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Islam moderato e vittimismo arabo, II

Ora la dico io una cosa controcorrente: il concetto di persecuzione religiosa – se ci limitiamo al rapporto problematico fra i figli di Abramo – è, in teoria, più cristiano che islamico. Non c’è testo cristiano antico, Vangelo incluso, che accetti la convivenza di più religioni nel medesimo spazio. Lo spirito totalizzante del cristianesimo viaggia sulle ali dell’amore, ovviamente.  Ma Amos Oz nel romanzo Giuda ci ricorda che l’amore cristiano è stato così asfissiante da ispirare anche azioni criminali. I regnanti europei erano coerenti con il loro credo: perseguitando o scacciando i loro fratelli in Abramo saldavano – come avrebbe detto Lenin – ‘teoria e prassi’. L’atteggiamento (storicamente) più tollerante dei musulmani ha un fondamento testuale: il Corano ammette un certo pluralismo religioso nel senso che concede libertà ‘vigilata’ alla ‘gente del libro’, cioè ad ebrei e cristiani. La salvezza dell’anima non è un privilegio riservato ai soli musulmani: “in verità, coloro che credono, siano essi giudei, nazareni o sabei, tutti coloro che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e compiono il bene riceveranno il compenso presso il loro Signore. Non avranno nulla da temere e non saranno afflitti.” (2: 62, Sura “Al-Baqara/La Giovenca”). Una declinazione cristiana di questa formula ecumenica sarebbe stata ritenuta blasfema in Occidente. Abbiamo dovuto attendere il modernismo cattolico, perché i nostri Papi osassero dire cose di questo tenore (il Protestantesimo ci è arrivato secoli in anticipo). La tolleranza, precisiamolo, non nasce per abiogenesi nel seno della cristianità: è una conquista dei laici, dei democratici, dei socialisti. In sintesi: prima della grande svolta libertaria, l’ortodossia, da noi, era rigidissima, inflessibile: i cristiani erano severi sia con i monoteisti che c’erano prima (gli ebrei) sia con quelli che sono comparsi dopo (musulmani). Gli uni e gli altri, essendo infedeli, per salvare il corpo e l’anima avevano una sola strada: convertirsi. I musulmani sono stati intolleranti soprattutto verso chi, pur monoteista, è venuto dopo di loro – nessun Profeta è ammissibile dopo Maometto.  Per l’Islam la presenza di comunità ebraiche (o cristiane) di certo non rappresentava un problema teologico insormontabile: Mosè e Gesù sono profeti che prefigurano l’ultima Rivelazione, quella coranica. Ne consegue che gli ebrei (e i cristiani) nelle terre islamiche furono perseguitati più come avversari politici che come adepti di un’altra fede, peraltro affine e quindi rispettata.

I cristiani ebbero un atteggiamento radicalmente diverso, totalitario e intransigente, fin dall’inizio. I primi convertiti trovavano insopportabilmente indigesta la caparbia dei loro ex correligionari. Perché costoro si rifiutavano di abbracciare il nuovo credo? I discepoli e i primi seguaci di Cristo non erano forse ebrei, appartenenti però a una nuova setta illuminata che non ammetteva concorrenti? Che gli ebrei non credessero al Messia figlio di Dio è sempre stato occasione di scandalo. Nel Corano, è vero, vi sono spunti antiebraici. Ma l’antigiudaismo islamico non è paragonabile in virulenza a quello cristiano. Ipse dixit un profondo conoscitore dell’Islam, Bernard Lewis, nell’ormai classico Gli ebrei nel mondo antico. Gli ulema non imbastirono nei confronti degli ebrei l’accusa infamante di deicidio per giustificare repressioni o conversioni forzate.

