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Islam moderato e vittimismo arabo, II

Ora la dico io una cosa controcorrente: il concetto di persecuzione religiosa – se ci limitiamo al rapporto problematico fra i figli di Abramo – è, in teoria, più cristiano che islamico. Non c’è testo cristiano antico, Vangelo incluso, che accetti la convivenza di più religioni nel medesimo spazio. Lo spirito totalizzante del cristianesimo viaggia sulle ali dell’amore, ovviamente.  Ma Amos Oz nel romanzo Giuda ci ricorda che l’amore cristiano è stato così asfissiante da ispirare anche azioni criminali. I regnanti europei erano coerenti con il loro credo: perseguitando o scacciando i loro fratelli in Abramo saldavano – come avrebbe detto Lenin – ‘teoria e prassi’. L’atteggiamento (storicamente) più tollerante dei musulmani ha un fondamento testuale: il Corano ammette un certo pluralismo religioso nel senso che concede libertà ‘vigilata’ alla ‘gente del libro’, cioè ad ebrei e cristiani. La salvezza dell’anima non è un privilegio riservato ai soli musulmani: “in verità, coloro che credono, siano essi giudei, nazareni o sabei, tutti coloro che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e compiono il bene riceveranno il compenso presso il loro Signore. Non avranno nulla da temere e non saranno afflitti.” (2: 62, Sura “Al-Baqara/La Giovenca”). Una declinazione cristiana di questa formula ecumenica sarebbe stata ritenuta blasfema in Occidente. Abbiamo dovuto attendere il modernismo cattolico, perché i nostri Papi osassero dire cose di questo tenore (il Protestantesimo ci è arrivato secoli in anticipo). La tolleranza, precisiamolo, non nasce per abiogenesi nel seno della cristianità: è una conquista dei laici, dei democratici, dei socialisti. In sintesi: prima della grande svolta libertaria, l’ortodossia, da noi, era rigidissima, inflessibile: i cristiani erano severi sia con i monoteisti che c’erano prima (gli ebrei) sia con quelli che sono comparsi dopo (musulmani). Gli uni e gli altri, essendo infedeli, per salvare il corpo e l’anima avevano una sola strada: convertirsi. I musulmani sono stati intolleranti soprattutto verso chi, pur monoteista, è venuto dopo di loro – nessun Profeta è ammissibile dopo Maometto.  Per l’Islam la presenza di comunità ebraiche (o cristiane) di certo non rappresentava un problema teologico insormontabile: Mosè e Gesù sono profeti che prefigurano l’ultima Rivelazione, quella coranica. Ne consegue che gli ebrei (e i cristiani) nelle terre islamiche furono perseguitati più come avversari politici che come adepti di un’altra fede, peraltro affine e quindi rispettata.

I cristiani ebbero un atteggiamento radicalmente diverso, totalitario e intransigente, fin dall’inizio. I primi convertiti trovavano insopportabilmente indigesta la caparbia dei loro ex correligionari. Perché costoro si rifiutavano di abbracciare il nuovo credo? I discepoli e i primi seguaci di Cristo non erano forse ebrei, appartenenti però a una nuova setta illuminata che non ammetteva concorrenti? Che gli ebrei non credessero al Messia figlio di Dio è sempre stato occasione di scandalo. Nel Corano, è vero, vi sono spunti antiebraici. Ma l’antigiudaismo islamico non è paragonabile in virulenza a quello cristiano. Ipse dixit un profondo conoscitore dell’Islam, Bernard Lewis, nell’ormai classico Gli ebrei nel mondo antico. Gli ulema non imbastirono nei confronti degli ebrei l’accusa infamante di deicidio per giustificare repressioni o conversioni forzate.

