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I mal di pancia 5 stelle e la politica senza cultura

Illuminante quel che succede nel Partito Cinque Stelle. Le incursioni e i contorcimenti di Grillo – mentre cercava un porto sicuro per la sua creatura ibrida in quel di Bruxelles – hanno messo in subbuglio gli europarlamentari pentastellati. A tal punto che uno di loro è fuggito a destra (dagli euroscettici) e l’altro si è accasato a sinistra (con i verdi). L’ambiguità e l’indecisione del leader maximo hanno finito per sparigliare le carte, e il gioco ora si fa interessante.

Sbaglia chi snobba le acrobazie dei dirigenti del partito Cinque Stelle, o ne ricava occasione per risate, come se assistessimo a una farsa in un teatrino di provincia. Questa formazione politica raccoglie il 30% dei consensi, e quindi potrebbe candidarsi al Governo nazionale. Ma c’è un’altra ragione, più profonda, che ci deve far riflettere: i malesseri di questo Partito “pigliatutto” sono spie della grave malattia che infetta la politica italiana. Non è la corruzione; è l’assenza totale di idee e progetti. Parlo di idee e progetti seri, coerenti, fattibili. Un programma politico rabberciato e confuso, chiunque è in grado di metterlo assieme. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, e via. Una bella manciata di moralismo/giustizialismo, un pizzico di idee teoricamente giuste ma irrealizzabili nell’immediato (il reddito di cittadinanza, per esempio), il tutto condito da proposte le più disparate, vaghe ma non troppo, popolari soprattutto, e voilà il minestrone è servito.   Che il piatto risulti immangiabile o indigesto, poco importa: il profumo alletta milioni di italiani stufi delle pietanze tradizionali, e affamati di Onestà.

Da quasi vent’anni stiamo subendo gli effetti collaterali di una politica senza cultura, all’insegna della tabula rasa, della damnatio memoriae, del nuovismo. Una politica che, alla fin della fiera, è un navigare a vista senza bussola. L’Italia attraversa una crisi politica devastante perché, delegittimate le ideologie assolute (il che è stato un bene), si è pensato che dovessero scomparire assieme a quelle anche le culture politiche (questa invece è stata una iattura). E’ ben vero che, dopo Tangentopoli, ha prevalso – soprattutto a sinistra – una politica di mera “testimonianza”, cioè simbolica (quanto comunista era Rifondazione comunista?), quella che gli anglo-americani chiamano “identity politics”.  Una politica spesso parolaia, inconcludente, che ha mostrato la corda, logorando l’immagine dei partiti tradizionali/identitari. Su questo problema – l’uso furbesco di un “logo” di prestigio per far incetta di voti – bisognava riflettere, e porvi rimedio. Ma la via maestra sarebbe stata quella di rinnovare i partiti rimanendo ben piantati nell’alveo della tradizione politica italiana ed europea. Così non è stato. Il mondo cambia, tutto scorre – panta rei. E, per Bacco, anche i partiti devono cambiare. Ma c’è modo e modo. Guardate cosa fecero i laburisti inglesi dopo 17 anni di vita grama all’opposizione. Proposero un leader giovane, Blair, ed escogitarono un approccio innovativo, il “New Labour”. Che il nuovo corso blairiano sia riuscito o abbia fallito, non ci interessa ora. Il punto è che gli inglesi presero le mosse da una cultura centenaria, quella laburista, e tentarono di rivisitarla, di reinventarla. Mica hanno partorito un partito nuovo di zecca, con un nome fantasioso. In Italia s’è fatto l’esatto opposto (Forza Italia, PDL, Italia dei Valori, Cinque Stelle ecc.). Come se cambiando l’etichetta, il prodotto fosse di per sé originale, di qualità, e, soprattutto, vendibile all’elettore-consumatore.

