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I liberali alle vongole e la professoressa sospesa

Una docente di italiano “serissima” e “assai stimata” di un Istituto tecnico di Palermo – ha circa 40 anni di onorato servizio alle spalle – è appena stata sospesa per 15 giorni con stipendio dimezzato. Quale la colpa grave che ha innescato la pronta reazione ministeriale? Non avrebbe vigilato sui ragazzi della sua classe. Quei discoli hanno accostato Salvini al Duce in una lezione incentrata sulle leggi razziali fasciste (il decreto sicurezza ricorderebbe la discriminazione antiebraica, di quelle leggi infami sarebbe addirittura una reincarnazione contemporanea). È giusto oppure eccessivo un provvedimento disciplinare così severo, piuttosto raro in Italia per casi analoghi, peraltro preso con la velocità di un lampo? Premesso che ritengo diseducativo nonché politicamente idiota che si incoraggi, o anche soltanto si tolleri, l’equiparazione di un leader democratico a un dittatore – a parte il danno di immagine alla parte lesa, viene annacquato il male assoluto rappresentato dal nazifascismo –, s’impongono due riflessioni.

(A) Sottolineiamolo: la professoressa non è stata punita per aver assimilato lei stessa la figura del nostro Ministro dell’interno a quella di Mussolini. No, la trasgressione è un’altra: non ha redarguito i suoi studenti o non ne ha controllato preventivamente il lavoro “purgandolo” da ogni riferimento offensivo – l’accostamento assurdo è avvenuto nel corso di una presentazione PowerPoint preparata dai ragazzi con tanto di immagini giustapposte dei due leader. Che la decisione avverso la docente, presa dall’ufficio periferico del MIUR su indicazioni venute dall’alto, rispetti la normativa vigente – e ci mancherebbe altro! – non significa nulla. È stato dato sufficiente tempo all’accusata di discolparsi? Come si è svolta l’ispezione? Si è riflettuto sulla costituzionalità di un provvedimento che ad alcuni colleghi della professoressa punita pare vessatorio e anticostituzionale? In breve: è stato seguito un procedimento garantista? Ecco i due articoli della nostra Costituzione che fanno al caso nostro.

Art. 21. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione”.

Art. 33 “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Intanto che riflettete, noto con rammarico che non è stata tutelata la privacy della docente. Un manipolo di “liberali destrorsi” ha gettato la notizia in pasto ai giornali e ai social, fregandosi ben bene le mani – che occasione ghiotta! Come una freccia che scocca dall’arco partirà la consueta gogna, con tanto di bullismo o squadrismo mediatico. Viva la libertà di espressione. Ma entriamo nel merito. A caldo, è difficile non pensare che questa sanzione sia davvero spropositata. E, soprattutto, pericolosa: crea un precedente di cui non abbiamo bisogno. Chi è in grado di tracciare una netta linea di demarcazione fra la critica legittima e la propaganda che, nelle scuole, andrebbe impedita? Quali analogie storiche sono lecite e quali no? In effetti, è difficile negarlo: l’indifferenza verso i migranti e rifugiati in fuga da guerre e miseria e torture e stupri ricorda l’indifferenza verso gli ebrei che scappavano dalle persecuzioni naziste. Anche allora in un certo senso furono chiusi i porti, anche allora si diceva “non possiamo accoglierli tutti”. Lo possiamo dire o verremo denunciati perché qualcuno coglie in queste parole una critica implicita al governo?

Immagino che, stabilito il precedente, fioccheranno le denunce e le richieste di sospensione quando docenti di destra o cattolici tradizionalisti diranno che Stalin, Pol Pot e i leader attuali della sinistra italiana son fatti della stessa pasta. Io, nella mia carriera scolastica, ne ho sentite di cotte e di crude: Craxi ducetto e ladro matricolato; Andreotti mafioso e amico di chi scioglie i bambini nell’acido; Berlinguer colluso con gli assassini perché sapeva delle foibe e dei processi sommari in URSS. E via calunniando. Nella mia esperienza, nessun professore, dico nessuno, è mai stato sospeso dal servizio per aver detto bestialità o fesserie del genere – anche perché così io qualifico ciò che, per altri, sono legittime opinioni.

B) Colpisce l’ipocrisia di quei liberali che, stracciandosi le vesti e sbraitando, hanno attaccato la decisione di escludere dal Salone del libro di Torino una casa editrice dichiaratamente e orgogliosamente fascista. Queste stesse persone ora invocano provvedimenti durissimi contro la docente siciliana, rea di aver vilipeso Salvini e la Lega. I leoni da tastiera, su Facebook, ne chiedono addirittura il licenziamento in tronco. Neppure quei conservatori di salda (e sincera) fede liberale che pure qualche libro l’hanno letto, e in alcuni casi anche scritto, spiccano per profondità del ragionamento o per spirito critico. I due casi, sì, sono diversi. Non per questo possiamo stiracchiare a piacimento il principio liberale. Nessuno ha censurato la casa editrice fascista, che è – giustamente – liberissima di pubblicare tutto ciò che vuole. Si è solo applicato un criterio di opportunità politica – peraltro in un Paese che, per chi lo avesse dimenticato, ha una legislazione antifascista. Al Salone, insomma, si è fatta una scelta, che non lede la libertà di nessuno. Se infatti il Salone fosse obbligato ad accogliere chiunque, solo perché paga, dove finirebbe la libertà di scelta del curatore? L’imposizione del criterio mercatista “tutti ammessi, basta pagare” segnerebbe la fine di ogni linea editoriale indipendente: anche l’editore fascista, a quel punto, dovrebbe esser costretto a pubblicare libri di sinistra. Idem per gli editori di sinistra: obbligati a pubblicare il Mein Kampf, magari con la foto di Hitler sorridente in copertina.

È in quella scuola di Palermo che è in gioco la libertà: qui è palpabile il rischio che il provvedimento punitivo soffochi la libertà di espressione. Che appaia come un atto politico autoritario. I dubbi, quindi, sono più che legittimi. La docenza, nella scuola di Stato, dev’esser sempre libera. Il concetto stesso di reato di opinione è intimidatorio e illiberale. Figuriamoci nel contesto educativo. Se la punizione del dissenso divenisse uno strumento legittimo di controllo del pensiero, migliaia di insegnanti ricorrerebbero all’autocensura, intimoriti da probabili ritorsioni.

