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Formigoni, le checche comuniste e la libertà di parola

Pare che il PD e il NCD si siano accordati sulla legge che disciplinerà le unioni civili. Ecco che scoppiano già i primi fuochi d’artificio. Io sono rimasto con l’amaro in bocca: lo stralcio della cosiddetta “stepchild adoption” dal DDL Cirinnà discrimina i figli dei gay, che rimarranno in un limbo giuridico,  rispetto ai figli delle coppie eterosessuali, pienamente tutelati. La “stepchild adoption” avrebbe esteso alle coppie gay la possibilità di adottare il figlio naturale del proprio partner. Ma bisogna essere realisti, concreti. Concordo con Michele Serra: “tra niente e qualcosa preferisco qualcosa” (“L’amaca” del 28/02/2016, La Repubblica). L’Italia è un Paese con le ali di piombo sicché uno svolazzo in avanti è infinitamente meglio del rimaner inchiodati sulla stessa posizione. La nuova proposta di legge è il frutto di un compromesso, fatto che irrita da una parte e dell’altra della barricata. Ma non ci siamo sempre detti che la politica è l’arte della mediazione, il regno del possibile in un dato momento? Per troppo tempo alcuni nostri concittadini si sono visti negare i diritti legati alla convivenza coniugale (diritti che, non dimentichiamolo, presuppongono altrettanti doveri: sposarsi o unirsi civilmente significa assumersi responsabilità morali e materiali). Sono, quelle gay, coppie fantasma. Con una legge sulle unioni civili, saranno coppie in carne e ossa. Forse, allora, devo rivedere il mio giudizio: anche una legge imperfetta sulle unioni civili è una conquista di civiltà.

Più che la legge in sé  mi interessano ora le reazioni degli omofobi e sulla controreazione degli illuminati progressisti. Roberto Formigoni ha dato il fuoco alla miccia, twittando tutto il suo livore contro i gay: “L’odore della sconfitta sul DDL Cirinnà sta procurando crisi isteriche gravi su gay, lesbiche, bi-transessuali e checche varie. Non è bello, poverini.” Mi aspettavo, se non signorilità ed eleganza, almeno un briciolo di compassione da chi si proclama un campione del cristianesimo, religione che ci ha donato la Caritas. Che differenza abissale fra queste parole dure, che trasudano disprezzo per chi è diverso, e le parole miti e consolatrici di Papa Francesco, che, interrogato sugli omosessuali, ha detto: “chi sono io per giudicare?”. Chi è fra i due più vicino al Vangelo? Chi è in sintonia con l’inesauribile umanità di Cristo, che mai e poi mai bollò con parole di fuoco l’adultera peccatrice che stava per essere lapidata?

I commenti di Formigoni sono figli dell’intolleranza, non della Caritas. Ma, e qui passo ai progressisti, è un grave errore reagire con la censura. E’ sbagliatissimo invocare la denuncia penale, seguita da una sanzione-mannaia. Pare che il filosofo Umberto Galimberti, offeso (come me, del resto) dalle parole odiose di Formigoni, abbia auspicato l’introduzione del reato di omofobia in Italia. Su facebook in molti si sono dichiarati d’accordo. Del resto, si sa, il tintinnio delle manette è musica per le orecchie di tanti nostri connazionali.  Io sono per la libertà di parola, senza troppi dubbi e distinguo. Io sono assolutamente contrario a ogni censura, anche indiretta. Meglio una persona offesa in più, che un giro di vite alla repressione.