Morale della favola: in Italia, stiamo pagando tutti il prezzo di una follia che è stata anzitutto culturale, una follia messa scientemente in atto ben prima della comparsa dei Cinque Stelle, e cioè la distruzione sistematica dei partiti storici ad opera di chi aveva militato per decenni in quegli stessi partiti. E così culture politiche antiche, blasonate sono state inghiottite da un buco nero. Ecco come, di punto in bianco, è nato lo stesso PD. Teniamo questo a mente: in Italia il nesso politica e cultura è sempre stato saldissimo, fin dalla fondazione del primo partito politico di “massa”, il partito dei lavoratori, nel 1892. L’unica eccezione è stata il Partito nazionale fascista, come capì subito Gramsci (“Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri…”). Tutti gli altri partiti italiani – pre- e post-bellici – avevano un chiaro imprinting filosofico, un solido retroterra culturale: il partito liberale (liberalismo, cultura illuministica), il repubblicano (ideali risorgimentali e democratici), il socialista (marxismo), il social-democratico (marxismo revisionistico), la democrazia cristiana (cristianesimo sociale) ecc. Ogni leader di partito un tempo doveva confrontarsi con i classici del pensiero politico e filosofico. Guai, oggi, a parlare di illuminismo, di liberalismo, di socialismo: bizzarrie dei nostalgici di un passato che fu; roba che puzza di muffa, buona solo per qualche seminario accademico. Avanti tutta verso un radioso avvenire senza ideali! Ecco che si delinea un mondo perfetto per teste vuote e anime in pena.

Badate bene: nella “Seconda Repubblica” sono state annullate le identità e le culture politiche, non già i vecchi modi di far politica. Né è stata rinnovata la classe dirigente, transitata armi e bagagli dalla Prima Repubblica.  Sicché il paradosso è che questo giacobinismo culturale, nocivo in sommo grado per la società civile, non ha rinnovato un bel nulla. Ha distrutto il vecchio – la parte migliore di esso, peraltro – senza costruire il nuovo. E’ stato – perdonatemi l’immagine forte – una chemioterapia impazzita che ha ucciso le cellule sane e lasciato in vita quelle malate: laddove non ci sono sapere, riflessione critica, idealità radicate in una tradizione di pensiero, il cancro della corruzione prolifera. Il moralismo senza cultura non è una risposta; l’onestà non è un programma politico. Il politico onesto, non avendo più una stella polare che lo orienti, cambia idea e posizione come una bandiera al vento. E’ così che la politica, depotenziata, è divenuta sempre più fiacca e imbelle. Ne hanno tratto vantaggio i poteri forti dell’economia, che ora spadroneggiano. Anche la regressione psico-politica che osserviamo – la lotta politica concepita come attacco personale, insulto, sfogo nevrotico, sfoggio della più crassa ignoranza – è dovuta a questo stato di cose.

