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I liberali alle vongole e la professoressa sospesa

Una docente di italiano “serissima” e “assai stimata” di un Istituto tecnico di Palermo – ha circa 40 anni di onorato servizio alle spalle – è appena stata sospesa per 15 giorni con stipendio dimezzato. Quale la colpa grave che ha innescato la pronta reazione ministeriale? Non avrebbe vigilato sui ragazzi della sua classe. Quei discoli hanno accostato Salvini al Duce in una lezione incentrata sulle leggi razziali fasciste (il decreto sicurezza ricorderebbe la discriminazione antiebraica, di quelle leggi infami sarebbe addirittura una reincarnazione contemporanea). È giusto oppure eccessivo un provvedimento disciplinare così severo, piuttosto raro in Italia per casi analoghi, peraltro preso con la velocità di un lampo? Premesso che ritengo diseducativo nonché politicamente idiota che si incoraggi, o anche soltanto si tolleri, l’equiparazione di un leader democratico a un dittatore – a parte il danno di immagine alla parte lesa, viene annacquato il male assoluto rappresentato dal nazifascismo –, s’impongono due riflessioni.

(A) Sottolineiamolo: la professoressa non è stata punita per aver assimilato lei stessa la figura del nostro Ministro dell’interno a quella di Mussolini. No, la trasgressione è un’altra: non ha redarguito i suoi studenti o non ne ha controllato preventivamente il lavoro “purgandolo” da ogni riferimento offensivo – l’accostamento assurdo è avvenuto nel corso di una presentazione PowerPoint preparata dai ragazzi con tanto di immagini giustapposte dei due leader. Che la decisione avverso la docente, presa dall’ufficio periferico del MIUR su indicazioni venute dall’alto, rispetti la normativa vigente – e ci mancherebbe altro! – non significa nulla. È stato dato sufficiente tempo all’accusata di discolparsi? Come si è svolta l’ispezione? Si è riflettuto sulla costituzionalità di un provvedimento che ad alcuni colleghi della professoressa punita pare vessatorio e anticostituzionale? In breve: è stato seguito un procedimento garantista? Ecco i due articoli della nostra Costituzione che fanno al caso nostro.

Art. 21. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione”.

Art. 33 “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Intanto che riflettete, noto con rammarico che non è stata tutelata la privacy della docente. Un manipolo di “liberali destrorsi” ha gettato la notizia in pasto ai giornali e ai social, fregandosi ben bene le mani – che occasione ghiotta! Come una freccia che scocca dall’arco partirà la consueta gogna, con tanto di bullismo o squadrismo mediatico. Viva la libertà di espressione. Ma entriamo nel merito. A caldo, è difficile non pensare che questa sanzione sia davvero spropositata. E, soprattutto, pericolosa: crea un precedente di cui non abbiamo bisogno. Chi è in grado di tracciare una netta linea di demarcazione fra la critica legittima e la propaganda che, nelle scuole, andrebbe impedita? Quali analogie storiche sono lecite e quali no? In effetti, è difficile negarlo: l’indifferenza verso i migranti e rifugiati in fuga da guerre e miseria e torture e stupri ricorda l’indifferenza verso gli ebrei che scappavano dalle persecuzioni naziste. Anche allora in un certo senso furono chiusi i porti, anche allora si diceva “non possiamo accoglierli tutti”. Lo possiamo dire o verremo denunciati perché qualcuno coglie in queste parole una critica implicita al governo?

Immagino che, stabilito il precedente, fioccheranno le denunce e le richieste di sospensione quando docenti di destra o cattolici tradizionalisti diranno che Stalin, Pol Pot e i leader attuali della sinistra italiana son fatti della stessa pasta. Io, nella mia carriera scolastica, ne ho sentite di cotte e di crude: Craxi ducetto e ladro matricolato; Andreotti mafioso e amico di chi scioglie i bambini nell’acido; Berlinguer colluso con gli assassini perché sapeva delle foibe e dei processi sommari in URSS. E via calunniando. Nella mia esperienza, nessun professore, dico nessuno, è mai stato sospeso dal servizio per aver detto bestialità o fesserie del genere – anche perché così io qualifico ciò che, per altri, sono legittime opinioni.

