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La carica dei liberali immaginari contro Papa Francesco

Leggendo una intervista a Marcello Pera, “Il Vangelo non c’entra, il Papa fa politica” (Il Mattino, 9 luglio 2017), mi è tornato in mente il brillante saggio di Vittoria Ronchey, Figlioli miei, marxisti immaginari. Sarebbe utile scriverne uno imperniato sui nostri padri, liberali immaginari. Fra questi, c’è il nostro ex Presidente del Senato, sedicente cattolico liberale. Uno degli aspetti della cultura politica italiana che mi ha sempre incuriosito è l’uso disinvolto dei termini e delle sigle ideologiche, trattate alla stregua di etichette D.O.C.G., “jolly” apponibili a qualunque bottiglia. Credo che la schizofrenia tra teoria e prassi faccia parte del nostro corredo genetico (pensate al mito propagato da Veltroni e da Scalfari secondo cui l’arci-comunista Enrico Berlinguer era un social-democratico libertario sotto mentite spoglie).

Il bersaglio di Pera è Papa Francesco, reo di aver tradito l’Occidente cristiano. In sintesi: l’attuale Vicario di Cristo avrebbe ridotto il cristianesimo a una melassa socialisteggiante. I suoi sproloqui politically correct sarebbero “al di fuori di ogni comprensione razionale.” Come si può propugnare l’accoglienza indiscriminata dei rifugiati e dei migranti in Europa? Ma si contraddice subito, il nostro zelante critico delle degenerazioni del pensiero progressista. No, pardon, il disegno, dietro le parole in libertà di Bergoglio, c’è, ed è chiaro come il sole: sta complottando ai nostri danni: “detesta l’Occidente, aspira a distruggerlo e fa di tutto per raggiungere questo fine” (sic!). E’ un capo d’imputazione che lascia allibiti, attoniti. Ma Pera insiste: l’invasione degli stranieri, propiziata da questo Papa sovversivo, “ci sommergerà e metterà in crisi i nostri costumi.”

La tolleranza e l’apertura al pensiero altrui sono debolezze dei relativisti, perbacco! Figuriamoci, poi, dove ci conduce l’intellettualismo della sinistra: in un baratro… Ecco cosa dice un filosofo davvero liberale, con venature socialiste, Norberto Bobbio: “cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità”. Lascio al lettore decidere se il Pera-pensiero rientra in questo concetto di cultura.

Aspettate, ora viene il bello. La predicazione di Cristo non avrebbe nulla a che spartire con le esternazioni intemperanti di questo Papa pauperista. “Così come non ci sono motivazioni razionali, non ci sono nemmeno motivazioni evangeliche che spieghino quel che il papa dice.” Eh no, quale edizione dei Vangeli noi sciocchi abbiamo letto, certamente non quella autorizzata, in bella mostra nella libreria di Pera. Io, liberal-socialista e agnostico (con qualche rigurgito anti-clericale) dissento nella maniera più assoluta, e con cognizione di causa. Non posso parlare a nome della Chiesa cattolica: non sono credente. Mi limito a osservare che chiunque abbia una sia pur elementare familiarità con la predicazione del Cristo, non può che rimanere basito: le motivazioni evangeliche di Bergoglio sono grandi come una casa. Qui sinistra e destra non c’entrano un bel niente, la questione è scientifica: cosa dicono i Vangeli sulla carità? Mi sono riletto la Parabola del Buon Samaritano – la capirebbe anche un bambino alle elementari. Un dottore della legge chiede a Gesù cosa significhi amare il prossimo come se stessi, massima morale che assicura la vita eterna a chi la applichi. E Gesù risponde, appunto, con la parabola. Né il sacerdote né il levita, vedendo l’uomo aggredito e ferito dai briganti, abbandonato in mezzo alla strada, si fermano per aiutarlo. Il Samaritano invece ne ha compassione e si prende cura di lui. Si può non condividere il messaggio caritatevole di Cristo, ma una cosa è indubbia: il Vangelo, almeno qui, parla chiarissimo. Non c’è una sola parola, in questo testo brevissimo, che suggerisca limitazioni, impedimenti oggettivi o soggettivi alla solidarietà (il viandante può davvero permettersi di soccorrere l’aggredito, ne ha i mezzi? C’è forse una calata di rifugiati giudei, nazareni o gerosolomitani in corso?). Nulla può circoscrivere la legittimità dell’aiuto, non ci sono né criteri né priorità. (Ci sono poveri che meriterebbero di più? La vittima è ricca o povera? Da quale città proviene?). C’è una persona bisognosa, in evidente difficoltà. Bisogna assisterla, punto e basta. La carità è assoluta, totale, incondizionata. Ecco perché Gesù sceglie, come figura esemplare, un Samaritano: un eretico, un individuo in odore di paganesimo, secondo i giudei del tempo. Costui sceglie di aiutare un suo nemico giurato, un giudeo bisognoso. Invece il sacerdote e il levita, ortodossi, credenti, timorati di Dio, ignorano un loro stesso correligionario. Ecco l’ipocrisia – che non ha né tempo né luogo – di coloro che si professano credenti e poi rinnegano la carità. Peccato che questa parabola non compaia nell’edizione dei Vangeli in possesso di Pera: sono certo che, leggendola, ne trarrebbe giovamento.

