Posts tagged #Fascismo

I liberali alle vongole e la professoressa sospesa

Una docente di italiano “serissima” e “assai stimata” di un Istituto tecnico di Palermo – ha circa 40 anni di onorato servizio alle spalle – è appena stata sospesa per 15 giorni con stipendio dimezzato. Quale la colpa grave che ha innescato la pronta reazione ministeriale? Non avrebbe vigilato sui ragazzi della sua classe. Quei discoli hanno accostato Salvini al Duce in una lezione incentrata sulle leggi razziali fasciste (il decreto sicurezza ricorderebbe la discriminazione antiebraica, di quelle leggi infami sarebbe addirittura una reincarnazione contemporanea). È giusto oppure eccessivo un provvedimento disciplinare così severo, piuttosto raro in Italia per casi analoghi, peraltro preso con la velocità di un lampo? Premesso che ritengo diseducativo nonché politicamente idiota che si incoraggi, o anche soltanto si tolleri, l’equiparazione di un leader democratico a un dittatore – a parte il danno di immagine alla parte lesa, viene annacquato il male assoluto rappresentato dal nazifascismo –, s’impongono due riflessioni.

(A) Sottolineiamolo: la professoressa non è stata punita per aver assimilato lei stessa la figura del nostro Ministro dell’interno a quella di Mussolini. No, la trasgressione è un’altra: non ha redarguito i suoi studenti o non ne ha controllato preventivamente il lavoro “purgandolo” da ogni riferimento offensivo – l’accostamento assurdo è avvenuto nel corso di una presentazione PowerPoint preparata dai ragazzi con tanto di immagini giustapposte dei due leader. Che la decisione avverso la docente, presa dall’ufficio periferico del MIUR su indicazioni venute dall’alto, rispetti la normativa vigente – e ci mancherebbe altro! – non significa nulla. È stato dato sufficiente tempo all’accusata di discolparsi? Come si è svolta l’ispezione? Si è riflettuto sulla costituzionalità di un provvedimento che ad alcuni colleghi della professoressa punita pare vessatorio e anticostituzionale? In breve: è stato seguito un procedimento garantista? Ecco i due articoli della nostra Costituzione che fanno al caso nostro.

Art. 21. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione”.

Art. 33 “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Intanto che riflettete, noto con rammarico che non è stata tutelata la privacy della docente. Un manipolo di “liberali destrorsi” ha gettato la notizia in pasto ai giornali e ai social, fregandosi ben bene le mani – che occasione ghiotta! Come una freccia che scocca dall’arco partirà la consueta gogna, con tanto di bullismo o squadrismo mediatico. Viva la libertà di espressione. Ma entriamo nel merito. A caldo, è difficile non pensare che questa sanzione sia davvero spropositata. E, soprattutto, pericolosa: crea un precedente di cui non abbiamo bisogno. Chi è in grado di tracciare una netta linea di demarcazione fra la critica legittima e la propaganda che, nelle scuole, andrebbe impedita? Quali analogie storiche sono lecite e quali no? In effetti, è difficile negarlo: l’indifferenza verso i migranti e rifugiati in fuga da guerre e miseria e torture e stupri ricorda l’indifferenza verso gli ebrei che scappavano dalle persecuzioni naziste. Anche allora in un certo senso furono chiusi i porti, anche allora si diceva “non possiamo accoglierli tutti”. Lo possiamo dire o verremo denunciati perché qualcuno coglie in queste parole una critica implicita al governo?

Immagino che, stabilito il precedente, fioccheranno le denunce e le richieste di sospensione quando docenti di destra o cattolici tradizionalisti diranno che Stalin, Pol Pot e i leader attuali della sinistra italiana son fatti della stessa pasta. Io, nella mia carriera scolastica, ne ho sentite di cotte e di crude: Craxi ducetto e ladro matricolato; Andreotti mafioso e amico di chi scioglie i bambini nell’acido; Berlinguer colluso con gli assassini perché sapeva delle foibe e dei processi sommari in URSS. E via calunniando. Nella mia esperienza, nessun professore, dico nessuno, è mai stato sospeso dal servizio per aver detto bestialità o fesserie del genere – anche perché così io qualifico ciò che, per altri, sono legittime opinioni.

