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Che la sinistra riparta dai diritti e dai doveri

La social-democrazia europea è alle corde: i social-democratici tedeschi arrancano e arretrano, e così pure i loro omologhi spagnoli; i socialisti francesi rischiano il tracollo alle prossime politiche; anche la sinistra italiana pare allo sbando: Il PD è una cittadella assediata da destre e populisti, e rischia la spaccatura. Resistono solo i laburisti britannici, benché abbiano subito una emorragia che ha rinvigorito il partito indipendentista UKIP. La sinistra, per tornare alla ribalta, deve elaborare una strategia impostata sui tempi lunghi, non su una singola competizione elettorale.  E tuttavia i leader di una sinistra vincente devono apprendere in fretta. Non basterà parlare il vecchio linguaggio socialista. Bisognerà avere il coraggio di infrangere tabù che la sinistra salottiera, radical-chic, ha imposto a tutti noi. Un esempio molto attuale: quando si parla di immigrazione, di accoglienza, dobbiamo smetterla di atteggiarci a francescani. La solidarietà è sacrosanta. Ma dobbiamo ammetterlo: nessuno ha la bacchetta magica, non vi sono risorse infinite, e dunque vi sono priorità da stabilire. Quando la coperta è corta, non possiamo coprire tutti indistintamente. E’ giusto che vengano per primi i nostri pensionati, i nostri esodati, i nostri disoccupati. Poi possiamo tendere la mano agli altri: gli stranieri. E qui distinguiamo subito:  i rifugiati, che fuggono da guerre e dittature hanno diritto al nostro aiuto. I migranti economici sono un’altra categoria. Dovremmo pensare a un sistema a punti per chi cerca lavoro: se hai le qualifiche/competenze utili per la nostra economia, entri, altrimenti no. Non è, questa, una idea regressiva, di destra. E’ una idea giusta: ogni comunità si regge anzitutto sulla solidarietà nazionale. Poi viene l’internazionalismo. Nessuno Stato socialista ha mai anteposto l’ideale internazionalista alla pace sociale, alla sicurezza, alla stabilità del proprio Paese. Sarebbe suicida. Ben lo sanno i socialisti italiani che per primi parlarono di “socialismo tricolore”, sempre con timbro progressista. Dunque: diamo impulso alla cooperazione internazionale, ma non trascuriamo la giustizia sociale a casa nostra.

C’è un solo modo per evitare che la sinistra, impaurita, adotti lo slogan “prima gli italiani” in chiave rozza e volgare, scimmiottando i nazionalisti alla Farage, i leghisti e i lepenisti: imporre-- con forza martellante – il binomio diritti e doveri nel dibattito pubblico.  Solo se faremo questa operazione culturale-ideologica saremo credibili. La sinistra dei diritti assoluti è utopia pura. Non esistono diritti per gli immigrati a prescindere dai doveri verso la nostra comunità. Ecco una parola chiave: comunità. “Stato” richiama alla mente strutture perverse come “Equitalia”. Comunità è una parola bella, calda, accogliente. In sintesi: anche i rifugiati devono fare la loro parte, altrimenti la nostra è elemosina, che non li aiuta a diventare indipendenti. Se li mettiamo in condizione di lavorare in maniera dignitosa, potrebbero essere impiegati in attività socialmente utili. “A tutti i secondo i loro bisogni, da tutti secondo le loro capacità”. Questa è un’antica formula socialista, c’è un dare e un ricevere, da entrambe le parti: il cittadino (o il residente temporaneo) e la società di cui fa parte (o che lo accoglie). Allo stesso modo, non esistono diritti assoluti per gli italiani che evadono le tasse e non danno il loro contributo alla comunità nazionale. Chi ha più versato, chi ha più dato, ha maggiori diritti (fatto salvo, ovviamente, il disabile). Su questo non ci piove. L’operaio magrebino che lavora da dieci anni nelle nostre fonderie e ha pagato le tasse ha più diritti rispetto a un suo connazionale appena arrivato in Italia. E ne ha di più anche rispetto a un italiano “puro”, autoctono, evasore totale (l’Italia è infestata da questi falsi patrioti, che sfruttano con faccia tosta i servizi pubblici lasciando il conto agli altri). Saldare diritti e doveri è il modo più intelligente di cacciare in un angolo i populisti e i razzisti. Dobbiamo inchiodare i grandi speculatori e i grandi evasori fiscali alle loro responsabilità: la loro patria, il loro Dio è il denaro. Parlare solo di “cultura dell’accoglienza’, è un grave errore e porterà la sinistra alla sconfitta. Noi siamo per la giustizia sociale, da perseguire per via politica, con strumenti politici, non siamo l’Esercito della Salvezza o dei Buoni Samaritani – nella parabola evangelica, il viandante si spoglia di tutto, incondizionatamente, per colui che in quel momento ha bisogno: ma questo insegnamento, nobilissimo, è di natura morale, non è immediatamente traducibile in politica. Come posso assistere qualcuno che magari ha più bisogno di me se mando in malora la mia economia, compromettendo la mia stessa capacità di aiutarlo in futuro?

