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Meriti e bisogni nel nuovo millennio

Rinnovarsi o perire, diceva Nenni. Coerentemente con questa massima, i socialisti si sono sempre ingegnati nel rielaborare le loro coordinate culturali. Il partito all’avanguardia ha una cultura politica in movimento, fluida come un magma: guai se si solidifica in dogmi, luoghi comuni, certezze assolute.  Già negli anni Ottanta si profilava la sfida: come armonizzare antichi ideali con un processo di modernizzazione che investe con forza dirompente la società, l’economia, la cultura? La politica della DC e del PCI, schiava di categorie consunte, segnava il passo. Ecco che i socialisti tracciano nuovi solchi e utilizzano tecniche di semina innovative, in un terreno abituato a una agricoltura tradizionale. La conferenza programmatica del PSI, svoltasi a Rimini nel 1982, volò sulle ali della creatività e del dinamismo. Claudio Martelli, nella sua memorabile relazione, ebbe il coraggio dell’autocritica: “la verità nuda e cruda è che dopo la stagione del [primo] centrosinistra, la sinistra italiana, noi compresi, non ha più avuto una strategia dell’intervento sociale che non fosse puro assistenzialismo.” È, questa, un attacco velato alla dittatura dei diritti, concepiti oltretutto in un’ottica superata dai tempi. L’assistenzialismo infatti riconosce i diritti sotto forma di mancia ai poveri: è pane per i denti dei plebei; i cittadini della polis democratica hanno ben altre esigenze. Ed è pane indigesto: lo smerciano i politicanti per il voto di scambio – panem et circenses dicevano, appunto, i maestri del clientelismo.

Martelli prende le mosse da un’analisi aggiornata della società italiana. La sociologia marxiana delle classi sociali è ormai “pietrificata”: gran parte dei lavoratori è impiegata nel terziario avanzato e si è ingrossato altresì il “popolo delle partite IVA”. La sinistra egemone non se ne è accorta, è ancora in preda ai fumi dell’ideologia (il mito della centralità operaia, il legame con l’URSS ecc.), e quindi attinge a una teoria dei bisogni semplicistica, ottocentesca. Il riformismo socialista fa rinsavire dall’ubriacatura marx-leninista. Chi rappresenta i ceti professionali emergenti, gli imprenditori di successo del Made in Italy, la miriade di aziende famigliari, gli artigiani che veicolano l’estro italiano – in breve: il ceto medio produttivo, che si è dilatato dagli anni del boom economico? Non di certo la sinistra tradizionale, che guarda con sospetto alla piccola borghesia: un tempo collusa con il fascismo, essa ancor oggi coverebbe impulsi regressivi, reazionari.

E chi dà voce ai nuovi emarginati, che non figurano nel Capitale di Karl Marx? In questo bizzarro Paese in movimento che è l’Italia, continua Martelli, c’è chi ha compiuto un formidabile balzo in avanti e c’è chi è rimasto indietro. Ecco che spuntano nuove povertà che si sommano a quelle vecchie, ancora persistenti. Non c’è solo l’operaio, alienato dalla catena di montaggio. Ci sono altre figure: i reietti della società contemporanea non sono i poveri in senso tradizionale (i denutriti, i disoccupati), bensì gli esclusi “dalla conoscenza o dagli affetti o dalla salute”. Parliamo di persone che, pur essendo in grado di mettere il pane in tavola, arrancano o sopravvivono malamente nella società della competizione feroce. “Penso ai carcerati, agli alcolizzati, ai tossicodipendenti, ai malati, ai disabili, agli anziani, ai minimi pensionabili senza una famiglia che se li prenda in cura, ai bambini appunto, alle donne e agli uomini che sono soli e non vorrebbero essere soli, ai giovani e alle ragazze che bussano al mercato del lavoro e non riescono a varcarne la soglia, che cercano una casa per sposarsi e devono rinviare il matrimonio, che sono esclusi dalla cultura e dal benessere.” Cittadini dimezzati, insomma. L’alienazione sul luogo di lavoro si affianca a nuove forme di povertà – spirituale, affettiva, culturale, materiale – che amplificano il dolore insito nella condizione umana e paralizzano o deprimono la volontà di riscatto.