B) Colpisce l’ipocrisia di quei liberali che, stracciandosi le vesti e sbraitando, hanno attaccato la decisione di escludere dal Salone del libro di Torino una casa editrice dichiaratamente e orgogliosamente fascista. Queste stesse persone ora invocano provvedimenti durissimi contro la docente siciliana, rea di aver vilipeso Salvini e la Lega. I leoni da tastiera, su Facebook, ne chiedono addirittura il licenziamento in tronco. Neppure quei conservatori di salda (e sincera) fede liberale che pure qualche libro l’hanno letto, e in alcuni casi anche scritto, spiccano per profondità del ragionamento o per spirito critico. I due casi, sì, sono diversi. Non per questo possiamo stiracchiare a piacimento il principio liberale. Nessuno ha censurato la casa editrice fascista, che è – giustamente – liberissima di pubblicare tutto ciò che vuole. Si è solo applicato un criterio di opportunità politica – peraltro in un Paese che, per chi lo avesse dimenticato, ha una legislazione antifascista. Al Salone, insomma, si è fatta una scelta, che non lede la libertà di nessuno. Se infatti il Salone fosse obbligato ad accogliere chiunque, solo perché paga, dove finirebbe la libertà di scelta del curatore? L’imposizione del criterio mercatista “tutti ammessi, basta pagare” segnerebbe la fine di ogni linea editoriale indipendente: anche l’editore fascista, a quel punto, dovrebbe esser costretto a pubblicare libri di sinistra. Idem per gli editori di sinistra: obbligati a pubblicare il Mein Kampf, magari con la foto di Hitler sorridente in copertina.

È in quella scuola di Palermo che è in gioco la libertà: qui è palpabile il rischio che il provvedimento punitivo soffochi la libertà di espressione. Che appaia come un atto politico autoritario. I dubbi, quindi, sono più che legittimi. La docenza, nella scuola di Stato, dev’esser sempre libera. Il concetto stesso di reato di opinione è intimidatorio e illiberale. Figuriamoci nel contesto educativo. Se la punizione del dissenso divenisse uno strumento legittimo di controllo del pensiero, migliaia di insegnanti ricorrerebbero all’autocensura, intimoriti da probabili ritorsioni.

Se fai presente queste contraddizioni, i liberali alle vongole ti rispondono in maniera demenziale con l’espressione che oggi va per la maggiore, ogni volta che tenti di fare un’analogia: “è diverso”. In questo caso avrebbero ragione se solo… fossero coerenti con una filosofia politica, il liberalismo, che ammette senz’altro l’esclusione di editori fascisti/nazisti/antisemiti/razzisti da una fiera o da una rassegna culturale (ribadisco: non si tratta di censura o di divieto di pubblicazione). Non dimentichiamo la lezione di Popper, filosofo liberale doc: non possiamo, e non dobbiamo, essere tolleranti con gli intolleranti. Quello che nella visione liberale non è ammissibile – per “la contradizion che nol consente” – sono gli abusi di potere da parte di chi governa. Alla fine andiamo sempre a parare lì: c’è chi vorrebbe imporre il bavaglio ai docenti non allineati mediante pressioni psicologiche se non minacce vere e proprie. Il paradosso è che taluni liberali conservatori auspicano il conformismo ideologico mentre denunciano l’asfissiante egemonia comunista di un tempo. Ecco perché la vedono in modo diametralmente opposto rispetto a me: libertà assoluta per l’editore fascista (e concomitante costrizione per gli organizzatori del Salone, il Comune di Torino e la Regione Piemonte) ma libertà vigilata per l’insegnante che diffonde pericolose idee sovversive contro un leader di destra. Il loro anticomunismo (in assenza di veri comunisti) assomiglia tanto all’antifascismo intransigente (in assenza di veri fascisti) contro cui si scagliano.

Attenzione, dunque. “È diverso” viene usato spesso per tirare in ballo un’eccezione nel momento in cui un principio di equità o libertà andrebbe applicato a tutti, indistintamente. Ciò dimostra che a quel principio, in fondo, codesti sedicenti liberali non credono. Gli va bene solo quando tira l’acqua al loro mulino, negli altri casi lo sospendono. Sono garantista con i politici di destra e ferocemente giustizialista con quelli di sinistra? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Accetto le fake news della Lega ma condanno quelle propalate dalle zecche o dai moscerini rossi? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Difendo la libertà di chi urla ai quattro venti la propria fede fascista, gonfiandosi il petto e facendo un bel saluto romano, ma al tempo stesso gongolo se una professoressa di lungo corso viene punita in questo modo esemplare che ad alcuni appare arbitrario o eccessivo? Ebbene sì. È diverso, si capisce. I liberali a corrente alternata ricordano il prototipo del clericale sbeffeggiato dal mitico Salvemini: Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Sostituite “clericale” con “autoritario” e avrete la formula perfetta per questi signori che, bontà loro, salgono in cattedra per darci lezioni di libertà.