Sia chiaro: la parabola del buon Samaritano, nel governo della Polis democratica, è inapplicabile alla lettera. Non puoi spogliarti di tutto ciò che hai per gli altri: se ti impoverisci, se distruggi la tua stessa economia, alla fine della fiera non potrai aiutare nessuno. La politica – lo sappiamo da quando un signorotto geniale di nome Machiavelli scrisse il suo trattato – ha le sue leggi, le sue logiche. Ma se la carità non è un programma politico, e di certo non può esserlo, è tuttavia un bene che aleggi su di noi come un imperativo categorico. Ovvio – non lo si ripeterà mai abbastanza – che l’indignazione morale è una cosa, e la politica secolare è un’altra. Se il cristianesimo pretende l’impossibile, la politica riformista, l’arte del compromesso, ricerca l’esatto opposto, ovvero il possibile. Solo un politico folle non tiene conto dell’egoismo umano, degli interessi materiali; solo un politico inetto non stabilisce criteri di priorità nella redistribuzione o assegnazione delle risorse disponibili, che non sono mai infinite. Certo, i socialisti bravi e coraggiosi mica si accontentano di tirare a campare o del piccolo cabotaggio: ‘volano alto’, lottano contro le ingiustizie, piccole e grandi. Sono, insomma, in prima linea. Questo proprio perché hanno ben presente quell’imperativo categorico. La fine dell’utopia non significa che non si debba immaginare un mondo migliore. Se i governi dei Paesi ricchi avessero aderito ai principi dell’Internazionale socialista e non ci fossero state, in questi ultimi dieci anni, né guerre né speculazioni finanziarie spregiudicate, ora non avremmo orde di disperati che premono ai nostri confini (l’innominabile Bettino Craxi lo ha detto tante volte, inascoltato).

A me pare chiarissimo che l’azione pastorale di Papa Francesco è politica solo in senso lato – proprio come politiche (ma non propagandistiche) sono Guernica di Pablo Picasso e la Fattoria degli animali di George Orwell. Papa Francesco non sta fondando un partito: lancia però messaggi morali che non possono cadere nel vuoto. E’ responsabilità di chi governa trovare soluzioni pratiche. Non sta scritto da nessuna parte che un politico di sinistra debba sostenere la politica “confini aperti” (in questo Renzi ha ragione, ed è stato travisato di proposito): occorre gestire l’immigrazione con saggezza e senso della misura. L’unica soluzione è nell’equilibrio fra politica dell’accoglienza e rilancio della cooperazione allo sviluppo: che si creino maggiori opportunità in Africa e in Medio Oriente e non correremo più il pericolo della scorreria, dell’incursione straniera.

Ma queste cose sensate, un papa mica può dirle: se non è un idealista, un sognatore, che razza di guida spirituale sarebbe? Deve pretendere da noi l’impossibile, altrimenti ci accontenteremmo del nulla. Ve lo immaginate un papa che, ai grandi della terra riuniti al G20, dicesse: bene, bravi, è giusto limitare i flussi migratori con pali e paletti? Che effetto avrebbe questo sano realismo? Siamo sinceri: quello di indurire il nostro cuore, respingeremmo ancora più rifugiati. La denuncia di Papa Francesco è profondamente evangelica: mira a scuotere le nostre coscienze: l’accoglienza indiscriminata non è forse l’insegnamento racchiuso nella parabola?

Gesù si rivolgeva agli ultimi, ai derelitti, agli abbandonati, agli esclusi, agli emarginati, ai poveri. Il cristianesimo, in nuce, è radicalmente sovversivo, dà scandalo ai benpensanti. Ecco perché i conservatori, che sempre hanno cercato di addomesticarne o soffocarne l’anima rivoluzionaria, inorridiscono quando si staglia sull’orizzonte un leader cristiano che ci sferza con parole severe, intransigenti. In molti sono terrorizzati per la temuta invasione barbarica dal Sud del mondo e bisogna capirli, certo; ma perché costoro non si indignano per le guerre assurde, per i mercanti di morte che si arricchiscono col commercio delle armi, per i disoccupati in depressione o suicidi, per gli anziani costretti a rovistare nei cassonetti dell’immondizia? Perché non si scandalizzano quando apprendono che il Mediterraneo, anche quest’anno, ha inghiottito centinaia, forse migliaia, di aspiranti rifugiati, uomini, donne, bambini senza nome né identità? Un papa dovrebbe forse tacere di fronte a tutto ciò, e magari pontificare di teologia con filosofi e intellettuali sorseggiando un bel Martini?

No, non è vero che Bergoglio “riflette tutti i pregiudizi del sudamericano verso l’America del Nord, verso il mercato, le libertà, il capitalismo.” A rigor di logica: un pregiudizio precede l’esperienza, anzi la ignora volutamente: è simile al dogma. Quelli di Papa Francesco sono post-giudizi: valutazioni empiriche, fattuali. E’ vero, o non è vero, che l’ultima crisi finanziaria ha gettato milioni di persone sul lastrico, mentre i ricchi si arricchiscono sempre di più? E’ vero, o non è vero, che tantissimi americani non godono dell’assicurazione sanitaria? E’ vero, o non è vero, che il mercatismo è divenuto una sorta di totem, e l’egoismo più sfrenato una virtù? Bergoglio, insomma, fa il suo mestiere: è la politica democratica che è debole oggi, e quindi presta il fianco alle incursioni degli outsider.
 