Se fai presente queste contraddizioni, i liberali alle vongole ti rispondono in maniera demenziale con l’espressione che oggi va per la maggiore, ogni volta che tenti di fare un’analogia: “è diverso”. In questo caso avrebbero ragione se solo… fossero coerenti con una filosofia politica, il liberalismo, che ammette senz’altro l’esclusione di editori fascisti/nazisti/antisemiti/razzisti da una fiera o da una rassegna culturale (ribadisco: non si tratta di censura o di divieto di pubblicazione). Non dimentichiamo la lezione di Popper, filosofo liberale doc: non possiamo, e non dobbiamo, essere tolleranti con gli intolleranti. Quello che nella visione liberale non è ammissibile – per “la contradizion che nol consente” – sono gli abusi di potere da parte di chi governa. Alla fine andiamo sempre a parare lì: c’è chi vorrebbe imporre il bavaglio ai docenti non allineati mediante pressioni psicologiche se non minacce vere e proprie. Il paradosso è che taluni liberali conservatori auspicano il conformismo ideologico mentre denunciano l’asfissiante egemonia comunista di un tempo. Ecco perché la vedono in modo diametralmente opposto rispetto a me: libertà assoluta per l’editore fascista (e concomitante costrizione per gli organizzatori del Salone, il Comune di Torino e la Regione Piemonte) ma libertà vigilata per l’insegnante che diffonde pericolose idee sovversive contro un leader di destra. Il loro anticomunismo (in assenza di veri comunisti) assomiglia tanto all’antifascismo intransigente (in assenza di veri fascisti) contro cui si scagliano.

Attenzione, dunque. “È diverso” viene usato spesso per tirare in ballo un’eccezione nel momento in cui un principio di equità o libertà andrebbe applicato a tutti, indistintamente. Ciò dimostra che a quel principio, in fondo, codesti sedicenti liberali non credono. Gli va bene solo quando tira l’acqua al loro mulino, negli altri casi lo sospendono. Sono garantista con i politici di destra e ferocemente giustizialista con quelli di sinistra? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Accetto le fake news della Lega ma condanno quelle propalate dalle zecche o dai moscerini rossi? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Difendo la libertà di chi urla ai quattro venti la propria fede fascista, gonfiandosi il petto e facendo un bel saluto romano, ma al tempo stesso gongolo se una professoressa di lungo corso viene punita in questo modo esemplare che ad alcuni appare arbitrario o eccessivo? Ebbene sì. È diverso, si capisce. I liberali a corrente alternata ricordano il prototipo del clericale sbeffeggiato dal mitico Salvemini: Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Sostituite “clericale” con “autoritario” e avrete la formula perfetta per questi signori che, bontà loro, salgono in cattedra per darci lezioni di libertà.

Swimming pool by Gian Maria Turi

Swimming pool by Gian Maria Turi

Posted on May 19, 2019 and filed under Post in italiano.

La carica dei diecimila: elezioni politiche o concorso pubblico?

Grillo e la Casaleggio Srl ci obbligano a tirare la testa fuori dalla sabbia. Ma il complesso dello struzzo è difficile da superare. Per noi, figli della Prima Repubblica, sostenitori della forma-partito tradizionale. In tutte le democrazie mature la partecipazione dei cittadini alla res publica è in calo; i partiti subiscono emorragie debilitanti; le culture politiche novecentesche sono viste come orpelli fuori moda.  I problemi si accumulano, non vengono affrontati alla radice: si tira a campare, si veleggia a vista. E se qualcuno offre una ricetta radicalmente alternativa, scocca il solito dardo: la condanna urbi et orbi del populismo. Morale della favoletta: il consenso per le organizzazioni antisistema e “anticasta” (quelle democratiche, non violente) cresce a dismisura.

E’ vero che il logo del Mov. 5 stelle appartiene a Grillo e Casaleggio, fatto che cozza con la democrazia degli iscritti. Diciamola, però, una verità scomoda: l’attivismo dei pentastellati è sommamente democratico. Le loro parlamentarie ne sono una eloquente dimostrazione. Pare che siano in lizza circa diecimila candidati. Quali possibilità ha oggi una persona qualificata/motivata/in gamba di diventare un parlamentare tramite i partiti tradizionali?  Ben poche, se non fa parte di certe consorterie o di “cerchi magici”, ovvero se non è un fedelissimo del Capo di turno. Si spiega così la polemica sui candidati “paracadutati” da Roma su seggi sicuri: in molti casi sono stati scalzati militanti storici o deputati uscenti validissimi, in spregio al principio della rappresentanza territoriale. Non è un caso che il PSI, l’unico partito “sopravvissuto” alle tante metamorfosi delle sigle politiche post-Tangentopoli, abbia incoraggiato le candidature locali, in barba a tutti i tentativi di screditarlo dai tempi di Mani Pulite. In sostanza: i partiti tradizionali difendono il concetto di democrazia rappresentativa, ma hanno seri problemi a rappresentare tutta la società civile; il Mov. 5 stelle è nella situazione esattamente opposta.

Ecco perché le parlamentarie pentastellate sono la classica mossa del cavallo. Una mossa geniale, nel contesto attuale. Grillo ha assestato una sonora sberla in faccia ai partiti ingessati da professionisti di lungo corso. Ha agguantato due grassi piccioni con una sola, banalissima fava: sfoggiare le credenziali di un movimento autenticamente popolare, in osmosi con la società civile, e diffondere la sfiducia totale nella democrazia rappresentativa. Sembra un paradosso (le parlamentarie si sono pur svolte, e riguardano futuri deputati!), ma non lo è: in cauda venenum, come vedremo. Ben vengano le critiche al sistema attuale. Il punto è che l’ideale della democrazia diretta, alla prova della storia, potrebbe rivelarsi un’utopia pericolosa.

Qual è il messaggio subdolo delle parlamentarie aperte all’universo mondo? Eccolo: “la politica tradizionale è morta e sepolta, ma siccome ci sono in palio alcuni posti ben pagati, fatevi avanti, e comincerà la gran farsa del maxi concorso pubblico. Siamo incompetenti? Certo, e ce ne vantiamo. Perché almeno noi garantiamo a tutti la partecipazione. E poi siamo onesti, che è la cosa in assoluto più importante” (sella serie: giacobinismo puro: Robespierre era detto, appunto, l’Incorruttibile).  Così l’intera classe dirigente è trascinata in giudizio. “Osservate il disastro epocale che ci circonda! I sedicenti esperti hanno fallito per manifesta incapacità. Oppure ci hanno ingannati, questi artefici delle crisi economiche e politiche. Sono tutti, indistintamente, al soldo del Potere corruttore, si sono svenduti ai potentati economici, alle lobby, alle multinazionali, alle case farmaceutiche, alle banche d’affari.” Sgorga a fiotti un pessimismo cosmico. Ogni utopia rivoluzionaria ha una carica negativa derivante da una visione manichea – il mondo è diviso fra i figli della luce e i figli delle tenebre. Il Male Assoluto si annida da qualche parte. Se non è nella natura umana stessa, è nella società, o nei partiti, o nel capitalismo o nelle Chiese.

Ma i pentastellati annunciano la buona novella: “abbiamo tenuto a battesimo una nuova creatura di specchiata moralità, realmente popolare e democratica, dove uno vale uno. Come San Giorgio anche noi, lancia in resta, uccideremo il drago. Daremo il colpo di grazia a questa politica fintamente democratica, melmosa, corrotta, impura.” Grillo & Co. hanno scoperto l’acqua calda: i politici riformisti hanno sempre saputo che poteri occulti, infidi, esistono anche nelle migliori democrazie (si pensi alle ramificazioni e alle trame della loggia massonica P2), e vanno combattuti. Il problema, qui, è la sindrome paranoica del sospetto e del complotto. Una sindrome pericolosa perché non richiede prove o dimostrazioni, solo fede cieca e determinazione ferrea nel colpire i simboli del Male.