Swimming pool by Gian Maria Turi

Swimming pool by Gian Maria Turi

Posted on May 19, 2019 and filed under Post in italiano.

L’uccisione di Giovanni Gentile II

Cosa intendo per valutazione storica equilibrata sul caso Gentile? Anzitutto trovo scorretto estrapolare un episodio, ancorché eclatante, dalla guerra civile che oppose fascisti e antifascisti – un giudizio sull’uccisione di Gentile, volenti o nolenti, implica un giudizio sia pure indiretto sulla Resistenza. Mi par difficile negare che Gentile, al punto cui si era giunti nel 1944, fosse un obiettivo naturale, logico. Forse anche legittimo. Ma questa affermazione non implica forse assolvere i mandanti ed esecutori del delitto? E io non mi ero detto contrario all’omicidio? La contraddizione – se ragionamo in termini storici anziché politici (o morali) – è più apparente che reale. Tutti i fatti di sangue di quel periodo vanno calati in un dramma storico dominato da una concatenazione di azioni e reazioni violente. In un contesto del genere, gli uomini conservano solo in parte il loro libero arbitrio: più sovente sono in balia di eventi che li sovrastano. Anche una valanga comincia spesso con una palla di neve gettata a valle. E, a quel punto, è difficile risalire alle responsabilità. È da ingenui, insomma, immaginare che le cose sarebbero potuto andare molto diversamente nel biennio caldo 1943-45. Certo: Gentile si sarebbe potuto salvare, ma molti altri italiani sarebbero morti lo stesso. Forse, mettendola così, saremo costretti a credere, più di quanto non vorremmo, nella “scemenza del mondo” e nella “inanità della cosiddetta storia”, per dirla con Gadda. Come che sia, non possiamo oggi – nel tepore delle nostre case, in un clima di democrazia liberale – ridurre a ordine e a ragionevolezza il caos e la brutale irrazionalità che fanno da sfondo alle guerre civili. Anch’io, come tanti, avrei voluto una Resistenza più pulita, più umana, senza carneficine. Ma non sono così ingenuo da pensare che esistano guerre, per quanto giuste, senza vittime innocenti.