C’è un punto su cui Marcello Pera ha assolutamente ragione. Qui dimostra un acume fuori del comune: Papa Francesco è il continuatore della rivoluzione modernista avviata dal primo papa laico, Giovanni XXIII. Le sue parole hanno fatto esplodere “in tutta la sua radicalità rivoluzionaria e sovvertitrice il Concilio Vaticano II”. Sì, è proprio così. La vera posta in gioco, oggi, è l’eredità del Concilio. Dimmi con chi ti schieri, e ti dirò chi sei. Io, senza esitare un istante, scelgo il modernismo di Giovanni XXIII e di Francesco I. L’impianto ideale del Concilio, che ha rinnovato e quindi salvato la Chiesa, è compatibilissimo con la filosofia laica e libertaria della sinistra odierna. Giovanni XXIII ha piantato il seme della libertà in quella che era una tradizione illiberale. L’impulso egalitario, quello, c’è sempre stato, ma veniva nascosto, offuscato dai dottori della legge (il cristianesimo sociale è strettamente imparentato con il riformismo socialista).

Pera invece sceglie la conservazione o, meglio, la reazione: le idee del Concilio, a suo dire, “portano al suicidio la Chiesa cattolica… Si dimentica che il Concilio precedette temporalmente la rivoluzione studentesca, quella sessuale, quella dei costumi e dei modi di vivere. La anticipò e, in qualche modo, la provocò”. E via con l’elogio dei “due grandissimi papi”, Woytila e Ratzinger, che hanno tentato di frenare il processo rivoluzionario avviato negli anni Sessanta del secolo scorso.

Qui casca l’asino: eccole le credenziali di un certo tipo di liberale all’italiana: anziché salutare il Concilio Vaticano II come un evento epocale della modernità, Pera è contrario al pieno dispiegarsi della libertà. Intendiamoci: il dibattito politico-culturale ha bisogno dei tradizionalisti. Ogni libertario autentico ama e cerca il confronto con chi dissente da lui, non vuole certo l’appiattimento, la desertificazione, il pensiero unico. Che Pera però abbia il coraggio di dire: “ebbene sì, sono un cattolico conservatore, un tradizionalista”. Ne ha tutto il diritto. Ma non si appropri indebitamente di una delle parole più significative – e più nobili – del lessico politico: liberale non vuol dire tutto e il contrario di tutto. 

Posted on July 17, 2017 and filed under Post in italiano.

Quel Movimento che annulla le tradizioni ideali

Torniamo alla vicenda provinciale, ma eloquente, dei Cinque Stelle. C’è un raggio di luce, e di speranza. La spaccatura all’Europarlamento dimostra che un’idea, per quanto vaga, di “sinistra” e “destra” (r)esiste ancora, e fa presa. I due europarlamentari pentastellati, di fronte al naufragio del loro leader, hanno scelto secondo coscienza, non in base a un qualche torbido interesse (poiché nessuno poteva occupare posti di governo, il trasformismo non c’entra nulla). E’ rispuntato sulla scena l’ideale: l’antieuropeismo con tinte xenofobe da un lato; l’ecologismo idealista dall’altra.

Posti di fronte a una scelta etico-politica, ognuno si è scelto i compagni di viaggio più congeniali, più simili. Il fatto che abbiano scelto in maniera diametralmente opposta, la dice lunga: si conferma l’assurdità di un progetto che punta ad annullare sia il concetto di partito politico sia quello di tradizione ideale (le due cose vanno di pari passo). Il partito di Grillo, insomma, non ha affatto superato la distinzione storica, classica, fra destra e sinistra. L’ha solo anestetizzata. Non si possono comprimere nella stessa formazione politica persone con orientamenti diversissimi. Non basta il grido “onestà!” a tenere assieme gli opposti. Prima o poi la convivenza forzata porterà all’implosione. Basta un evento scatenante, una crisi politica. Qui è bastato ben poco per dar fuoco alle polveri. 

Non c’è verso: per quanto si cerchi di spezzarlo, il legame tra politica e cultura prima o poi si ricostituisce. Insistere è come voler separare per sempre due atomi della stessa molecola. L’operazione Cinquestelle (ma, per certi aspetti, anche quella del Partito democratico) è fallita o fallirà presto. In politica non può esserci una tabula rasa. Detto questo, è arcinoto che i concetti di sinistra e destra sono logori, consunti dall’abuso. Ma ciò non implica che non abbiano più alcun senso: vanno piuttosto rimodellati sul tempo attuale. Pensiamo al dibattito sul multiculturalismo. Oriana Fallaci, che aveva una formazione azionista con venature illuministiche, è stata accusata d’essere di “destra”; Franco Cardini, un cattolico tradizionalista, compie alcune analisi tipicamente di “sinistra”, di vago sapore marxistico. Basta confrontare La rabbia e l’orgoglio con L’Islam è una minaccia. Falso! (uno degli ultimi saggi di Cardini) per capire che abisso separa queste figure. Chi è dunque veramente di sinistra o veramente di destra? E, poi, di quale sinistra (liberale-illuministica, o marxiana-terzomondista?), o di quale destra (libertaria alla Cameron o xenofoba-nazionalistica alla Farage?) stiamo parlando?