Anzitutto, ogni forma di censura è politicamente stupida e sterile. Non facciamo a questo signore il favore di potersi presentare come una povera vittima di ‘checche comuniste isteriche’. La censura è anche pericolosa. In Italia abbiamo ancora residui del reato di opinione, rimasugli feudali maleodoranti che dovremmo gettare nella spazzatura e non già riciclare contro chi la pensa diversamente da noi. I tribunali sono già sovraccarichi. Immaginiamoli sommersi da una marea nera di denunce contro Pinco e Pallo, colpevoli di aver usato questo o quel termine offensivo, politically incorrect. A che servirebbe? Non certo a educare la mentalità di chi è retrogrado. Potrebbe invece imbarbarire noi, il nostro modo di vivere. Ogni reato di opinione può essere usato per reprimere legalmente il dissenso, sale delle liberal-democrazie. Del resto, anche chi denuncia per diffamazione e ingiuria spesso sfrutta uno strumento legale per intimidire giornalisti o liberi pensatori che osano ficcare il naso negli affari (spesso loschi) altrui.

Il grado di civiltà di un Paese si giudica dalla legislazione che quel Paese si è dato sulla libertà di espressione. Visto che sedicenti menti eccelse hanno cercato, in questi ultimi anni, di americanizzare il nostro sistema politico, cerchiamo di trarne qualche vantaggio: impariamo almeno una cosa buona dagli Stati Uniti. Gli americani, sul terreno delle libertà, sono anni luce avanti a noi: loro sono figli del Protestantesimo e delle guerre di religione europee, noi della Controriforma cattolica.  Ecco perché custodiscono gelosamente il Quinto Emendamento, simbolo del loro culto per le libertà individuali. Noi invece, anche quando ci professiamo comunisti o liberali o pentastellati o quel che passa il convento delle ideologie, puzziamo ancora di Santa Inquisizione. Amiamo più il conformismo che il libero dibattito. Preferiamo chinare la testa, o voltarla dall’altra parte, che lottare per un principio. E’ il nostro abito mentale da secoli. Prima ce ne liberiamo e meglio sarà per noi.

Non cadiamo nella tentazione – che è una trappola – di tappare la bocca a chi non la pensa come noi. Trovo assurdamente puerile il politically correct di una certa sinistra tanto benpensante quanto intollerante. Dobbiamo lottare in maniera intelligente e giusta contro l’omofobia, l’antisemitismo e il razzismo, cancri delle nostre società. Carlo Ginzburg, storico conosciuto in tutto il mondo, si è espresso contro il reato di negazionismo. Quanta coerenza e forza d’animo! Suo padre, Leone, venne trucidato dai nazi-fascisti. Eppure Ginzburg dice, serenamente, che è “inammissibile imporre per legge un limite alla ricerca” (“E’ un errore punire i negazionisti”, intervista di Simonetta Fiori, La Repubblica, 22 ottobre 2013). La comunità scientifica ostracizzerà comunque gli pseudo-storici che negano o manipolano la verità: lo sterminio nelle camere a gas di milioni di ebrei, slavi, zingari, omosessuali e oppositori politici è un fatto storico accertato. Anche Ginzburg usa l’argomentazione dell’inopportunità politica dei provvedimenti censori: i negazionisti ostili alla civiltà liberale non aspettano altro che finire in tribunale, cassa di risonanza per le loro ignobili falsificazioni. Ginzburg, che ha cuore e non solo cervello, è da prendere ad esempio: è un lucidissimo testimonial dei nostri valori laici e democratici.

L’unica strategia intelligente, quando si ha a che fare con personaggi gretti e intolleranti, è portare avanti le nostre idee con generosità e apertura mentale. Non diventiamo a nostra volta sguaiati e incivili, li faremmo vincere. Vorrebbero trasformare la polis democratica in un’arena in cui ci si sbrana come belve. Partiamo sempre dal concetto illuministico, radicato nel mondo anglosassone, che abbiamo di fronte a noi avversari da convincere, non nemici da liquidare. L’odio che vogliono suscitare in noi, lo dobbiamo respingere. L’odio è tossico, avvelena. Dobbiamo sforzarci di essere più cristiani – o, il che è lo stesso, più buddisti – dei seminatori di zizzania, anche se non siamo credenti.  Se proprio vogliamo essere crudeli, ignoriamoli gli omofobi e i razzisti, non diamo loro alcun peso. A quel punto le loro parole cariche d’odio viaggeranno nell’etere come bolle di sapone. Non saranno più frecce avvelenate. E cerchiamo di avere più fiducia nella nostra società, nel grado di civiltà che abbiamo raggiunto, nella maturità dei nostri concittadini: chi vomita insulti, alla fin della fiera, si isolerà da solo.