L’ingenuo presupposto dei “rinnovatori” era il seguente: tempi nuovi generano problemi così inediti e inimmaginabili che le vecchie culture sono del tutto inadeguate non dico a risolverli ma addirittura a comprenderli. A conti fatti, poi, si è scoperto che l’essere umano può mutare pelle come i serpenti, ma non muta natura: i nostri primordiali istinti si ribellano a ogni tentativo di “mutazione antropologica”. I problemi delle comunità umane sono quelli di sempre: il rapporto problematico fra diritti e doveri (ancora attuali, su questo, le polemiche ottocentesche fra Mazzini e i marxisti; molto simili a quelle, in Inghilterra, fra Coleridge e i fautori a oltranza della Rivoluzione francese), il tema delle libertà (il fondamentalismo, religioso o laico, è una costante della nostra storia; così come lo è quello della concentrazione monopolistica del potere, politico o economico – Bobbio, in quell’opera straordinaria che è Politica e cultura, pubblicata per la prima volta nel 1955, squaderna riflessioni attualissime, che forse tali rimarranno per sempre: il politico di sinistra deve sforzarsi di conciliare la libertà liberale (intesa come non impedimento), la libertà democratica (autonomia della volontà) e la libertà socialista (potere di fare, realizzare in concreto); la questione della giustizia sociale e della coesistenza fra popoli e culture diverse (qui tutto il filone del marxismo revisionistico e del socialismo liberale ha ancora una sua validità); il problema della guerra, dello sfruttamento degli esseri umani e della distruzione del pianeta (viene subito in mente il cosmopolitismo illuministico, e l’ecologismo novecentesco). Problematiche ricorrenti si ripresentano ciclicamente, pur in forme e con intensità diverse, e noi ci siamo incaponiti a volerle affrontare ignorando gli insegnamenti della storia e tutto ciò che teorici e uomini d’azione hanno pensato o fatto prima di noi. Certo, ci sono novità assolute, all’alba di questo 21esimo secolo, quelle legate alle nuove tecnologie: l’automazione e le nuove tipologie di lavoro; la rivoluzione digitale e internet. Ma anche in questi casi le lezioni del passato possono far accendere qualche lampadina (un mondo robotizzato non vuole forse dire che vanno ripensati i diritti dei lavoratori e lo stesso Welfare? La presenza di potentati economici di nuovo tipo non chiama in causa la vecchia legislazione anti-Trust? La comunicazione, spesso debordante, su internet e le nuove forme di mobbing telematico non hanno già riproposto il tema antichissimo dei limiti da porre alla libertà di espressione?).

Posted on January 25, 2017 and filed under Post in italiano.

Chi è senza peccato

La filippica del deputato 5 Stelle Mattia Fantinati al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini ha galvanizzato le folle virtuali sui social media. Il suo atteggiamento fazioso e persecutorio ricorda il furore dei giustizialisti al tempo di Mani Pulite. Che differenza abissale rispetto all’intervento colto e intelligente di Claudio Martelli al Meeting di CL negli anni Ottanta! Altri tempi, altre intelligenze, altre carature politiche.  Io e i cillieni militiamo da sempre su sponde opposte. Negli anni Ottanta, quand’ero studente, polemizzavo aspramente contro il loro modo di concepire la religione e la politica. Ma il confronto/scontro era politico. Altra cosa dal moralismo becero che va per la maggiore oggi. Noi laici non lottavamo contro il Male assoluto. Ai cattolici ultra conservatori contrapponevamo la nostra visione laica e libertaria. Talora affioravano punti d’incontro: la lotta per la libertà nei paesi oppressi dal comunismo per esempio.

La laicità è figlia della cultura liberale: significa tolleranza, apertura mentale, esercizio del dubbio. Il laico, convinto che la verità assoluta non esiste, rispetta il proprio interlocutore – a condizione, ovviamente, che questi non persegua la sopraffazione e la violenza. Fantinati invece possiede la verità, è un puro. I suoi avversari sono nemici del bene. Colpisce la posa compiaciuta dello zelota, dell’integralista: “Sono qui per denunciare come Comunione e Liberazione, la più potente lobby italiana, abbia trasformato l’esperienza spirituale morale, in un paravento di interessi personali, finalizzati sempre e comunque a denaro e potere. La politica deve essere laica, perché deve fare il bene comune, di tutti. Non esiste una politica cristiana, esiste un cristiano che fa politica. Il Movimento 5 stelle si indigna che si possa strumentalizzare in questo modo tanta brava gente e credenti cattolici”.

Questo j’accuse generalizzato, questa chiamata di correità collettiva è degna dei tribunali della Santa Inquisizione – l’inquisitore fa ricadere le (presunte, ma date per certe) colpe su tutti i militanti del movimento incriminato. L’illuminista Beccaria, che teorizzò la geniale distinzione tra reato e peccato, inorridirebbe. Secondo il diritto laico, c’è solo un caso in cui il reato “associativo” ha un senso: quando si ha a che fare con organizzazioni criminali quali la Mafia e il Partito nazista. In uno Stato costituzionale di diritto, si denuncia la singola persona che ha commesso un reato specifico. Per i grillini invece chi è al governo o raggiunge posizioni di potere nella società civile – anche in una democrazia liberale –  è un corrotto, un disonesto, un losco figuro.