Oggi tutto ruota attorno alla globalizzazione selvaggia e frastornante in cui siamo immersi. Ecco che cultura, economia e politica si (con)fondono: accettiamo il multiculturalismo, o lo rifiutiamo? In quale dei due casi siamo progressisti e in quale reazionari? Accettiamo il libero scambio anche quando ci danneggia nell’immediato, o ci rifugiamo nel protezionismo? Siamo favorevoli alla libera circolazione delle persone, e quindi all’immigrazione di massa, o la osteggiamo? Anche qui bisognerebbe chiedersi chi è veramente “progressista” (termine, peraltro, ambiguo): il protezionismo non è estraneo alla prassi della sinistra, i dazi doganali (o le svalutazioni monetarie: si pensi alla Fiat negli anni d’oro) erano pensati sì per incrementare il profitto dei capitalisti, ma al tempo stesso salvaguardavano i posti di lavoro nelle industrie nazionali.  Tutti si scagliano contro Donald Trump perché non vuole che le industrie automobilistiche delocalizzino, e investano piuttosto in America. Ma non è, questa, un’idea tipica, tradizionale, della sinistra sindacale? Quello che è di destra, semmai, è il protezionismo autarchico unito a un nazionalismo bellicoso, neo-colonialista (la cui massima e più perfida espressione si è avuta con la Germania nazista, e l’Italia fascista). La xenofobia invece non appartiene alla sinistra. Tuttavia la classe operaia, in tutti i Paesi occidentali, ha sempre espresso una certa diffidenza verso gli immigrati, manodopera a basso costo che minacciavano (o minacciano ancora?) le conquiste dei lavoratori sindacalizzati. Il libero commercio a livello mondiale, unito all’immigrazione, è un’idea nobile, e alla lunga produrrà più benessere per tutti. Anzi, l’ha già prodotto per milioni di indiani e cinesi, e per tutti i migranti economici fuggiti in Occidente da Paesi poveri. Anche Gramsci aveva capito che la storia spinge con la forza di una slavina verso quella che lui definiva “unità mondo”, che è un esito certamente progressista quindi positivo. Ma oggi, nel quotidiano – in America ed Europa –, l’unità mondo sta distruggendo milioni di posti di lavoro. Chi si sacrifica, allora, sull’altare del progresso dell’umanità? La sinistra liberal ha scelto la globalizzazione così com’è, e sta perdendo i voti dei lavoratori tradizionali. La destra illiberale vi si oppone, e fa incetta di voti operai e proletari, i “blue collar”. Temo che ripetere ossessivamente l’accusa “populismo!” equivalga a gridare al lupo, al lupo! Una parola inutile gettata al vento.

Per essere più precisi, ciò che pensiamo e ciò che faremo dipende dal giudizio che diamo su quel sacro fuoco inestinguibile, su quel dinamismo nevrotico che Marx definiva “la distruzione creatrice del capitalismo”. Va bene così, o siamo in grado di renderla meno distruttiva, questa folle corsa del capitalismo, o quantomeno a mitigarne gli effetti collaterali? Nessuna persona sana di mente vuole il ritorno del comunismo. Ma qual è l’alternativa, abbandonarsi alle correnti impetuose del Progresso, e far sì che sia l’astuzia della storia a scegliere per noi l’approdo giusto?

Queste domande sono troppe per un post. Ma una cosa la si può dire: torniamo ai classici, e studiamo. Finché sigilliamo politica e cultura in compartimenti stagni, brancoleremo nel buio. I grandi partiti non organizzano più seminari come quelli di un tempo. I politici vivacchiano. Ci pensano i capitalisti stessi a produrre cultura politica. Colpisce che il World Economic Forum (WEF), non propriamente un covo di sovversivi rossi, impaurito dal proliferare di partiti “populistici” ed estremistici in Occidente, abbia appena scoperto l’acqua calda, ovvero che il capitalismo contemporaneo va riformato da cima a fondo; che bisogna tutelare le identità promuovendo al tempo stesso la tolleranza e l’inclusione; che è un guaio disintegrare le comunità umane in nome del profitto e di una crescita incontrollata; che la cooperazione allo sviluppo è cruciale per il benessere di tutti; che le opportunità create dalle nuove tecnologie vanno colte, secondo giustizia però (“Capitalism needs urgent change: WEF”, The Daily Star, 12 Gennaio 2017).  Ma non sono forse queste le idee che la social-democrazia classica dibatte da oltre cent’anni?

Posted on January 30, 2017 and filed under Post in italiano.

