emblema dell’innocenza, il leader che non è compromesso con un sistema marcio. Ragion di più, l’ennesima, per candidare l’outsider ideale della sinistra, Bernie. Intendiamoci: il leader-outsider non deve essere un ignorante, un uomo d’affari o qualcuno che viene dalla luna. Bernie si occupa di politica da una vita. Ma lui non ha venduto l’anima ai poteri forti. Possiamo dargli davvero torto, a questo popolo di “ignoranti”, quando “color che sanno”, i politici sapienti, i dotti, ci hanno venduto il paradiso terrestre del commercio globale, senza barriere e, in Europa, ci hanno propinato la favola della nuova moneta unica, l’euro, senza prevedere le inevitabili ‘lacrime e sangue’ che ne sarebbero scaturite? La sinistra liberal si è limitata a difendere e gestire l’esistente in nome di un miraggio futuro. E intanto ipiù  deboli soffrono, la classe media si assottiglia e i ricchi s’arricchiscono sempre di più.

Bernie fin dall’inizio è incappato in un radicale e ingiustificato pessimismo: nessuno può scuotere le coscienze, non si può cambiar nulla. “Figuriamoci se gli americani voterebbero in massa un candidato che ha l’ardire di dirsi socialista!”. Ecco il mantra ripetuto troppe volte. Così tante, infatti, che ci abbiamo creduto anche noi in Europa. Una sinistra che (s)ragiona così si scava la fossa da sola. “Rinnovarsi o perire”, ammoniva Pietro Nenni. Dimentica un fatto storico importante, questa genia di commentatori pessimisti. Gli USA furono uno straordinario laboratorio politico in un periodo ben più turbolento di quello attuale, ovvero negli anni Trenta del secolo scorso: la piattaforma di Roosevelt era genialmente rivoluzionaria, per l’epoca. La società americana di oggi si trova in condizioni sociali vagamente simili. E Sanders non si è certo collocato più a sinistra di Roosevelt. Allora perché questa sfiducia, questo pessimismo cosmico nell’unico candidato che aveva le carte in regola per vincere? Perché quando sei parte del sistema non puoi correre rischi: hai troppo da perdere. Perché l’importante è vincere, sempre e a qualunque costo. Perché in questa società schizzata non si può cadere in basso, fra i perdenti –  giammai! Questa logica ha disgustato i nostri elettori. Non vogliamo capire che si apprende molto più da una sconfitta che da una vittoria. Pier Paolo Pasolini ha scritto uno dei suoi pezzi più belli e intensi sul valore liberatorio della sconfitta. Leggetelo, cari leader della sinistra, e meditate. Dalla sconfitta scaturisce tanta “umanità”, unita al senso di “una comunanza di destino”. Guai se facciamo nostra, noi riformisti, “l’antropologia del vincente, dello sgomitatore sociale”.

Mi dite che del senno di poi sono piene le fosse? No, cari amici del Partito Democratico, su queste elezioni presidenziali avete sbagliato di grosso. Nonostante le rutilanti rivoluzioni tecnologiche e digitali, ci sono costanti nella storia di una nazione. I lavoratori non sono sempre e necessariamente progressisti. O, per dir meglio, non lo sono nel nobile senso auspicato dai radical-chic che vivono nei quartieri bene, residenziali. Prima, durante e dopo la guerra civile americana, gran parte dei democratici – leader e militanti – erano dichiaratamente razzisti. Temevano la competizione rappresentata dai lavoratori neri emancipati, liberi di trasferirsi nelle zone industriali del Nord – la schiavitù li incatenava alla terra (si legga l’illuminante Leslie Harris, In The Shadows of Slavery). Morale politica: i lavoratori white e blue collar sono persone in carne e ossa, hanno i loro bisogni e le loro paure. Molti di loro sono white Caucasian, come li definiscono negli USA, sono cioè di origine europea. Non è una colpa, come pensa un parte della sinistra liberal, è un fatto. Anche i “bianchi” vogliono, chiedono, pretendono una rete di protezione. Trump gliel’ha promessa, Hillary no. Per protezione, negli USA, non si intende solo la sanità, i sussidi di disoccupazione e i servizi pubblici. S’intende anche e soprattutto il lavoro. La prima forma di dignità è poter lavorare, poter guadagnare abbastanza per provvedere a se stessi e alla propria famiglia. 