A latere, ma sempre in tema di persecuzione: il termine teologico ‘eresia’ (scelta, elezione, inclinazione) è di origine greca: la dottrina deviante è, appunto, frutto di una scelta individuale, in contrasto con quanto prescrive la Chiesa ufficiale, unica depositaria delle verità di fede, e quindi unica realtà autorizzata ad interpretare le Sacre Scritture (questo fino alla Riforma protestante, che afferma il principio rivoluzionario del ‘libero esame’). Nell’Islam – di nuovo: in teoria – ogni fedele è libero di fronte al Corano ed è totalmente responsabile delle sue scelte; l’imam guida la preghiera, non può forzare una interpretazione coranica su un’altra.

E’ tuttavia vero – evitiamo anche noi stereotipi e banalizzazioni – che vi furono lodevoli eccezioni in quella che fu a lungo una cristianità faziosa e intollerante. Ne menziono due, forse le più significative: la Scuola di traduttori di Toledo (dal 1085 in poi) diede vita a una intesa fioritura culturale grazie all’apertura che i re cristiani manifestarono verso ebrei e musulmani. Spicca poi la figura maestosa di Federico II di Svevia, un sovrano illuminato che seppe far convergere nel Sud d’Italia il meglio delle civiltà normanna, bizantina, siculo-italiana e araba. Tant’è che si rifiutò di reprimere le eresie e di combattere le crociate, come la Chiesa di Roma pretendeva che lui facesse. Federico II parlava l’arabo, rispettava l’Islam, e aveva un rapporto eccellente con i musulmani di Sicilia. Su tutt’altra lunghezza d’onda il Papa dell’epoca, ovviamente.

Veniamo ora a tempi ben più recenti. Molte cose nell’Islam cambiarono con l’avvento del colonialismo europeo. E naturalmente i musulmani in blocco salgono di nuovo sul banco degli imputati. Da fine Ottocento fino al 1945 le élite e le popolazione islamiche avrebbero scaricato la loro “aggressiva ostilità” contro tutti gli ebrei di casa loro. Buffo che, per definire gli episodi di intolleranza sfocianti nella caccia all’ebreo, venga utilizzata la parola russa “pogrom”, coniata, appunto, per descrivere le fiammate di antisemitismo aggressivo ad opera dei cristiani ortodossi nell’ex impero zarista. Ecco la scoperta del secolo: furono gli arabi a inventare i pogrom! Siamo grati a Della Loggia per questa capriola revisionistica che mette in riga la storiografia contaminata dall’ideologia progressista. I perfidi islamici avrebbero affinato tecniche di “degradazione sociale”, fondate su angherie e violenze, miranti “a una sorta di animalizzazione deumanizzante della figura dell’ebreo”.

Che gli ebrei abbiano subito torti, violenze e soprusi nei paesi arabo-islamici è incontestabile. Ma c’è da rimanere basiti: qui si attribuisce ai musulmani la paternità del processo di disumanizzazione dell’ebreo, che è opera di 2000 anni di antigiudaismo cristiano. E’ in una nazione profondamente cristiana, la Germania, che furono concepiti i lager, microcosmi infernali fondati sull’annientamento spirituale e psichico prima ancora che fisico degli ebrei, ridotti a larve umane e trattati peggio di bestie – su questo rimando al classico Se questo è un uomo di Primo Levi. Fu una élite cristiana – i gerarchi nazisti erano tutti protestanti o cattolici – che decise la “soluzione finale”; furono ex chierichetti ed ex parrocchiani ad approntare un meccanismo diabolico per realizzare l’infame disegno genocida hitleriano, in seguito al quale vennerro gassati circa 6 milioni di ebrei. 

No, io non ho una “immagine idilliaca della civiltà islamica”, so benissimo che i musulmani – come tutti gli esseri umani, direi – sono capaci di far il male quanto noi ‘cristiani’, e ne hanno dato ampia dimostrazione. Ma una cosa mi riesce impossibile: manipolare la storia attribuendo loro l’origine (o il peggio) dell’antisemitismo. Non pratico “l’autoflagellazione della civiltà occidentale”, sono fiero delle straordinarie conquiste dell’Occidente, che si chiamano Rinascimento, Illuminismo, Democrazia, Socialismo. Ma se ritenete che Osama Bin Laden e Daesh facciano parte a pieno titolo della civiltà islamica, assieme alla tratta degli schiavi e a mille altre nefandezze, perché mai le guerre di religione, Hitler, il genocidio ebraico, il nazionalismo, due guerre mondiali con settanta milioni di morti, dovrebbero essere esclusi dalla civiltà occidentale?