Martelli non parla di doveri: li dà per scontati. E, all’apparenza, parla il linguaggio arcaico dei diritti assoluti. Ma, a leggere bene, il lessico e la grammatica del PSI stanno subendo una metamorfosi. In una società frammentata, pulviscolare convivono gruppi sociali disparati.  La sinistra deve imparare a orientarsi in una nuova costellazione: l’interclassismo. L’attenzione del PSI si concentra su due tipologie di cittadini, che necessitano entrambe di maggiori tutele: quelli che lavorano nei settori più dinamici dell’economia, e danno perciò un contributo decisivo alla ricchezza e al progresso della nazione, e quelli che, rimasti alla base della piramide sociale, non esprimono appieno le loro potenzialità. La meritocrazia – finora estranea all’universo simbolico della sinistra – è linfa vitale tanto per gli uni quanto per gli altri. L’intervento sociale a pioggia favorisce solo politiche rozze e improduttive.

A questo punto Martelli lancia un’idea geniale: il circolo vizioso assistenza-emarginazione può essere spezzato in un sol modo: mediante “un’alleanza riformista fra il merito e il bisogno”. Devono far causa comune i ceti medi, ovvero i cittadini attivi – “coloro che possono agire” perché hanno particolari capacità e conoscenze ––, e gli emarginati, che sono i cittadini passivi – “coloro che devono agire” per evadere dal carcere della nullità, della passività. La sinistra riformista sconfiggerà la destra illiberale/conservatrice solo puntando a una alleanza organica fra i lavoratori delle professioni scaturite dallo sviluppo tecnologico e gli eredi dei proletari di un tempo, spesso analfabeti di ritorno.

Gettato il sasso nello stagno, s’è visto qualche timido cerchio concentrico. Poi il nulla: l’acqua, a sinistra, è tornata placida come prima. Eppure Martelli aveva sottolineato un punto importante: “se separiamo il merito dal bisogno, il riformismo diviene o tecnocrazia o assistenzialismo”. Parole profetiche, ben possiamo dirlo trentacinque anni dopo. La sinistra egemone, chiusa nel suo torpore e nella sua pigrizia mentale, ha risposto alle povertà, antiche e nuove, proprio nel modo peggiore: propinandoci assistenzialismo e tecnocrazia, a corrente alternata. Né ha saputo sostenere e chiamare sotto la sua bandiera i ceti medi, i quali, colpiti dalla crisi, sono sempre più impauriti e frastornati. Un peccato di omissione o disattenzione, questo, che ha gettato in braccio alla destra le figure più dinamiche dell’economia. 

Se si fosse data sostanza politica alla proposta del PSI, che fu bloccata dalle due Chiese dell’epoca, PCI e DC, nonché dalla resistenza passiva delle mille lobby e caste (e delle categorie più tutelate/sindacalizzate) che ingessano ancor oggi il nostro Paese, non dovremmo ripescare addirittura il discorso, scontato, sulle responsabilità del cittadino. Cos’è “il buonismo” – diritto assoluto, sciolto da ogni legame col dovere – se non il volto nobile, idealistico, dell’assistenzialismo? Chiedete, e vi sarà dato. A prescindere. Non importano né i vostri meriti, né ciò che potete dare alla comunità; contano solo i bisogni, ciò che vi spetta. In fondo, se le risorse scarseggiano possiamo pur sempre ricorrere a uno stratagemma collaudato: indebitiamo lo Stato scaricando i costi sulle generazioni future. Il diavolo però fa le pentole, non i coperchi: con la moneta unica questo escamotage non dura nemmeno lo spazio di una legislatura, non si può più utilizzare liberamente. Ogni volta che l’assistenzialismo travolge gli argini, e si spende con larghezza di maniche pur in assenza di sviluppo, ecco che sorge la necessità del governo di tecnocrati che rimette le cose in sesto con annessi e connessi di macelleria sociale (il professor Monti vi ricorda qualcosa?).

La politica delle elargizioni assistenziali non ha intaccato minimamente il potere delle corporazioni, anzi l’una è complementare all’altro. Questo è il patto sociale occulto che frena da decenni l’innovazione e il dinamismo: mance dall’alto e privilegi a iosa.  Così si è formata la palude italiana: si ignorano i bisogni degli ultimi, che vanno soddisfatti con un riscatto autentico – la mobilità sociale, una cittadina piena e attiva –; e al tempo stesso si deprimono i talenti, l’innovazione, il merito. L’esercito di chi ha bisogno è aumentato a dismisura, e i manipoli del merito si sono assottigliati: troppi giovani laureati, specializzati, tecnici ecc. sono emigrati all’estero. Risultato: l’economia cresce (quando ce la fa) sbuffando, a ritmi ridicoli.