Non raccogliete le provocazioni: sono loro, quelli che rigettano in toto la modernità, che devono coltivare sogni di rivalsa. Chi canta vittoria, da destra, per questa legge sulle unioni civili ha perso il senno. Ogni passo in avanti nel riconoscimento dei diritti civili è una frustata in faccia ai bigotti illiberali. La società italiana si è evoluta vertiginosamente in questi ultimi decenni. E il Parlamento fa fatica a tenerle dietro. Un tempo erano impensabili addirittura il divorzio e l’aborto, figuriamoci l’unione legale fra due persone dello stesso sesso. Non dubitate: i conservatori iper-tradizionalisti combattono una battaglia di retroguardia, persa in partenza. Stiamo attenti dunque a non commettere passi falsi: difendiamo sempre e comunque la libertà di parola. Anche la loro.

Love is love

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Posted on March 4, 2016 and filed under Post in italiano.

Se non ora quando?

Stupisce questo accanimento contro il matrimonio gay – che, gratta gratta, è ostilità preconcetta verso le coppie omosessuali – da parte dei seguaci di una religione che ha al proprio centro una Sacra Famiglia che di tradizionale ha ben poco. Stupisce ancor di più se leggiamo – e ascoltiamo davvero -- le parole di Gesù: non ce n’è una, neppure una, che condanni l’omosessualità. L’intera sua predicazione, del resto, da’ scarsa importanza ai “peccati” nella sfera sessuale – peccati, questi, apparentemente veniali non già mortali, se posso permettermi una invasione nella teologia. Tutti ricordano l’episodio dell’adultera sul punto di essere lapidata, e le straordinarie parole di Gesù che fermano le mani (e le menti) esagitate dei moralisti-giustizieri: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”.  Gesù è invece durissimo nei confronti dei ricchi (coloro che antepongono Mammona, ovvero il Dio-denaro o i beni materiali, a una vita spirituale) e degli ipocriti (coloro che professano a parole la loro fede e ne tradiscono lo spirito più autentico, che è la Caritas).

Ma devo correggermi: i paraocchi li indossa solo una parte dei seguaci del cristianesimo, i cattolici tradizionalisti/conservatori. Siamo abituati, in Italia, a identificare cattolicesimo e cristianesimo. Errore grossolano. Le chiese protestanti, la cui ragion d’essere è la difesa della libertà di coscienza (ovvero: diritto-dovere di ciascun credente di interpretare il Vangelo), accettano l’omosessualità e il sacerdozio femminile e tante altre cose ragionevoli. Da noi la Chiesa Evangelica Valdese si è pronunciata a favore delle unioni civili e della “stepchild adoption” per le coppie gay – meccanismo che consente l’adozione di un ‘figliastro’, ovvero del figlio biologico o adottivo del proprio partner/marito/moglie. Ragion per cui continuerò – io, laico e agnostico – a devolvere il mio 8 per 1000 a questa Chiesa coraggiosa: una goccia di libertà e spirito critico in un piatto mare conformista.