Onestamente, però, su un punto non si può dare la colpa ai Cinque stelle: è un punto essenziale – devastante, sovversivo –: apparentemente (dal punto di vista cioè dell’Uomo Qualunque) tutti i governi si equivalgono. “Chiunque vada al potere, oggi, non ha la forza per trasformare in meglio la vita dei cittadini.” E perché mai, chiediamo noi stupefatti. Elementare, Watson.  “Da qualche anno i politici eletti democraticamente sono servi dei poteri forti”. Tradotto in politichese o linguaggio meno rozzo: i politici non rispondono più soltanto al loro elettorato. C’è un grumo di verità, ahimè, in questa narrazione perversa. I governi tecnici l’hanno dimostrato. Del resto, i confini dello Stato-Nazione sono sempre più sfumati, e molte decisioni importanti oggi vengono prese a livello internazionale: siano condizionati da banche d’affari, dall’Unione Europa, dalle multinazionali, dal Fondo Monetario Internazionale e chi più ne ha più ne metta. In un certo senso, è sempre stato così. Ma la tendenza a esautorare i Parlamenti nazionali ha subito una forte accelerazione.

E’ davvero difficile promuovere una visione tradizionale della politica come mediazione fra interessi diversi quando abbiamo a che fare con Moloch del genere. La via maestra è una sola: più Europa – solo un’Europa forte e solidale può resistere agli speculatori. Finché questa Europa immaginaria non si materializza, finché perdura la crisi economica, i Cinque stelle avranno gioco facile. Tanto vale votare per l’Uomo Qualunque, senza arte né parte, che almeno non vi fotte. Perché lasciare le poltrone disponibili ai ladri e ai mentitori di professione? Naturalmente questo messaggio – il Parlamento e i governi sono perfettamente inutili – dev’essere edulcorato: è troppo dirompente. Allora anche noi vi promettiamo una gestione migliore di quelle precedenti. Ma non cesseremo di urlare ai quattro venti un’amara (o dolce, a seconda dei punti di vista) verità: chiunque può fare il deputato, il sindaco di Roma, il Presidente del Consiglio. Un’idea in teoria giusta, si trasforma in pratica  in un’idea demenziale– perché non c’è né regola né criterio. “Cari concittadini, candidatevi pure, accorrete a frotte. Se non avete nulla da perdere e tutto da guadagnare, perché siete messi male, oppure avete un lavoro mediocre, sottopagato, tanto vale che sfruttiate anche voi questa opportunità. Entrare in parlamento è come vincere un terno al lotto: 9.000 euro al mese, nessun obbligo di quelli che hai sotto padrone… Una pacchia.”

Sono convinto che molti candidati grillini siano iper-democratici e iper-motivati – si sforzeranno di far bene il loro lavoro, se eletti. Ciò non toglie che la carica dei diecimila è un segnale lampante della crisi della politica: la poltrona fa gola per lo stipendio, non c’è alcuna percezione della difficoltà o serietà dell’impresa. Anche durante la famigerata Prima Repubblica c’era chi ambiva al posto da deputato, eccome. Ma tutti dovevano sottoporsi a una snervante gavetta; il percorso era lungo, stressante, duro, e non avevi alcuna certezza di coronare i tuoi sogni. Quale impulso se non la passione spingeva a dedicarsi alla politica a tempo pieno? Quanti professionisti, tecnici, laureati, imprenditori avrebbero rinunciato a dieci o quindici anni di attività, o a una carriera certa, sgobbando nei sindacati, nei consigli comunali, nelle burocrazie di partito? Gli unici deputati che “saltavano la fila” erano gli indipendenti. Ma si trattava di una eccezione, ben giustificata: anche loro venivano cooptati per merito. Il loro curriculum, i loro successi, conferivano prestigio, lustro, al partito che li esibiva orgoglioso.

Che chiunque possa potenzialmente fare il deputato, o il Ministro, non è un’eresia: è un concetto sacrosanto, che sta alla base di ogni democrazia. Laureato o precario, colto o ignorante, chiunque deve potere rappresentare il popolo. Gramsci non era laureato, tanto per fare un esempio. Ma aveva studiato come un matto, e comunque un mestiere o due li aveva appresi: quello del giornalista/organizzatore di cultura e quello del dirigente politico. Il problema dunque è sempre lo stesso: come si crea dal nulla una classe dirigente capace? Se la forma-partito tradizionale si sta disgregando, come verranno selezionati i nostri rappresentanti? Tramite un click su Facebook? I partiti post-tangentopoli, quelli grandi, i veri responsabili del disastro attuale, se ne sono infischiati. Io dirigo un Istituto di Cultura all’estero: ci sono arrivato a cinquant’anni, dopo quasi vent’anni di gavetta, studi specifici, selezioni continue. Ci sarà anche chi (grazie alla politica, ai maneggi) ci arriva prima. E ci sarà anche chi non è qualificato per l’incarico. Ma si tratta di una minoranza: il sistema, nel complesso, funziona. E, oggi, mi dico: ho finalmente la maturità per svolgere questo incarico delicato. La gavetta mi ha temprato, plasmato.

La politica è un’attività diversa? Sì, certo. Mica è mera tecnica manageriale. E’ questo che Croce intendeva con la formula “capacità politica”, che è la principale manifestazione di onestà in politica (il miglior medico chirurgo d’Italia potrebbe rivelarsi un pessimo Ministro della Sanità, e allora sarebbe peggio d’un politico ladro). Croce però non voleva dire che una casalinga o un disoccupato possono gettarsi nell’agone politico senz’altra motivazione che quella di sbarcare il lunario. La politica ha bisogno, oltre alla vocazione o all’attitudine, di maturità, di competenze, e di professionalità specifiche. Queste si acquisiscono con l’esperienza concreta, che è sempre mediata dal rapporto “pedagogico” costante con i saggi, con i maestri. In tutte le società normali sono gli anziani che formano i giovani. Nel caso della politica democratica: i maestri sono i dirigenti storici, ovvero coloro che custodiscono il sapere politico, l’esperienza amministrativa e di governo, il rapporto con la base e con il territorio, le tradizioni specifiche del proprio partito (in termini economicistici: i dirigenti che rappresentano “la cultura aziendale”).  Ma se i partiti sono ridotti al lumicino, e le élite che li dirigono divengono autoreferenziali, salta questo rapporto tra anziani e giovani, che è la linfa vitale di ogni democrazia rappresentativa. Non lo si ripeterà mai abbastanza: senza partiti ben strutturati, organizzati democraticamente, nessuno è in grado di formare una classe dirigente. Neppure in politica esiste l’abiogenesi.