C’è di più. Ben trentacinque anni dopo la riflessione di Martelli – teniamo a mente questo lasso temporale pazzesco! – la società italiana mica è rimasta al palo, immobile. Formare un’alleanza fra merito e bisogno è ancor più complesso: “coloro che devono agire”, gli emarginati, sono in maggioranza immigrati. S’è creato quindi un gap culturale e linguistico, che ai tempi di Martelli non c’era, rispetto a “coloro che possono agire”: gli italiani nativi e cittadini (si spera) attivi. Naturalmente la recessione ha scaraventato un bel po’ di italiani nella schiera dei nuovi poveri. Sicché ci sono due rischi, collegati, da scongiurare: (a) una guerra fra poveri – italiani contro stranieri – per la ripartizione di risorse sempre più magre; (b) il coalizzarsi della maggioranza degli italiani autoctoni, i ceti più abbienti/colti e quelli a rischio di proletarizzazione, in funzione anti-immigrati. Ragion di più per rilanciar la strategia geniale teorizzata da Martelli. Altrimenti sarà la destra xenofoba a vincere, nelle urne e nei cuori. Solo una alleanza fra meriti e bisogni rinforzerà le fondamenta della comunità nazionale, consentendo l’integrazione effettiva dei nuovi italiani! Ma lo spirito di quell’alleanza va adattato ai nostri tempi: esso richiede il ritorno, sul proscenio della politica, di una coppia troppo a lungo separata: quella formata dai diritti e dai doveri del cittadino. 

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Posted on November 17, 2017 and filed under Post in italiano.

La solidarietà dei doveri

C’è un cromosoma difettoso nel patrimonio genetico della sinistra egemone. E’ il “buonismo”, figlio di una retorica stantia dei diritti. Intendiamoci: la cultura politica dei progressisti di ogni colore, dal rosso al rosa sbiadito, si fonda sul concetto dei diritti universali dell’uomo. E’ così dalla Rivoluzione francese. Ma non dimentichiamo che un ingegno d’eccezione, Norberto Bobbio, anni dopo aver scritto L’età dei diritti disse che sarebbe stato necessario un altro saggio, a completamento: L’età dei doveri.

Aver gli occhi rivolti al passato non è di per sé un problema: è sempre valido l’aforisma di Bernardo di Chartres: siamo come nani sulle spalle di giganti.  L’essenziale, però, è togliersi il paraocchi. Altrimenti vedremo, sì, lontano, ma l’orizzonte sarà sempre lo stesso. Il che è per l’appunto ciò che accade oggi: le riabilitazioni degli sconfitti dalla storia vanno per la maggiore. C’è un gran fervore sulla riscoperta di Marx, il critico implacabile del capitalismo a cui si sono ispirati leader politici spregiudicati – Lenin, Stalin e Mao –, che hanno fatto ruzzolare un bel po’ di teste. In nome del diritto assoluto all’eguaglianza, ovviamente. Il redivivo Marx è stato il più grande pensatore della sinistra occidentale, non c’è dubbio. Ma ce n’è un altro, nato in Italia e vissuto nella stessa epoca: uno dei padri del Risorgimento, un uomo d’azione e di pensiero, la cui eredità andrebbe riscoperta: Giuseppe Mazzini. Il fondatore della Giovane Italia era certamente meno geniale del filosofo di Treviri, ma alcune sue tesi oggi appaiono quasi profetiche. Io, socialista, riconosco che la critica mazziniana del socialismo (che è anche una critica della democrazia sociale, fondata sul Welfare State, dei giorni nostri) ha una sua logica, e merita pertanto una riflessione.