Martelliamo anche noi la nostra opinione sui social media, e fra i nostri amici: siamo noi laici i cultori della libertà, senza distinzioni. E infatti la rivendichiamo anche per le persone di fede, purché la loro libertà non implichi una menomazione della nostra. Ma i religiosi tradizionalisti, una volta al potere, cedono alle tentazioni autoritarie. E’ nel loro DNA. Diceva bene Salvemini: i fondamentalisti di tutte le religioni, coadiuvati dalle loro sponde politiche destrorse, “rivendicano le loro libertà in base ai nostri principi (quelli laici) e negano le nostre libertà in base ai loro principi (quelli religiosi)”. Noi laici non pensiamo che la nostra visione morale sia quella giusta e perfetta. Avendo letto e meditato Kant e gli illuministi francesi, dubitiamo di tutto, anche delle nostre convinzioni. Tranne di una: che a tutti sia consentita la libertà di scelta nella sfera più intima, quella degli affetti e delle scelte morali.  Noi non sbandieriamo alcuna verità, termine che preferiamo declinato al plurale. Abbiamo però la temerità di dichiararci superiori in una cosa ai religiosi conservatori: se vinciamo noi, loro rimarranno liberissimi di vivere nelle loro immacolate famiglie; se vincono loro, noi perderemo la nostra libertà di formare famiglie diverse da quella mainstream. Che la volontà o il costume della maggioranza prevarichi su quello della minoranza confligge con l’ethos della democrazia liberale. E’, questo, il nostro argomento politico e morale più forte, e incontrovertibile.

Una delle argomentazioni più trite e ritrite contro il matrimonio gay è stata espressa efficacemente dal Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana: il Parlamento ha altre priorità. La disoccupazione, per esempio. “La priorità vera è il reddito di inclusione, non le unioni civili.” Questa è una pseudo o non argomentazione, che tradisce la mancanza di argomenti intelligenti. Ma è molto subdola tant’è che ha fatto breccia anche in menti illuminate.  E’ sbagliato staccare a colpi di accetta i diritti civili da quelli economico-sociali, che sono inseparabili. Purtroppo questo modo bizzarro di ragionare ha i suoi cultori anche a sinistra, fra i non credenti. Ecco che fa capolino – sottotraccia, timoroso di fare coming out – il vecchio marxista che polemizzava contro i liberal-socialisti. Sento la puzza di marxismo stantio e mal digerito che si confonde con l’incenso della sagrestia. I diritti civili sono roba da borghesi, da classe media benestante. I poveri hanno ben altre necessità. Era questo, in sintesi, il cavallo di battaglia del PCI, che veniva tirato per la giacca dai socialisti, dai radicali e dai liberali progressisti quando si doveva lottare per avere leggi civili sul divorzio e sull’aborto. Non è un caso che Il PCI fosse radicato in profondità nella società italiana, era in sintonia con le corde profonde di una cultura stordita e addomesticata dal cattolicesimo controriformistico. Guai a pensare con la tua testa: c’è la Chiesa (o il Partito proletario) a pensare per te.

Questo problema non è (o non era) solo italiano. In un bellissimo editoriale sull’ultimo numero di Dissent (originalissima rivista di ispirazione socialista, che si colloca a sinistra del partito democratico americano), Michael Kazin ricorda i dibattiti che hanno diviso la cultura “progressista” statunitense. Quante discussioni accanite per far passare l’idea che era nell’interesse (oltreché nell’atlante ideale) del Labour Movement, dei sindacati, occuparsi dei diritti civili degli afroamericani; quante litigate per demolire la stupida convinzione che la sinistra storica, accogliendo le rivendicazioni degli attivisti gay e lesbiche, rischiava di alienarsi le simpatie della classe lavoratrice ed operaia. La storia politica americana dimostra che non si può essere riformisti quando si chiede giustizia sociale, salari dignitosi e welfare, e conservatori quando si parla di diritti civili e pari dignità per tutti i cittadini.

Il liberal-socialismo non è necessariamente un “ircocervo”, una creatura immaginaria, come diceva Benedetto Croce. Non è neppure il ghiribizzo mentale che soddisfa il narcisismo dei borghesi. Quest’ultima devastante recessione ha riconfermato che il binomio giustizia e libertà è un tutt’uno inscindibile. Matrimonio gay e occupazione/welfare non si escludono a vicenda né viaggiano su rette parallele. E’ emerso un bisogno diffuso di tutela che va oltre gli steccati etero/omo. Timothy Stewart-Winter, “After Marriage Equality, What?” (Dissent, Fall 2015, pp. 35-38) dice chiaramente che, negli USA, “parte dell’urgenza che spinge coppie dello stesso sesso a reclamare il diritto di sposarsi sorge dall’erosione neoliberista delle reti di protezione sociale quali la sanità pubblica e la sicurezza sociale: i benefit, negati a chi non è sposato, sono riconosciuti invece alle coppie sposate.”