Quarta lezione americana. Condenserei così gli insegnamenti che ci provengono da oltre Oceano: la sinistra del nuovo millennio non può che essere liberal-socialista. La Hillary era solo liberal e ha perso. Il grande dilemma di tutte le sinistre è come saldare, nella stessa lotta, i diritti civili e i diritti economico-sociali. Il tema delle libertà, il rispetto per le minoranze, ecc. deve andare di pari passo con la richiesta di equità e giustizia sociale. Quante decine di milioni di lavoratori tenuti ai margini della società americana non votano perché convinti che il loro voto, la loro opinione non contino nulla? C’è chi ipotizza realisticamente che vi siano almeno 30 milioni di americani potenzialmente democratici, progressisti, di sinistra, i quali non votano quasi mai. In queste presidenziali, hanno votato poco più di 120 milioni su 150 circa di cittadini registrati come elettori (gli aventi diritto sarebbero oltre 200 milioni su una popolazione che supera i 300). Obama, ricordiamolo, aveva ottenuto la rielezione con soli 5 milioni di voti di scarto rispetto a Romney. Corriamo il rischio di fare la stessa fine in Europa: se continuiamo così, se guardiamo dall’alto in basso la gente comune, il “popolo minuto”, piano piano anche da noi si presenterà alle urne poco più del 50% degli elettori.

Ricordiamoci infine che senza cultura politica, stravince il populismo. Basta con le sedute d’odio verso le destre. Guidiamoli noi, i dibattiti. Coinvolgiamoli noi i cittadini nelle discussioni. È uno scandalo che la polemica contro le grandi banche e i comitati d’affari degli speculatori sia il pane quotidiano della propaganda della destra! E facciamola finita con le sinistre che si vergognano delle loro tradizioni, che recidono le loro radici storiche per rendersi presentabili all’establishment. Anche le sinistre liberal europee sono tentate dalla magia della tabula rasa: il nuovo luccica, seduce, ammalia. È l’ideologia del nuovismo, che fa presa al giorno d’oggi: ci si illude che rinnegando la propria storia si vincerà più facilmente. Ma una vittoria ottenuta così è effimera, ti obbliga a inventare partiti e sigle nuove ad ogni elezione. L’identità politica secolare, spinta a forza sott’acqua, tornerà a galla. Vent’anni fa la sinistra italiana ha voluto dimenticare la parola più bella del nostro lessico politico: socialismo.  E’ ora di riscoprirla, di accudirla, di ripeterla. Con orgoglio.

Aveva ragione Pasolini: non dobbiamo essere schiavi dell’ossessione di vincere sempre e comunque. Se avremo coltivato bene il terreno, prima o poi, verrà il nostro turno. E se dobbiamo perdere, lottiamo almeno con dignità: sventoliamo orgogliosamente la nostra bandiera, non svendiamo i nostri ideali per un piatto di lenticchie: il miraggio di una futura, incerta vittoria, sotto lo sguardo compiaciuto dei grandi speculatori finanziari. 

Posted on November 15, 2016 and filed under Post in italiano.

Io sto con Capanna (per questa volta)