Senonché, la crisi della politica ci appare come un Giano Bifronte: all’arroccamento della nomenklatura, che assegna future poltrone senza consultare gli iscritti, fa da contraltare, sul fronte opposto, l’arrembaggio a un posto di lavoro ben remunerato da parte degli esclusi dal gioco politico. Tanto varrebbe ammetterlo: le elezioni sono un gigantesco concorso pubblico, in palio qualche centinaio di posti a termine, con contratto quinquennale, rescindibile in caso di chiusura/scioglimento anticipato dell’azienda-Parlamento. E la commissione d’esame? Chi sceglie i commissari e il programma? E i requisiti per l’ammissione vanno decisi per legge, oppure ogni partito sceglie i propri? Rieccoci alla casella di partenza: è inimmaginabile che i partiti – anche i non-partiti come il Cinque stelle – siano estromessi dalla gestione del concorsone. Insomma: non ci sono alternative: cari politici, se non volete riformare i partiti, almeno fissate regole uguali per tutti, in modo che le procedure di selezione – le parlamentarie – siano trasparenti ed eque, su tutto il territorio nazionale. 

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Posted on February 15, 2018 and filed under Post in italiano.

Una cosa o due sulla responsabilità morale

Il leader della Lega, Salvini, ha condannato l’atto terroristico del neofascista che ha sparato sugli immigrati a Macerata – nessun dubbio sulla matrice politica: il neofascista ha fatto il saluto romano, e a casa sua hanno trovato il Mein Kampf. La condanna però è diluita da un commento inquietante: “La responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini.” Eccolo, il principio “due pesi, due misure”. Immaginiamo se l’attentatore fosse stato un giovane musulmano, e se un imam o un leader politico islamico, dopo la condanna rituale del tentato massacro, avesse aggiunto: la responsabilità morale della violenza è di chi ci discrimina in Europa, o di chi bombarda i nostri fratelli in Medioriente.

Chi sarebbero, poi, i corresponsabili “morali”, gli innominati? Presumo i politici del governo in carica. Se fosse così, sarebbe un commento gravissimo. In democrazia criticare il governo è più che legittimo: è salutare. L’opposizione esiste proprio per questo. Criminalizzare invece è da irresponsabili: nessuna politica sull’immigrazione, neppure la peggiore, giustifica (o spiega) un atto violento, eversivo di questo genere. E di certo non è il governo attuale ad aver “riempito l’Italia di clandestini”. Chi è il colpevole, allora? Direi tre figure astratte, che non possiamo trascinare in giudizio: la povertà, il sottosviluppo e le guerre. In tutti i tribunali, compreso quello della storia, possono comparire solo persone in carne ed ossa. Chi sono i responsabili dell’immigrazione incontrollata? Elementare, Watson: coloro che sfruttano le risorse altrui, che speculano in borsa causando recessioni, che fanno patti occulti con élite corrotte per far affari d’oro, che vendono armi, che fomentano i conflitti. Oppure quelli che, pur avendone i mezzi o le capacità, non intervengono laddove incancrenisce l’ingiustizia – anche l’omissione è un peccato. Si tratta di uomini d’affari che si mimetizzano nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, delle multinazionali, delle banche d’affari, oppure di leader politici che si nascondono dietro il paravento dell’interesse nazionale ecc. Alla base di questa piramide c’è lo scafista che lucra, vergognosamente, trafficando esseri umani.

Lo pseudo-ragionamento di Salvini purtroppo è molto diffuso, sia a destra che a sinistra. Anch’io sono caduto qualche volta in un cortocircuito logico, travolto dalla rabbia. Dilaga il terrorismo omicida nel Medioriente? Ebbene, la corresponsabilità morale è di quei paesi occidentali che hanno scatenato la guerra in Iraq, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Così ragionavano anche i comunisti in buona fede, durante quell’orgia di sangue passata alla storia come Rivoluzione d’Ottobre: la corresponsabilità morale è dello zar e dei suoi lacchè. La gente, disperata, affamata, ha imbracciato il fucile. Che altro poteva fare? Stessa autoassoluzione, da parte dei nazisti: la Germania era allo stremo, dopo la Prima Guerra mondiale, chi ci impose riparazioni pazzesche deve salire assieme a noi sul banco degli imputati.  Fu, questo, uno dei punti della strategia difensiva dei gerarchi nazisti a Norimberga. Su un piano più modesto di efferatezza, i teorici delle Brigate Rosse si discolparono incriminando il capitalismo e lo Stato borghese delle multinazionali, e i collaborazionisti del capitale, e i gruppi eversivi neofascisti. Bisognava pur reagire. Anche dando la morte.

Spesso non si inquadrano i problemi perché si confonde responsabilità morale e responsabilità politica. Sì, a volte si sovrappongono. Ma non sono la stessa cosa. Le accomuna solo un tratto: entrambe sono individuali. Chi causa la miseria e le guerre, o non fa nulla per prevenirle, è corresponsabile politicamente delle condizioni in cui può maturare l’estremismo fanatico (è il caso dei leader delle potenze vincitrice del primo conflitto mondiale). Ma chi teorizza e propaganda un’ideologia violenta quale risposta a quelle condizioni ha una responsabilità in più, più grave ancora: quella morale, appunto (è il caso di Hitler e dei suoi scherani; di Lenin, di Stalin e dei bolscevichi). Costui è il vero corresponsabile delle stragi compiute dai propri seguaci. Ma no!, mi dicono. Che analogie son mai queste? Esci fuori tema, il contesto qui è diverso: parliamo di uno spostato, sedicente fascista, in un’Italia democratica, invasa da stranieri. Certo, il contesto è sempre diverso, quando i paragoni mettono in crisi. Insisto: in tutte le epoche scatta la stessa l’operazione, che dà lo stesso prodotto: a) situazione sociale/economica esplosiva + b) ideologia violenta, fondata sull’odio = c) azione eversivo-criminale. Chi ragiona come Salvini, salta a piè pari un anello della catena: l’ideologia.

L’assoluzione per i crimini di matrice politica è efficace a una condizione: quella di cancellare ogni traccia delle alternative concrete, reali. A quel punto ciò che di malvagio avviene è il risultato di una scelta “obbligata”: siamo schiavi della necessità storica. Grandissima menzogna: la storia è fatta dagli uomini, e quindi può sempre prendere un altro corso. Un solo esempio: immersi nella stessa, identica realtà sociale, posti di fronte agli stessi, identici dilemmi, i menscevichi scelsero un socialismo democratico e dal volto umano – furono spazzati via coscientemente dai bolscevichi, che preferirono una feroce dittatura.  Da Freud in poi abbiamo una scusante in più: la follia o le pulsioni inconsce. Un grande filosofo, Ricoeur, ci ha insegnato che il paradigma della nostra epoca è la medicalizzazione della condizione umana. Il che conduce, prima o poi, alla deresponsabilizzazione. Hitler, Goebbels, Eichmann sterminavano ebrei, d’accordo, Ma erano psicopatici. E le altre decine di migliaia di altri nazisti, cos’erano, individui ipnotizzati dai pazzi? Hannah Arendt, in quel capolavoro che è La banalità del male, ci ha insegnato una amara verità: i grandi e i piccoli criminali politici sono fatti della stessa pasta morale. Gli uni hanno bisogno degli altri affinché una follia collettiva – il genocidio, la rivoluzione purificatrice – possa aver luogo. Ogni singolo uomo, nella catena, dà il suo contributo alla macchina della distruzione, la quale non si muoverebbe senza la concatenazione di tante scelte individuali.