B) Colpisce l’ipocrisia di quei liberali che, stracciandosi le vesti e sbraitando, hanno attaccato la decisione di escludere dal Salone del libro di Torino una casa editrice dichiaratamente e orgogliosamente fascista. Queste stesse persone ora invocano provvedimenti durissimi contro la docente siciliana, rea di aver vilipeso Salvini e la Lega. I leoni da tastiera, su Facebook, ne chiedono addirittura il licenziamento in tronco. Neppure quei conservatori di salda (e sincera) fede liberale che pure qualche libro l’hanno letto, e in alcuni casi anche scritto, spiccano per profondità del ragionamento o per spirito critico. I due casi, sì, sono diversi. Non per questo possiamo stiracchiare a piacimento il principio liberale. Nessuno ha censurato la casa editrice fascista, che è – giustamente – liberissima di pubblicare tutto ciò che vuole. Si è solo applicato un criterio di opportunità politica – peraltro in un Paese che, per chi lo avesse dimenticato, ha una legislazione antifascista. Al Salone, insomma, si è fatta una scelta, che non lede la libertà di nessuno. Se infatti il Salone fosse obbligato ad accogliere chiunque, solo perché paga, dove finirebbe la libertà di scelta del curatore? L’imposizione del criterio mercatista “tutti ammessi, basta pagare” segnerebbe la fine di ogni linea editoriale indipendente: anche l’editore fascista, a quel punto, dovrebbe esser costretto a pubblicare libri di sinistra. Idem per gli editori di sinistra: obbligati a pubblicare il Mein Kampf, magari con la foto di Hitler sorridente in copertina.

È in quella scuola di Palermo che è in gioco la libertà: qui è palpabile il rischio che il provvedimento punitivo soffochi la libertà di espressione. Che appaia come un atto politico autoritario. I dubbi, quindi, sono più che legittimi. La docenza, nella scuola di Stato, dev’esser sempre libera. Il concetto stesso di reato di opinione è intimidatorio e illiberale. Figuriamoci nel contesto educativo. Se la punizione del dissenso divenisse uno strumento legittimo di controllo del pensiero, migliaia di insegnanti ricorrerebbero all’autocensura, intimoriti da probabili ritorsioni.

Se fai presente queste contraddizioni, i liberali alle vongole ti rispondono in maniera demenziale con l’espressione che oggi va per la maggiore, ogni volta che tenti di fare un’analogia: “è diverso”. In questo caso avrebbero ragione se solo… fossero coerenti con una filosofia politica, il liberalismo, che ammette senz’altro l’esclusione di editori fascisti/nazisti/antisemiti/razzisti da una fiera o da una rassegna culturale (ribadisco: non si tratta di censura o di divieto di pubblicazione). Non dimentichiamo la lezione di Popper, filosofo liberale doc: non possiamo, e non dobbiamo, essere tolleranti con gli intolleranti. Quello che nella visione liberale non è ammissibile – per “la contradizion che nol consente” – sono gli abusi di potere da parte di chi governa. Alla fine andiamo sempre a parare lì: c’è chi vorrebbe imporre il bavaglio ai docenti non allineati mediante pressioni psicologiche se non minacce vere e proprie. Il paradosso è che taluni liberali conservatori auspicano il conformismo ideologico mentre denunciano l’asfissiante egemonia comunista di un tempo. Ecco perché la vedono in modo diametralmente opposto rispetto a me: libertà assoluta per l’editore fascista (e concomitante costrizione per gli organizzatori del Salone, il Comune di Torino e la Regione Piemonte) ma libertà vigilata per l’insegnante che diffonde pericolose idee sovversive contro un leader di destra. Il loro anticomunismo (in assenza di veri comunisti) assomiglia tanto all’antifascismo intransigente (in assenza di veri fascisti) contro cui si scagliano.

Attenzione, dunque. “È diverso” viene usato spesso per tirare in ballo un’eccezione nel momento in cui un principio di equità o libertà andrebbe applicato a tutti, indistintamente. Ciò dimostra che a quel principio, in fondo, codesti sedicenti liberali non credono. Gli va bene solo quando tira l’acqua al loro mulino, negli altri casi lo sospendono. Sono garantista con i politici di destra e ferocemente giustizialista con quelli di sinistra? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Accetto le fake news della Lega ma condanno quelle propalate dalle zecche o dai moscerini rossi? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Difendo la libertà di chi urla ai quattro venti la propria fede fascista, gonfiandosi il petto e facendo un bel saluto romano, ma al tempo stesso gongolo se una professoressa di lungo corso viene punita in questo modo esemplare che ad alcuni appare arbitrario o eccessivo? Ebbene sì. È diverso, si capisce. I liberali a corrente alternata ricordano il prototipo del clericale sbeffeggiato dal mitico Salvemini: Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Sostituite “clericale” con “autoritario” e avrete la formula perfetta per questi signori che, bontà loro, salgono in cattedra per darci lezioni di libertà.