Io, nipote di profughi

Mia nonna paterna, Edwige Schwartze, mi raccontava spesso la storia della nostra famiglia: “quand’ero bambina vivevamo in pace in Transilvania, la nostra Siebenbürgen, nel cuore dell’Impero austro-ungarico. Eravamo di lingua e cultura tedesca, ma ci sentivamo ungheresi. Eravamo felici e sereni. Poi deflagrò quell’orribile guerra, nel 1914. Pochi anni dopo, con la sconfitta degli Imperi centrali, il nostro mondo crollò. Iniziarono i disordini, e si cominciò a patire la fame, a noi sconosciuta fino ad allora. La Transilvania venne ceduta alla Romania, che aveva combattuto contro l’Impero austro-ungarico. L’Ungheria precipitò nel caos, sembrava che stesse per scoppiare una rivoluzione. Il  bolscevico Bela Kuhn andò al potere, e proclamò la Repubblica sovietica ungherese. Lì iniziò il nostro calvario. Eravamo benestanti e perdemmo tutto, dalla mattina alla sera. Vivevamo nel terrore. Tuo bisnonno Emil fu imprigionato e obbligato ai lavori forzati dai comunisti ungheresi. Era un borghese, un proprietario terriero, e andava punito in maniera esemplare. Sottoposto a crudeli privazioni, si ammalò gravemente. Intanto cominciava un’altra guerra, questa volta tra Ungheria, Cecosolovacchia e Romania:  Bela Kun, nel 1919, occupò parte della Slovacchia e tentò di riprendersi la Transilvania. Ma non ci riuscì. Senza più proprietà e reddito, ora eravamo anche apolidi, senza patria. In fondo, continuavamo a sentirci ungheresi di etnia tedesca. Ma l’Ungheria era in mano ai bolscevichi. E la Transilvania era rumena. Decidemmo di fuggire da una terra che la nostra gente abitava da secoli. Portammo via con noi poche cose, stipate su un carretto: qualche mobiletto, qualche ricordo, gli abiti, l’argenteria. Iniziò così un lungo e terrificante viaggio: il papà era ammalato e la mamma doveva occuparsi di 6 figli – il più piccolo aveva tre anni, il più grande dodici. Iniziarono le peregrinazioni nei balcani, nei territori  di un Impero in disfacimento, dove emergevano gli odi interetnici a lungo repressi. Subimmo soprusi e crudeltà da parte di tutti: dai rumeni (in quanto ungheresi), dai serbi (in quanto ‘austriaci’), dai croati (in quanto protestanti). Finché non arrivammo ad Abbazia, che era da poco passata all’Italia. La conoscevamo bene perché era una importante meta turistica come lo è Riccione oggi.

Ci sistemiamo in una pensioncina e non sappiamo più a che santo votarci. I nostri soldi sono carta straccia. L’argenteria l’abbiamo già venduta. Papà si aggrava. Mamma ha i nervi a pezzi. I carabinieri italiani ci hanno appena controllato i nostri documenti.  Abbiamo il batticuore: ci maltratteranno anche loro? Ci cacceranno via anche loro? Capiamo poco di quel che ci dicono. Ci paiono così strani, con quelle divise buffe e quell’aria così poco marziale. Guardano i bambini e confabulano fra di loro. Noi ci stringiamo tutti assieme. Se ne vanno. Dopo una mezz’oretta si sente bussare alla porta. I carabinieri sono tornati. Mamma ha un tonfo al cuore. Apre la porta, tenendo la mia sorellina Ruth in braccio.  I carabinieri gesticolano indicando dei contenitori di latta che hanno con sé. È il latte per i bambini, dicono. Noi scoppiamo a piangere. È la prima volta che veniamo trattati con umanità. Poco dopo papà ha una crisi, e viene ricoverato in ospedale. Sul letto di morte dice a mamma: ‘lasciate perdere l’Austria. Rifugiatevi in Italia. Sono certo che vi troverete bene. Gli italiani sono un popolo che ha cuore.”

Se non fosse stato per quell’episodio di generosità io probabilmente non sarei mai nato. La mia famiglia ungaro-tedesca sarebbe finita a Vienna, com’era nelle intenzioni iniziali. Mia nonna invece si stabilì in Italia con tutta la famiglia e sposò un siciliano, così nacque mio padre. La scelta non fu facile: all’epoca una ragazza ungaro-tedesca, per giunta protestante, agli occhi di un siciliano appariva esotica quanto una cinese o una afgana oggi. Mia nonna è rimasta una profuga nell’animo per tutta la vita. Non ha mai voluto possedere una casa. Non ha mai smesso di rimpiangere la sua amata Transilvania. Il dramma dei profughi lo devi toccare con mano, per capirlo. Io l’ho vissuto attraverso le narrazioni sofferte di mia nonna.

In questi mesi ho letto cose sui profughi da far rabbrividere. ‘Sono pericolosi. Ci portano malattie infettive’; ‘sono bugiardi, non scappano da guerre: vengono da noi per farsi mantenere’; ‘si lamentano e poi hanno tutti il telefonino’; ‘fra loro pullulano i criminali e i terroristi’. È  questo, mi chiedo, lo stesso popolo che accolse la famiglia di mia nonna negli anni Venti del secolo scorso? Certo, ci sono le migliaia di volontari della Caritas e di altre organizzazioni benefiche. Tanti italiani si rimboccano le maniche, si prodigano e si commuovono alla vista dei disperati che cercano rifugio in Italia. Ma gli indifferenti sono tanti, troppi. È la crisi che ha indurito il cuore degli italiani? No, è il benessere che ci ha resi egoisti. Rispetto ai tempi di mia nonna abbiamo molto di più eppure siamo disposti a dare molto di meno.  Diciamo che non possiamo permetterci di aiutare gli stranieri, e poi sprechiamo ogni anno tonnellate di cibo senza battere ciglio; ci arrabbiamo se i profughi rifiutano un piatto di pasta e osano pretendere un vitto diverso (cosa dovremmo dar loro, il rancio con un tozzo di pane secco?) e poi stiamo a nostro agio in una società iper-consumista, traboccante di beni superflui, che ci invita ogni giorno a sprecare e a buttare via.