Il tema è rovente: i vitalizi generosi dei politici. Il luogo è la trasmissione “L’Arena” (di nome e di fatto) su Rai 1. Duellanti l’ex leader di democrazia proletaria Mario Capanna, e il conduttore Massimo Giletti. Lo scontro, infuocato, degenera subito in urla e insulti. Il popolo della rete è diviso. C’è chi twitta “sto con Giletti”, e c’è chi si indigna: i programmi sulla televisione pubblica dovrebbero far riflettere, non aizzare i peggiori istinti dei telespettatori. Dati i tempi che corrono, i sostenitori di Giletti sono ben più numerosi. Fra questi spiccano vari politici del centrodestra, fra cui Capezzone di Forza Italia: sono privilegiati anche loro, ma che dire, il populismo ce l’hanno nel sangue. La campagna anti-casta riscuote consensi. E si capisce perché: i politici si infilano da soli la testa nel cappio. C’è chi ha presentato ricorso pur di non subire una innocua decurtazione del 10% sul proprio vitalizio. Pare che Capanna sia fra questi. “I diritti (meglio: i privilegi) acquisiti non si toccano”. È scandaloso che politici di sinistra percepiscano pensioni che sfiorano i 10.000 euro al mese. Chi si è battuto per il socialismo, per il comunismo, per la democrazia “proletaria” ha l’obbligo morale di vivere con sobrietà. Aldo Grasso scriveva sul Corriere che Capanna percepisce 5.000 euro dalla Regione Lombardia e altri 4.725 euro dal Parlamento. Capanna dice che non è vero: la sua pensione ammonterebbe a “soli” 5.000 euro, e quindi, bontà sua, non si considera un privilegiato. Ma 5.000 euro non sono pochi. Soprattutto se si considera che sono bastati pochi anni per maturare il diritto a percepirli. Io, dopo dieci anni di studio universitario, dalla laurea al dottorato, e oltre quarant’anni di contributi, avrò una pensione di poco superiore ai mille euro mensili. Che percepirò integra – chi lo sa, speriamo – tra quindici anni, dopo aver compiuto 65 anni. Capisco l’indignazione della gente. Anch’io mi sento gabbato da questi ex rivoluzionari alle vongole.

Proprio così: i sessantottini, i contestatori che volevano appiccare il fuoco all’universo mondo, si sono accasati con pensioni d’oro. Questi signorotti, che più borghesi non si può, odiavano visceralmente la borghesia illuminata di cui erano figli; sfottevano i social-democratici e i riformisti che col primo Centrosinistra portavano a casa riforme progressive e di civiltà (le Regioni, la scuola media unica, lo Statuto dei lavoratori), accusandoli d’essersi venduti ai padroni per un piatto di lenticchie. Hanno alimentato la follia del tutto e subito (il salario come variabile indipendente) in nome di un marxismo schematico e imparaticcio; hanno umiliato la cultura del merito (ricordate il sei politico?) e denigrato chiunque manifestasse un arcaico senso del dovere; si sono appropriati con arroganza di ideali sacrosanti – l’eguaglianza, l’anti-autoritarismo, l’anti-fascismo. Se eri contrario – da sinistra – alla contestazione globale, al radicalismo parolaio, ti bollavano come un revisionista piccolo borghese o, peggio ancora, come un fascista mascherato. Ma non c’è stata, ahimé, la nemesi: volevano picconare il capitalismo, spadroneggiando e scomunicando, e a fine carriera si sono attaccati alle mammelle rassicuranti dello Stato borghese. Mi sento ribollire perché questa gente, arroccandosi in una casta iper-privilegiata, ha sfigurato l’immagine di tutta la sinistra. I loro slogan tanto aggressivi quanto inconcludenti, sommati alle piccole e grandi ipocrisie, sono la ragione del successo dei Cinque stelle, della Lega. Cari compagni del PD, anziché urlare al vento formulette da manuale, falciate l’erba sotto i piedi dei populisti: sforbiciate le indennità stratosferiche dei politici, e parametrate i loro vitalizi ai contributi effettivamente versati. Così, se Dio vuole, finalmente torneremo a discutere di politica! 