Le destre esultano quando, a sinistra, si sbraita di accoglienza indiscriminata. I populisti reazionari, che sono cinici fino al midollo, sanno che l’egoismo è connaturato all’animo umano, e lo è pure la paura, sentimento ancestrale. Xenofobia, etimologicamente, vuol dire paura dello straniero, il senso negativo si è sedimentato con l’uso. Le destre sono guidate da seminatori di zizzania e odio, da sobillatori professionisti che fomentano con tutte le loro forze una guerra tra poveri: vogliono distogliere l’attenzione della gente comune dai grandi evasori fiscali, che nascondono i loro soldi nei paradisi fiscali come gli scoiattoli fanno con le ghiande (che immagine gentile! Sarebbe più corretto dire come facevano i pirati con i proventi delle loro razzie); e così, le destre sperano, nessuno punterà il dito contro gli speculatori di “pura razza bianca”, quelli che vestono Armani, e sono persone rispettabili e stimate, e vanno pure a Messa, eppure lucrano sulle recessioni che mandano sul lastrico milioni di persone – compresi i loro connazionali.

Sinistra, se ci sei batti un colpo! Dillo che gli immigrati e i rifugiati accorrono in massa in Europa perché qualcuno vuole la miseria e la guerra, e ci specula sopra. Ma cara sinistra liberal, ahimè, sei in forte imbarazzo, perché spesso sei alleata dei poteri forti che dovresti contrastare. Per scrollarsi di dosso questa nomea di “collaborazionista” non ci sono alternative: bisogna parlare il linguaggio della solidarietà internazionale in maniera intelligente. Smettiamola di fissarci sulle nostre beghe provinciali. Ci vuole una visione nuova, lungimirante, in politica estera: rivitalizziamo l’internazionale socialista che pare moribonda. C’è lo spreco di cibo e c’è la fame nel mondo. C’è la nostra indifferenza, in Occidente, e ci sono le guerre, su cui i fabbricanti e mercanti di armi si arricchiscono. Aggrediamo il problema della fame e della miseria a livello globale; fermiamo le guerre in corso. Solo così non avremo torme di rifugiati che bussano alle nostre porte. Questa non è un’utopia: è l’unica strada percorribile se vogliamo salvare l’umanità dal disastro. La globalizzazione ha confermato l’intuizione felice di Martin Luther King: “Injustice anywhere is a threat to justice everywhere”. Anche la più piccola ingiustizia nell’angolo più sperduto del pianeta è una minaccia nel cortile di casa nostra, genera un piccolo tsunami che si ripercuoterà su di noi.

E, ripetiamolo, l’ingiustizia non si sconfigge con la cultura unilaterale dei diritti. Per ogni singolo diritto ci deve essere uno specifico dovere. Al diritto di vivere dignitosamente, di avere casa e lavoro, corrisponde il dovere di pagare le tasse, e di rispettare il mio vicino di casa; e la libertà di impresa comporta l’obbligo di consegnare un pianeta migliore ai nostri figli (mica posso creare occupazione inquinando e massacrando l’ambiente!) Il lavoro stesso, ragion d’essere della sinistra storica, ha una doppia natura: il disoccupato lo vede, giustamente, come un diritto; al fannullone dobbiamo dire che è un suo dovere. Non facciamoci irretire dai sentimentalismi. Diciamolo chiaramente a chi accorre da noi, convinto che l’Europa opulenta (e spesso percepita come decadente) garantisca una forma di libertà totale che si chiama anarchia, per cui ognuno fa quello che gli pare; un’Europa-Disneyland che può distribuire oltretutto un chimerico reddito di cittadinanza a tutti. Eh, no. Se vuoi vivere da noi, devi accettare le nostre regole, imbevute di tolleranza e di libertà, e di rispetto per le donne. E devi capire un’altra cosa basilare: il benessere si conquista con i sacrifici, non piove come la manna dal cielo. Questa etica del lavoro era connaturata alla vecchia sinistra, è il più bel lascito della generazione dei nostri padri: riportiamola in auge.

Posted on December 7, 2016 and filed under Post in italiano.