Swimming pool by Gian Maria Turi

Swimming pool by Gian Maria Turi

Posted on May 19, 2019 and filed under Post in italiano.

La nuova pubblica opinione e il cyber mobbing

Perché noi nostalgici insistiamo a pretendere dai politici serietà, competenza, preparazione? Forse dovremmo accettare il fatto compiuto: la mutazione genetica è avvenuta. Questo mostro che osserviamo con orrore – il selfie virale, l’aggressione di massa su Facebook – sarà la politica del futuro. L’unica politica ammissibile, moralmente sana, è quella che prorompe dalla Rete. L’unica democrazia ammissibile, e moralmente sana, è quella diretta, che non ammette deleghe, che vede partiti, sindacati e parlamenti con fastidio, come intralci dell’era pre-tecnologica. Ci staremmo muovendo, insomma, verso la democrazia del click. Also sprach Roberto Casaleggio, icona ed ex eminenza grigia del Movimento 5 stelle. I grillini vorrebbero addirittura superare il concetto per cui il deputato esercita le sue funzioni senza vincoli di mandato: il politico eletto dovrebbe poter essere sfiduciato in ogni momento dai suoi elettori. Una proposta, questa, che fa accapponare la pelle. Ma, ammettiamolo, la sfiducia prima delle elezioni sarebbe possibile, forse, in una società anarchica, senza Stato, senza partiti, senza lobby, senza potentati economici ecc. Oppure in una chimerica democrazia assoluta, regolata da leggi rigidissime che soffochino sul nascere oligarchie, conglomerati, monopoli, duopoli e chi più ne ha più ne metta. Poiché i grillini non teorizzano il comunismo, che risolverebbe tutto alla radice, è necessario che, tra queste leggi, ve ne sia una che pone un limite severo alle inserzioni a pagamento. Nessuno, a quel punto, potrebbe manipolare l’opinione pubblica. Tutti uguali, tutti dotati degli stessi strumenti. In quest’ottica l’individuo si emancipa nella misura cui è una monade circolante liberamente in una campana di vetro, il cyber-spazio. Ma chi può garantire il rispetto di questo fantomatico sistema egalitario, la cui cifra è l’onestà, la trasparenza assoluta, senza imporre, al posto dei poteri forti in conflitto, un unico potere assoluto, un’autocrazia retta da un occhiuto Grande Fratello? Riappare la millenaria contrapposizione tra l’integerrima, tirannica Sparta, e la libera ma corrotta Atene. C’è solo un dettaglio: col modello spartano – la storia ce l’ha insegnato – ci sarebbe, sì, tanta onestà e trasparenza, ma il libero dibattito andrebbe a farsi benedire… Robespierre, guardacaso, era soprannominato l’Incorruttibile.

Ogni neonato/neofita della politica crede nella propria assoluta unicità. In realtà eredita questioni antichissime, sempreverdi perché connaturate a ogni attività umana. Siamo certi, per capirci, che il problema delle regole, e dei limiti del potere si siano dissolti con l’avvento della Rete? O non è vero, piuttosto, che quel problema si è addirittura ingigantito? Una cosa è certa, la democrazia degli internauti richiede codici della strada, segnaletica, semafori e vigili. Ma, e qui sta la loro più plateale contraddizione, i grillini vogliono un “Far West” digitale: nessuna sceriffo nella prateria sconfinata della Rete.