Detto questo, dopo aver assistito al duello televisivo, io sto – almeno per questa volta – con Capanna. Aggredendo i politici in blocco, si finisce per degradare la politica in quanto tale. Il populismo anti-politico di Giletti è pericoloso: sostituisce la piazza mediatica all’agorà democratica. Ragiono con categorie politiche, non in base a simpatie o antipatie. Nenni diceva che la politica, quella “buona e pulita”, non si fa con i risentimenti, con lo spirito di rivalsa. Io aggiungerei che non si fa neppure con le menzogne. Vediamo, allora, cosa dice Giletti. Capanna gli rimprovera – e in questo ha ragione – che la predica contro le pensioni d’oro dei politici proviene dal pulpito sbagliato: Giletti stesso percepisce dalla RAI, che è un’azienda pubblica, uno stipendo che supera i 330.000 euro l’anno. “Sono forse io un politico eletto dal popolo?” risponde Giletti. “Se il mio programma non funziona, io vado a casa.” Il pubblico presente va in visibilio. Se volessi far polemica spicciola, potrei fare anch’io di tutte le erbe un fascio: non è forse vero che la RAI è stata – e forse è tuttora – lottizzata. Quanti giornalisti facevano carriera senza altolocate raccomandazioni? In realtà, il politico rimane a casa molto più facilmente del giornalista raccomandato, il quale, persa la protezione, può rivolgersi al Tribunale del lavoro per tutelarsi. Nessun giornalista, magistrato o dirigente pubblico ha l’equivalente della revoca del mandato parlamentare. Ma chi vuole alimentare la vulgata anti-politica, della verità se ne infischia allegramente. Ciò che conta è incrementare il consenso degli indignados.

E infatti sentite cosa aggiunge il nostro accigliato tribuno del popolo: “Voi rubate i soldi in questo modo a chi è onesto. Lo fate legalmente.” L’accusa – falsa – è di una gravità inaudita. Un conto è dire che un politico di sinistra dovrebbe vivere sobriamente; tutt’altro conto è dare del ladro a Capanna solo perché ha una pensione alta. Ai tempi di Mani pulite i giustizialisti non vollero distinguere tra chi si intascava le tangenti (i ladri veri) e chi le versava al proprio partito (politici che finanziavano illegalmente attività politiche democratiche). Ora il politico è ladro tout court.  Il cerchio si è chiuso: i politici rubano di default; i politici, del resto, mica lavorano, sono fannulloni e parassiti, mentre gli italiani sono tutti onesti (grandi evasori inclusi). Chiunque abbia fatto politica, o l’abbia osservata da vicino, sa che la politica è un’attività snervante, e totalizzante. Chiunque conosca la società italiana, sa un’altra cosa: la distinzione manichea tra ladri e onesti, cattivi e buoni è mera propaganda.

Ricordiamoci una lezione: quando si scatena una campagna populista-giustizialista-anti-politica, chi ci rimette è sempre la sinistra. Nel 1994 trionfò Berlusconi, non Occhetto. Non è un caso che i politici di centro-destra si schierino con Giletti: fiutano l’odore della preda. L’unica voce ragionevole è quella del deputato PD Michele Anzaldi, segretario della Commissione di Vigilanza RAI, che ha criticato la condotta di Giletti. Una voce, questa, che rischia di perdersi nel vociare sempre più aggressivo dei populisti di turno.


Posted on February 18, 2015 and filed under Post in italiano.

Esultare o riflettere?