Il revisionismo storico dovrebbe mettere in discussione dogmi, non crearne di nuovi. È assurdo che “per favorire la nascita di un Islam ‘moderato’” noi si debba imporre ai musulmani arabi una visione ideologica, politically correct, della loro storia, invitandoli ad autoflagellarsi a loro volta, per contrappasso. Limitiamoci a studiare la storia con un metodo laico, senza paraocchi ideologici. Rimpiazzare la vulgata anti-occidentale con un manicheismo che attizza sentimenti revanscisti anti-musulmani, serve solo a rinfocolare l’odio, e a scavare fossati profondi fra ‘noi’ e ‘loro’. Se vogliamo che l’Islam moderato cresca rigoglioso pacifichiamo i paesi arabi, smettiamola di vendere le armi ai signori della guerra nel Medioriente, e piantiamo in quell’area martoriata due semi preziosi, la democrazia e il benessere, come fecero intelligentemente gli americani nel dopoguerra, in Europa. Queste sono le armi politiche e culturali più efficaci contro l’estremismo.

 

Post scriptum: quasi tutti i leader musulmani, in Gran Bretagna, hanno rifiutato le esequie religiose per i terroristi dell’efferato attacco londinese, avvenuto di recente. Vi prego, ammiratori dell’Occidente cristiano senza macchia, di riflettere un attimo sul funerale di Augusto Pinochet, il militare golpista che strappò con la violenza il potere a Salvadore Allende, leader socialista eletto democraticamente. Augusto Pinochet: un dittatore sanguinario, colpevole di crimini contro l’umanità: almeno 10.000 gli oppositori trucidati nei 17 anni del suo regno del terrore; cinque volte tanto i torturati; stimati fra 30.000 e 100.000 i cittadini cileni internati/imprigionati senza processo e gli esiliati. Pinochet era un individuo della stessa pasta morale di Hitler o Stalin. Ebbene, il Cardinale Francisco Javier Errazuriz, Arcivescovo di Santiago del Cile, uomo di autentica fede, uno che crede davvero nelle radici cristiane dell’Occidente, presiedendo la prima messa per la morte del dittatore, si è espresso con commovente pietas religiosa: “Vogliamo chiedere al Signore che è misericordioso, ed è la fonte di ogni bene, che lo perdoni e che tenga conto di ciò che ha fatto di buono… (Preghiamo che il Signore) valorizzi tutto il bene che fece nella vita e riposi in pace”. Chissà che hanno pensato, di questa eulogia, i parenti delle vittime violentate, menomate nel fisico e nella mente, massacrate, e infine uccise senza dignità né pietà alcuna.  E chissà che boato assordante avrebbero scatenato i difensori dell’Occidente cristiano senza macchia, se un leader religioso musulmano riconosciuto (non un imam qualsiasi) avesse officiato una cerimonia simile a quella, magari con l’imprimatur degli ulema più influenti, elevando a Dio la stessa accorata preghiera di perdono, sul cadavere del terrorista Osama Bin Laden. 

Posted on June 24, 2017 and filed under Post in italiano.

Islam moderato e vittimismo arabo, I

Annotiamocelo tutti, sarà utile per il manuale del cittadino europeo modello, perfettamente integrato nel sistema: non è più sufficiente che i musulmani – i leader religiosi, i predicatori, gli imam, gli ulema e i semplici credenti – rigettino a chiare lettere il terrorismo jihadista. Non basta neppure che isolino e caccino dalle loro comunità gli estremisti violenti. Eh no, troppo poco! Ora che finalmente le autorità religiose islamiche (tra cui il grande Imam dell’Università cairota di Al-Azhar, una delle massime autorità sunnite) condannano gli atti terroristici di matrice islamica, i nostri intellettuali benpensanti alzano l’asticella.