Brexit e voto reazionario

Come categorizzare in termini politologici il voto dei Brexiters? Le città cosmopolite, Londra in testa, e i giovani hanno votato in blocco il Remain. Il “contado” inglese, gli abitanti delle periferie, i vecchi, i nostalgici, hanno preferito la Brexit. A prima vista sembrerebbe un voto reazionario. Che sull’esito referendario in Inghilterra abbiano pesato moltissimo il patriottismo insulare e la nostalgia per un passato glorioso (il miraggio del Commonwealth, il cui cuore pulsante è il Regno Unito…), lo dimostra il fatto che fra i lavoratori scozzesi e nordirlandesi, che sono meno sensibili alla retorica del Commonwealth, sia prevalso invece il Remain. Ma attenzione a non scivolare nel facile sillogismo “gli europeisti sono progressisti, gli scozzesi sono in maggioranza europeisti, dunque gli scozzesi sono progressisti.” Il quadro è ben più complesso. Gli scozzesi si sono espressi contro l’idea di resuscitare una piccola patria britannica al di fuori dell’UE. Ma non sono affatto contrari in blocco all’indipendenza della loro piccola patria. Nello Scottish Independence Referendum del 2014, il 44% votò per la secessione dalla Gran Bretagna. E la storia non finisce qui: lo Scottish National Party, sulla scia spumeggiante di quel referendum assurdo, miope ed egoistico, ha letteralmente spazzato via il Partito laburista dalla mappa politica scozzese. Com’è noto la Scozia era, insieme al Nord dell’Inghilterra, uno dei bastioni del movimento operaio britannico. Ipotesi di storia virtuale: se gli scozzesi avessero votato in massa il Labour di Miliband nelle elezioni politiche del 2015, forse Cameron avrebbe perso (conservatori: 330 deputati, Labour 232, Scottish National Party: 56 -- nelle precedenti elezioni i nazionalisti scozzesi erano solo 6).

La campagna indipendentista partita da Edinburgo nel 2014 è stata come il folle disboscamento della foresta che prelude agli smottamenti e alle slavine. L’anno seguente gli animi erano surriscaldati dalla prospettiva autonomista, con tutto il suo strascico di recriminazioni. Farage, fortunato leader del risorto nazionalismo inglese, ha ricevuto in dono un argomento in più per rinsaldare i ranghi dei suoi seguaci. Così lo Scottish National Party ha piantato due chiodi nella bara della sinistra britannica: oltre a sottrarre il prezioso consenso scozzese al partito laburista, ha contribuito all’emorragia di tanti voti Labour a favore dello UKIP. E quindi, chissà, senza il nazionalismo scozzese – che è antistorico non meno di quello inglese – questo benedetto/maledetto referendum sul Brexit non si sarebbe mai svolto. Questa è una ipotesi, certo. Fatto sta che gli indipendentisti hanno spezzato l’unità della classe lavoratrice britannica, il che mi pare difficile da classificare come un fatto “progressivo”.

Va detto, per onestà, che la piattaforma politica dello Scottish National Party è più a sinistra del Labour post-blairiano. Ma la sinistra arretra, mica progredisce, se si divide in vari tronconi, uno per ogni comunità etnica o linguistica o geografica di cui si compone lo Stato nazionale. Sarebbe forse giusto se la “Padania” realizzasse una società socialista per conto suo, abbandonando il Centrosud al sottosviluppo e alla marginalità? Questa ricetta puzza di nazional-socialismo.

Queste riflessioni ci impongono di andarci cauti nell’etichettare come “reazionari” i lavoratori e i pensionati inglesi favorevoli alla fuoriuscita della Gran Bretagna dall’UE. In senso generico non è improprio ricorrere al concetto di reazione, ovvero: “ogni comportamento collettivo che, opponendosi a un determinato processo evolutivo in atto nella società, tenta di far regredire la società medesima a stadi che quella evoluzione aveva oltrepassato” (Giorgio Bianchi, “Reazione”, in Dizionario di politica, diretto da Bobbio Matteucci, Pasquino). Sappiamo bene però che, nel lessico politico della sinistra, dare del reazionario a qualcuno equivale a marchiarlo d’infamia: quel termine puzza di controrivoluzione, di sanfedismo, di fascismo strisciante. O, per dirla più elegantemente, “le spinte razionarie traggono origine, in primo luogo, dall’ostilità di quelle componenti sociali che dal progresso sono danneggiate nei loro privilegi.” (ibid) Ma quali gretti privilegi di un immaginario Ancien Régime difenderebbero i lavoratori e i pensionati inglesi?

Il vocabolo “reazionario” ha senso, in questa vicenda, solo in un’accezione neutra, meramente etimologica: “reazione a uno stato di cose sgradito e sgradevole”. Se l’Europa fosse una Disneyland, la terra del latte e miele, se avesse garantito sicurezza e benessere a quasi tutti i suoi cittadini, perché mai gli inglesi se ne sarebbero andati sbattendo la porta? Delle due l’una: o a 17 milioni di inglesi ha dato di volta il cervello, o qualcosa che non va in Europa c’è. L’economia inglese è tutt’altro che depressa, e quindi gran parte dei Brexiters stava alla finestra a osservare i problemi altrui. Sarà allora che quello che hanno visto non gli è piaciuto? Pensiamo agli sbarchi degli immigrati a Lampedusa. I Paesi nostri amici, all’inizio della crisi, hanno abbandonato l’Italia. Solo l’intervento di Renzi, con la sua proposta alla UE, il “Migration Compact”, ha impedito l’aggravarsi della situazione. Pensiamo anche alla Grecia, umiliata e offesa. Eppure sarebbe bastato poco per non farla sprofondare nella melma. E’ forse questa la solidarietà europea che gli europeisti strombazzano? Per non dire dell’atteggiamento di chiusura totale nei confronti dell’immigrazione da parte di alcuni Paesi dell’Est Europa, che pure sono esportatori di manodopera verso la Gran Bretagna e il resto dell’Europa.