Diciamola una verità scomoda: non è vero che non potremmo accogliere più profughi. È che non vogliamo farlo. Ecco perché la destra leghista e xenofoba è riuscita a scatenare una guerra fra poveri: i disoccupati e i bisognosi italiani contro i profughi e gli immigrati. I veri miserabili sono coloro che si accaniscono contro gli stranieri, i diversi per raccattare un pugno di voti. Ignobile il titolo di Libero del 27 agosto 2015. “Ai clandestini i soldi dei disabili”. Dove eravate, cari leghisti, quando per decenni di vita repubblicana impiegati, docenti, operai con i loro magri salari finanziavano le scuole e gli ospedali ai grandi evasori fiscali, tutti italianissimi? C’è una sola grande, vera ingiustiziasociale nell’Italia d’oggi: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E voi che fate? Ve la prendete con i reietti, con gli ultimi, con i diseredati.

Intendiamoci: non sono un sostenitore dell’etica del Buon Samaritano a oltranza. Quando la coperta è corta, e tutti vogliono tirarla dalla loro parte, bisogna fare scelte dolorose. Comprendo l’amarezza e la delusione del disoccupato italiano che si sente trascurato dal proprio Stato. Agli italiani onesti, in regola col fisco, va riconosciuto un diritto di priorità nell’assistenza sociale. Mi pare sacrosanto. Non possiamo mica accogliere tutti: i migranti economici (quelli in cerca di lavoro) e i clandestini senza fissa dimora non hanno il diritto di rimanere in Italia a spese nostre. Ma nei confronti dei profughi e dei rifugiati politici abbiamo un obbligo morale di assistenza.  Dal mio popolo mi aspetto molto di più. Voi che temete un’invasione barbarica pensate – almeno per un istante – alle sofferenze dei poveri disgraziati che fuggono dalle dittature, dalle violenze. Non vi chiedo di tornare indietro con la memoria a cent’anni e più fa, quando erano i vostri nonni e bisnonni a emigrare con le valigie di cartone.  A voi, che siete orgogliosi delle radici cristiane dell’Europa, a voi che inorridite al pensiero che il canto del Muezzin rimpiazzi il suono delle campane, chiedo uno sforzo mentale in più. Vi chiedo di dedicare un momento di riflessione ai tanti profughi senza nome e senza tomba, affogati in mare.

Io, nipote di profughi, non posso dimenticare che senza la generosità degli italiani non sarei neppure nato. Voglio tramandare questa mia storia famigliare. Prima di escogitare soluzioni pratiche, prima di parlare di lotta (giustissima) agli scafisti, intendo testimoniare la sofferenza e il dolore del profugo, dell’apolide che perde tutto – a volte anche la sua stessa vita – per scappare da guerre e rivoluzioni che non ha scatenato e che lo hanno travolto. Noi che una patria, per quanto sgangherata, ce l’abbiamo; noi che una casa, pur modesta, ce l’abbiamo, sforziamoci di provare almeno un po’ di solidarietà. 

Federico Barocci,  Enea che fugge da Troia  (1598)

Federico Barocci, Enea che fugge da Troia (1598)

Posted on August 28, 2015 and filed under Post in italiano.

Immigrazione: retorica e realtà

Oggi vi parlerò di “Borgo Marina”, antica contrada di una importante e vivace città italiana: Rimini. Cerniera fra la zona mare e il centro storico, “Borgo marina” è a due passi dal mitico “Borgo San Giuliano”, che era tanto caro a Federico Fellini. Rasa al suolo nei bombardamenti del ’43 come gran parte del centro storico di Rimini, “Borgo Marina” è stata ricostruita com’era e dov’era grazie alla tenacia dei riminesi che, con la loro operosità, cancellarono velocemente le tracce della guerra. Oggi è un microcosmo della più vasta realtà dell’immigrazione in Italia: negli ultimi anni, il quartiere si è trasformato progressivamente in un ghetto afro-asiatico. Sono spuntate come funghi le attività gestite da extra-comunitari – phone center, alimentari “halal” (islamici), e una miriade di negozietti che vendono mercanzia di scarso valore Made in China (collanine di plastica e chincaglierie varie ecc.). I problemi non mancano: i residenti anziani “autoctoni” una volta avevano fornaio e alimentari a portata di mano; ora devono recarsi in pieno centro per fare la spesa minuta. Frequenti i bivacchi sui marciapiedi; e le sere d’estate è facile incappare in assembramenti di stranieri che si scolano varie bottiglie di birra, una dietro l’altra. Come ogni ghetto “multiculturale” che si rispetti, anche "Borgo Marina" vanta la sua moschea: una casetta a schiera sulla via principale che porta in centro. La moschea, sovraffollata il venerdì, non si trova proprio in un luogo ideale. Ma non si può dire.