Sono contento per i risultati delle europee. Un risultato diverso sarebbe stato un disastro per l’Italia e, in parte, per l’Europa. Ma non sono al settimo cielo. In attesa di analisi e dati più precisi (qual è la composizione sociale dell’elettorato del PD rispetto a quella del del Movimento 5 Stelle?), sottolinerei alcuni punti. (1) Il PD ha stravinto. Ha prevalso la ragionevolezza: Renzi aveva alla sua destra un Berlusconi imbolsito, una macchietta impresentabile; e alla sua sinistra un Grillo imbufalito che ha passato il segno. (2) Con il tracollo delle ideologie (e, ahimè, delle culture politiche), la personalità del leader è il fattore decisivo nelle contese elettorali. Renzi ha un appeal straordinario (non parlerei di carisma), e incanta in primis l’elettore moderato. (3) Si conferma una legge classica della politica democratica: le elezioni le vince chi conquista il centro. Il quale diviene ancor più decisivo quando le ali estreme gridano slogan mortiferi e lanciano invettive. Sia nel centro-sinistra che nel centro-destra c’è uno zoccolo duro. Ma l’anima centrista è mobile, fluida, in entrambi gli schieramenti. È così nei Paesi liberal-democratici moderni, quando il bipolarismo funziona. Quindi è sbagliato dire che Renzi ha pescato a piene mani nel bacino della destra “pura” (rappresentato dai Fratelli d’Italia e dalla Lega Nord). (4) Non è vero che il PD ha tradito gli ideali di sinistra. Dire che il PD è una riedizione della DC è una baggianata (faccio autocritica: lo pensavo anch’io). Anche avvicinandosi al centro, il PD mantiene una venatura rossa. Il PD occupa lo spazio politico della sinistra riformista. Che lo occupi maldestramente è un altro discorso. Renzi è un centrista – come del resto lo era Blair – al timone di un partito di centro-sinistra. Ha imposto al PD l’adesione al socialismo europeo. Una scelta di campo inequivocabile. I democristiani e i conservatori vanno a sedersi sui banchi del partito popolare, non su quelli del partito socialista. (5) La sinistra delusa dalla torsione centrista di Renzi ha preso una batosta, ma non è spappolata. Ora si aprono due scenari: o si dà vita a una formazione di ispirazione socialista a sinistra del PD, che collabori con quest’ultimo nel governo del Paese (e si collochi quindi nell’alveo del riformismo), o si entra in massa nel PD, cercando di spostarne il baricentro a sinistra. (6) in ogni caso, la sinistra ha un futuro solo se torna alle sue radici: la sua stella polare dev’essere il primo articolo della Costituzione – l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Va ridata dignità al lavoro, offeso e umiliato da questa crisi maledetta e da politiche di austerità demenziali (“lacrime e sangue” per salvare l’establishment!). Il partito socialista – primo partito politico in Italia e incubatore di tutte le esperienze della sinistra italiana – nacque come partito dei lavoratori. Ci vogliono politiche intelligenti che creino ricchezza “sostenibile” e la distribuiscano equamente. Non produzione fine a sé stessa, ma in nome di un modello di sviluppo diverso, in cui l’uomo – il lavoratore – sia fine e non mezzo. (7) È falso dire che il voto al PD è conservatore. Il PD esprime un desiderio di cambiamento. Anche se deve fare i conti con qualche forza di conservazione al suo interno. Cosa produrrà questa alchimia, lo vedremo. E il voto al Movimento 5 Stelle non è progressivo, benché in buona parte provenga dalla sinistra, quella che non scende a compromessi. Il suo programma, infatti, è populistico e velleitario. (8) Grillo ha intercettato una volontà – confusa, ma legittima – di trasformazione radicale dello status quo. Ha dato voce a un popolo senza rappresentanza. Non ha saputo incanalarne i bisogni e le aspirazioni verso obiettivi concreti (uscire dall’euro sarebbe una follia). Il fatto che abbia fallito, però, non significa che sia saggio emarginare i milioni di elettori che hanno creduto in lui. Mi pare che il PD rappresenti soprattutto il ceto medio che predilige le soluzioni ragionevoli. Il Movimento 5 Stelle invece raccoglie la frustrazione e la rabbia di chi è escluso, dei disoccupati, dei giovani senza speranze. Strati sociali che dovrebbero formare l’ossatura di un partito di sinistra. (9) La rapidità è il segno dei nostri tempi: i partiti nascono e muoiono nel volgere di una stagione; anche i partiti più radicati (come il PD) possono balzare in avanti o tracollare (nella Prima Repubblica ci volevano anni per guadagnare o perdere qualche punto percentuale...). Attenzione, allora: ogni vittoria elettorale può essere un fuoco di paglia.

Conclusione: non c’è motivo di esultare. Il PD si attesta, sì, sul 40%. Una percentuale da capogiro. Ma quant’è, tradotta in voti? Poco più di 11 milioni. Sommati a quelli della lista Tsipras, saliamo a circa 12 milioni. Un centro-sinistra fiacco e anemico, che avrebbe bisogno di una bella iniezione di globuli rossi. L’Ulivo di Prodi alle politiche del 2006 fu sommerso da oltre 19 milioni di voti. Dove sono finiti i 7 milioni in meno? Lo so: è improprio confrontare le europee con le politiche. Ma anche quelli del PD lo stanno facendo, all’inverso però: gongolando, proiettano questo 40% sulle prossime politiche. Fatto sta che il 25 maggio ha votato solo il 58,68% degli aventi diritto, quasi 29 milioni di italiani. Hanno disertato le urne 4 elettori su 10 – all’incirca 18 milioni di nostri concittadini. Se aggiungiamo il milione e mezzo di schede bianche o nulle in queste europee, arriviamo a quasi 20 milioni di italiani senza volto e senza voce. Il fatto che l’astensionismo sia stato più forte negli altri Paesi dell’U.E. non è motivo di vanto per noi.