Queste considerazioni sono brutalmente semplici. Bisogna aggiungere che i Brexiters qualche problema lo vivono anche a casa loro: l’immigrazione incontrollata. Nonostante ciò non categorizzerei la Brexit come il frutto avvelenato della xenofobia: l’Inghilterra, benché non sia immune dal razzismo, è uno dei Paesi più liberali e libertari del mondo. È la nuova questione sociale – la paura dell’incertezza e della precarietà – che ha tenuto banco. La Brexit è quindi più un voto regressivo che reazionario. Una battuta d’arresto sulla via del progresso, insomma. Non la spia del desiderio di tornare all’Impero che dominava gli oceani. Per giudicare politicamente l’atteggiamento mentale dei Brexiters, dobbiamo anzitutto comprenderli. Condannarli è troppo facile, e non ci porta da nessuna parte. Il mestiere dei politici – inclusi quelli di sinistra – consiste nel tener conto anche dei sentimenti meno nobili dell’elettorato.

E’ innegabile che la classe operaia, in certi momenti, rifiuti il cambiamento rinchiudendosi nel suo guscio. A metà Ottocento, una parte consistente del Partito democratico americano al Nord era contrario all’emancipazione dei neri perché la sua base sociale, costituita da operai, temeva la concorrenza con la manodopera che sarebbe accorsa dal Sud. Erano soprattutto i nuovi immigrati, gli irlandesi, a non volere un forte aumento della forza lavoro al Nord, fatto che avrebbe abbassato i salari. Parte della stampa democratica agitò lo spettro dell’invasione con toni apertamente razzistici. I repubblicani, guidati da Lincoln, invece erano vicini agli interessi degli industriali, che desideravano l’opposto: più manodopera a prezzi competitivi – la schiavitù intralciava lo sviluppo del capitalismo industriale. Quindi erano ben predisposti verso la causa antischiavista. E’ per questo che, in varie elezioni dopo la guerra Civile, molti neri votarono per loro. I repubblicani avevano ragione, nel senso che erano dalla parte giusta, quella progressiva, della storia. Tuttavia, nel dopoguerra, il partito repubblicano gettò la maschera e mostrò il suo volto classista. La ricostruzione materiale e “morale” della nazione seguì l’agenda politica dettata dai poteri forti industriali. I repubblicani, che di quei poteri erano emanazione, strinsero un’alleanza con il blocco sociale sudista più conservatore. Un blocco, questo sì reazionario, il cui scopo era scongiurare l’ipotesi di una riforma agraria che, distribuendo terre e fornendo crediti agevolati, avrebbe creato una ceto sociale di piccoli proprietari. Bisognava soffocare sul nascere il breve esperimento democratico postbellico durante il quale i bianchi poveri e i neri appena liberati parevano sul punto di coalizzarsi contro i residui dell’aristocrazia terriera. Morale della favola: i quattro milioni di afroamericani erano, sì, liberi, affrancati dalla schiavitù, ma ora avrebbero sperimentato una nuova forma di sfruttamento, più moderna, più in linea con i tempi. (William F. Ward (George Novack), “Some Thoughts on The Emanciption Proclamation”, International Socialist Review, 1963) Il Sud fu così guarito da una pericolosa febbre democratica o, più precisamente, social-democratica. Il grande capitale aveva ottenuto ciò che voleva: l’apertura dei mercati e la libera circolazione di merci ed uomini, senza gli intralci rappresentati dai diritti dei lavoratori. Questa situazione poneva le basi per un’alleanza di classe tra gli ex schiavi, i poveri bianchi del Sud e gli operai sfruttati del Nord. Del resto, non erano mai venute meno le ragioni dell’unità dei lavoratori americani: non tutti gli operai “nordisti” condividevano l’atteggiamento razzistico che aveva contagiato la manovalanza spaesata, appena immigrata dall’Europa. Gli esponenti più illuminati della sinistra democratica tuonavano da sempre contro il “wage slavery”, la schiavitù dei salariati, condizione che, secondo loro, avrebbe dovuto spingere i lavoratori delle aree più progredite del Nord a solidarizzare con i più sfortunati raccoglitori di cotone nelle piantagioni.

È dunque vero che molti lavoratori americani scivolarono su posizioni regressive. Ma i loro ideali erano pur sempre la libertà da ogni servitù, fisica o economica, la democrazia, la dignità universale. Nel partito democratico la fiammella libertaria rimase accesa, ed è per questa ragione che, nel corso del Novecento, i suoi leader ricompattarono la classe lavoratrice, che il fronte conservatore voleva dividere su basi razziali. Il partito democratico, privo di un’anima socialista, non poteva risolvere alla radice la questione sociale. Ma divenendo il paladino dei diritti civili riuscì a riconquistare gradualmente il consenso dei neri.