A latere, ma sempre in tema di persecuzione: il termine teologico ‘eresia’ (scelta, elezione, inclinazione) è di origine greca: la dottrina deviante è, appunto, frutto di una scelta individuale, in contrasto con quanto prescrive la Chiesa ufficiale, unica depositaria delle verità di fede, e quindi unica realtà autorizzata ad interpretare le Sacre Scritture (questo fino alla Riforma protestante, che afferma il principio rivoluzionario del ‘libero esame’). Nell’Islam – di nuovo: in teoria – ogni fedele è libero di fronte al Corano ed è totalmente responsabile delle sue scelte; l’imam guida la preghiera, non può forzare una interpretazione coranica su un’altra.

E’ tuttavia vero – evitiamo anche noi stereotipi e banalizzazioni – che vi furono lodevoli eccezioni in quella che fu a lungo una cristianità faziosa e intollerante. Ne menziono due, forse le più significative: la Scuola di traduttori di Toledo (dal 1085 in poi) diede vita a una intesa fioritura culturale grazie all’apertura che i re cristiani manifestarono verso ebrei e musulmani. Spicca poi la figura maestosa di Federico II di Svevia, un sovrano illuminato che seppe far convergere nel Sud d’Italia il meglio delle civiltà normanna, bizantina, siculo-italiana e araba. Tant’è che si rifiutò di reprimere le eresie e di combattere le crociate, come la Chiesa di Roma pretendeva che lui facesse. Federico II parlava l’arabo, rispettava l’Islam, e aveva un rapporto eccellente con i musulmani di Sicilia. Su tutt’altra lunghezza d’onda il Papa dell’epoca, ovviamente.

Veniamo ora a tempi ben più recenti. Molte cose nell’Islam cambiarono con l’avvento del colonialismo europeo. E naturalmente i musulmani in blocco salgono di nuovo sul banco degli imputati. Da fine Ottocento fino al 1945 le élite e le popolazione islamiche avrebbero scaricato la loro “aggressiva ostilità” contro tutti gli ebrei di casa loro. Buffo che, per definire gli episodi di intolleranza sfocianti nella caccia all’ebreo, venga utilizzata la parola russa “pogrom”, coniata, appunto, per descrivere le fiammate di antisemitismo aggressivo ad opera dei cristiani ortodossi nell’ex impero zarista. Ecco la scoperta del secolo: furono gli arabi a inventare i pogrom! Siamo grati a Della Loggia per questa capriola revisionistica che mette in riga la storiografia contaminata dall’ideologia progressista. I perfidi islamici avrebbero affinato tecniche di “degradazione sociale”, fondate su angherie e violenze, miranti “a una sorta di animalizzazione deumanizzante della figura dell’ebreo”.

Che gli ebrei abbiano subito torti, violenze e soprusi nei paesi arabo-islamici è incontestabile. Ma c’è da rimanere basiti: qui si attribuisce ai musulmani la paternità del processo di disumanizzazione dell’ebreo, che è opera di 2000 anni di antigiudaismo cristiano. E’ in una nazione profondamente cristiana, la Germania, che furono concepiti i lager, microcosmi infernali fondati sull’annientamento spirituale e psichico prima ancora che fisico degli ebrei, ridotti a larve umane e trattati peggio di bestie – su questo rimando al classico Se questo è un uomo di Primo Levi. Fu una élite cristiana – i gerarchi nazisti erano tutti protestanti o cattolici – che decise la “soluzione finale”; furono ex chierichetti ed ex parrocchiani ad approntare un meccanismo diabolico per realizzare l’infame disegno genocida hitleriano, in seguito al quale vennerro gassati circa 6 milioni di ebrei. 