Ai cultori delle radici cristiane d’Europa – pullulano, a destra – consiglio di ripassarsi Dante. L’uomo è tale perché è dotato di una facoltà tutta umana che si chiama libero arbitrio. La quale significa capacità congenita di discernere fra il bene e il male. E tutta qui la fonte della moralità. Toglieteci questa libertà ed avrete automi, vittime delle circostanze, irresponsabili non perseguibili. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e la Chiesa cattolica ha dovuto fare i conti con la psicanalisi e il marxismo. E così Giovanni Paolo II ha introdotto il concetto di “strutture del peccato”: realtà sociali che inducono al male. Ma ciò non può in alcun modo scalfire la più grande verità che ci ha trasmesso il cristianesimo.  Per quanto costretto ed oppresso, l’uomo – creato a immagine e somiglianza di Dio – rimane, essenzialmente, un essere morale, responsabile sia delle sue azioni sia delle sue idee manifestate in pubblico.

Per capire quanto il modo di pensare deterministico sia aberrante, basta un piccolo sforzo: immaginate un kamikaze pronto a farsi esplodere fra civili innocenti; un bolscevico che punta il fucile contro un borghese russo; un nazista che fa altrettanto con un ebreo, uno zingaro, un oppositore politico; un brigatista rosso che spara alle spalle al sindacalista Guido Rossa. Ecco, proviamo, in tutti questi casi, a personificare il contesto quale mandante morale dell’omicidio che sta per compiersi: l’occupazione straniera; la miseria nelle campagne; il revanscismo antigermanico; lo sfruttamento capitalistico. Possiamo spremerci le meningi all’infinito: non c’è alcun collegamento fra una di queste situazioni in cui l’uomo armato si trova e la decisione di premere il grilletto. Se fosse la situazione sociale a spingere, per automatismo, alla violenza politica, non potremmo spiegarci un Gandhi: pur umiliato dai colonialisti britannici, scelse la via maestra della non violenza quale forma di lotta. Solo le idee, quelle tossiche, hanno la capacità di indurci all’omicidio politico. E le idee malefiche non sorgono per abiogenesi: qualcuno le concepisce, le esalta, le propaga, iniettando un veleno nel corpo sociale. E qualcun altro – un essere umano “troppo umano” – sceglie di farsi incantare da queste idee piuttosto che da altre. E, naturalmente, quando viene chiamato a rispondere dei suoi atti malvagi, si giustifica come può: sono state le condizioni sociali, economiche, politiche a indurmi alla disperazione! Oppure si appiglia a una scusante psicologica: è stato un colpo di testa, magari frutto di un contagio collettivo. No, non regge: il pazzo spara a caso: il nazista sapeva ben distinguere fra “ariani” ed ebrei; il terrorista, rosso o nero, li sceglie bene i suoi obiettivi. E le attenuanti, che vengono riconosciute in ogni processo? Quelle riguardano il delitto comune. Il crimine politico, più di ogni altro, è frutto di una libera scelta. Nel caso di Macerata, dunque c’è l’aggravante: la motivazione razzistica. Piantiamocelo in testa: la responsabilità morale fa capo sempre a un individuo senziente, che decide in piena libertà.

Sgombriamo il campo da un abbaglio. Premesso che togliere la vita a un essere umano è il crimine più orribile, c’è una differenza sostanziale fra Jack lo Squartatore e Adolf Eichmann: il primo era pazzo, e non faceva proselitismo; il secondo era normalissimo, e reclutava assassini nel nome di una ideologia razzista. I giornalisti sanno distinguere fra cronaca nera e criminalità politica. Ma molti confondono l’una con l’altra. E infatti su Facebook c’è chi giustifica o “spiega” la sparatoria a Macerata come una sorta di “vendetta indiretta”, motivata dall’uccisione di Pamela Mastropietro, una povera ragazza il cui corpo fatto a pezzi è stato rinvenuto nei pressi di Macerata – il sospettato numero uno è un nigeriano, che è in stato di fermo. Non ci siamo proprio. A parte il fatto che, in uno Stato civile, nessuno può farsi giustizia da solo, è evidente l’assurdità del collegamento fra i due fatti: l’omicidio di Pamela – se tale è: gli investigatori stanno indagando – è opera di un folle o di una persona in preda a droghe, la tentata strage è un’azione politica, avente scopo intimidatorio. Il neofascista intendeva uccidere immigrati qualsiasi, colpevoli perché la loro pelle ha lo stesso colore di quella del presunto omicida. Nessun mistero sul movente. Appena arrestato, ha dichiarato: “volevo vendicare Pamela e fare qualcosa contro l’immigrazione perché il fenomeno dell’immigrazione clandestina va stroncato.” Come volevasi dimostrare: costui è moralmente responsabile avendo aderito in scienza e coscienza al nazifascismo. Chiamiamo le cose con il loro nome. Qui il disagio sociale, la psiche disturbata, e quant’altro, non sono attenuanti. E la corresponsabilità morale della tentata strage ricade su tutti i politici che soffiano sul fuoco dell’odio, dell’intolleranza, della xenofobia, per lucrare qualche voto in più.

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Posted on February 12, 2018 and filed under Post in italiano.

I due modelli di partito azienda e la crisi della politica

Non voterei per i pentastellati neppure sotto tortura. Non già perché promettono mari e monti: il viziaccio è generale. Mi fa orrore il loro giustizialismo esasperato, manicheo: i puri (noi) di qua, i corrotti (tutti gli altri) di là. Certo, non l’hanno inventata loro la questione morale; né hanno tracciato la via giudiziaria al potere: Berlinguer li ha preceduti su entrambi i fronti. Eppure il PCI credeva fermamente nel sistema dei partiti, nei sindacati, e nelle culture politiche. I seguaci di Grillo no, loro pensano che i partiti siano cloache a cielo aperto, i sindacati inutili, e le ideologie del Novecento roba ammuffita. Ma siccome neppure il “nuovista” più infervorato può tranciare di netto ogni legame con il passato, ecco che hanno ripescato l’ideale più confacente al loro pessimismo cosmico: quello rousseauiano – “l’uomo nasce buono ma è la società che lo corrompe”. Rousseau è anche il teorico della democrazia diretta (“la sovranità non può mai essere alienata; il corpo sovrano non può essere rappresentato che da se stesso”), ottimo viatico per una società del plebiscito nell’epoca dei social media. E infatti, gratta gratta, emerge una tendenza al totalitarismo digitale: i pentastellati vogliono una società compatta, amorfa, e al tempo stesso spiccatamente individualistica. Assommano quindi i difetti del comunismo e del liberalismo. A parte il riferimento a Rousseau, questi rivoluzionari del Ventunesimo secolo ostentano ambiguità ideologica. Non si collocano né a destra né a sinistra, snobbano con disprezzo queste categorie arcaiche, relitti di un naufragio epocale. Meglio dividere il mondo, con la spada fiammeggiante, fra onesti e ladri, popolo puro ed élites corrotte. Così, paradossalmente, ritorna l’antico che più antico non si può.