Ci sono insegnamenti in questa vicenda. Marx aveva ragione nel dire che la classe lavoratrice è, per vocazione, progressista, tende all’unità in nome dell’emancipazione e dell’eguaglianza. Il fatto che talora si arrocchi su posizioni conservatrici, non vuol dire che dobbiamo abbandonarla al suo destino, o sferzarla sprezzantemente. Gli operai disoccupati o precarizzati, i pensionati che temono di non poter più contare su un Servizio Sanitario Nazionale efficiente – la base sociale dell’antieuropeismo inglese – non sono equiparabili ai sanfedisti borbonici. Non pretendono privilegi bensì diritti, chiedono di non soffrire nel periodo di transizione verso il nuovo che avanza a tappe forzate. Se la classe operaia sbaglia perché non capisce cosa ci porterà in sorte il progresso, consiglio di seguire l’insegnamento di Nenni: meglio stare con la nostra gente sbagliando, che starle contro avendo ragione. Il che è l’opposto di ciò che hanno fatto le leadership europeiste di sinistra in questi ultimi anni. Di qui la catastrofe incombente. Il politico di sinistra non può permettersi il lusso di profetizzare e filosofeggiare come l’accademico nella torre d’avorio. Guai a ignorare le sofferenze della gente comune, in nome del progresso e della modernità incalzante. Il paradosso della situazione in Europa, oggi, è che le élite politiche – destra e sinistra storiche: c’è poca differenza – sono letteralmente progressiste: a favore di questa globalizzazione selvaggia, che tutto travolge, e apparentemente indifferenti ai costi pagati dai ceti più deboli. E la destra xenofoba, quella retrograda, che vuole riesumare le piccole patrie, è invece dalla parte del popolo minuto. O, quanto meno, sa ascoltarlo.

Il vallo di Adriano

Il vallo di Adriano

Posted on July 5, 2016 and filed under Post in italiano.

Brexit: democrazia e libertà

Siamo sommersi da un diluvio di commenti emotivi sulla Brexit, soprattutto sui social media. Prevale un sentimento misto di stupore e di delusione. Persino, in alcuni casi, di malcelata rabbia verso gli inglesi, accusati d’essere colonialisti per vocazione (si credono un popolo superiore…). Non tutti ragionano a mente fredda, non tutti si documentano. Anch’io sono rimasto basito, anzi frastornato, da un esito referendario inatteso e inimmaginabile come una sberla appioppata dal vicino di casa. Ma prima di farci prendere da desideri di rivalsa, ripassiamo la storia. L’Europa deve la propria libertà alla resistenza eroica del popolo britannico nel 1940. Inglesi, scozzesi, gallesi e nordirlandesi fecero tutti la loro parte, nessuno si tirò indietro. Ma l’Inghilterra era, ed è, lo Stato più grande e più popoloso della Gran Bretagna. Senza la determinazione e la straordinaria leadership di Churchill, il quale era attorniato da una classe dirigente degna di tal nome e da cittadini coraggiosi, disposti a lottare fino in fondo per la libertà di tutti, l’Europa sarebbe rimasta nelle grinfie dei nazi-fascisti per chissà quanto tempo. Se gli inglesi (o i britannici) fossero colonialisti “nel sangue”, egoisti cui preme solo il proprio tornaconto, avrebbero salvato allora l’impero, perché questo era ciò che Hitler aveva offerto loro, in cambio di un armistizio: a noi l’Europa e la Russia, a voi i dominions e le colonie. E invece scelsero come sappiamo: così persero i loro possedimenti coloniali ma guadagnarono la nostra immensa gratitudine.

Queste le riflessioni sul Brexit di un riformista europeista che si confessa un po’ anglofilo.

Non è stato un errore ciclopico aver chiesto al popolo britannico di pronunciarsi sull’Unione Europea – al limite, si può pensare che il momento fosse inopportuno, ma questo è un altro discorso. Non è mai sbagliato coinvolgere i cittadini in scelte decisive per il futuro del proprio Paese. C’è chi punta il dito contro i politici inglesi: chiedendo il referendum avrebbero ammesso la loro incapacità di elaborare proposte e/o di gestire la situazione, si sarebbero spogliati delle loro responsabilità scaricando sulle spalle degli elettori una decisione che a questi non spettava. Del resto si sa che anche le leadership dei partiti storici rincorrono gli umori della gente, per opportunismo o viltà. Questo ragionamento è fuorviante. Ma vi sono questioni vitali, che riguardano la vita di un popolo, il suo destino, su cui i cittadini devono potersi esprimere: l’approvazione di serie modifiche costituzionali, la scelta della forma di governo, e infine, perché no, la decisione se far parte o meno di un’entità sovranazionale. Detto ciò, so benissimo che la democrazia diretta è un’utopia. Su tantissime questioni, soprattutto quelle più tecniche, che richiedono competenze specifiche, è giusto delegare ai professionisti della politica, inquadrati nei partiti (il referendum sulle trivelle è stato inutile). Il recente referendum sulla Brexit, per quanto abbia ricadute e ramificazioni complesse e imprevedibili, non rientra fra queste questioni minuziose. La battuta sul primo referendum della storia, quello che avrebbe coinvolto gli ebrei nella scelta fra Gesù e Barabba, sarebbe divertente se non fosse un falso storico, riesumato in chiave anti-democratica: “e sarebbe questo il popolo?”. Ponzio Pilato non era un leader democratico, e la Palestina non era casina sua, né la folla radunatasi al suo cospetto era costituita da rappresentanti del popolo ebraico, legittimamente eletti. Era una accozzaglia inferocita di sconosciuti sobillati e prezzolati da chi, nell’establishment, voleva togliere di mezzo un sovversivo. I Brexiters – 17 milioni circa di liberi cittadini – hanno votato in maniera trasparente e civile. Hanno dimostrato di credere nella democrazia, il cui fondamento è unico ed universale: la sovranità appartiene, appunto, al popolo, che la esercita legalmente tramite il voto. E che altro strumento avrebbero avuto, quei 17 milioni di britannici, se non il voto, per poter contare, per fare sentire la loro voce? E’ molto più preoccupante, rispetto alla Brexit, lo scenario prediletto dagli apostoli del neoliberismo: il 20% (gli intelligenti, i benestanti) vanno a votare, gli altri si limitano a produrre, a consumare e a crepare. Capisco che i politologi amino classificare il voto – di cambiamento o di protesta? Reazionario o progressivo? Prima di qualsiasi analisi sociologica sofisticata, bisogna dire che il voto è sacrosanto, ci piacciano o meno i risultati. Ricordo la posa boriosa di Dario Fo negli anni Novanta: gli italiani che votano Berlusconi? “Imbecil-gente”. Oggi, l’icona del Movimento cinque stelle viene ripagato con la stessa moneta. Nemesi dell’antipolitica.