No, io non ho una “immagine idilliaca della civiltà islamica”, so benissimo che i musulmani – come tutti gli esseri umani, direi – sono capaci di far il male quanto noi ‘cristiani’, e ne hanno dato ampia dimostrazione. Ma una cosa mi riesce impossibile: manipolare la storia attribuendo loro l’origine (o il peggio) dell’antisemitismo. Non pratico “l’autoflagellazione della civiltà occidentale”, sono fiero delle straordinarie conquiste dell’Occidente, che si chiamano Rinascimento, Illuminismo, Democrazia, Socialismo. Ma se ritenete che Osama Bin Laden e Daesh facciano parte a pieno titolo della civiltà islamica, assieme alla tratta degli schiavi e a mille altre nefandezze, perché mai le guerre di religione, Hitler, il genocidio ebraico, il nazionalismo, due guerre mondiali con settanta milioni di morti, dovrebbero essere esclusi dalla civiltà occidentale?

Il revisionismo storico dovrebbe mettere in discussione dogmi, non crearne di nuovi. È assurdo che “per favorire la nascita di un Islam ‘moderato’” noi si debba imporre ai musulmani arabi una visione ideologica, politically correct, della loro storia, invitandoli ad autoflagellarsi a loro volta, per contrappasso. Limitiamoci a studiare la storia con un metodo laico, senza paraocchi ideologici. Rimpiazzare la vulgata anti-occidentale con un manicheismo che attizza sentimenti revanscisti anti-musulmani, serve solo a rinfocolare l’odio, e a scavare fossati profondi fra ‘noi’ e ‘loro’. Se vogliamo che l’Islam moderato cresca rigoglioso pacifichiamo i paesi arabi, smettiamola di vendere le armi ai signori della guerra nel Medioriente, e piantiamo in quell’area martoriata due semi preziosi, la democrazia e il benessere, come fecero intelligentemente gli americani nel dopoguerra, in Europa. Queste sono le armi politiche e culturali più efficaci contro l’estremismo.

 

Post scriptum: quasi tutti i leader musulmani, in Gran Bretagna, hanno rifiutato le esequie religiose per i terroristi dell’efferato attacco londinese, avvenuto di recente. Vi prego, ammiratori dell’Occidente cristiano senza macchia, di riflettere un attimo sul funerale di Augusto Pinochet, il militare golpista che strappò con la violenza il potere a Salvadore Allende, leader socialista eletto democraticamente. Augusto Pinochet: un dittatore sanguinario, colpevole di crimini contro l’umanità: almeno 10.000 gli oppositori trucidati nei 17 anni del suo regno del terrore; cinque volte tanto i torturati; stimati fra 30.000 e 100.000 i cittadini cileni internati/imprigionati senza processo e gli esiliati. Pinochet era un individuo della stessa pasta morale di Hitler o Stalin. Ebbene, il Cardinale Francisco Javier Errazuriz, Arcivescovo di Santiago del Cile, uomo di autentica fede, uno che crede davvero nelle radici cristiane dell’Occidente, presiedendo la prima messa per la morte del dittatore, si è espresso con commovente pietas religiosa: “Vogliamo chiedere al Signore che è misericordioso, ed è la fonte di ogni bene, che lo perdoni e che tenga conto di ciò che ha fatto di buono… (Preghiamo che il Signore) valorizzi tutto il bene che fece nella vita e riposi in pace”. Chissà che hanno pensato, di questa eulogia, i parenti delle vittime violentate, menomate nel fisico e nella mente, massacrate, e infine uccise senza dignità né pietà alcuna.  E chissà che boato assordante avrebbero scatenato i difensori dell’Occidente cristiano senza macchia, se un leader religioso musulmano riconosciuto (non un imam qualsiasi) avesse officiato una cerimonia simile a quella, magari con l’imprimatur degli ulema più influenti, elevando a Dio la stessa accorata preghiera di perdono, sul cadavere del terrorista Osama Bin Laden. 

Posted on June 24, 2017 and filed under Post in italiano.