E Gentile, se vogliamo dirla tutta, non era quel che si dice comunemente una vittima innocente, benché non fosse neppure un carnefice. Non esaltiamo, allora, quella uccisione – come fece Togliatti con parole dure e fredde come il marmo: i partigiani, disse il Migliore, hanno giustiziato una “canaglia”, un “traditore della patria”, “un bandito politico”; “chi tradisce la patria impegnata in una lotta a morte contro l’invasore straniero, chi tradisce la stessa civiltà umana ponendosi al servizio della barbarie, deve pagare con la vita!” Ma neppure trasformiamo Gentile in un martire. Giacché martyrem non facit poena, sed causa. Consideriamola per quella che fu: una morte annunciata, inscritta nell’ordine delle cose. Nel suo caso – questa è la posizione più sfumata e umana del socialista Paolo Treves – agì “quella nemesi che vola più alto, e raggiunge chi tradisce la propria missione. Perché Giovanni Gentile non era il volgare fascista assassino... era un filosofo”.
Il fascismo raccolse l’odio che aveva seminato a piene mani in vent’anni di persecuzioni e di oppressione – odio esacerbato da un’assurda guerra di aggressione e conquista a cui eravamo del tutto impreparati. Mi è sempre parso assurdamente snobistico l’atteggiamento di chi si scandalizza perché un filosofo veniva trucidato quando, in quegli anni, migliaia di giovani – o perché renitenti alla leva, o perché disertori, o perché antifascisti, o perché fiancheggiatori di partigiani, o perché ebrei – finivano al muro senza che nessuno battesse ciglio. La vita di un contadino analfabeta o di un operaio vale forse meno di quella di un filosofo?
Sfatiamo anche il mito del ‘fascista buono’, di colui che salva una o più persone – sulla base di quale principio etico universale? L’amicizia o la stima personale? –, e poi aderisce anima e corpo a un regime che prevede il patibolo per i dissenzienti. Il fascista moderato Gentile aveva in mente un disegno di riconciliazione/pacificazione nazionale sotto le insegne delle SS, mentre la Repubblica sociale proseguiva una guerra criminale, persa già nel 1940.
Intendiamoci: i fascisti moderati c’erano: formavano l’ossatura del regime – gli esaltati e i fanatici, per fortuna, erano una minoranza. Ma senza gli uni, gli altri avrebbe potuto potuto fare ben poco. In Germania l’equivalente del gerarca fascista buono era Albert Speer, il ministro nazista degli armamenti, rispettato al punto tale dagli alleati che, al processo di Norimberga, gli vennero comminati solo vent’anni di carcere (eppure Speer aveva supervisionato il disumano programma di lavoratori-schiavi del Terzo reich, che costò la vita a centinaia di migliaia di persone).
Furono proprio i Gentile, gli Speer, gli Heidegger – uomini di grande cultura, tecnocrati – a legittimare, agli occhi dell’opinione pubblica moderata, il fascismo e il nazismo. Furono proprio costoro a far sì che la macchina bellica fosse oliata a dovere, o a motivare ideologicamente chi doveva oliarla. Nessuno, poi, si assunse la responsabilità: un tal gerarca si occupava solo di ‘propaganda’ e non poteva sapere; quell’altro faceva funzionare le fabbriche, e non poteva sapere (il meccanismo della rimozione ce lo ha spiegato benissimo la Harendt in quel capolavoro che è La banalità del male). Giammai un Gentile o uno Speer, distinti signori borghesi, avrebbero avuto l’animo di impugnare un mitra per far fuoco su civili inermi, né avrebbero potuto pigiare la leva che faceva fuoriuscire il gas Zyklon B sugli ebrei rinchiusi in finte docce. Anzi: di Gentile si dice che avesse aiutato vari ebrei e antifascisti a fuggire dall’Italia occupata.
Andò bene per chi salvò la pelle; ma quale sorte attendeva chi non poteva fregiarsi dell’amicizia di Gentile? Di fronte al plotone di esecuzione, un ebreo o un antifascista si sarebbero consolati al pensiero che qualcun altro, grazie a un gerarca ‘umano’, era riuscito a cavarsela?  La verità è che, assumendo posizioni di vertice nei rispettivi regimi, i Gentile e gli Speer furono corresponsabili – politicamente e moralmente – dei massacri compiuti in nome del fascismo e del nazismo, a prescindere dai momenti di umanità o generosità che hanno dimostrato. Anche un dittatore è capace di compiere atti di clemenza.

E tuttavia, a questo punto, voglio smettere i panni dello storico che giudica freddamente. Non posso negare che, nonostante tutto, provo una certa ammirazione per Gentile. Non per la sua cultura, che, anzi, reputo un’aggravante – chi ha più ingegno, e lo usa male, ha maggiori responsabilità. Lo ammiro per il coraggio e la coerenza, che dimostrò quando tutto era perduto. Un bel po’ di fascisti, sul finire del '43, gettarono tessera del PNF e camicia nera per poter saltare, al momento opportuno, sul carro dei vincitori. Certo, in quel frangente gli opportunisti ebbero un merito: non contribuirono a tenere in vita un regime dittatoriale rantolante. Ma è innegabile che Gentile, pur sbagliando, pensasse di essere un patriota. Lui, a modo suo, amava l’Italia. Voleva, sia pure ingenuamente, che alla sua patria fossero risparmiati lutti e distruzioni. Gentile aveva una personalità contraddittoria e complessa. Non è equiparabile a un Himmler o a un Bormann. Come possiamo condannare e ammirare al tempo stesso un personaggio siffatto? Nella Commedia dantesca opera uno schema geniale che concilia la pietas del poeta con la severità dell’uomo di fede: Dante non nasconde la sua ammirazione per un Farinata degli Uberti, patriota valoroso che difese Firenze “a viso aperto”. Ma lo colloca pur sempre all’inferno, fra i dannati. Da un lato c’è l’umanità, che non possiamo negare neppure al nostro peggiore nemico; dall’altra c’è un codice etico-religioso che obbliga alla condanna. Ecco: anch’io ammiro Gentile per alcune sue qualità umane nello stesso momento in cui il mio codice politico-morale mi costringe a dichiararlo colpevole. 

Posted on October 23, 2014 and filed under Post in italiano.