“E se il popolo sbaglia?” Ma chi può dirlo, le élite costituite da “color che sanno”? Oppure l’avanguardia rivoluzionaria di leniniana memoria? Se il popolo è in errore, amen. In una democrazia, la libertà è anche libertà di sbagliare. Colgo in molti commenti un bel po’ di élitismo. Da un lato c’è il populismo che idealizza ed esalta un’idea astratta, alla Rousseau, di popolo: una massa indistinta di buoni, di puri, di oppressi o vessati dal potere, dagli apparati. Dall’altro lato c’è lo snobismo antipopolare, che non è meno ingannevole: il popolo è costituito da analfabeti, rozzi, stupidi. Meno male che ci siamo noi, quelli che hanno studiato, quelli che capiscono tutto. Un modo di pensare, questo, che ha sfondato anche a sinistra. Peccato che non la pensassero così i nostri Padri costituenti, quando, sulla questione più decisiva per la nostra vita politica – Repubblica o Monarchia – diedero la parola a un popolo che, allora, nel 1946, era costituito per lo più da semi-analfabeti. I quali seppero scegliere benissimo. Verrebbe da dire, poi, che i popoli europei si sono fidati anche troppo delle élite politiche, coadiuvate da coorti di “esperti”, le hanno seguite come nottambuli. Non avevamo forse tutti una smisurata fiducia nei nostri politici, nelle loro capacità di previsione, quando negoziavano l’entrata nell’Euro e i parametri e i vincoli e tutto il resto? Eppure sapevamo che era assurdo, andava contro ogni precedente storico, coniare una moneta unica prima che vi fosse un’unità politica, cioè uno Stato federale. Era come costruire una casa partendo dal soffitto anziché dalle fondamenta. Ora che il progetto europeo vacilla, non è forse normale e umano che qualcuno – in questo brulicante e vociante popolo – si senta tradito da chi si trova più in alto di lui e ha avallato tutto questo?

Anch’io credo sia stato un grave errore aver votato per la Brexit. Ma sarebbe un errore infinitamente più grave seguire il consiglio folle di Blair ed altri laburisti, che chiedono di congelare l’esito catastrofico di questo referendum. Vedo già sull’orizzonte il profilo del prossimo demagogo che, schiuma alla bocca e occhi di fuoco, inveisce contro le élite tecnocratiche, alleate dei poteri forti, colpevoli di aver defraudano i cittadini britannici della loro libertà di scelta. L’Unione Europea sopravviverà alla Brexit. Non può sopravvivere a un inganno del genere: sarebbe l’agonia del concetto stesso di democrazia. Non escludo, se passasse questa proposta indecente, la rinascita di un fascismo ancora più insidioso di quello che abbiamo sperimentato. Hitler, non dimentichiamolo, costruì le sue fortune politiche sulle false promesse dei leader democratici di allora, sulle contraddizioni ed ipocrisie delle democrazie del suo tempo.