Amore naturale e famiglia Mulino Bianco

Il punto non è se Papa Francesco abbia ragione o torto (io, lo confesso, provo un’istintiva simpatia per questo personaggio carismatico che, con umiltà e coraggio, vuole riformare la Chiesa cattolica). Il punto è un altro: ha un’organizzazione religiosa – direttamente o tramite i suoi fedeli impegnati in politica – il diritto di imporre la propria visione morale allo Stato, ovvero alla totalità dei cittadini? Io, da buon laico, dico di no. Lo Stato ha un solo compito: far rispettare una morale laica universale, che è quella espressa nella sua Costituzione e nelle sue leggi.

La questione del matrimonio omosessuale non ha nulla a che fare con la verità. Ha invece tutto a che fare con la libertà di scelta nella sfera umana la più intima, quella che riguarda gli affetti. Io non penso che la mia visione del mondo sia più giusta di quella cattolica o musulmana. So di essere fallibile! Rivendico solo il diritto sacrosanto di vivere secondo il mio concetto di moralità, giusto osbagliato che sia per gli altri. Non temo il tribunale divino – dubito che esista quel Dio tirannico e capriccioso che alcuni religiosi evocano. Temo ben di più il tribunale degli uomini. Ed è per questo che sono lieto di vivere in una città secolare, in cui i giudici si occupano di questioni penali e civili, non di etica, che è affare privato. Papa Francesco ha un animo mite, e la Chiesa cattolica non è più sul piede di guerra – grazie a Giovanni XXIII ha fatto i conti con la modernità, benché non fino in fondo. Ma non dimentichiamo che lo Stato laico è una grande conquista di civiltà, e va sempre tutelato. Il principio laico-liberale è superiore a quello clericale in questo: se vince il laico, l’integralista potrà continuare a professare la sua fede; se vince l’integralista, il laico verrà menomanto nelle sue libertà: la sua morale sarà fuori legge.

Quando si discute, anche fra laici, di verità morale, mi viene in mente la formidabile domanda retorica rivolta da Ponzio Pilato a Gesù: quid est veritas? Noi liberal-socialisti, figli dell’illuminismo, dobbiamo molto allo scetticismo pagano. È ovvio che siamo debitori anche nei confronti del cristianesimo e dell’ebraismo – il concetto di caritas è la scintilla del nostro amore laico per l’umanità. Ma la caritas non può fugare il dubbio razionale che è in me. L’unica cosa di cui sono certo sono le mie incertezze (e infatti mi definisco agnostico: anche nella professione di ateismo c’è troppa sfrontata certezza). Per rimanere in tema: uno dei miei dubbi riguarda proprio le cosiddette sempiterne leggi di natura. Che la riproduzione fra maschio e femmina sia il meccanismo che consente la continuazione della specie è lapalissiano. Ma cosa c’entra questo con il matrimonio omosessuale? Una dignitosa legge libertaria che consenta a persone dello stesso sesso di sposarsi porterà all’eguaglianza dei diritti, non all’apocalisse. Dire che il riconoscimento giuridico del rapporto tra due Adamo e due Eva equivale all’estinzione della razza umana è un argomento deboluccio visto che il nostro pianeta ha il problema opposto: è sovrappopolato. Nel mondo reale, poi, avviene che molti omosessuali si sposino e abbiano prole, quindi il problema non si pone. Nessuna norma giuridica può garantire o pregiudicare la continuità della specie. Se il mondo intero scivolasse nell’omosessualità nessuno potrebbe impedirlo, statene pur certi. In un’ottica liberal-socialista(espressa magnificamente nei principi fondamentali della Costituzione italiana), le leggi mirano ad assicurare la pace sociale in un clima di libertà e di giustizia. Il diritto non crea i fenomeni sociali o morali, semmai li regola.