Che si estirpi dall’opinione pubblica araba nientedimeno che il vittimismo, figlio di un viziaccio: quello di incolpare l’Occidente di ogni magagna. Questa è la formula magica che farà materializzare un “Islam moderato”. Ne è convinto Ernesto Galli Della Loggia: “dietro il terrorismo islamista è facile scorgere un vasto retroterra di opinione pubblica mussulmana – presente anche in Europa che certamente condanna le imprese dei terroristi ma che oscuramente ne subisce una certa fascinazione perché, magari inconsapevolmente, ne condivide alla fine un sentimento di fondo: cioè una radicata avversione antioccidentale.” (“L’Islam moderato non fiorirà mai in un Medio Oriente senza storia”, Corriere della Sera, 10 giugno 2017; sottolineature mie). Ah, è facile… ma davvero? Quale metodo sociologico rivoluzionario avvalora questa ardita tesi? Quali sofisticate indagini sociologiche la sostanziano? Della Loggia predilige, qui, un metodo divinatorio, sul genere di quello degli aruspici, che esclude il ricorso a campioni più o meno rappresentativi dell’opinione pubblica sotto esame (questo sì che non sarebbe facile: i musulmani sono oltre un miliardo). Ciò che conta è l’intuito del grande intellettuale. Credetegli, milioni di musulmani sono attratti dal terrorismo in maniera oscura, senza esserne peraltro consapevoli. Non chiedete verifiche o prove falsificabili, mica c’è un procedimento empirico-scientifico per sondare i moti della coscienza altrui.

Sì, certo, i musulmani hanno il dovere politico/morale di combattere il fanatismo ideologico-religioso che prorompe dalle loro società. Non ho mai pensato che un (fantomatico) Occidente omogeneo, tutto d’un pezzo, fosse corresponsabile del terrorismo di matrice islamica, che è autoctono. Un fatto è innegabile però: le politiche guerrafondaie di alcuni governi occidentali, condotte in nome della più spregiudicata Realpolitik, hanno giocato un ruolo non indifferente nel marasma mediorientale. Chi ha finanziato, armato e financo addestrato certi gruppi jihadisti, che ora hanno il vento in poppa? E chi ha guadagnato soldi a palate dal commercio delle armi in Medioriente? Non mi risulta che un singolo paese arabo-islamico abbia la nostra capacità di produrre armamenti sofisticati…

In altre parole: la fiammella del fanatismo l’hanno accesa in loco, ma c’è chi, in Occidente, ha soffiato a pieni polmoni sul focherello fino a trasformarlo in un incendio devastante. Questo lo ha ammesso obtorto collo anche Tony Blair, un leader tutt’altro che rivoluzionario e anti-occidentale, ammirato dai conservatori: la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, motivata da inesistenti armi di distruzione di massa, è stata la madre delle sciagure attuali nel Medioriente. Detto ciò vi pregherei di non arruolarmi fra coloro che, oppressi da un senso di colpa paralizzante, incentivano il morboso vittimismo arabo. Concedetemi anche una provocazione. Noi cristiani occidentali – praticanti o ‘sociologici’, cioè tali per nascita – pretendiamo dai musulmani ciò che noi probabilmente non faremmo al posto loro. Siamo un po’ ipocriti, oppure difettiamo in empatia: i panni degli altri ci stanno troppo larghi o troppo stretti. Quanti di noi condannerebbero senza esitazioni e senza distinguo un ipotetico terrorismo ‘cristiano’ reattivo, di rivalsa, se vivessimo sotto dittatura e le nostre città venissero bombardate da nazioni islamiche, popolate cioè in prevalenza da musulmani, guidate da leader fautori della dottrina della guerra preventiva (a fin di bene, naturalmente)?  