Evitiamo i cliché, i luoghi comuni: facilitano la conversazione, ma annebbiano il cervello. Evitiamo come la peste il concetto di “populismo”. Faccio autocritica: anch’io ne ho abusato. Anche il termine nazionalismo è inflazionato. Le realtà proletarie, popolari, roccaforti del Labour (Galles, molte aree del Nord Inghilterra ecc.), hanno votato in massa Brexit. Ci siamo chiesti il perché? Avete ascoltato la gente comune, avete dato loro una risposta? Molto facile sentenziare sui proletari inglesi e gallesi ipernazionalisti, quando si sorseggia lo champagne ai Parioli o nella City. Studiamo, leggiamo, documentiamoci. Ottime le analisi sul Guardian, quotidiano della sinistra critica britannica. Il cavallo di battaglia dei Brexiters? La paura dell’immigrazione incontrollata. Vediamo i dati del Migration Observatory dell’Università di Oxford. In un periodo di soli vent’anni, tra il 1993 e il 2014, gli stranieri naturalizzati, con cittadinanza britannica, sono passati da 3,8 milioni a 8,3 milioni. La stragrande maggioranza di questi è concentrata nelle grandi aree urbane, soprattutto a Londra. Nello stesso periodo, gli stranieri residenti stabilmente sono passati da 2 a 5 milioni circa. Nel 2014 il 13% della popolazione inglese era straniero. Non sono dati drammatici, ma sono al di sopra della media europea. Ecco perché la paura, non solo il nazionalismo insulare, ha condizionato il voto. La paura dell’ignoto. La paura di essere invasi dallo straniero. Se l’immigrazione in questo momento non è un pericolo reale, è tuttavia un pericolo potenziale. O almeno così è percepito da una parte della popolazione inglese. Il marinaio ansioso, quando scorge le nubi che annunciano tempesta, non aspetta il vento e la grandine per ammainare le vele. Le percezioni, in politica, sono granitiche come i fatti reali. Ma siccome vengono spesso ignorate, ci si sbatte facilmente il grugno. I politici – Farage, Boris Johnson -- che hanno speculato sui timori e sulle ansie della gente sono ignobili, d’accordo. Ma è da folli tapparsi le orecchie quando le comunità locali urlano la loro disperazione. Non possiamo pretendere che tutti accettino che la propria comunità cambi, si trasformi, che interi quartieri, cittadine, paesini perdano un’identità storica ultracentenaria. E tutto nel giro di pochi anni.

Va precisato che i Brexiters non manifestano ostilità solo verso gli immigrati extra-europei: se la prendono soprattutto con i cittadini europei, in particolare quelli polacchi, accorsi in frotte nel Regno Unito. Pare – le mie fonti danno cifre discordanti – che i cittadini dell’Est europeo ammontino a circa un milione e mezzo, di cui la metà sono polacchi (il gruppo straniero più numeroso, dopo gli indiani). E qui sfatiamo un mito negativo sul Regno Unito: i britannici ora pagano il prezzo per essere stati troppo europeisti. Mi spiego: il cardine su cui si regge l’impianto dell’UE è la libera circolazione delle merci e delle persone. Ebbene nel Regno Unito è confluito, nel volgere di un decennio, un numero molto elevato di cittadini europei: si parla di oltre 4 milioni. Forse non sono molto di più di quelli che hanno scelto la Germania e l’Italia. Ma numeri anche di poco superiori hanno avuto un impatto più forte, da terremoto, perché il mondo del lavoro inglese è molto flessibile e dinamico: vali e hai voglia di lavorare? Ebbene il posto di lavoro è tuo, indipendentemente dalle tue origini nazionali. Non a caso circa 500.000 italiani vivono in Gran Bretagna di cui 250.000 a Londra. Molti di loro sono giovani in gamba e qualificati, al di sotto dei 35 anni.