Ciò che spicca è l’antipartitismo preconcetto. Qualunque partito – corpo intermedio fra società e Stato; organismo mediatore della volontà popolare nel Parlamento – è corruttore per definizione, lo è geneticamente, anche se i suoi esponenti non rubano neppure un centesimo.  E infatti il Mov. Cinque stelle, sedicente non-partito, può violare sfacciatamente l’art. 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato: i suoi candidati a cariche elettive firmano contratti-capestro: in caso di dissenso devono pagare multe esorbitanti. Una volta eletti, i dissenzienti subiscono forme di mobbing, affinché si dimettano.

Un altro problema amplifica quelli appena descritti: il Mov. 5 stelle è un partito-azienda: il logo e il simbolo appartengono più o meno direttamente a Grillo e a Casaleggio (tramite l’Associazione Rousseau?), e non alla generalità degli iscritti e dei gruppi dirigenti. Apparentemente nulla di nuovo sotto il sole: Grillo ha ripreso il modello antipolitico berlusconiano. In realtà è avvenuta una mutazione genetica. Berlusconi era l’emblema dell’imprenditore prestato alla politica, uomo del fare in contrapposizione ai politici parolai: l’Italia è una fabbrica ciclopica, e come tale va gestita. Basta con estenuanti mediazioni, ci vuole più mercato, più managerialità, più ricchezza. E, soprattutto, più libertà. Questo, in nuce, il manifesto della fantomatica rivoluzione liberale, annunciata e mai realizzata. Coerentemente con tale disegno, Berlusconi puntava a sedurre il ceto medio frustrato; la sua è stata una riproposizione della “marcia dei quarantamila” a Torino (la manifestazione del ceto medio professionale “silenzioso” contro il PCI e i sindacati, che spadroneggiavano alla FIAT), in odio alla sinistra postcomunista e al suo mito: l’egalitarismo, l’operaismo. Una classica rivoluzione borghese, per quanto grottesca: l’imprenditore di successo dava voce e rappresentanza politica a chi si sentiva soffocato dall’egemonia comunista pur avendo già un qualche potere economico o una discreta posizione sociale (il popolo delle partite IVA/i lavoratori autonomi vessati dallo Stato, i liberi professionisti ecc.).

Berlusconi prometteva una libertà canonica, quella neoliberale: basta con lacci e lacciuoli, l’imprenditore, emancipato dalla politica asfissiante, sprigionerà energie enormi. Il berlusconismo è un thatcherismo all’acqua di rose, adattato allo spirito di un popolo vociante ma incline al compromesso, talora acquiescente verso i tatticismi opportunistici, purché non tocchino gli interessi di bottega; un popolo di cattolici che si professano comunisti, un popolo in cui coesistono due anime: quella anarchica e quella apatica (l’atavico “familismo amorale”...). L’antipolitico Berlusconi però aveva un’àncora tradizionale con cui ormeggiava la sua nave nuova di zecca: il liberalismo conservatore. E’ anche per questo, e non solo per i suoi “guai giudiziari”, che non si è mai fatto irretire dalle sirene del giustizialismo. (Un giorno gli verrà riconosciuto un merito: l’aver coagulato una destra di governo “trasversale”, che ha legato le mani ai forcaioli del MSI e della Lega Nord. Così ha impedito che l’Italia si trasformasse in una “Repubblica giudiziaria”. Ha anche concepito una politica estera intelligente, articolata, con obiettivi chiari.)

 L’ex comico è un leader completamente diverso: se ne infischia della coerenza ideologica: l’unico leitmotiv è, appunto, il disprezzo per la democrazia rappresentativa. Grillo poi è antiborghese: sfoggia i panni del Sanculotto, e rivolge la sua predicazione alla massa informe, agli esclusi, agli emarginati. Di qui la potenziale carica sovvertitrice. Potenziale perché, in assenza di una ideologia politica strutturata (socialisteggiante), il sovversivismo è antipolitica allo stato puro, odio per “la casta”, per le élites corrotte. Non c’è alternativa “riformistica” allo status quo, bisogna distruggere il sistema, per ballare – con ghigno sadico – sulle macerie. In questo Grillo è un profeta istrionico dell’anarchismo in salsa italiana. E’ un Giotto rispetto a un Cimabue: ha superato il suo maestro di Arcore. La sua creatura, che si autodefinisce con sussiego “movimento”, sta ai partiti come l’antimateria sta alla materia. Grillo ha capito più di chiunque altro che la crisi della politica apre straordinarie opportunità. Finché dominavano le grandi narrazioni politico-filosofiche (socialismo, liberalismo ecc.) e i partiti di massa che le incarnavano, il genio anarchico-individualista dell’italiano era tenuto a freno.  Ora è possibile un’utopia in linea con i tempi: una libertà nuova, assoluta, inebriante: il cittadino o è del tutto autonomo, una monade vagante nell’etere, o non è; si può vivere benissimo senza l’abbraccio soffocante di partiti, di sindacati, di poteri forti, di banche, di Ministeri della salute che ti vaccinano per compiacere le lobby farmaceutiche ecc.

In sintesi: a Berlusconi non andavano a genio i partiti vecchio stampo: le imprese sono il motore della società. Grillo guarda di traverso sia i partiti, tutti indistintamente, sia le grandi aziende (tranne la sua): i potentati economici inquinano la società, il denaro (ad eccezione di quello che affluisce al suo movimento) è lo sterco del demonio. Il male, insomma, dilaga: si annida in ogni forma di potere, sia politico che economico. Ecco un antipartitismo radicale in cui è innestato un anticapitalismo moralistico e anarchico, senza alcun obiettivo o base dottrinaria (la decrescita felice? le banche etiche? il cooperativismo socialista?). Noi, residui dell’Ancien régime, non abbiamo le coordinate culturali per capire questo guazzabuglio.