Molteplici i pericoli derivanti da questa falsa libertà (l’assenza di regole ha poco a che fare con il liberalismo). Si ripresenta in forme inedite un problema tipico delle società umane: l’anarchia degenera nel bellum omnia contra omnes, che è funzionale a un nuovo darwinismo sociale: sopravvive il più forte, quello che ha più mezzi per imporre la sua opinione. La Rete ha creato le condizioni ottimali per scatenare feroci mobbing e processi mediatici. Civiltà e legalità vengono calpestate con facilità estrema. Viene in mente un altro acutissimo aforisma di Fenimore Cooper: “uno dei vizi più problematici delle democrazie è quello di sostituire la pubblica opinione alla legge”. Se ciò avveniva già nell’Ottocento, figuriamoci oggi, nell’epoca della rivoluzione digitale: la Rete ha sì democratizzato, ma ha pure moltiplicato la forza d’urto (e la manipolabilità) dell’opinione pubblica. In termini di efficacia, Facebook sta alla carta stampata come le armi nucleari stanno alle bombe convenzionali. Sui social media si svolgono devastanti sedute di odio collettivo. L’uso di fotomontaggi e altre tecniche “collage” (immagini & video) si prestano molto bene alla character assassination, strategia con cui si imbratta e si distrugge l’immagine pubblica-privata del politico “nemico”. Molti grillini, infervorati dal loro Vangelo, hanno dato un pessimo esempio, infierendo sui loro avversari con una violenza inaudita, tale da far impallidire i peggiori cronisti d’assalto dell’epoca di Mani Pulite.

Sarebbe tuttavia un errore stigmatizzare la creatura di Grillo e Casaleggio come un partito ur-fascista. Non c’è bisogno di essere fascisti per fare una tabula rasa: va benissimo anche il giacobino, il settario animato da una missione nobile. I grillini, del resto, vagheggiano soltanto un ritorno all’essenza della democrazia, contaminata a loro dire dai partiti mediatori e corruttori: via i professionisti della politica, che al potere ci vada la persona qualunque, mediocre ma onesta. E che la base – i militanti verranno sostituiti dai naviganti in Rete – abbia il diritto di parola e di insulto. C’è un’ansia di assoluto in tutto ciò: il desiderio di una democrazia purificata dal male, una democrazia totale, appunto. Se non capiamo questo passaggio, continueremo a stigmatizzare il voto grillino come un mero voto di protesta, cosa che è solo in parte. Milioni di italiani esprimono anch’essi questa pulsione di democraticità che, portata all’eccesso, è un veleno per la democrazia. Il Movimento 5 stelle, naturalmente, vive una contraddizione fortissima fra la promessa utopistica/messianica della democrazia totale, senza mediazioni, e la sua struttura organizzativa verticistica: il potere è di fatto in mano a un pugno di oligarchi. Anche qui non azzardo previsioni: o il Movimento 5 stelle non risolve questa contraddizione, e allora prima o poi implode, oppure tira dritto per la strada tracciata ai primordi, quando era una setta pura e dura, e si auto-dissolve in quanto organizzazione, abolisce la leadership nazionale, il direttorio oligarchico e la stessa azienda-Casaleggio. Teoricamente non sarebbe un suicidio politico, bensì il realizzarsi dell’originaria promessa iper-democratica, proprio come l’abolizione dello Stato è l’inveramento dell’utopia anarchica. Finora il Movimento 5 stelle ha mantenuto solo in parte la propria parola: il governo iper-egalitario degli onesti incompetenti si è già installato in vari luoghi. E’ sulla promessa di democrazia assoluta che sta vacillando.  Ma, credetemi, è meglio così.

Posted on September 25, 2016 and filed under Post in italiano.