Intendiamoci: l’ideologia nichilistica è il primo vettore del terrorismo. La lotta contro la patologia terroristica dev’essere anzitutto culturale. Le persone moralmente integre sanno che nessun atto criminale ne giustifica un altro. E quelle raziocinanti sanno che la violenza è un metodo fallimentare sul piano politico: genera solo altra violenza. Ma tale consapevolezza richiede un distacco critico che non è da tutti. È così anche per la meditazione o lo yoga: riesci a praticarla con più naturalezza se la tua prospettiva immediata è quella di poter sorseggiare un bel prosecco ai Parioli; se sei costantemente nel mirino o vivi in una baraccopoli o sei un rifugiato, direi che è necessario qualche sforzo in più. L’opera pedagogica contro le perversioni mentali è velleitaria fintanto che i cannoni sparano. Un definitivo cessate il fuoco: questo sì che favorirebbe lucidità e serenità mentale. In altre parole: il terrorismo è come un virus latente, portatore di un’aggressività congenita. Si riattiva, causando infezioni o patologie, quando il controllo immunitario è debole. In questo momento il Medioriente ha un sistema immunitario impazzito.

Soffermiamoci sul vittimismo arabo, che impedirebbe la svolta radiosa verso un Islam modernista. Non c’è che dire, una bella categoria sfuggente, il vittimismo! Applicarla a milioni di individui è come voler agguantare un’anguilla a mani nude. E qui si potrebbe aprire un discorso infinito sulle vittime ignorate e su quelle esaltate. Ogni fazione ha le sue vittime di riferimento; il primato della sofferenza è molto conteso perché conquistarlo significa rafforzare rivendicazioni politiche molto attuali. Attenti all’uso spregiudicatamente politico della storia, che è tutto a favore dei revanscismi (o degli opportunismi) e a scapito dello spirito critico. Parlare degli italiani infoibati dai partigiani titini, finché il PCI era egemone, equivaleva (a torto, ovviamente) a schierarsi con i fascisti; sollevare il discorso dopo il crollo del comunismo è stato un atto dovuto, ma ha avuto il sapore della rivalsa. Ricordare i crimini contro l’umanità commessi dai fascisti durante la ‘riconquista della Libia’, per la destra italiana, era propaganda comunista; ricordarli oggi è rendere giustizia – ma troppo tardivamente – alle vittime, e quindi rimane l’amaro in bocca.

Il nostro solerte difensore dell’Occidente cristiano senza macchia sorvola tutte queste considerazione, e ci insegna una tecnica infallibile per sradicare il vittimismo: che si (ri)studi la storia secondo i dettami politically correct dei conservatori. Il libro di Georges Bensoussan, Les juifs du monde arabe sfaterebbe il mito alimentato (e inventato di sana pianta) dalla sinistra terzomondista secondo cui gli ebrei un tempo convivevano felicemente con gli arabi. Eh no, il mondo arabo non è mai stato, neppure in un lontano passato, quell’Eden su cui noi ingenui filo-islamici fantastichiamo. Bizzarro, questo modo di argomentare. Nessun intellettuale di sinistra consapevole della complessità delle vicende umane idealizza l’Islam o i musulmani. Abbiamo semplicemente reagito alla demonizzazione della civiltà arabo-islamica, leitmotiv degli ultimi successi di Oriana Fallaci. Ci siamo indignati per ragioni quasi più scientifiche che politiche: neppure uno studente liceale oserebbe dire che l’intera civiltà arabo-islamica è un coacervo di infamie e brutture, una civiltà nemica e ostile, nonché una sostanziale nullità culturale. Lo stesso discorso, ovviamente, vale per l’Occidente cristiano, che non è mai esistito come entità monolitica interamente ‘buona’ o interamente ‘cattiva’: cristiani erano i Guelfi e i Ghibellini, Dante e Bonifacio VIII, i re di Francia e d’Inghilterra, i banchieri e i lanzichenecchi, gli inquisitori e San Francesco, i Borgia e i principi illuminati degli innumerevoli staterelli europei, i colonialisti/massacratori spagnoli in America Latina e i missionari nell’Africa affamata, Matteotti e Mussolini, Churchill e Hitler. Mi scusi, il lettore: a compendiare 2000 anni di storia si banalizza. Ma chi è senza peccato…