In sintesi: i britannici sono stati antieuropeisti a parole, ed europeisti di fatto. Gli italiani il contrario. Certo, molti italiani hanno nel cuore l’Europa, sentono di farne parte idealmente, ma è un fatto indiscutibile che il nostro sistema lavorativo è molto più impermeabile agli “intrusi” nelle sfere medio-alte. O, per dirla diversamente, noi abbiamo anticorpi, siamo corazzati (il familismo “amorale”, la raccomandazione, l’appartenenza a quella lobby o a quel partito…) Da noi, in sostanza, la concorrenza con il lavoratore rumeno l’avverte solo l’operaio o il manovale; in Gran Bretagna i lavoratori dell’Est Europa sono percepiti come una minaccia da una parte della classe media che, tradizionalmente, è sovra rappresentata nei servizi e nell’impiego pubblico. Per rendersene conto, basta confrontare la percentuale di europei stranieri che hanno una cattedra nelle università italiane e in quelle britanniche. Già vent’anni fa nei dipartimenti di italianistica in Gran Bretagna c’erano molti ricercatori e professori di ruolo italiani. Nello stesso periodo solo un paio di cittadini britannici erano professori di ruolo nei nostri dipartimenti di anglistica. Gli inglesi, intelligentemente, hanno spalancato le porte agli europei preparati e con titoli: moltissimi gli studiosi greci nei dipartimenti di economia delle loro Università. Discorso analogo vale per la sanità: ho conosciuto vari medici e chirurghi italiani che lavorano negli ospedali inglesi. Quanti medici britannici ci sono negli ospedali italiani? Questi sono solo pochi esempi, che però la dicono lunga sulla differenza fra i vari sistemi di reclutamento nella UE. Ne aggiungo un altro, che riguarda la burocrazia italiana: quando andai in Inghilterra a specializzarmi, nel 1990, la mia Laurea in Lingue quadriennale venne immediatamente riconosciuta dagli inglesi, sia per l’iscrizione a una loro università, sia a fini lavorativi. Bastò una mera fotocopia del mio diploma di Laurea. Il riconoscimento avvenne in dieci minuti circa. Il contrario, ahimè, non è mai avvenuto: il mio Master biennale post lauream in Linguistica applicata (Università di Birmingham) non è stato valutato in più di un concorso pubblico. E sapete perché? Semplice (per un italiano, non per un inglese): dopo la dichiarazione di valore rilasciata dall’autorità consolare, occorre una “equipollenza” formale, per ottenere la quale bisognerebbe individuare un corso di studi equivalente nell’ordinamento universitario italiano. Solo a quel punto si può far domanda di riconoscimento del titolo straniero. Ma poiché non esisteva, e credo non esista tuttora, un titolo equivalente al mio Master, l’unica soluzione era iscriversi a un corso di laurea affine e sostenere gli esami mancanti (una caterva!). Solo così avrei ottenuto l’agognato riconoscimento. Morale della favola: avrei dovuto ricominciare quasi da capo. E’ per questo che dal 1992 ho un Master virtuale dell’Università di Birmingham. Magra consolazione: almeno oggi posso dire che possiedo un titolo academico di un’Università extra-europea. Tornando al lavoro, la madre di tutti i problemi: i cittadini comunitari possono partecipare ai concorsi pubblici in un qualsiasi Paese dell’UE (sono escluse, ovviamente, alcune tipologie: Magistratura, Ministero degli Esteri ecc.). Ora, possiamo varare tutte le leggi europeiste che vogliamo, ma se le commissioni di esame nei concorsi pubblici favoriscono gli italiani, e per giunta i candidati locali, già conosciuti (è spesso il caso dei concorsi universitari), capirete bene che un punto cruciale dell’europeismo va a farsi friggere. Lo stesso discorso vale per l’inserimento lavorativo nel settore privato: sappiamo che in Inghilterra le assunzioni, e la carriera, sono rigorosamente meritocratiche: curriculum, referenze, colloquio e conseguente contratto di lavoro. Possiamo onestamente dire che succede così anche nelle aziende piccole e grandi di tutti i Paesi dell’UE?

C’è poi un altro elemento, non secondario. Un punto di forza della campagna dei Brexiters è stata la promessa di investire più risorse nel servizio sanitario nazionale. I soldi sarebbero stati recuperati dall’annullamento degli onerosi trasferimenti all’UE. Una proposta demagogica, falsa e bugiarda (parte di quei soldi tornavano indietro, sotto forma di investimenti in Gran Bretagna). E infatti i Brexiters hanno già fatto retromarcia: tutti quei milioni di sterline da investire nel National Health Service non ci sono, e non si materializzeranno per magia. Più che condannare, però, dovremmo riflettere – noi che, forse, avremo lo stesso problema – sull’attaccamento degli inglesi a una conquista di civiltà del Welfare State: la sanità gratuita per tutti. Gli inglesi si sono resi conto che il sistema, anche per via della pressione esercitata da milioni di residenti in più, potrebbe collassare. Che gli inglesi desiderino un sistema sanitario funzionante, non mi pare reazionario, bensì, alla radice, sensato e giusto. Si sono accorti che il socialismo dalle mani bucate non funziona.

Come ci insegna il buddismo, nelle vicende umane non si da’ mai una situazione assolutamente negativa. D’ora in poi ci sarà maggiore chiarezza: chi è nell’UE deve adottare anche la moneta unica. Col senno di poi, fu un errore consentire alla Gran Bretagna di negoziare uno status privilegiato (un piede dentro, uno fuori…). Da ogni male può nascere un bene. E viceversa. E così infatti è stato: dal bene che era, e dovrebbe essere, la UE, sono sorti tanti mali: disoccupazione, migrazioni forzate di masse di giovani, sofferenze, perdita di identità. Trasformiamo dunque questo voto disastroso in una opportunità di cambiamento. La Brexit è come una scossa elettrica: o facciamo l’Europa politica, federale, l’Europa dei popoli liberi, o crolla tutto. L’Europa può, e deve, diventare una comunità di destino, che ci lega indissolubilmente. Una super patria che non schiacci ma valorizzi le identità regionali. Se l’Europa è vista come un coacervo di proibizioni e regolamenti, uno strumento di oppressione burocratica; se è solo un immenso emporio in cui fare business, ovvio che al primo problema uno se ne va. Ogni contratto commerciale ha una clausola di recessione. Nessun matrimonio si regge solo su interessi materiali. Il cemento di un’unione duratura è nei sentimenti, negli ideali. E’ lì la forza – nella cultura comune, nella condivisione di valori – che consente di superare indenni le numerose e impreviste burrasche della vita. Non sprechiamo altro tempo sui vincoli di bilancio e altre astruserie: rilanciamo con forza il Progetto europeo!

Posted on July 2, 2016 and filed under Post in italiano.