Il selfie virale e la democrazia totale degli internauti

“Prima o poi tutti hanno il loro quarto d’ora di notorietà”, disse il guru della pop-art Andy Warhol. I politici di nuovo conio saliti alla ribalta grazie alla Rete hanno inverato questa profezia geniale. Virginia Raggi che, sorridente, celebra la prima unione omosessuale è un case in point. Colpisce la cerimonia in pompa magna con l’augurio a-politico agli “sposi”: “divertitevi”. Non traspare dal volto della Sindaca la fatica, lo stress di chi governa e deve, suo malgrado, sobbarcarsi l’onere di un impegno pubblico. La cerimonia stessa è il momento clou dell’impegno politico. Una celebrazione festante avrebbe senso se il sindaco fosse Giachetti (un ex radicale): l’approvazione delle unioni civili è una vittoria per la sua parte politica. La Cirinna’ l’ha voluta e votata in massa il PD; il partito di Grillo e Casaleggio (oops, il termine politically correct è “movimento”) quella legge l’ha osteggiata e boicottata subdolamente. Intendiamoci: infinitamente meglio la Raggi rispetto al sindaco ultrareazionario che si rifiuta di applicare una legge dello Stato. Il punto essenziale è un altro: è in atto una radicale trasformazione della politica. Il mondo delle tribune politiche non c’è più, e neppure quello dei giornali e delle riviste. Non importa ciò che il proprio partito ha detto su tale o tal altra legge, se si sia contradetto o abbia compiuto qualche ardita giravolta: quel che è successo ieri è già polvere di stelle. E’ come se non fosse mai avvenuto.  Ai vecchi tempi un politico democristiano, al posto della Raggi, avrebbe avvertito il bisogno di dir qualcosa, che so io, una spiegazione, un commento, un accenno a un problema di coscienza. Oggi una parola di più rovina l’incanto massmediatico, distoglie l’attenzione dall’evento scintillante su cui sono puntati i riflettori. Ogni ragionamento politico è cervellotico, dunque è out.  La coerenza, del resto, è una caratteristica dei partiti ideologici, novecenteschi. Un po’ come l’onore e la fedeltà: sentimenti d’altri tempi, al pari del bastone da passeggio e del cappello a cilindro. Oscar Wilde, chissà, modificherebbe il suo celebre aforisma: la coerenza non più la virtù degli imbecilli, è la qualità degli analfabeti informatici e dei vecchi nostalgici. Oggi tutto ruota attorno all’epifania dell’esser-ci.  Ecco il nuovo Da-sein: sono in Rete, dunque sono. Il mio ego digitale si gonfia, e i miei sostenitori si sentiranno rassicurati. Quel che conta è l’istantanea, il selfie che diventa virale. Il 5 stelle è in (non un) movimento, l’immobilismo è la sua morte come lo è per lo squalo. Avanti tutta, click continuo: la palla mediatica deve rotolare, schizzare e rimbalzare ovunque. L’importante è finire in televisione, a reti unificate, ma ancor di più lo è scatenare slavine emotive mediante il meccanismo delle condivisioni di massa su Facebook. Io c’ero, ho avuto il mio quarto d’ora di celebrità. Tutto il resto è noia. Qui non siamo più nella politica-spettacolo, nella personalizzazione estrema. Ne’ registriamo una maggiore propensione alla passerella, debolezza di tutti i politici in ogni tempo. No, prendiamone atto: questa è la dissoluzione della politica tradizionale. Non è più così importante, per un politico, il programma (che può essere smentito un minuto dopo), o il dichiarare seguito da un fare (o un non fare, con tanto di sanzioni); quel che conta è il girare autistico su stessi, nel circuito della Rete Mondiale. O si naviga a gonfie vele o si affonda e si annega, sommersi dalle onde virtuali. Anche perché è tutto contemporaneità, ieri è già passato remoto.

La stampa, perlomeno quella ancora seria – ah, un altro orpello del passato, la serietà! –, si ostina a voler chiedere alla Raggi i fatti, a chiedere conto delle promesse. Che ingenuità: i fatti non esistono, li crea il politico-comunicatore di nuova generazione. La rivoluzione digitale ha consentito di sovvertire lo stesso concetto di verità (= fatti accertati empiricamente), soppiantato dal neologismo intraducibile in italiano “truthiness”, ovvero “espressione di sentimenti viscerali che diventano fatti essi stessi”. (Lucy P. Marcus, “Truthiness on the March”, The Daily Star, 17 settembre 2016). La Rete globale, onnipresente, è un mezzo di democrazia radicale: tutte le teste si equivalgono. Così l’imbecille, l’ignorante hanno lo stesso diritto di parola di un Umberto Eco, e magari i loro commenti su Facebook ottengono più like del grande semiologo. Dopo tutto, chi è in grado di setacciare e sottoporre a verifica critica la massa enorme di informazioni che circola. Ma la Rete non è solo un veicolo straordinario di propagazione per le cosiddette bufale; è anche qualcosa di più e di diverso, e di inquietante: è una nuova dimensione, reale non immaginaria, che crea e fa circolare non-verità (secondo i nostalgici della politica pragmatica, vecchia maniera) oppure nuove, più autentiche verità (così i discepoli della politica iper-democratica degli internauti). Su questo, riconosciamolo, Casaleggio e Grillo sono stati grandi anticipatori.

La mia non è un’invettiva pasoliniana contro il progresso e la modernità. Sto solo lanciando un sasso nello stagno. Siamo dunque entrati nell’era della democrazia virtuale, in Rete? Galleggeremo sempre di più in società post-ideologiche iper-liquide, senza scialuppe di salvataggio, oppure viviamo un naufragio fra i tanti, un periodo passeggero di turbolenza in cui la politica è debole, le leadership ancor di più, e i partiti sono latitanti? Aveva insomma ragione Warhol, o no? Forse stiamo assistendo davvero a una metamorfosi delle nostre società, del nostro modo di vivere e dunque di fare politica. Se la trasformazione sia irreversibile, non lo sa nessuno. Una cosa è certa: il selfie virale su Facebook non è solo un fatto di comunicazione.