Secondo Mazzini “non esistono diritti se non in virtù di doveri compiuti” (Processo al socialismo, Il Borghese, 1972, p. 11-112). Rovesciando la semantica della sinistra dell’epoca, e pure di quella odierna direi, Mazzini crea un’originale collocazione linguistica: la “solidarietà dei doveri” (p. 127). Ecco di cosa ha bisogno una società equa e solidale: di un’etica della responsabilità.  Il culto dei diritti universali dà luogo a una libertà monca, che si fonda sulla “falsa teoria della sovranità dell’io”. Una comunità coesa non può che reggersi sulla sovranità del noi. Considerazioni del genere parevano banali a Marx e ai suoi seguaci: loro, pensatori così nobili e profondi, vagheggiavano la Gerusalemme Terrestre. L’Uomo Nuovo, liberato dalla catene dello sfruttamento e riplasmato dalla rivoluzione, si sarebbe librato ben al di sopra delle banali categorie filosofiche pre-marxiane. Il Regno della Libertà poteva infischiarsene allegramente delle libertà borghesi e della divisione dei poteri teorizzata da Montesquieu – s’è visto poi com’è andata a finire nella Russia sovietica e negli altri paradisi comunisti. Mazzini aveva ben presente il rischio di tirannia implicito nel socialismo marxiano. Il paradosso è che la sinistra – tramite il culto dei diritti – perseguiva proprio la sovranità del noi. La strada per giungere all’obiettivo era però diversa da quella indicata da Mazzini: la trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico. Finché la realtà sociale era polarizzata in maniera netta e semplice – ricchi e sfruttatori da una parte; proletari e sfruttati dall’altra – quella dei diritti non era una retorica, bensì una necessità politica per chi voleva affrancarsi. L’ideologia del dovere assoluto appariva inevitabilmente come una giustificazione del privilegio di classe. Con l’affermarsi delle democrazie sociali, dal 1945 in poi, le cose sono cambiate.  L’operaio, idealizzato da Marx quale agente della rivoluzione e del progresso, non è più un suddito: è diventato un cittadino. E lo Stato liberal-democratico non è più il guardiano notturno della proprietà privata, bensì il mediatore di un “compromesso storico” fra capitale e lavoro.

Questo indubbio progresso – l’Europa postbellica si è incamminata sulla Terza Via fra comunismo liberticida e capitalismo rampante – avrebbe richiesto un ritorno al matrimonio indissolubile diritti-doveri, che non c’è stato. Riconosciamolo: siamo tutti – anche a destra! – figli della coppia Rousseau-Marx e della social-democrazia novecentesca: diritti e assistenza per tutti, senza il bilanciamento delle responsabilità individuali. Lo so: in Italia alcuni doveri sono costituzionalizzati. Ma ciò non basta. Il paradigma imperante è incentrato sui diritti. E il sentire comune riflette questo stato di cose. Siamo tutti uguali, no? Tutti meritiamo le stesse cose, nella stessa misura. Era inevitabile che, prima o poi, scattasse il corto circuito. Noi, nati negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, sapevamo bene cosa fossero i doveri: ce li avevano inculcati in testa i nostri genitori, la generazione cresciuta durante la guerra.  Oggi che siamo genitori o nonni, capiamo che Bobbio aveva colto nel segno: siamo transitati, quasi senza accorgercene, nell’età dei doveri. Ecco che Mazzini torna d’attualità.

L’immigrazione, fenomeno recente in Italia, è un’occasione utilissima per riscoprire il pensiero mazziniano. Ma chi, nella sinistra egemone, è andato alla radice della questione? Il cromosoma buonista, tenace come la gramigna, ha condizionato i fiacchi e banali dibattiti sul tema. Non dovremmo forse por mano a un patto sociale, che unisca italiani e neo-italiani o futuri cittadini italiani su rinnovate basi culturali e politiche?  Cosa si intende per cittadinanza attiva e consapevole? Cosa significa, oggi, appartenere alla polis democratica – nella fattispecie: quella italiana? Urge una ridefinizione di patriottismo! La cittadinanza è una conquista quotidiana che richiede un dare e un avere; è una adesione consapevole a una comunità intessuta di affetti, e non solo di interessi; è una compartecipazione emotiva e simbolica, il cui collante primario è la solidarietà dei doveri.  Perché gli extra-comunitari non dovrebbero aspettarsi di ricevere anche loro, come gli italiani, senza dare alcunché in cambio? In fondo, ascoltano l’antifona dominante ogni giorno, mica sono sordi.