Senonché tutto quel che abbiamo studiato all’università e negli anni successivi sarebbe propaganda di intellettuali radical-chic, corrosi da un malsano sentimento anti-occidentale. Riveliamola, la verità nascosta: nelle terre arabo-islamiche “il pregiudizio antigiudaico” è sempre stato ben “più vasto e pervasivo di quello diffuso nel mondo cristiano.” Questa è quella che gli inglesi chiamano una sweeping generalisation, e non corrisponde affatto alla verità storica. È certamente vero che ebrei e cristiani furono discriminati o perseguitati da alcuni musulmani, in certi momenti storici (e infatti bisognerebbe specificare: chi perseguitò, quando, dove, come e perché), anche se nel complesso ebbero una posizione privilegiata rispetto ad altre minoranze religiose nell’Islam. Ciò non toglie che i cristiani odiassero (e quindi maltrattassero) gli ebrei assai più dei musulmani. Questo è un fatto notorio. Hans Küng, straordinario intellettuale e fine teologo cristiano (beninteso: progressista!) scrive così in Ebraismo: “sotto l’Islam gli ebrei si sono trovati meglio che sotto il dominio del Cristianesimo, dell’impero romano e romano-germanico, dal momento che nell’impero mondiale islamico, per la minoranza ebraica, nonostante tutte le restrizioni, esisteva una base giuridica per tutti con diritti sicuri”. Fornisco solo l’episodio più eclatante dell’antisemitismo cristiano in epoca moderna, una sorta di macabro ‘assaggio’ di quella follia omicida che a secoli di distanza sfocerà nella shoah. Nel XV secolo gli ebrei spagnoli (200-300.000 circa) se la passavano mediamente alquanto meglio dei loro compatrioti cristiani (dai 5 ai 17 milioni). Ma la patria, a quel tempo, poteva essere solo una Res Publica Christiana, governata da re o imperatori cristiani e regolata da una “shariah” cristiana. Tirare in ballo, col senno dei contemporanei, la tassa che gli ebrei e i cristiani nel mondo islamico erano costretti a pagare, è molto scorretto. Tale tassa, per quanto discriminatoria, tutelava la loro libertà di culto. I sovrani spagnoli non si accontentarono di tassare le minoranze: da un certo momento in poi, imposero conversioni forzate a tutti gli ebrei del regno, seguendo l’esempio di altri regnanti cristiani europei del tempo. Nel 1492 l’Inquisizione spagnola ordinò perentoriamente agli ebrei: o vi convertite all’unica vera religione, la nostra, o verrete cacciati dalla Spagna. Centinaia di migliaia di ebrei spagnoli – i coriacei che rifiutarono di abiurare il credo dei loro avi – furono processati, torturati e infine espulsi per sempre da quella che era da secoli la loro terra. Espropriati di ogni loro avere, fuggirono in gran parte nell’Africa del Nord. Speravano che non sarebbero finiti dalla pentola nella brace. E così fu: nei paesi islamici che li accolsero non trovarono il paradiso, ma neppure l’inferno che Galli della Loggia dipinge. Infatti lì ci rimasero per secoli e si mescolarono con gli arabi, pur mantenendo la loro identità religiosa (gli ebrei sefarditi si chiamano così perché Sefarad, in ebraico, vuol dire Spagna; sono, appunto, gli ebrei di origine araba che in Israele si sono ‘ricongiunti’ con gli ebrei ashkenaziti, quelli di origine europea). I loro discendenti ebbero quindi la fortuna di scampare al genocidio ebraico fortemente voluto dal cattolico Adolf Hitler. 

 

Say "cheeeese"...

Say "cheeeese"...

Posted on June 21, 2017 and filed under Post in italiano.