Cerchiamo di ragionare. Il messaggio di fondo di Grillo e di Casaleggio – ci stiamo incamminando sulla via della democrazia totale – in teoria non farebbe una grinza. Il problema sorge quando dall’astratto ci caliamo nella vita reale. Non dicono questi signori, forse lo danno per scontato o forse non gliene importa nulla, che la democrazia degli internauti tira fuori il peggio che c’è in noi – quel grumo oscuro che è nella sua natura stessa di potere del demos. Non dimentichiamolo: in democrazia governa il popolo, con i suoi mille difetti, e non un’aristocrazia di filosofi e nobil uomini. L’aveva capito bene già a metà Ottocento un grande scrittore americano, James Fenimore Cooper: “la tendenza delle democrazie è, in ogni cosa, alla mediocrità”. Più o meno nello stesso periodo, Henri-Frédéric Amiel rincarava la dose: “La democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alla cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi…” (Frammenti di diario intimo, 12 giugno 1871). Pensieri reazionari? Forse, ma ahimè profondamente veri.

Sia in Italia che nel resto dell’Occidente libero i partiti storici sono stati il più formidabile tentativo di bilanciare (o arginare) le conseguenze nefaste del principio di eguaglianza assoluta, che è inscritto nel DNA della democrazia. Una testa un voto – concetto sacrosanto – non significa che tutti, di punto in bianco e senza preparazione, possano gestire la cosa pubblica. I partiti il loro compito lo hanno assolto egregiamente: sono stati scuole di formazione, laboratori di analisi, palestre di democrazia. Sono riusciti, insieme ai sindacati, a rintuzzare in maniera esemplare le argomentazioni critiche di Fenimore Cooper e di Amiel: tendevano a mandare avanti i migliori. Hanno selezionato un ceto di professionisti della politica, nucleo della classe dirigente sia in periferia che al centro. Questi politici a tempo pieno – i funzionari, gli assessori, i ministri ecc. – erano gli “aristocratici” scelti democraticamente, almeno nelle intenzioni. A volte il meccanismo si inceppava, cosa inevitabile soprattutto in Italia dove manca una legge che disciplini la vita dei partiti: le élite da noi spesso cooptavano dall’altro i loro portaborse, e le clientele si intrufolavano inquinando la democrazia interna. Attenzione però a dar la colpa sempre al demone della corruzione. I partiti (e quindi l’idea stessa di militanza) sono in crisi anche laddove non ci sono stati fenomeni degenerativi – non c’è paese europeo che faccia eccezione. Tra l’altro quando i partiti erano forti, radicati sul territorio, i semplici cittadini accettavano di essere rappresentati da persone migliori, più brave, più intelligenti (sul piano politico, s’intende). Oggi il cittadino medio si sente confortato se può specchiarsi in un politico mediocre, privo di capacità politiche (intese in senso tradizionale), il leader autentico, quello che ha spessore, desta sospetti: è troppo simile all’odiato tecnocrate. La prima qualità è saper comunicare in maniera spregiudicata e fulminea. Il fenomeno è universale, si pensi gli inglesi che hanno votato in massa Farage, e agli americani che voteranno Trump.

Che stia mutando il concetto di capacità politica è probabile, visto che la comunicazione, l’esser-ci in Rete (da non confondere con il semplice apparire e sfoggiare) è l’alfa e l’omega della nostra esistenza – con Facebook è saltata anche la barriera fra pubblico e privato. Non è un caso che i più accesi sostenitori del Movimento 5 stelle si infiammino quando da più parti si richiede serietà, competenza, preparazione. Meglio “incompetenti e onesti” che “competenti e ladri”, ribattono con un fervore degno di miglior causa. Si potrebbe ribattere, sensatamente, che il sindaco o il deputato incapace e impreparato è disonesto anche se non prende tangenti: ruba lo stipendio e, in più, rende un pessimo servizio a chi lo ha eletto. Ma rassegniamoci: Benedetto Croce – secondo cui la prima forma di onestà in politica è la competenza – ormai ha la stessa credibilità polverosa e preistorica di un San Tommaso D’Aquino. In sintesi: è in atto uno scontro esistenziale fra due paradigmi contrapposti: quello tradizionale, incarnato dai vecchi partiti, o da ciò che ne rimane, e quello nuovista, rappresentato dal partito nato con taglio cesareo in Rete. E non è dato sapere chi prevarrà.

