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Esultare o riflettere?

Sono contento per i risultati delle europee. Un risultato diverso sarebbe stato un disastro per l’Italia e, in parte, per l’Europa. Ma non sono al settimo cielo. In attesa di analisi e dati più precisi (qual è la composizione sociale dell’elettorato del PD rispetto a quella del del Movimento 5 Stelle?), sottolinerei alcuni punti. (1) Il PD ha stravinto. Ha prevalso la ragionevolezza: Renzi aveva alla sua destra un Berlusconi imbolsito, una macchietta impresentabile; e alla sua sinistra un Grillo imbufalito che ha passato il segno. (2) Con il tracollo delle ideologie (e, ahimè, delle culture politiche), la personalità del leader è il fattore decisivo nelle contese elettorali. Renzi ha un appeal straordinario (non parlerei di carisma), e incanta in primis l’elettore moderato. (3) Si conferma una legge classica della politica democratica: le elezioni le vince chi conquista il centro. Il quale diviene ancor più decisivo quando le ali estreme gridano slogan mortiferi e lanciano invettive. Sia nel centro-sinistra che nel centro-destra c’è uno zoccolo duro. Ma l’anima centrista è mobile, fluida, in entrambi gli schieramenti. È così nei Paesi liberal-democratici moderni, quando il bipolarismo funziona. Quindi è sbagliato dire che Renzi ha pescato a piene mani nel bacino della destra “pura” (rappresentato dai Fratelli d’Italia e dalla Lega Nord). (4) Non è vero che il PD ha tradito gli ideali di sinistra. Dire che il PD è una riedizione della DC è una baggianata (faccio autocritica: lo pensavo anch’io). Anche avvicinandosi al centro, il PD mantiene una venatura rossa. Il PD occupa lo spazio politico della sinistra riformista. Che lo occupi maldestramente è un altro discorso. Renzi è un centrista – come del resto lo era Blair – al timone di un partito di centro-sinistra. Ha imposto al PD l’adesione al socialismo europeo. Una scelta di campo inequivocabile. I democristiani e i conservatori vanno a sedersi sui banchi del partito popolare, non su quelli del partito socialista. (5) La sinistra delusa dalla torsione centrista di Renzi ha preso una batosta, ma non è spappolata. Ora si aprono due scenari: o si dà vita a una formazione di ispirazione socialista a sinistra del PD, che collabori con quest’ultimo nel governo del Paese (e si collochi quindi nell’alveo del riformismo), o si entra in massa nel PD, cercando di spostarne il baricentro a sinistra. (6) in ogni caso, la sinistra ha un futuro solo se torna alle sue radici: la sua stella polare dev’essere il primo articolo della Costituzione – l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Va ridata dignità al lavoro, offeso e umiliato da questa crisi maledetta e da politiche di austerità demenziali (“lacrime e sangue” per salvare l’establishment!). Il partito socialista – primo partito politico in Italia e incubatore di tutte le esperienze della sinistra italiana – nacque come partito dei lavoratori. Ci vogliono politiche intelligenti che creino ricchezza “sostenibile” e la distribuiscano equamente. Non produzione fine a sé stessa, ma in nome di un modello di sviluppo diverso, in cui l’uomo – il lavoratore – sia fine e non mezzo. (7) È falso dire che il voto al PD è conservatore. Il PD esprime un desiderio di cambiamento. Anche se deve fare i conti con qualche forza di conservazione al suo interno. Cosa produrrà questa alchimia, lo vedremo. E il voto al Movimento 5 Stelle non è progressivo, benché in buona parte provenga dalla sinistra, quella che non scende a compromessi. Il suo programma, infatti, è populistico e velleitario. (8) Grillo ha intercettato una volontà – confusa, ma legittima – di trasformazione radicale dello status quo. Ha dato voce a un popolo senza rappresentanza. Non ha saputo incanalarne i bisogni e le aspirazioni verso obiettivi concreti (uscire dall’euro sarebbe una follia). Il fatto che abbia fallito, però, non significa che sia saggio emarginare i milioni di elettori che hanno creduto in lui. Mi pare che il PD rappresenti soprattutto il ceto medio che predilige le soluzioni ragionevoli. Il Movimento 5 Stelle invece raccoglie la frustrazione e la rabbia di chi è escluso, dei disoccupati, dei giovani senza speranze. Strati sociali che dovrebbero formare l’ossatura di un partito di sinistra. (9) La rapidità è il segno dei nostri tempi: i partiti nascono e muoiono nel volgere di una stagione; anche i partiti più radicati (come il PD) possono balzare in avanti o tracollare (nella Prima Repubblica ci volevano anni per guadagnare o perdere qualche punto percentuale...). Attenzione, allora: ogni vittoria elettorale può essere un fuoco di paglia.

Conclusione: non c’è motivo di esultare. Il PD si attesta, sì, sul 40%. Una percentuale da capogiro. Ma quant’è, tradotta in voti? Poco più di 11 milioni. Sommati a quelli della lista Tsipras, saliamo a circa 12 milioni. Un centro-sinistra fiacco e anemico, che avrebbe bisogno di una bella iniezione di globuli rossi. L’Ulivo di Prodi alle politiche del 2006 fu sommerso da oltre 19 milioni di voti. Dove sono finiti i 7 milioni in meno? Lo so: è improprio confrontare le europee con le politiche. Ma anche quelli del PD lo stanno facendo, all’inverso però: gongolando, proiettano questo 40% sulle prossime politiche. Fatto sta che il 25 maggio ha votato solo il 58,68% degli aventi diritto, quasi 29 milioni di italiani. Hanno disertato le urne 4 elettori su 10 – all’incirca 18 milioni di nostri concittadini. Se aggiungiamo il milione e mezzo di schede bianche o nulle in queste europee, arriviamo a quasi 20 milioni di italiani senza volto e senza voce. Il fatto che l’astensionismo sia stato più forte negli altri Paesi dell’U.E. non è motivo di vanto per noi.

Un partito democratico – di nome e di fatto – non può ignorare questo sfregio alla democrazia. Meditate, cari piddini. Capisco l’ebbrezza della vittoria. Ma tra qualche giorno dovrete ammainare le bandiere e riporre i tamburi. Qui c’è da rimboccarsi le maniche sul serio.

Photo by Gian Maria Turi

(Contributo fotografico di Gian Maria Turi)

Posted on May 29, 2014 and filed under Post in italiano.