L’uccisione di Giovanni Gentile I

Sono passati settant’anni da quel 15 aprile del 1944 in cui un commando di partigiani assassinò Giovanni Gentile. Oggi è facile – quasi d’obbligo – iscriversi nel registro di chi condanna quell’uccisione: chi, nell’Italia contemporanea, oserebbe giustificare un atto che suscitò anche allora perplessità negli ambienti antifascisti? Non ci soccorre, nella riflessione, la letteratura, pur interessante e di qualità, appartenente al genere “giallo politico” (L. Canfora, La sentenza; L. Mecacci, La Ghirlandaia fiorentina e la morte di Giovanni Gentile). Qualcuno avrà agito dietro le quinte; qualcun altro avrà pescato nel torbido – dietro ogni delitto “eccellente” che si rispetti c’è sempre un retroscena fosco. Ma qui non c’è nulla – a parte i dettagli romanzeschi – che non sapessimo già da anni: Gentile era – per sua stessa scelta – un simbolo del fascismo; e l’agguato venne rivendicato dai partigiani comunisti. Che gli ispiratori o, addirittura, i mandanti fossero i servizi segreti britannici o alcuni fascisti radicali in procinto di cambiar casacca, non cambia di un ette il contesto in cui il delitto fu pianificato: 1) Gentile aveva aderito alla Repubblica sociale, legittimandola con parole e azioni concrete, e rimase fedele a Mussolini fino all’ultimo; 2) la Repubblica sociale era alleata della Germania nazista, la quale occupava militarmente l’Italia e vi spadroneggiava; 3) le camicie nere non si limitavano a dar man forte alle SS nei rastrellamenti dei partigiani. Co-organizzavano altresì, con dedizione ed entusiasmo, le deportazioni di ebrei italiani – cioè di innocenti civili – verso i campi di sterminio. La Repubblica sociale, nel dicembre del 1943, organizzò all’uopo il campo di transito a Fossoli di Carpi – campo cogestito con le consorelle SS – da cui furono trasportati ad Auschwitz, come bestie al macello, migliaia di ebrei (inclusi anziani, donne e bambini) e antifascisti il cui crimine consisteva nel volere la libertà. Transitarono da lì circa 5.000 – 6.000 persone, tra cui Primo Levi, nella doppia veste di ebreo e partigiano. Oltre il novanta per cento non fece mai ritorno in Italia.

In teoria, questi fatti ci consentono di formulare un giudizio storico equilibrato sull’affaire Gentile. I tempi sono maturi. Eppure si ragiona ancora quasi esclusivamente in termini politici e morali. Questa la tesi che va per la maggiore: fu un omicidio brutale o comunque insensato. Veniva ucciso un grande filosofo, un uomo di cultura che celebrò sempre i valori dello spirito; un mite intellettuale che non apparteneva alla mischia dei combattenti; il quale rappresentava, tra l’altro, il volto ‘buono’, moderato, del fascismo. Bobbio, in un’intervista del 1984, disse che, all’epoca in cui avvenne, aveva probabilmente giudicato “fatale e inevitabile” l’agguato a Gentile; ma ora lo considerava “un atto terroristico … un atto fine a se stesso”. Non sono d’accordo. L’uccisione di Gentile ebbe uno scopo ben preciso: scatenare la reazione fascista, appiccare ovunque il fuoco della rivolta. La logica della polarizzazione, dello scontro frontale, spingeva a eliminare soprattutto le figure ragionevoli, inclini al compromesso. I ‘fascisti buoni’, quelli che, come Gentile predicavano la pacificazione nazionale, erano dead men walking. Bobbio, acuto come sempre, ci fa comunque riflettere: dobbiamo giudicare con la prospettiva di oggi o con quella di allora? Un bel dilemma… Presente e passato non possiamo tagliarli di netto, col coltello: ciò che è avvenuto lo rielaboriamo pur sempre con la coscienza di oggi (tutta la storia è storia contemporanea…).
Oggi, nel clima di civiltà in cui viviamo, almeno in Occidente, l’esecuzione di un uomo – per quanto colpevole di gravi crimini – suscita riprovazione e sdegno. I radicali, pochi anni fa, difesero con lucida coerenza un feroce dittatore, Saddam Hussein, prigioniero nel braccio della morte. Una posizione gandhiana, questa, inconcepibile settant’anni fa, quando il comune sentire – anche nelle nazioni democratiche – era a favore della forca per fascisti, nazisti e collaborazionisti. Se teniamo i piedi ben piantati nel presente, dovremo condannare l’esecuzione sommaria di Gentile. Se invece ci immergiamo nel passato, e rievochiamo l’odio e il desiderio di vendetta traboccanti in ogni guerra civile, finiremo per giustificarla e fors’anche approvarla.
Quale di queste due sia la prospettiva ’giusta’, è difficile dire. Certo è che ragionare politicamente significa rendere attuale la vicenda fino a porsi l’imbarazzante domanda: “Gentile meritava o meno di morire”? Se dico di sì, vuol dire che sarei stato capace – nel 1944 – di approvare l’agguato o di parteciparvi. Io però non riesco ad arrogarmi il diritto di decidere della vita altrui – anche se, in questo caso, altri hanno deciso tanti anni fa. E poi io sono nato vent’anni dopo il fattaccio. So solo cosa farei oggi, col senno di poi: non ordinerei quell’omicidio. Per una ragione politica più che morale – se uccidere in una guerra di resistenza, di liberazione, è immorale sempre e comunque, allora tutti i partigiani erano assassini. Gentile sarebbe stato infinitamente più utile all’Italia democratica da vivo che da morto: lui, con l’ingegno e la tempra che aveva, sarebbe stato una spina nel fianco dei ‘redenti’, di coloro che, gettata la camicia nera, si convertirono al partito comunista, o a quello ancor più ampio dei professionisi dell’antifascismo manieristico e radical-chic. Lui, diversamente da tanti suoi allievi, non aveva la vocazione del camaleonte. Il che, in Paese gattopardesco qual è l’Italia, non è virtù da poco.