Come volevasi dimostrare: la battaglia per i diritti dei gay è socialista da cima a fondo. L’omosessualità non è il “vizio” di una borghesia decadente e compiaciuta di sé, la quale, soddisfatti i propri bisogni primari, si avventura nelle sperimentazioni sessuali. Omosessuali non si nasce né si diventa. Omosessuali si è. (Franco Buffoni, Laico alfabeto in salsa piccante gay). Se i gaysono esseri umani come noi, e sfido chiunque a dimostrare il contrario, essi possono essere ricchi o poveri, borghesi o proletari, imprenditori o semplici operai.

Ho sempre pensato che la forza e l’originalità del PCI risiedessero nel fatto di aver adottato, come nume tutelare, uno dei teorici marxisti più geniali e creativi: Antonio Gramsci. Non ho cambiato idea; è il PCI che su un punto essenziale ha “srazzato”. Gramsci indica con chiarezza che l’obiettivo del moderno principe (= il PCI) è quello di realizzare una riforma intellettuale e morale che spiani la strada verso una civiltà finalmente libera dai residui tossici della teocrazia, dalle superstizioni antiscientifiche ecc. Il moderno principe “prende il posto, nelle coscienze, della divinità e dell’imperativo categorico, egli è la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume.” (Quaderno 8) Il che vuol dire una cosa semplice ma rivoluzionaria: i laicissimi diritti civili che irrompono sulla scia della modernità non sono diritti borghesi, storicamente determinati; sono diritti universali che appartengono a una civiltà più matura e più progredita.  I comunisti, insomma, dovrebbero essere antitradizionalisti per definizione.

Dai tempi di Gramsci sono cambiate una marea di cose. Per lo più – nei Paesi democratici – in meglio. La laicizzazione di fatto (qui Gramsci sbagliava) è avvenuta per moto proprio; cresceva pian piano l’embrione libertario nel ventre di società capitalistiche urbanizzate, incivilite cioè dalla social-democrazia. Oggi gli italiani – lo dicono i sondaggi – sono infinitamente più aperti dei loro padri su tutta una serie di tematiche quali l’omosessualità, l’eutanasia, la libertà di scelta in ambito etico (aborto, procreazione assistita, ricerca sulle staminali ecc.). Non abbiamo bisogno dunque di un moderno principe tirannico che ci fustighi e castighi: ci basta un modestissimo leader democratico attorniato da ragionevolissimi deputati del popolo che, mediante una legge di elementare civiltà, una legge long overdue, rendano giuridicamente legittimo ciò che gli italiani stessi ormai accettano senza batter ciglio, e non giudicano più con il metro della morale religiosa.

Se non ora, dunque, quando?

Infine, cari tradizionalisti: non chiamateci né progressisti radicali né rivoluzionari: il matrimonio, è una istituzione conservatrice per natura. Sono altri i progressisti vostri nemici: quelli che, anarchicamente, vogliono abolire i contratti matrimoniali, che implicano diritti e doveri; quelli che predicano o praticano le convivenze a tempo determinato e il libero amore. Noi, riconoscendo i medesimi diritti agli omosessuali, miriamo a rafforzare la nostra società che è, appunto, fondata su quella cellula primordiale che si chiama famiglia. Ai nostri connazionali, ai Fratelli d’Italia patrocinatori dell’anglosassone e straniante Family Day, proponiamo un aforisma in latinorum: familia est ubicumque bene et amor est.

Posted on February 2, 2016 and filed under Post in italiano.