Sono scoppiate subite polemiche accese. Il tono è emblematico di come la nostra politica – avvolta nella nebbia dell’ideologia – non dà risposte ai problemi dei cittadini. Si sono coagulati due schieramenti diametralmente opposti, senza possibilità di mediazione: da un lato la destra, che all’inizio rivendicava la difesa di una identità cristiana-riminese minacciata da fantomatiche orde barbariche; dall’altro la sinistra, che si è arroccata nell’elogio retorico della diversità. Insomma: muro contro muro; demagogia contro retorica. A onor del vero, la destra negli ultimi tempi ha cominciato a parlare anche di problemi reali. Ma i sacerdoti del politicamente corretto sono sempre sul chi va là, pronti a scomunicare l’eretico di turno:  l’epiteto ‘’razzista’’ aleggia, minaccioso, su chiunque critichi la favola dell’immigrazione foriera di progresso e benesseri immediati. La destra, che è all’opposizione, fa il suo mestiere. Il problema qui è la sinistra, che è al governo della città ininterrottamente dal dopoguerra.

Sia chiaro: io rovescio l’impostazione della destra: quando siamo costretti a far presidiare pezzi di territorio dalle forze dell’ordine, vuol dire che la politica ha già fallito.  Più che la svalutazione degli immobili, e i disagi dei residenti “riminesi doc” – cavalli di battaglia della destra –  mi preme l’integrazione. Gli extra-comunitari vivono nell’isolamento più totale, in un’isola autosufficiente. Sapete qual è il paradosso di questa vicenda riminese e tutta italiana? I nipoti di quel glorioso partito che fu il PCI – oggi confluiti nel PD – si arrendono alla logica ferrea, inflessibile, del libero mercato. C’è un ghetto afro-asiatico? Alzano le mani al cielo, i dirigenti locali del PD. “La legge Bersani ha introdotto le liberalizzazioni. Non possiamo mica impedire la concentrazione di negozi etnici o phone center. Se i riminesi stessi affittano agli extra-comunitari, che possiamo farci?”. Noi socialisti difendevamo il libero mercato quando i comunisti duri e puri vagheggiavano una società pianificata, senza libertà di impresa (e come ironizzavano sulla “Milano da bere” governata dai socialisti che avevano a cuore il Made in Italy!). Eppure noi non siamo mai stati liberisti: guai se gli spiriti animali del capitalismo corrono a briglie sciolte! Libero mercato, in un’ottica social-democratica, vuol dire regole precise, uguali per tutti. Perché non dovremmo impedire la concentrazione abnorme di alcuni tipi di attività commerciale nello stesso quartiere residenziale? Perché non pensare a incentivi per giovani imprenditori affinché possano avviare attività che rispondano ai bisogni della comunità locale? Va recuperata la progettualità socialista: spetta ai Comuni, alle Regioni, allo Stato indirizzare e regolamentare l’economia.

Alcuni esponenti del PD sembrano teorizzare la fine della politica che gestisce i territori, che elabora politiche sociali, che investe sull’integrazione autentica. Dopo aver pontificato sulle ‘magnifiche sorti e progressive’ dell’umanità, questi signori si limitano ad osservare il fluire degli eventi. Eppure il multiculturalismo, nobile filosofia, non dice: “accorrete a frotte, stranieri. Noi vi accoglieremo a braccia aperte. Poi però dovrete arrangiarvi: tanto il libero mercato sistemerà tutto, magicamente.” Chi milita o vota a sinistra tende a scivolare nella retorica dell’accoglienza. Ci piace pensare che noi abbiamo il monopolio dei buoni sentimenti; godiamo nel bacchettare i dissenzienti che non si accodano alla nostra visione ideologica. Io sogno una sinistra pragmatica che miri a risolvere i problemi della convivenza tra etnie, in nome dei valori di giustizia e libertà in cui credo. La sinistra ideologizzata parla un solo linguaggio: quello dei diritti e della tolleranza, a prescindere. La sinistra che ho in mente io parla un linguaggio più articolato e più maturo: per ogni diritto c’è un dovere; e la tolleranza esige il rispetto reciproco, nonché l’osservanza delle leggi, da parte di tutti – italiani ed extra-comunitari.

Lasciamo la provincia italiana e spostiamoci nella civile Gran Bretagna, nazione con un passato coloniale che da decenni è alle prese con i problemi dell’immigrazione. Anche là il dibattito tra destra e sinistra, su questo tema, è aspro. Ci sono differenze però: il partito conservatore è liberale e libertario, e quindi combatte ogni manifestazione di razzismo. Dal canto suo, il partito laburista – riformista da sempre e, su molte questioni, più a sinistra del PD – predilige le soluzioni concrete. Jackie Ashely, opinionista del Guardian (una delle testate più “sinistroidi” al mondo), figlia di un deputato storico del partito di Blair e Miliband nonché simpatizzante laburista, dice cose sensate che in Italia sono ritenute appannaggio della destra leghista. “Ciò che vogliamo è un forte senso di cittadinanza condivisa, con diritti e doveri che procedano di pari passo. Questa è sempre stata la posizione dei progressisti. Ma è impossibile partecipare se non parli e non capisci la lingua inglese... Le comunità ghetto sono sempre negative. Alimentano un clima di sospetto da entrambe le parti. Erodono il senso di una cittadinanza comune.” (“Labour can afford to push harder on immigration”, The Guardian, 17.12.2012)