Posted on September 25, 2016 and filed under Post in italiano.

Politica e indignazione

Gli italiani non ne possono più: la crisi incide sulla carne viva, e i politici sono corrotti e/o inetti. Ergo, tutto è concesso: volgarità, insulti, minacce, sedute d’odio collettivo. Io mi dissocio: questo è un imbarbarimento della lotta politica. Allora mi dicono: “non capisci: siamo esasperati”. Uno dei più popolari social network, Facebook, è un’immensa gogna su cui impazzano i forcaioli dell’era digitale. Ogni occasione è buona per rovesciare ingiurie su questo o quel politico. Leggo attacchi feroci (e del tutto gratuiti) nei confronti del Presidente Napolitano, reo di ogni provvedimento sgradito preso da questa maggioranza di governo. Più il commento è truce, e maggiore è il numero dei “mi piace” cliccati. La piazza mediatica sottopone a processi sommari i politici al governo, giudicati e condannati per direttissima, e senza diritto di difesa. In nome del popolo italiano, naturalmente. Quando non c’è la pietra dello scandalo, ci si accontenta di mettere il malcapitato di turno alla berlina; basta un difetto fisico o una dichiarazione più o meno infelice. La voce dei ragionevoli viene sommersa dalla cacofonia degli indignati. “Siamo esasperati, no?”.

Terrificante la vicenda del Sindaco di Carrara, Angelo Zubbani, dopo l’alluvione. Il diritto di contestazione e critica è sacrosanto. Purché si conformi alle regole democratiche e, aggiungerei, a quelle della decenza. E invece una folla inferocita ha allestito uno spettacolo indegno di un paese civile: le foto del Sindaco date alle fiamme, il cappio sventolato, l’incitazione al linciaggio. La causa prima di frane e alluvioni è in decenni di sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e di incuria dei nostri territori: febbre edilizia; abusivismo a tutto spiano; abbandono delle campagne; taglio indiscriminato degli alberi; costruzione di strade asfaltate ovunque. Ma dire cose sensate, oggi, è proibito. Guai a chiamare in causa un modello di sviluppo sregolato, eco-incompatibile, che ha massacrato l’ambiente: dovremmo ammettere la nostra parte di colpe: gli abusi edilizi condonati dai politici sono stati realizzati dagli italiani, dal Nord al Sud, non già da marziani. Infinitamente più liberatoria l’aggressione e la violenza verbale contro un bel capro espiatorio. “Siamo esasperati, no?”

Spetta ai cittadini di Massa giudicare il loro sindaco. Le liberal-democrazie hanno concepito uno strumento eccellente all’uopo: la conferma o la revoca del mandato alle prossime elezioni. Ma no, grida un manipolo di esaltati, “dimissioni, subito!”. Qui si vuol affermare il principio anti-democratico che un gruppo di cittadini, inscenando una volgare gazzarra, abbia il diritto di alterare la volontà del corpo elettorale. In Italia i politici non si dimettono neppure quando avrebbero il dovere di farlo. Lo sappiamo bene. Ma anche nel resto del mondo le dimissioni sono una rarità, un’eccezione. Una constatazione, questa, troppo cervellotica per i teorici dell’indignazione permanente, urlata a squarciagola ed esibita, in maniera tracotante, con cappi, forconi e quant’altro. Forse i deputati grillini che soffiano sul fuoco cambierebbero opinione se questo principio fosse applicato a loro, e bastasse il presidio di un migliaio di facinorosi che urla “dimissioni!” davanti a Montecitorio per farli rinunciare allo scranno parlamentare.

Cari concittadini, io mi indigno da quand’ero studente a Urbino, negli anni Ottanta: io, figlio di una insegnante e di un dirigente, ero considerato ricco dallo Stato. Quindi pagavo 3.000 lire alla mensa universitaria ed ero costretto a lavorare per mantenermi agli studi; i figli di commercianti, albergatori, liberi professionisti, che erano poverissimi perché dichiaravano fino a dieci volte in meno di mia madre, pagavano 1.000 lire e ottenevano anche il pre-salario e l’alloggio. A lezione però sfoggiavano abiti firmati, e in città sgommavano con Golf VW nuove fiammanti. Eppure né io né chi si trovava nella mia infelice situazione scendeva in piazza con i forconi. Mi ripetono “non capisci: oggi si sta infinitamente peggio.”