Amore naturale e famiglia Mulino Bianco

Il punto non è se Papa Francesco abbia ragione o torto (io, lo confesso, provo un’istintiva simpatia per questo personaggio carismatico che, con umiltà e coraggio, vuole riformare la Chiesa cattolica). Il punto è un altro: ha un’organizzazione religiosa – direttamente o tramite i suoi fedeli impegnati in politica – il diritto di imporre la propria visione morale allo Stato, ovvero alla totalità dei cittadini? Io, da buon laico, dico di no. Lo Stato ha un solo compito: far rispettare una morale laica universale, che è quella espressa nella sua Costituzione e nelle sue leggi.

La questione del matrimonio omosessuale non ha nulla a che fare con la verità. Ha invece tutto a che fare con la libertà di scelta nella sfera umana la più intima, quella che riguarda gli affetti. Io non penso che la mia visione del mondo sia più giusta di quella cattolica o musulmana. So di essere fallibile! Rivendico solo il diritto sacrosanto di vivere secondo il mio concetto di moralità, giusto osbagliato che sia per gli altri. Non temo il tribunale divino – dubito che esista quel Dio tirannico e capriccioso che alcuni religiosi evocano. Temo ben di più il tribunale degli uomini. Ed è per questo che sono lieto di vivere in una città secolare, in cui i giudici si occupano di questioni penali e civili, non di etica, che è affare privato. Papa Francesco ha un animo mite, e la Chiesa cattolica non è più sul piede di guerra – grazie a Giovanni XXIII ha fatto i conti con la modernità, benché non fino in fondo. Ma non dimentichiamo che lo Stato laico è una grande conquista di civiltà, e va sempre tutelato. Il principio laico-liberale è superiore a quello clericale in questo: se vince il laico, l’integralista potrà continuare a professare la sua fede; se vince l’integralista, il laico verrà menomanto nelle sue libertà: la sua morale sarà fuori legge.

Quando si discute, anche fra laici, di verità morale, mi viene in mente la formidabile domanda retorica rivolta da Ponzio Pilato a Gesù: quid est veritas? Noi liberal-socialisti, figli dell’illuminismo, dobbiamo molto allo scetticismo pagano. È ovvio che siamo debitori anche nei confronti del cristianesimo e dell’ebraismo – il concetto di caritas è la scintilla del nostro amore laico per l’umanità. Ma la caritas non può fugare il dubbio razionale che è in me. L’unica cosa di cui sono certo sono le mie incertezze (e infatti mi definisco agnostico: anche nella professione di ateismo c’è troppa sfrontata certezza). Per rimanere in tema: uno dei miei dubbi riguarda proprio le cosiddette sempiterne leggi di natura. Che la riproduzione fra maschio e femmina sia il meccanismo che consente la continuazione della specie è lapalissiano. Ma cosa c’entra questo con il matrimonio omosessuale? Una dignitosa legge libertaria che consenta a persone dello stesso sesso di sposarsi porterà all’eguaglianza dei diritti, non all’apocalisse. Dire che il riconoscimento giuridico del rapporto tra due Adamo e due Eva equivale all’estinzione della razza umana è un argomento deboluccio visto che il nostro pianeta ha il problema opposto: è sovrappopolato. Nel mondo reale, poi, avviene che molti omosessuali si sposino e abbiano prole, quindi il problema non si pone. Nessuna norma giuridica può garantire o pregiudicare la continuità della specie. Se il mondo intero scivolasse nell’omosessualità nessuno potrebbe impedirlo, statene pur certi. In un’ottica liberal-socialista(espressa magnificamente nei principi fondamentali della Costituzione italiana), le leggi mirano ad assicurare la pace sociale in un clima di libertà e di giustizia. Il diritto non crea i fenomeni sociali o morali, semmai li regola.