Posted on October 22, 2014 and filed under Post in italiano.

I gendarmi della memoria

È tornata alla ribalta la vexata quaestio del consenso al fascismo. Emilio Gentile, massimo esperto italiano del fascismo, scende in campo stroncando l’ultima opera dello storico britannico Christopher Duggan, Il popolo del Duce. Storia emotiva dell’Italia fascista (“Il Duce, che emozione!", Il Sole 24 ore, 4-5-maggio 2014). Duggan sarebbe colpevole di aver riproposto le tesi revisionistiche di De Felice, “il cui subdolo scopo era riabilitare il fascismo, sostenendo che il regime ebbe un consenso popolare”. La polemica anti-defeliciana mi è sempre parsa insensata: riconoscere che Mussolini – in certi periodi – fu popolare non significa riabilitarlo. Nessuno storico onesto può assolverlo dai suoi crimini, che furono ancor più gravi fuori d’Italia (sulle atrocità del colonialismo fascista si legga l’ottimo Genocidio in Libia di Eric Salerno).

Se il rilievo metodologico di Gentile è azzeccato (troppo scarse le fonti di Duggan, che rievoca i sentimenti di milioni di italiani basandosi su una settantina di diari e una trentina di lettere), l’accanimento storiografico è incomprensibile. Lascia perplessi la perentorietà di questo giudizio politico: “Qualunque fosse l’atteggiamento dei capi dei regimi totalitari rispetto al consenso della popolazione su cui dominavano è un fatto storico indubitabile che nessuno di loro ha mai fondato il suo potere sul consenso della gente comune, comunque motivato, sollecitato, fabbricato e organizzato, ma solo e sempre sul monopolio del partito unico, sulla forza armata, sulla prevenzione ed espressione poliziesca, e sulla irregimentazione della popolazione, fosse o no consenziente.” È onesto intellettualmente presentare come “un fatto storico indubitabile” la tesi, discutibilissima, secondo cui il regime fascista si reggeva “solo e sempre” sulla forza bruta? Se non esistono i documenti che provano la popolarità del Duce, quali sono le fonti a cui si appella il nostro severo recensore per sostenere la tesi opposta, e cioè che il fascismo era inviso a gran parte degli italiani? Forse Gentile reagisce allo stigma che gli intellettuali azionisti ci hanno appiccato addosso: il fascismo, per loro, è lo specchio dei difetti atavici nazionali. Se si argomenta che una moltitudine di italiani, dopo aver subito angherie e soprusi per vent’anni, alla prima occasione insorsero armi in pugno contro il Duce, ecco che l’onore della Patria è salvo! Siccome il gene culturale dell’apatia o del servilismo non esiste, sarebbe più utile gettare alle ortiche il moralismo e la storiografia giudiziaria.