Un partito democratico – di nome e di fatto – non può ignorare questo sfregio alla democrazia. Meditate, cari piddini. Capisco l’ebbrezza della vittoria. Ma tra qualche giorno dovrete ammainare le bandiere e riporre i tamburi. Qui c’è da rimboccarsi le maniche sul serio.

Photo by Gian Maria Turi

(Contributo fotografico di Gian Maria Turi)

Posted on May 29, 2014 and filed under Post in italiano.

Gli indifferenti

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C’è molta confusione sotto il cielo d’Italia. Le analogie tra Renzi e Berlusconi non aiutano a chiarirci le idee. Forse si riduce tutto ad affinità estemporanee sul piano della comunicazione: la politica è, essenzialmente, il messaggio; e l’immagine/la forma sovrasta tutto. Il sentiero, qui, si biforca: o Renzi ha adottato una tattica per vincere, e allora ben vengano le analogie (che, in tal caso, sarebbero più superficiali di quanto non appaiano), oppure il trionfo della politica come marketing è un segno dei nostri tempi (se è così, dobbiamo rassegnarci). Come che sia, occorre schierarsi.

La democrazia italiana sta attraversando un momento difficilissimo. In un mondo perfetto, avremmo un partito social-democratico -- o, meglio, liberal-socialista -- che guida la battaglia contro le destre e i populismi. Ma il mondo, ahimè, è imperfetto. Che fare, allora? Astenersi perché il PD ci delude? Questo non lo prendo neppure in considerazione. Votare per le estreme? Impossibile. Non c’è alternativa a Renzi. Non ripeto l’invito di Montanelli a turarsi il naso: il PD, pur con le sue contraddizioni, occupa lo spazio della sinistra riformista (la politica ragionata, intesa come mediazione e compromesso). Non potrà mai essere l’araldo dell’anti-politica, o della politica urlata dei ‘puri e duri’ (ovvero la politica concepita come ricerca dell’assoluto o della perfezione).

 

Ragionando meglio: nel mercato politico ci sono vistose differenze tra le aziende in competizione, gli agenti di commercio che le rappresentano, e i prodotti in vendita. Il PD e FI (ex PDL) non sono gemelli siamesi né dal punto di vista dell’organizzazione (il PD ha una vita democratica interna; FI no), né da quello degli ideali professati: progressisti in un caso; conservatori nell’altro. Casomai, un socialista può lamentarsi per il fatto che le distanze tra sinistra e destra si sono accorciate, almeno per quanto riguarda le politiche economiche.

Berlusconi è proprietario del suo partito. La somiglianza, qui, è solo con Di Pietro e Grillo. In questo caso l’atto notarile, momento fondativo di una organizzazione politica, sancisce la morte della politica democratica: il padre-padrone esige il potere assoluto sulla propria creatura – ecco che la denominazione del partito è un logo (non più un simbolo) politico, ed equivale a un marchio commerciale protetto dal copyright. Nessuno può esautorare Berlusconi: sarebbe come cacciarlo da casa sua; Renzi è stato eletto democraticamente, con primarie aperte, e non c’è bisogno di espropriargli un partito, il PD, che non è intestato a lui. Berlusconi, inoltre, è un rimasuglio dell’antipolitica (l’imprenditore prestato alla politica, ricordate?); Renzi invece è un politico puro, e si vanta d’esserlo. Insomma: Renzi crede nel primato della politica. Il che, di questi tempi, non è poco.