È assurda la convinzione tradizionalista secondo cui lo Stato, contrattualizzando l’unione tra due persone dello stesso sesso, sovvertirebbe l’ordine naturale delle cose. Qui si dà per scontato che l’amore eterosessuale rispecchi l’ordine immutabile del creato. Ciò confligge con la scienza: vari etologi sostengono, prove empiriche alla mano, che l’omosessualita esiste anche fra gli animali. Dacia Maraini, in un bel articolo (“La difficile chiarezza sull’amore naturale”, Il Corriere della Sera, 6.10.2015), va diritto  al cuore della questione. Il matrimonio non è forse un contratto? E allora “cosa c’è di naturale in un contratto?”  E soprattutto “chi stabilisce cosa è naturale e cosa non lo è?” Aggiungo un’altra domanda: cosa è più conforme a natura, la famiglia patriarcale – quella dei nostri nonni, in cui l’uomo era il dominus incontrastato, la moglie e i figli essendogli pressoché asserviti, tanto che l’esercizio della patria potestà puzzava di arbitrio e sopraffazione – oppure la famiglia moderna di oggi, che è caratterizzata da una sostanziale parità fra i coniugi? Un fatto è certo: la famiglia Mulino Bianco è una finzione (ricordate quella pubblicità che presenta un incantevole, quasi fiabesco scorcio di natura toscana?). Se un bambino ha bisogno del padre e della madre – lungi da me voler negare così elementare ovvietà da libro Cuore –, che dire delle famiglie monoparentali, che in alcuni Paesi occidentali sono ormai numerosissime e non rappresentano più l’eccezione? Forse, secondo certi religiosi, dovremmo sanzionarle o guardarle in cagnesco perché, essendo formate da un solo genitore e uno o due figli, rappresentano una degenerazione dell’archetipo ideale. Io, in un’altra vita, ho fatto l’educatore in una comunità per adolescenti, e la famiglia Mulino Bianco non l’ho mai incontrata. Ho conosciuto invece una miriade di famiglie con la mamma e il papà in cui avvenivano abusi e violenze terrificanti. Aveva ragione Tolstoj: tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro; ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo. Questo sarebbe un bel tema su cui riflettere: come possiamo ridurre l’infelicità dovuta alla povertà, al disagio sociale, all’ignoranza, alla discriminazione?

Riconosciamolo: la famiglia è l’organizzazione più innaturale che esista. Eppure una famiglia sana e unita è un pilastro della società (neanche questo concetto esiste in natura: gli animali non sono propensi a stipulare contratti sociali!). I figli hanno bisogni materiali e psicologici che possono essere soddisfatti solo in un ambiente armonico, colmo di affetto. La famiglia si rivela un inferno per chi ha la sventura di avere i genitori sbagliati. È quindi giusto, per il benessere della comunità umana, resistere agli impulsi e alle pulsioni che proviamo. Per noi uomini sarebbe naturale avere molti partner al di fuori del matrimonio. Poter procreare con tante donne, tra l’altro, sarebbe utile e salutare per la mescolanza dei geni. La promiscuità sessuale non è forse un meccanismo naturalissimo per il miglioramento della nostra specie? Ma la società, giustamente, ha elaborato norme e convenzioni innaturali per proteggere il delicato equilibrio del nucleo famigliare. L’esperienza ci ha insegnato che la monogamia funziona meglio della poligamia. Nello stato di natura le bestie si accoppiano liberamente, e accudiscono i loro cuccioli solo finché glielo detta l’istinto. Nulla di lontanamente paragonabile alla famiglia umana.

Se c’è qualcosa di naturale, per la nostra specie, è l’amore che proviamo per i nostri simili. Non so  che tipo di affettività avessero i nostri progenitori, quando erano ancora bruti nelle caverne, nella delicata e misteriosa transizione dal Neanderthal all’Homo Sapiens. Fatto sta che oggi quel sentimento così essenzialmente umano esiste, e rende la vita degna di essere vissuta. La famiglia più naturale è quella cementata dall’amore, non importa se etero o omo. Spetta a voi, cari conservatori o tradizionalisti, dimostrare che un omosessuale ha – congenitamente – una capacità minore di amare rispetto a un eterosessuale.


Posted on October 21, 2015 and filed under Post in italiano.