Gentile è uno studioso serissimo: sostiene – giustamente – che il fascismo era totalitario (in disaccordo con Hannah Arendt, la quale attribuiva questa qualifica solo al nazismo e al comunismo). Ma sul consenso al Duce prende un bel granchio. Che il fascismo usasse il manganello, l’olio di ricino, il carcere duro e l’omicidio politico, lo sappiamo bene – vergognose le parole di Berlusconi sugli antifascisti inviati al confino “in villeggiatura”. Mussolini, però, non rimase in sella per vent’anni solo con la politica del pugno duro. Il consenso di cui godeva sarà stato effimero e altalenante, ma c’era. Non occorrono tonnellate di carte d’archivio per provarlo: basta il ricorso alla logica e qualche buona lettura. È impensabile che un dittatore ‘di lungo corso’ possa prescindere da una qualche forma di consenso, comunque indotto o fabbricato. Gramsci questo l’aveva capito benissimo. E Foucault ci ha insegnato che il potere politico, democratico o dittatoriale, è polimorfo: non può esaurirsi nella mera repressione violenta; esibisce anche una capacità seduttiva. Perché il Duce scese a compromessi con la Chiesa cattolica, rivale dello Stato totalitario? I Patti lateranensi – un capolavoro politico-diplomatico – miravano a ottenere la benevolenza delle masse cattoliche. Certo, la nazionalizzazione fascista delle masse fallì (gli italiani combatterono malissimo, e non certo per vigliaccheria, nelle guerre fasciste). Ma ciò non cambia di un ette i termini della questione: anche i dittatori hanno bisogno di essere popolari. Le Memorie del Terzo Reich di Albert Speer, l’architetto di Hitler e suo amico, nonché efficientissimo Ministro degli armamenti, testimone di cui gli Alleati si fidarono quasi ciecamente, dipingono un Hitler terrorizzato dallo spettro dell’impopolarità. Hitler, un criminale di prim’ordine, alternò con grande astuzia il bastone e la carota: in tempo di pace, attuò politiche di stampo socialista (a esclusivo beneficio dei tedeschi “ariani”, s’intende) e durante la guerra volle che la produzione di beni voluttuari per la popolazione civile continuasse. Solo a guerra ormai persa chiese ‘lagrime e sangue’ al popolo tedesco: dichiarò la Totale Krieg, la mobilitazione totale, solo nel ’43, dopo il disastro di Stalingrado. E infatti la produzione bellica tedesca raggiunse l’apice solo l’anno seguente. Churchill (e così più tardi Roosevelt) fece il contrario: dopo un anno dall’entrata in guerra, le fabbriche britanniche sfornavano armi a pieno ritmo.

La questione del consenso al fascismo è politica: i "gendarmi della memoria", come li definisce Pansa, si sono sempre opposti con le unghie e con i denti a qualunque interpretazione che mettesse in discussione la vulgata antifascista e resistenziale promossa dal PCI: il Duce era al soldo di una cricca di capitalisti e reazionari; non vi era nulla di sinistra nella sua visione e prassi politica; i fascisti autentici si contavano sulle dita di una mano; il nazi-fascismo è il Male assoluto, mentre il comunismo sovietico è il Paradiso terrestre (per dirla con Berlinguer: nell’URSS si respirava ‘un clima morale superiore’ rispetto alle decadenti e corrotte società borghesi); l’imperialismo è connaturato agli stati capitalistici, anche quelli democratici (evidentemente Stalin si spartì la Polonia con Hitler per amore della classe operaia polacca...). Tale vulgata – un coacervo di falsi storici – è il perno su cui il PCI ha fatto leva per affermare un’asfissiante egemonia culturale. I vuoti di memoria facilitarono una caterva di conversioni dopo il ‘43: e così il PCI accolse nelle proprie fila gli intellettuali compromessi col fascismo, i quali, nel dopoguerra, saranno i filo-comunisti più agguerriti – si legga l’illuminante I redenti di Mirella Serri.

 

La vulgata antifascista e resistenziale un senso politico l’ha avuto finché il PCI era radicato nella società italiana. Oggi è anacronistica: l’ethos democratico degli italiani è un fatto acquisito. Chi ha come orizzonte ideale l’anti-totalitarismo, non deve temere un’opera di revisione storica. Dopo settant’anni di democrazia liberale siamo maturi per guardare in faccia la realtà: moltissimi italiani – quanti, esattamente, non lo sapremo mai – furono fascisti. In varie gradazioni: chi per poco, chi per molto; chi per un motivo, chi per un altro; chi aveva gli strumenti per capire e chi no. Ammettere questo fatto storico non è sminuire il valore ideale dell’antifascismo clandestino – esperienza di una minoranza illuminata – confluito nella Resistenza armata del ’43-‘45. E men che mai implica riabilitare il fascismo. Il fatto che Mussolini abbia fatto alcune ‘cose giuste’ – l’apprendistato socialista gli fu utilissimo – non vuol dire che esista un totalitarismo buono. Del resto, è vero anche l’inverso: gli errori dei leader democratici non inficiano il valore ideale della democrazia.