Attenzione, però: Grillo, figlio della rivoluzione digitale, ha un piede nel futuro; Berlusconi, figlio della Guerra Fredda, ha tutti e due i piedi nel passato. Il non-partito chiama in causa la politica stessa così come l’abbiamo vissuta finora, ne mette in discussione la ragion d’essere. Qui è l’ultima, sostanziale differenza tra l’allievo e il maestro. Berlusconi ha rivoluzionato il linguaggio della politica, trasformando il senso comune televisivo in una forza politica. Grillo, ben consigliato, è andato ben oltre. Ha compreso che la rivoluzione digitale avrebbe sconvolto la politica tradizionale, che è fatta di riunioni, di tesserati, di correnti, di accordi, di gruppi dirigenti autonomi, di mediazioni. Il Mov. 5 stelle è il primo partito digitale, e la sua forza dirompente risiede nell’uso capillare dei social-media. L’ideale della democrazia diretta si sposa perfettamente con Facebook: il click del mi piace è la nuova forma di consenso. Facebook e Whatasapp consentono anche di propagare (“condivi se sei d’accordo”) immagini e testi con velocità impressionante. Ben pochi si prendono la briga di riflettere o di verificare il messaggio – ciò sarebbe contrario allo spirito dei social media. Così mille attivisti possono raggiungere centomila persone in pochi secondi, ognuno diffonde il virus tramite la propria rete di contatti che si amplifica esponenzialmente tramite i contatti dei contatti...

E tuttavia sarebbe un grave errore demonizzare il Mov. 5 stelle. Buddisticamente, non esiste una negatività assoluta. Questo bizzarro non-partito, scompigliando le carte del gioco, accresce la nostra consapevolezza politica – e ci obbliga a scovare soluzioni creative a problemi incancreniti. In questo è affine alla Lega. Con una differenza. Il destino della Lega è legato a questioni che, pur serie, sono contingenti o passeggere (l’immigrazione, la crisi d’identità generata dalla globalizzazione…). Il Mov. 5 stelle avrà vita più lunga: sguazza in una crisi politica che è sistemica, radicale.

Intendiamoci su un punto: il fatto che i grillini vogliano propinarci una medicina peggiore del male che ci affligge, non significa assolvere chi ci ha traghettati sull’orlo del precipizio. Il mostriciattolo partito-azienda lo si poteva soffocare nella culla. Sarebbe bastata una legge che disciplinasse la vita interna dei partiti, più trasparenza e regole uguali per tutti. Nella Prima Repubblica questa strada non era percorribile: il PCI l’avrebbe sbarrata. Costituzionalizzare la forma-partito democratica avrebbe significato demolire la struttura portante del PCI: il “centralismo democratico” di impronta leninista – le élite decidono la linea, la base discute ma poi segue alla lettera. L’unica scintilla la accese il PSI di Craxi, il primo leader a farsi eleggere direttamente da una assemblea. Che in una democrazia il partito politico – cellula primordiale – debba rispecchiare l’organismo di cui fa parte è ovvio.  Altrimenti viene meno l’osmosi con la società civile, i ceti dirigenti si sclerotizzano, si aggregano élite autoreferenziali. Il rischio è che i partiti si trasformino in macchine di potere, etero dirette da oligarchie. L’unico vaso comunicante con la società civile a quel punto è la clientela, e la sua manifestazione è il voto di scambio.

Ma neppure i partiti diversi dal PCI avevano la coscienza pulita: le correnti, facevano il bello e il cattivo tempo; e la trasparenza, per loro, era veleno: la Guerra Fredda, che fu soprattutto una competizione finanziaria fra Washington e Mosca (ognuno foraggiava in segreto i propri alleati), fra le sue conseguenze ebbe quella di confondere corruzione (arricchimento personale), clientelismo (piaga atavica) e finanziamento illecito alla politica. Senonché una falsa rivoluzione mediatico-giudiziaria, Mani Pulite, aprì la piaga purulenta. Ma nessun leader ha proposto la terapia giusta. L’unica novità post-Tangentopoli fu la nascita di Forza Italia. Altro che democrazia degli iscritti! Da allora, stiamo parlando del 1994, non sono mancate le occasioni per porre mano a una riforma della Costituzione. I partiti hanno preferito fare orecchie da mercante: meglio tenersi Berlusconi, che è un utile spauracchio, e aver mano libera. Cosa è stato fatto per prevenire il populismo e la sua personificazione, il partito-azienda? Nulla! Tant’è che oggi ne abbiamo due versioni concorrenti: quella classica, berlusconiana, e quella 2.0, grillina. I partiti tradizionali, soprattutto quelli grandi, hanno offerto il collo alla ghigliottina “populista”. Le nomenclature continuano, imperterrite, a cooptare i loro collaboratori ed eredi dall’alto. E’ comprensibile che il cittadino qualunque, amareggiato da questo stato di cose, dia ragione ai parvenu della politica: i partiti sono diventati “poltronifici”, dispensatori di cariche ben remunerate.

Abbiamo di che riflettere. Perché – qui sta la genialità di Grillo e di chi lo attornia – il Mov. 5 stelle scavalca (e cavalca) la sinistra, pur pescando nel bacino della destra. Non è un partito equidistante: è molto più sinistrorso di quanto si pensi. E’ cioè antisistema, rivoluzionario, alternativo al potere dominante. Che interpreti in maniera rocambolesca, e forsanche pericolosa, questo ruolo, non muta di un ette la situazione: è la crisi della sinistra ad aver aperto la voragine da cui è spuntato come un fungo velenoso questo movimento di liberi cittadini moralizzatori. Berlusconi non è mai stato un pericolo. E la stessa destra sociale e xenofoba, che pure sta cannibalizzando la sinistra neoliberale (prima gli italiani! Pensioni, case e lavoro ai connazionali!), è un avversario ideale. La vera sfida proviene da questo non-partito di invasati – da che mondo è mondo, spetta alla sinistra incanalare le proteste degli ultimi, dei derelitti, degli esclusi. Morale della favola: o riscopriamo le nostre radici culturali, riproponiamo un programma socialista, stiamo dalla parte dei deboli anche quando hanno torto, oppure siamo destinati a scomparire. E siccome da sempre sbraitiamo sul primato della politica, sulla partecipazione popolare alla cosa pubblica, è dalla madre di tutte le riforme che dobbiamo prendere le mosse: la legge sulla forma-partito democratica. Il partito-azienda 2.0 è là, sulla riva del fiume, che aspetta.

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Posted on February 7, 2018 and filed under Post in italiano.

Povero San Francesco

Rassegniamoci: siamo sotto Natale: dovremo sorbirci l’ennesima polemica demenzial-provinciale sui nemici – più immaginari che reali – del nostro caro Presepe, uno dei simboli più antichi del Natale. Sono cresciuto in Emilia-Romagna, un tempo gloriosa Regione rossa, dove i comunisti mangiapreti facevano allestire presepi stupendi. Ricordo quello, poetico, di Cesenatico: una natività galleggiante pensata per i pescatori, fatta di sagome collocate nelle barche ormeggiate nel porto.