Badate bene: è tutt’altra cosa dire “chi è al governo può abusarne”. Dubitare di chi è al governo è cosa lecita, ed è compatibile con il garantismo. E infatti i liberali hanno escogitato il meccanismo della rotazione dei governanti. Ma il pentastellato senza macchia e senza paura (s)ragiona in base a categorie religiose manichee: di qua i puri, di là gli impuri; di qua i buoni, di là i cattivi; di qua la verità, di là la menzogna. Ma perché mai non è lecito che un movimento politico influenzi l’opinione pubblica anche con il denaro e il potere? Non è quello che fate anche voi, cari Robesperierre in sedicesimo? Non utilizzate forse il denaro, e i social media (spesso in maniera scorretta, propagandistica)? E cos’è questa entità misteriosa – il Potere – che evocate con gli occhi sgranati?

In un post su facebook, il nostro eroico deputato aggiunge il carico da novanta: “abbiamo buttato un sassolino dentro l’ingranaggio. Abbiamo fatto capire cosa significa onestà, trasparenza, a tutti i costi. La nostra onda travolgerà il marcio”. In sintesi: la politica non è buon governo, gestione efficiente della cosa pubblica. È molto di più: è rigenerazione, riscatto morale. È una jihad: il compito dei puri è scacciare il diavolo con l’acqua santa. È così che i giustizialisti e i puritani soffiano sul fuoco dell’antipolitica. Talmente grandiosi e irrealistici sono i loro strombazzati propositi di rinnovamento radicale che la gente prima o poi si ritrae, schifata, dalla politica democratica – palude malsana non bonificabile.

Per i grillini la commistione fra potere, denaro e politica è fonte di ogni male; ed è causa del decadimento morale della nazione. Chi, in politica, maneggia il denaro – lo sterco del demonio – è un ladro e si danna l’anima. “Negli anni avete generato un potere politico capace di influenzare sanità, scuole private cattoliche, università e appalti. Sempre dalla parte dei potenti, sempre dalla parte di chi comanda. Sempre in nome di Dio”. Insomma: gli imprenditori ciellini sarebbero come i mercanti del Tempio scacciati ignominiosamente da Gesù. Io – da buon socialista – ho una vena anti-clericale. Ma so bene che nessun movimento politico e nessuna Chiesa possono fare a meno di gestire in maniera “impura” le cose terrene. Il momento spirituale e quello temporale non si separano a colpi d’accetta. Umani siamo, e abitiamo un mondo imperfetto e maledettamente complicato. Leggetevi Carlo Ginzburg, il quale ironizza sulla “storiografia giudiziaria” per cui la politica sarebbe un susseguirsi di tradimenti, complotti, inganni, ruberie. Lo stesso impero romano, secondo i moralisti, crollò perché gli antichi romani avevano perso le antiche virtù repubblicane: sobrietà e onestà. Si erano rammolliti, trascorrrevano troppo tempo nelle terme e a gozzovigliare... La storia – la politica di oggi è la storia di domani – non è una rassicurante fotografia in bianco e nero: è piuttosto un canovaccio pieno di macchie e di zone grigie. E il grigio non è detto che indichi una cloaca maleodorante.