È assurda la convinzione tradizionalista secondo cui lo Stato, contrattualizzando l’unione tra due persone dello stesso sesso, sovvertirebbe l’ordine naturale delle cose. Qui si dà per scontato che l’amore eterosessuale rispecchi l’ordine immutabile del creato. Ciò confligge con la scienza: vari etologi sostengono, prove empiriche alla mano, che l’omosessualita esiste anche fra gli animali. Dacia Maraini, in un bel articolo (“La difficile chiarezza sull’amore naturale”, Il Corriere della Sera, 6.10.2015), va diritto  al cuore della questione. Il matrimonio non è forse un contratto? E allora “cosa c’è di naturale in un contratto?”  E soprattutto “chi stabilisce cosa è naturale e cosa non lo è?” Aggiungo un’altra domanda: cosa è più conforme a natura, la famiglia patriarcale – quella dei nostri nonni, in cui l’uomo era il dominus incontrastato, la moglie e i figli essendogli pressoché asserviti, tanto che l’esercizio della patria potestà puzzava di arbitrio e sopraffazione – oppure la famiglia moderna di oggi, che è caratterizzata da una sostanziale parità fra i coniugi? Un fatto è certo: la famiglia Mulino Bianco è una finzione (ricordate quella pubblicità che presenta un incantevole, quasi fiabesco scorcio di natura toscana?). Se un bambino ha bisogno del padre e della madre – lungi da me voler negare così elementare ovvietà da libro Cuore –, che dire delle famiglie monoparentali, che in alcuni Paesi occidentali sono ormai numerosissime e non rappresentano più l’eccezione? Forse, secondo certi religiosi, dovremmo sanzionarle o guardarle in cagnesco perché, essendo formate da un solo genitore e uno o due figli, rappresentano una degenerazione dell’archetipo ideale. Io, in un’altra vita, ho fatto l’educatore in una comunità per adolescenti, e la famiglia Mulino Bianco non l’ho mai incontrata. Ho conosciuto invece una miriade di famiglie con la mamma e il papà in cui avvenivano abusi e violenze terrificanti. Aveva ragione Tolstoj: tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro; ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo. Questo sarebbe un bel tema su cui riflettere: come possiamo ridurre l’infelicità dovuta alla povertà, al disagio sociale, all’ignoranza, alla discriminazione?

Riconosciamolo: la famiglia è l’organizzazione più innaturale che esista. Eppure una famiglia sana e unita è un pilastro della società (neanche questo concetto esiste in natura: gli animali non sono propensi a stipulare contratti sociali!). I figli hanno bisogni materiali e psicologici che possono essere soddisfatti solo in un ambiente armonico, colmo di affetto. La famiglia si rivela un inferno per chi ha la sventura di avere i genitori sbagliati. È quindi giusto, per il benessere della comunità umana, resistere agli impulsi e alle pulsioni che proviamo. Per noi uomini sarebbe naturale avere molti partner al di fuori del matrimonio. Poter procreare con tante donne, tra l’altro, sarebbe utile e salutare per la mescolanza dei geni. La promiscuità sessuale non è forse un meccanismo naturalissimo per il miglioramento della nostra specie? Ma la società, giustamente, ha elaborato norme e convenzioni innaturali per proteggere il delicato equilibrio del nucleo famigliare. L’esperienza ci ha insegnato che la monogamia funziona meglio della poligamia. Nello stato di natura le bestie si accoppiano liberamente, e accudiscono i loro cuccioli solo finché glielo detta l’istinto. Nulla di lontanamente paragonabile alla famiglia umana.

Se c’è qualcosa di naturale, per la nostra specie, è l’amore che proviamo per i nostri simili. Non so  che tipo di affettività avessero i nostri progenitori, quando erano ancora bruti nelle caverne, nella delicata e misteriosa transizione dal Neanderthal all’Homo Sapiens. Fatto sta che oggi quel sentimento così essenzialmente umano esiste, e rende la vita degna di essere vissuta. La famiglia più naturale è quella cementata dall’amore, non importa se etero o omo. Spetta a voi, cari conservatori o tradizionalisti, dimostrare che un omosessuale ha – congenitamente – una capacità minore di amare rispetto a un eterosessuale.


Posted on October 21, 2015 and filed under Post in italiano.