Terrorismo e vittimismo

Apprendiamo, sgomenti, che una cinquantina di jihadisti residenti in Italia (di cui un paio con tanto di passaporto italiano) si sono arruolati nelle bande terroristiche dell’ISIS – unendosi alle migliaia di musulmani europei che militano sotto le bandiere nere e truci di un sedicente califfato, che è in realtà un regno del terrore. Ed ecco che a Cinisello Balsamo un imam salafita, cioè un predicatore integralista, salta su e dice che questi guerriglieri-terroristi sarebbero da “onorare”: sono freedom fighters o partigiani che lottano contro dittature sanguinarie (lo pseudo-califfato, quello invece è uno Stato costituzionale di diritto, un’oasi di pace e di giustizia!!).  L’imam, contraddicendosi, vomita il suo disprezzo per il sistema democratico, che non garantirebbe né la giustizia né l’eguaglianza – ideali sacrosanti perseguiti, a quanto pare, dai restaturatori di un mitico Stato teocratico assoluto, puro, incontaminato. I jihadisti dell’ISIS e di Al Qaida desiderano cancellare ogni residuo contaminante, infetto, della cultura occidentale. Il paradosso è che scimmiottano le pose nichilistiche dei rivoluzionari che un tempo spadroneggiavano a casa nostra: i giacobini, i bolscevichi e i nazisti. Ecco che rispunta, in forme religiose, il concetto di tabula rasa: solo un bagno di sangue può rigenerare un’umanità corrotta e degradata dal peccato, dalla proprietà privata, dalla borghesia, dalle demo-plutocrazie, dal complotto giudaico-massonico. Noi europei abbiamo già udito – e subito – queste follie, in nome delle quali sono morte milioni di persone. Grazie al cielo l’Occidente ha sviluppato potenti anti-corpi contro il virus messianico-rivoluzionario.

I gruppi consiliari del PD e di SEL a Cinisello Balsamo hanno reagito alle farneticazioni dell’imam condannando “con fermezza ogni dichiarazione antidemocratica ed inneggiante all’uso della forza e della violenza.” Tutte le forze politiche democratiche devono mostrarsi compatte nel condannare chi fa proselitismo per l’ISIS e Al Qaida. Ai governi democratici spetta il compito di vigilare, perseguendo per via legale i reclutatori e i fiancheggiatori di tali organizzazioni criminali. Gli ideologi e i predicatori della jihad globale vanno cacciati dall’Europa; che vadano altrove a piantare il seme dell’odio e della violenza arbitraria. Il nostro Ministro degli Interni Angelino Alfano si è mosso molto bene e tempestivamente: ha già espulso una decina di jihadisti dall’Italia. Non c’è bisogno di alcun dibattito sulla libertà di parola, che non è in discussione. Abbiamo già ottime leggi sull’apologia di reato (e di delitto), nonché sull’istigazione a delinquere. Ci vuole solo mano ferma nell’applicarle.

L’Imam di Cinisello Balsamo è consapevole che i terroristi dell’ISIS sono tagliagole e assassini di prim’ordine. Eppure non li reputa responsabili delle atrocità che commettono fatalmente in Siria e Iraq; la responsabilità lui la scarica per intero sulle istituzioni europee le quali spingerebbero i giovani idealisti in braccio ai carnefici dell’ISIS e di Al Qaida. Cosa induce i musulmani a combattere sapendo che moriranno se non l’umiliazione cui sarebbero sottoposti ovunque? 