La Chiesa cattolica è stata tutto e il contrario di tutto, spesso nello stesso momento storico: una struttura di potere che ha perseguitato e torturato ebrei ed eretici, ordinato omicidi, pianificato stragi e guerre sante. È stata anche una entità spirituale che ci ha trasmesso la Caritas, gemma racchiusa nel Vangelo. Nella Chiesa convivono il papa simoniaco Bonifacio VIII e San Francesco. Il poverello di Assisi sapeva che la Chiesa era un impasto di idealità e corruzione, eppure scelse di riformarla standoci dentro. In tempi più moderni abbiamo avuto il papa antimodernista Pio X, e il grande papa laico Giovanni XXIII. Anche fra i ciellini, semplici militanti o dirigenti, ci sarà chi si è fatto sedurre dalle lusinghe di Satana. E ci saranno anche tanti idealisti per i quali il denaro e il potere sono un mezzo per promuovere una certa visione del mondo, non un fine in sé. Lo sterco del demonio a volte è utilissimo. Ricordo certe polemiche meschine contro Don Oreste Benzi, il fondatore della comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini. Lo accusavano di fare il “business” col denaro e le proprietà che i fedeli gli donavano. Ebbene sì, era a modo suo un affarista, e gliene ne siamo grati: è così che ha compiuto tante opere di bene.

Gratta gratta si scopre che i duri e puri non sono poi così puri. Perché scegliere un tipo di reato-peccato, se il mondo della politica ufficiale è affarismo putrido da cima a fondo? Semplice: la logica manichea del puro richiede che il male denunciato sia assoluto ed estraneo, lontano da sé. Il male deve incarnarsi in un gruppuscolo laggiù sull’orizzonte – la casta, i ciellini ecc. – che funge da sacco delle botte e capro espiatorio per i mali della nazione. Pochi colpevoli, e tutti gli altri assolti. Ecco perché il Movimento 5 stelle ha scelto come bandiera di battaglia la corruzione. Denunciare l’evasione fiscale, reato altrettanto grave, metterebbe in crisi lo schema semplicistico “cittadini onesti di qua, politici corrotti di là”. Troppe persone dovrebbero mettersi una mano tremolante sulla coscienza. Che differenza c’è sul piano giuridico fra il corrotto/corruttore e il grande evasore? Nessuna: entrambi violano la legge. Che differenza morale c’è fra un politico (o un amministratore pubblico) che incassa una tangente e un imprenditore che guadagna duecentomila euro l’anno e ne dichiara solo diecimila? Nessuna: entrambi rubano; entrambi danneggiano la comunità. Negli Stati Uniti, paese con un forte imprinting puritano, corrotti ed evasori sono trattati allo stesso identico modo: vanno in galera tanto gli uni quanto gli altri. Sia chiaro che non sono, a mia volta, un talebano della legalità: lo so che il piccolo commerciante spesso è costretto a evadere per sopravvivere. Ma la grande evasione è, questa sì, un male: è una delle cause dell’ingiustizia sociale. Il pensionato, il dipendente, l’imprenditore onesto tirano la cinghia eppure finanziano ospedali, scuole, strade anche per i milionari che evadono le tasse. Secondo uno studio della Commissione UE, nel 2013 l’evasione ha sottratto ben 50 miliardi di euro alle casse dello Stato italiano. Una montagna di denaro, pari a due finanziarie lacrime e sangue. Con quei soldi potremmo fare tante cose: ridurre le tasse a chi ne paga troppe, aiutare i bisognosi, investire nell’economia.

Nel Vangelo ci sono vari passi che incitano al fanatismo. Ma ce ne sono due stupendi, assolutamente anti-integralisti. Gesù non si fece cogliere in fallo dal fariseo di turno che voleva arruolarlo nel partito anti-tasse e anti-Roma. Prendendo in mano la moneta che il fariseo (un puro) gli porgeva, disse: “A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”. Queste parole sono state interpretate come una dichiarazione ante litteram di laicità. A mio modesto avviso sono un richiamo al realismo, alla concretezza: il denaro non va demonizzato – Cesare ne ha bisogno per costruire strade, ponti e acquedotti. Quando una folla inferocita si apprestava a lapidare una prostituta, Gesù fermò la barbara esecuzione dicendo: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Per poter scagliare la prima pietra, i moralisti sono costretti a denunciare un solo tipo di peccato: quello di cui – per il momento – non si sono macchiati loro.

Copyright Gian Maria Turi 2015

Posted on September 8, 2015 and filed under Post in italiano.