Il problema è che la retorica dei diritti traballa, non regge più: una globalizzazione con il vento in poppa (lo soffia, quel vento, un capitalismo speculativo, selvaggio, senza freni), ha cacciato in un vicolo cieco le leadership degli Stati nazionali. I diritti di un tempo non possono più essere garantiti a tutti. Chi è tutelato se li tiene ben stretti; chi rimane fuori dalle tutele cova risentimento: vede i diritti (acquisiti) altrui come forme di privilegio. In questa situazione non c’è più uno sfruttatore identificabile, bensì una lotta di tutti contro tutti per accaparrarsi una fetta della torta, rimpicciolita.  Morale della favola: non ci possiamo più permettere né le pensioni di invalidità false né i privilegi per alcune categorie di lavoratori (c’è il pensionato che ha versato dieci e percepisce cento, e quello che ha versato cento e percepisce dieci), né le elargizioni a pioggia per gli altri – né ovviamente possiamo più accettare il lavoro in nero e l’evasione fiscale. Il capitalismo globalizzato e le banche avranno mille colpe, ma nessuna comunità può seriamente basarsi sulla filosofia del capro espiatorio (oltre alle banche e all’UE: i politici, la casta, i dipendenti pubblici, gli immigrati ecc.), arma letale nelle mani dei demagoghi e dei populisti.

In un contesto di immigrazione massiccia, perseverare sulla strada già tracciata – la scissione fra diritti e doveri, il buonismo assistenzialista – è stato un errore politico clamoroso. Quell’errore ha alimentato la propaganda fascio-leghista che, guarda caso, ignora il cancro dell’evasione fiscale: italiani ricchi che rifuggono, a loro volta, da un preciso dovere costituzionale, quello di contribuire alle spese sociali. (I grandi evasori usufruiscono di servizi pubblici pagati dai loro connazionali, gli italiani poveri e i pensionati, altroché ‘fratelli d’Italia!'). La situazione sociale è diventata esplosiva: a questo punto succede che gli emarginati nativi, gli italiani “DOC”, voltano in massa le spalle alla sinistra: “avete pontificato sui sacrosanti diritti e ora non mantenete più la promessa; anzi quel poco che c’è lo date agli stranieri: accogliete tutti a braccia aperte, promettendo case e lavoro e assistenza gratuita.” Tutto spetta a tutti per diritto innato, tutto piove dal cielo come la manna, nulla è una conquista. Né è lecito stabilire priorità anche solo vagamente interpretabili come discriminatorie verso gli stranieri (per esempio: l’impiego nei lavori socialmente utili). Ovvio che gli stranieri di recente immigrazione alla fine di questa fiera luccicante rimangano delusi anche loro. Pian piano scoprono l’amara verità: la promessa social-democratica, come l’hanno percepita loro ancor prima di mettere piede in Italia (Lamerica di Amelio, l’Eldorado), è falsa: non ci sono risorse illimitate, e le divisioni sociali sono come i muri di Alcatraz: invalicabili. Loro appartengono al lumpen proletariat. Gli ultimi degli ultimi, insomma. Quella fra italiani e stranieri è una voragine. A quel punto c’è il lavoro in nero, la raccolta dei pomodori, il campare di espedienti, o addirittura il crimine.

Potrebbe scoppiare una guerra guerreggiata fra poveri – in aumento esponenziale a causa dell’immigrazione e della concomitante proletarizzazione del ceto medio. Questo in un momento delicatissimo, di passaggio fra un’epoca e un’altra: le frontiere dello Stato nazionale saranno sempre più sfumate, e il multiculturalismo ridisegnerà nei prossimi anni l’identità italiana. Come rilanciare un’azione riformista incisiva, in un contesto del genere? Suggerisco si torni ai “fondamentali”, ovvero alla riscoperta del nesso diritti-doveri, che è sommamente democratico: è uguale per tutti. Stranieri in fase di integrazione (ovvero: futuri italiani) e italiani di lungo corso dovranno convivere sulla base di norme chiare e certe, che regolino l’avere e il dare. Ecco come cementare una comunità fondata sui diritti universali, alle soglie del nuovo millennio: si ripeta ossessivamente che per ognuno di quei diritti scatta un preciso dovere nei confronti dei propri connazionali. 

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Posted on November 17, 2017 and filed under Post in italiano.