In Gran Bretagna circolano le stesse teorie bislacche. S’è appena scatenata una discussione accesa sul percorso di John Jihadi, nome di battaglia del boia spietato dell’ISIS, che è – sembrerebbe – un musulmano di “buona famiglia” cresciuto a Londra. Pare che John Jihadi si fosse rivolto a una organizzazione britannica indipendente, CAGE, che “opera per restituire fiducia e senso dell’appartenza (“to empower”) alle comunità colpite dalla guerra contro il terrorismo. Nelle sue campagne di controinformazione, CAGE denuncia gli abusi e i maltrattamenti che fanno a pugni con lo Stato di diritto, derubricati spesso a danni collaterali di quella che Bush definì The War on Terror. Un rappresentante di CAGE dice candidamente che John Jihadi, nella sua vita precedente, era “una persona stupenda, estremamente mite, umile e gentile”. Non ne dubito: anche il peggior criminale può mostrare un volto umano. Chissà quanti, incontrando il Dr Josef Mengele – qualche anno prima che esercitasse le sue competenze mediche seviziando i bambini ebrei ad Auschwitz – e  Adolf Eichmann – prima che s’ingegnasse nel progettare trasporti celeri affinché il più elevato numero di ebrei potesse essere spedito nel più breve tempo possibile nei campi di sterminio –, notavano un’umanità e una gentilezza che la loro successiva conversione al verbo nazista avrebbe cancellato. Più probabilmente, l’affabilità e le buone maniere – da un certo momento in poi – Mengele e Eichmann le riservarono solo ai nazisti ‘di pura razza ariana’, sicché bisognava appartenere a una delle categorie degli Untermensch o essere oppositori politici per cogliere l’efferata crudeltà di questi signori della morte.

Il rappresentante di CAGE va ben oltre queste ovvietà. John Jihadi, a suo dire, ha assunto posizioni radicali, estremistiche, per reazione al trattamento persecutorio inflittogli dai servizi segreti britannici, che lo tenevano sott’occhio e lo vessavano di continuo. Senza quelle “persecuzioni c’è da scommettere” (sic) che Jihadi John, un giovane d’indole pacifica, non sarebbe diventato l’uomo-immagine del terrorismo islamista più feroce e sanguinario. La colpa, insomma, è sempre di noi occidentali. Siamo noi che trattiamo gli immigrati islamici come “outsider”, come stranieri. Siamo noi che li rendiamo dei disadattati, degli alienati; quindi non meravigliamoci se queste vittime di un sistema vessatorio sono disposte a vendere l’anima al diavolo, cioè all’utopia del califfato. Allibisco di fronte a queste argomentazioni: la Gran Bretagna è la patria del liberalismo nonché la prima democrazia dell’epoca moderna, la cui fermezza nel 1940 ci salvò dalla barbarie nazi-fascista; è anche una nazione iper tollerante verso la diversità e apertissima al multiculturalismo – Londra è una  delle metropoli più cosmopolite al mondo. Se c’è un modello di convivenza che la destra xenofoba odia è proprio quello britannico. Nessuna democrazia è perfetta, ci mancherebbe. La lotta al terrorismo ha prodotto anche quell’infamia che è stato il carcere di Abu Ghraib in Iraq.  Io però rovescio l’impostazione vittimistica di CAGE: interroghiamoci anzitutto su ciò che fanno i jihadisti, a prescindere dai motivi per cui lo fanno. Se vogliamo far autocritica, muoviamoci in senso opposto a quello suggerito dai nemici dell’Occidente: anziché flagellarci per le nostre colpe passate (il colonialismo, lo sfruttamento dei paesi poveri – e chi più ne ha, più ne metta), dovremmo riabilitare il concetto di responsabilità individuale. Non si può, e non si deve uccidere alla cieca neppure quando si combatte per una causa giusta, per autodifesa. Il mezzo ignobile fagocita e insozza anche il fine più nobile. Figuriamoci quando il fine è tutt’uno col mezzo, come nel caso del terrorismo. I terroristi, a propria discolpa, hanno sempre invocato il diritto di reazione a un (presunto o reale) torto, a un’offesa, a un’ingiustizia subita. Ma nulla – ripeto: nulla – può giustificare il ricorso al terrorismo, che falcia sempre vite innocenti. Questo vale per tutti: per le Brigate rosse, per i neo-fascisti che piazzarono le bombe alla stazione di Bologna. Non si capisce perché non debba valere per i jihadisti dell’ISIS e di Al Qaida.

Fonte: http://www.internazionale.it/foto/2012/10/10/donne-in-pericolo

Fonte: http://www.internazionale.it/foto/2012/10/10/donne-in-pericolo

Posted on March 20, 2015 and filed under Post in italiano.