Può darsi. Il ceto medio, la piccola borghesia, è terrorizzata dallo spettro della proletarizzazione. Noi, almeno, avevamo la speranza che le cose sarebbero cambiate in meglio. Ma sul finire degli anni Settanta e nei primi Ottanta il disagio sociale c’era, ed era palpabile. Anche allora molti italiani facevano fatica ad arrivare a fine mese. L’inflazione galoppava, si parlava di austerity e per di più imperversava il terrorismo.  Nonostante ciò, non c’era né lo sfilacciamento del tessuto civile né la barbarie della comunicazione politica main stream cui assistiamo oggi.

Sono cambiati gli italiani? No, è cambiata la scena politica. L’antipolitica è solo in parte dovuta a fatti concreti: gli italiani agiscono e reagiscono soprattutto in base a percezioni soggettive, che, oggi, sono al di fuori di ogni controllo. Non ci sono più i partiti democratici di massa, ecco la vera tragedia. Un tempo, una larga parte dell’opinione pubblica aveva fiducia nei leader politici. E i partiti, luoghi di discussione ed elaborazione critica, incanalavano in  forme civili le proteste dei cittadini. Ero un giovane militante comunista, e ricordo la rabbia sorda in alcune sezioni del PCI in Romagna. Quando un compagno disse “le BR fanno bene” venne riportato subito all’ordine, con minaccia di espulsione. “Noi comunisti difendiamo la legalità democratica e rispettiamo le istituzioni, in primis il Parlamento e la Presidenza della Repubblica”. Il PCI e il PSI erano partiti d’ordine nel senso più nobile del termine. Dopo una mia intemperanza (roba da educande, rispetto a ciò che si dice oggi), in un dibattito con un esponente di Comunione e Liberazione, fui redarguito a mia volta: “noi comunisti rispettiamo l’avversario; noi lottiamo con le armi della cultura”. Ci furono anche in quel periodo polemiche aspre e dure. La demonizzazione di Craxi e del gruppo dirigente socialista è una pagina buia nella storia della sinistra italiana. Il lancio delle monetine a Craxi, poi, fu un atto di inciviltà. Ma il PCI non era un blocco monolitico: le voci autorevoli dei miglioristi – Amendola, Lama, Napolitano, Macaluso, Alicata, Cervetti, Chiaromente, Colajanni, Turci – si dissociarono sempre, e nettamente, da ogni forma di estremismo, anche solo verbale. Nessuno di loro avrebbe tollerato il linciaggio politico dell’avversario. Nessuno di loro – di fronte al lancio di molotov o all’esibizione di cappie di forconi in piazza o agli assalti dei no TAV o al vandalismo dei black block o alle incursioni leghiste contro i campi Rom – avrebbe fatto le spallucce dicendo “gli italiani sono esasperati, no?”.

I partiti della prima Repubblica insegnavano l’ABC della democrazia e il galateo istituzionale (le due cose vanno di pari passo). Regola numero uno: la violenza e l’odio politico, in uno Stato democratico, sono banditi. Mai si scendeva in piazza senza aver prima dibattuto e sviscerato i problemi, in riunioni interminabili. Quei partiti – che la falsa rivoluzione di Mani pulite ha voluto estirpare – incarnavano idealità che fungevano da calmieri sociali. È anche per questo che io, studente squattrinato, non avvertivo l’impulso di gridare la mia rabbia in faccia ai grandi evasori fiscali – miei concittadini e vicini di casa, non immigrati e stranieri – nonostante i danni che io e la mia famiglia subivamo a causa della loro disonestà.

Paghiamo ancora la reazione isterica a Tangentopoli: si è pensato, a torto, che i partiti, con le loro culture politiche novecentesche, fossero la causa di tutti i problemi. Così oggi, al posto di quelle palestre in cui si educava l’opinione pubblica, abbiamo un manipolo di arruffapopoli e demagoghi che solleticano i nostri peggiori istinti. E, dietro a loro, una scia di mine vaganti che si ritengono in diritto di aggredire, urlare, insultare. “Siamo esasperati, no?”.

(Contributo fotografico di Gian Maria Turi)

Posted on November 19, 2014 and filed under Post in italiano.