Il PD di recente ha aderito al Partito del socialismo europeo – per questa decisione Matteo Renzi va elogiato. Cari “compagni” del PD, siate coerenti: buttate alle ortiche una buona volta i residui del catto-comunismo. Smettetela con questa manfrina del Buon Samaritano. Sappiamo bene che la diversità arricchisce. L’immigrazione, se gestita come si deve, è una risorsa straordinaria. Ma affinché lo sia dovete affrontare di petto i problemi che l’immigrazione inevitabilmente genera. Non siamo in grado di accogliere tutti: l’Italia ha bisogno anche di cervelli, non solo di braccia. Non dobbiamo concedere la cittadinanza a chi non parla l’italiano: non faremmo i suoi interessi. Non possiamo accettare la logica delle comunità-ghetto: i primi a rimetterci sono gli immigrati stessi che non si integreranno mai. Nella concessione di benefici (case popolari, sussidi ecc.) vanno stabiliti criteri di priorità: agli italiani più a lungo residenti nel nostro paese, purché in regola con il fisco, va riconosciuto un diritto di precedenza rispetto agli immigrati. È assurdo stare con le mani in mano ad aspettare che il libero mercato faccia e disfaccia a suo piacimento: l’integrazione richiede una politica sociale energica. Last but not least: nessuna comunità si regge solo su diritti: il principio sacrosanto della solidarietà va coniugato con il rispetto dei doveri civici da parte di chi ha scelto di vivere in Italia.


Posted on March 4, 2015 and filed under Post in italiano.

Pensieri (quasi) controcorrente, 1: lo ius soli e le regole

Roberto Saviano (“Così gli immigrati ci salveranno”, l'Espresso, 4.09.14), dice bene: è ora diapplicare fino in fondo lo ius soli. Oggi lo straniero nato in Italia può richiedere la cittadinanza solo se nel nostro Paese ci è vissuto legalmente, e senza interruzioni, fino alla maggiore età (Legge 5 febbraio 1992 n. 91). Un compromesso ragionevole, fra chi vuole mantenere il sistema attuale e chi darebbe la cittadinanza al primo vagito, mi pare quella di anticipare i tempi. Io concederei la cittadinanza a tutti i bambini nati in Italia che hanno concluso la scuola elementare, purché l’abbiano frequentata dall’inizio alla fine. Oppure a tutti i ragazzi che hanno frequentato una scuola o una università italiana per cinque anni di fila. Toglierei l’obbligo della presenza continuativa in Italia, dalla nascita fino all’inizio del corso di studi.

Lo ius soli, regolato per bene, è un diritto di civiltà. La sinistra, unita, deve impegnarsi in questa battaglia. Sono certo che i conservatori più illuminati si unirebbero a noi. Battersi per lo ius soli è indice di intelligenza più che di buon cuore: “i diritti immettono nel circuito democratico energie nuove” (così Saviano). Decine di migliaia di bambini di origine araba, africana e asiatica siedono nei banchi di scuola a fianco dei nostri figli; presto avranno l’italiano come lingua madre, e un domani, si spera, lavoreranno in Italia - daranno manforte all’economia nazionale e l’ormai asfittica INPS, che stenta a pagare le nostre pensioni, riceverà una bella boccata d’ossigeno.

So far so good. C’è altro da dire, però. Navigando sul sito del Ministero degli Interni, il nostro sistema pare ben congegnato ed efficiente, almeno a livello della comunicazione. In tutta franchezza, poi, le norme italiane sulla cittadinanza non mi sembrano assurdamente restrittive in tutti i casi contemplati. Bisogna allargare le maglie in un solo caso: quello degli stranieri nati in Italia, appunto. In altri casi, sarebbe meglio restringerle. Io introdurrei, fra i requisiti per la cittadinanza, il possesso di una certificazione linguistica-culturale, concepita appositamente per i nuovi immigrati (e calibrata sul livello B2 del Framework europeo). Una discreta padronanza della lingua italiana – unita alla conoscenza di qualche ‘pillola’ culturale e di educazione civica –  è essenziale per integrarsi in Italia. Mi pare lapalissiano. È un buonismo falsamente caritatevole quello che relega gli immigrati in un ghetto linguistico. Un cittadino a pieno titolo deve conoscere a fondo il paese in cui vive. Dobbiamo porre anche il tema scabroso dell’alfabetizzazione democratica, per chi proviene da culture in cui i diritti civili e di libertà non esistono. Scabroso perché temiamo, sbagliando, di ledere i diritti alla diversità culturale. Il multiculturalismo, nella sua versione più ragionevole, è una gran cosa, ci arricchisce. Nelle varianti estreme, produce una serie di comunità-monadi estranee e indifferenti le une alle altre. Così non si rafforza la comunità democratica. Integrazione significa accettare le regole e i doveri di una liberal-democrazia qual è l’Italia. E implica il diritto-dovere di parlar bene la lingua del paese che ti accoglie. In realtà, lo Stato garantisce già corsi di lingua italiana per gli immigrati, a costi contenuti o gratuiti. Ma sono poco frequentati. Ovvio che sia così: non c’è l’incentivo. Non credo che questa mia proposta passerrebbe: piacerebbe, forse, al popolo della sinistra; non agli intellettuali-Soloni che vogliono rappresentarlo. Per costoro, ogni paletto è visto come una discriminazione che confligge con l’ideale di un’accoglienza incondizionata.

Galleria fotografica del territorio italiano di Gian Maria Turi.

Posted on September 18, 2014 and filed under Post in italiano.