I fascisti – o simpatizzanti/fiancheggiatori del regime – erano peraltro distribuiti omogeneamente. Non si capisce, quindi, la distinzione tra intellettuali e gente comune. Sembra che il consenso al Duce da parte di quest’ultima fosse più grave: contraddice il mito populista-marxista del ‘buon operaio’ che, dotato di una indelebile coscienza di classe, anela alla rivoluzione proletaria anche quando indossa la camicia nera. Casomai è il contrario: sono gli intellettuali quelli che avrebbero dovuto capire la follia fascista. E invece voltarono la testa dall’altra parte, quando non furono addirittura collusi col regime. Dodici su mille e duecento, l’1 per mille, i docenti universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al Duce nel ‘31. Certo, fra questi c’era chi, incoraggiato da Togliatti, giurò per poter continuare la fronda antifascista. Ma il pensiero corre ai dodici coraggiosi, che, per un sussulto di dignità, persero tutto. Ancor più grave il silenzio degli uomini di cultura nel ’38, di fronte alle infami leggi razziali anti-ebraiche. Se fior fiore di intellettuali italiani, i futuri ‘redenti’, inneggiarono al Duce – al pari di influenti personaggi stranieri (Churchill e Pound, per esempio) – non si capisce perché la gente comune avrebbe dovuto covare sentimenti ribellistici e antifascisti. La storia linguistica dell’Italia unita di De Mauro spiega bene cos’erano gli italiani in quel tempo: in buona parte contadini semi-analfabeti che parlavano a malapena l’italiano. Quale educazione democratica avevano ricevuto? Cosa aveva fatto per loro lo Stato liberale pre-fascista, se non imporre tasse sul macinato e la coscrizione obbligatoria? Non c’è da meravigliarsi se i contadini acclamarono il Duce che prometteva pane (le battaglie per il grano...) e terre in Africa (il colonialismo straccione...). Così come è solo naturale che, con i primi rovesci militari, con i bombardamenti alleati e il cibo razionato, la popolarità di Mussolini svanisse di colpo.

Qui non stiamo denigrando il carattere nazionale: gli italiani sono esseri umani al pari degli altri europei – e qualunque altro popolo avrebbe agito in modo simile in quelle travagliate condizioni politiche e socio-economiche. Anche i francesi hanno la loro bestia nera: il collaborazionismo del Governo Vichy. Si è poi scoperta l’acqua calda, ovvero che gli abitanti delle isolette di Guernsey e Jersey, le channel islands a poche miglia dalla Normandia, e quindi occupate dai tedeschi nel ’40, si comportarono esattamente come i francesi: tra quei figli dell’indipendente e orgoglioso popolo britannico vi furono sia resistenti che collaborazionisti. Al di fuori della propaganda, non ci sono popoli di eroi o di vigliacchi. L’Europa era abitata da gente ‘normale’, che voleva sopravvivere, e che cambiava opinione politica sulla base di un parametro umanissimo: oggi riesco a mettere la minestra e il pane in tavola?

Non abbiamo bisogno di inventarci una storia patria eroica. Manipolare i fatti è sempre un errore. È il modo migliore per far riaffiorare apologie (più o meno travestite) del fascismo. Se continuiamo a bacchettare gli storici ‘revisionisti’ in nome di dogmi ideologici, a qualcuno verrà il dubbio che Mussolini fosse un dittatore all’acqua di rose. Non c’è più nessuna reputazione da difendere: i redenti sono quasi tutti passati a miglior vita. Liberiamoci allora una buona volta dai fantasmi del nostro passato. L’unica cosa che ha ancora senso chiedersi è perché gli italiani si fecero abbindolare dal culto mussoliniano. Solo se capiamo questo, eviteremo che il tragico errore si ripeta. Da noi, o altrove. Ben vengano, dunque, gli studi come quello di Duggan.

Posted on May 11, 2014 and filed under Post in italiano.