La filosofia politica di Berlusconi è regressiva e illiberale: se decidesse di democratizzare il suo partito, dovrebbe snaturarlo (state tranquilli: la polis democratica non corre alcun rischio: anche il PCI era organizzato gerarchicamente/burocraticamente). Renzi, invece, incarna l’ethos della rivoluzione democratica. Certo, ci sono segnali di involuzione nel PD: il primo è il modo in cui si è formato questo Governo; il secondo ha a che fare con le candidature per le europee. L’apparato, che è refrattario al cambiamento, ha accusato il colpo dell’elezione di Renzi. Ora punta i piedi e batte cassa: molti gli apparatchick in lizza. Insomma: il PD di strada ne deve percorrere. Ciò non toglie che Renzi abbia imboccato la direzione giusta. Le rivoluzioni, anche quelle pacifiche, procedono così: a singhiozzo. Si dovrà continuare la battaglia democratica, affinché anche i parlamentari siano scelti con primarie regolate per legge. In sintesi: nel campo riformista s’è accesa più di una scintilla democratica. E, in ogni caso, la posta in gioco è troppo alta: se Renzi perde, vince Grillo, il campione dell’antipolitica. Ragion di più per votare PD alle europee.

Ho cambiato opinione su Renzi. C’è un fatto nuovo, di grande importanza: il PD ha aderito al PSE. Fra i socialisti, c’è chi se ne cruccia. E non capisco perché (non l’avevamo sempre chiesto noi, a gran voce?). Fatto sta che la nebbia dell’ambiguità s’è dissolta. Ora c’è una scelta chiara dinanzi a noi: o con le forze anti-europeiste, populiste, demagogiche (le ali estreme, a destra come a sinistra); oppure con un partito che mira a rafforzare il socialismo europeo. In questo scenario, sarebbe da folli astenersi. Mai come in questo momento le divisioni a sinistra avrebbero esiti drammatici; è quindi imperativo compattare il fronte riformista. I dubbi rimangono: e che diamine, siamo in democrazia! A tempo debito, faremo valere le ragioni del socialismo italiano. Ma intanto non disperdiamo il nostro voto.

 

Mentre meditavo così, i custodi del tempio democratico di “Libertà e giustizia” hanno partorito un manifesto-scomunica. Tra gli estensori e i firmatari vi sono intellettuali di vaglia, i quali — in altre occasioni – hanno detto anche cose giuste o ragionevoli. Lo spirito critico è il sale della democrazia liberale. È sacrosanto che si discuta e che si contesti. Purché lo si faccia con onestà intellettuale: stiamo discettando dei massimi sistemi, e non già di fisco e tasse. Ma ora si è passato il segno. Il manifesto-scomunica, un inno all’iperbole, s’intitola: “Verso la svolta autoritaria”. A Renzi, una sorta di Duce redivivo, viene attribuita la torbida intenzione di voler “creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali (sic!)”. C’è di più: il leader del PD avrebbe strappato dalle mani dell’odiato Orco di Arcore “il testimone della svolta autoritaria”. Tra i firmatari figura Beppe Grillo, of all people! Ma non si accorgono gli illuminati intellettuali di Libertà e Giustizia dell’incongruenza? Chi è più liberal-democratico, Renzi o Grillo?

Che le tesi di Renzi siano discutibili, è pacifico. Ma di qui a bollarlo come un dittatore in pectore ce ne corre. A questo punto, è inutile ragionare di ‘democrazia governante’. Né ha senso esaminare un quesito cruciale, ovvero: quali limiti d’azione deve porsi “un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014”?. Di fronte alla scomunica e all’invettiva; di fronte alla supponenza dei giacobini e dei censori della morale politica altrui; di fronte a chi rievoca il mostro del fascismo per l’ennesima volta e a sproposito, io inorridisco. Già Craxi, reo anch’egli di volere un Esecutivo forte – come in Francia, in Gran Bretagna e in Germania – fu accusato d’essere “un pericolo per la democrazia”.

È uscito un Contromanifesto liberale. E io sento il dovere morale di schierarmi: non sopporto gli ignavi e gli indifferenti (Gramsci li odiava addirittura; io preferisco un verbo più mite). Quindi non esito un istante: sottoscrivo il Contromanifesto liberale. Travaglio-Torquemada ironizza sul fatto che fra i firmatari del Contromanifesto vi siano dei craxiani. Da oggi ce n’è uno in più.

Posted on April 9, 2014 and filed under Post in italiano.