Purtroppo viviamo nel tempo della stupidità universale, sfoggiata con orgoglio. Ogni tanto saltano fuori alcuni idioti – italiani e, purtroppo, di sinistra – che manifestano l’incontenibile desiderio di bandire dalle scuole statali quella che, in Italia, da secoli, è la più popolare rappresentazione della Natività. In ossequio a uno pseudo-multiculturalismo che è tutta farina (avariata) del loro sacco. (S)ragionano, costoro, in base a una logica apparentemente “politically correct”: poveri alunni musulmani, che disagio imbattersi in statuine che raffigurano la Sacra Famiglia. Il presepe, insomma, fa il paio con il Crocefisso appeso ai muri: è uno schiaffo all’identità islamica e al concetto stesso di accoglienza. Che si faccia dunque piazza pulita di tutti i simboli della nostra tradizione religiosa! Solo così riaffermeremo il principio di laicità che implica equidistanza da tutte le fedi. No comment.

Il problema è che gli xenofobi sono molto più intelligenti di questi multiculturalisti in salsa italica, provinciali che non hanno la più pallida idea di cosa sia il dialogo interculturale vero, quello serio – nessun dialogo ha senso quando si azzera la propria identità. E infatti gli xenofobi si fregano le mani: queste uscite folli sono occasioni ghiotte per la costruzione paranoica del nemico interno. Ieri gli ebrei, oggi i musulmani. Ecco che i fascioleghisti in cerca di visibilità mediatica evocano, tutti ringalluzziti, l’immagine truculenta a loro più congeniale: orde di islamici barbuti rifugiatisi in Italia che, coltello fra i denti, si accingono a mozzare la testa alle simpatiche statuine natalizie. Perché è fatto notorio che ogni musulmano è un simpatizzante (più o meno mascherato) dei tagliagole di Al Qaida, oppure un potenziale terrorista jihadista.

La cosa triste – per i cristiani veri – è questa: sempre più di frequente, nella nostra Europa sostanzialmente scristianizzata, simboli religiosi vengono branditi a mo’ di clava contro i nuovi barbari. Della serie: come ammazzare, da veri pagani, lo spirito del cristianesimo. Non sarà una campagna mediatica a favore del presepe a riaccendere la luce della fede, che si è fatta fioca. Ma oggi è ammesso tutto, la demenza è stata sdoganata sui social-media.  Così avviene che sedicenti cattolici attacchino frontalmente Papa Francesco, accusandolo di eresia (ma non dovrebbero ubbidire, fedeli, all’autorità papale?), mentre esibiscono tracotanti il loro odio viscerale nei confronti del diverso di turno. I credenti, anziché colpevolizzare i musulmani di ogni malefatta legata all’affermarsi della modernità, dovrebbero gettarsi a capofitto nell’impresa immane di rievangelizzare l’Europa. Ci sta provando Papa Francesco. Guarda caso ha contro la destra xenofoba e i cattolici iper-tradizionalisti (i Salvini, i Veneziani, i Le Pen). In sintesi: Presepe e crocefisso (depotenziati, s’intende) sì; carità cristiana no.  Ma ai teo-con, si sa, dello spirito evangelico importa assai poco. La loro agenda non ha nulla a che fare con la spiritualità: mirano a pietrificare il cristianesimo: una mitologia identitaria senza calore e senz’anima è un’arma potente da usare contro un Islam torbido e minaccioso. Una strategia, questa, che darà frutti abbondanti nelle urne, alle prossime elezioni.

Ecco perché trovo inutile, fuori tempo, indossare i panni dell’illuminista anticlericale. E’ molto più intelligente, oggi, riappropriarsi dello spirito del Cristianesimo in chiave progressista, solidale, egalitaria. Ascoltiamo un filosofo con una gran bella testa, Massimo Cacciari: la distinzione, oggi, “non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante”. Purtroppo “l’indifferenza regna sovrana e avvolge un po’ tutti: i laici e i cattolici… Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale…” Cosa sta avvelenando il Cristianesimo? Non gli immigrati di fede musulmana, bensì il consumismo sfrenato, la mercificazione, il materialismo più gretto. I cristiani che hanno accettato questo stato di cose sono “servi sciocchi del nostro tempo.” (Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà, a cura di Stefano Zurlo, Il Giornale, 30.11.2017”). 

Non dimentichiamo che La Caritas è la scintilla che ha acceso il socialismo democratico, libertario, non violento. Enfatizziamo dunque la carica sovvertitrice del Presepe, negata dai creso-cristiani d’ogni tempo e luogo: Gesù nacque povero in una famiglia povera. E si batte’ tutta la vita per i poveri. Ardita ma acuta la provocazione del Sindaco di Castenaso, nel bolognese, il quale, nella piazza principale della sua cittadina, ha fatto sistemare in un gommone Giuseppe, Maria e il Bambinello. Sarà filologicamente scorretta, o fin troppo fantasiosa, questa versione della Natività. Eppure la rievocazione della tragedia dei migranti morti in mare coglie con gran efficacia l’essenza del Cristianesimo. Lo fa meglio di certi presepi stereotipati, ingessati, tipici di una tradizione oleografica che ha edulcorato ogni messaggio rivoluzionario. Gesù – parlando di affamati, derelitti, stranieri, perseguitati, ammalati – disse a chiare lettere: “in verità vi dico tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!”

Secondo la leggenda, il Presepe l’ha inventato San Francesco d’Assisi, nel 1223. L’autore del Cantico delle Creature, recatosi l’anno prima in pellegrinaggio a Betlemme, era rimasto affascinato dalle rappresentazioni folcloristiche della nascita di Gesù. Il poverello d’Assisi aveva preso parte – pacificamente, in qualità di “diplomatico” e missionario – alla Quinta Crociata. Nel 1219 era in Egitto, dove i cristiani combattevano i musulmani. Là incontrò il Sultano al-Malik al-Kamil, il cui regno si estendeva fino alla Terra Santa. Il Sultano non si convertì al cristianesimo, e neppure alla pace (conformandosi, in questo, al comportamento dei suoi omologhi, i regnanti cristiani). Ma rimase molto colpito dal coraggio e dal carisma di San Francesco, che fu trattato con grande rispetto. A seguito di quell’incontro storico, il Sultano autorizzò la presenza francescana nei luoghi santi della cristianità. San Francesco ottenne per i cristiani ciò che, in quel tempo, i cristiani negavano ai musulmani: la libertà di culto. Questo esempio di tolleranza va tenuto bene a mente: oggi, anche fra intellettuali di vaglia, va di moda propagandare una megaballa storica: ovvero che i rapporti fra Islam e cristianità sono stati caratterizzati da 1500 anni di ostilità ininterrotta. Per non fare figuracce, basterebbe leggersi i libri del medievista Franco Cardini.

E’ ben vero che i pellegrini cristiani non sempre ebbero vita facile in Medioriente – mica tutti i leader politici islamici erano tolleranti o lungimiranti come al-Malik al-Kamil (del resto neanche tutti i re o imperatori cristiani erano persecutori sanguinari o “crociati belligeranti”, si pensi alla straordinaria figura di Federico II).  Nel 1291, quando San Giovanni d’Acri – l’ultima roccaforte cristiana in Oriente – fu conquistata dalle armate musulmane, i francescani dovettero rifugiarsi a Cipro. Tornarono definitivamente in Terra Santa qualche decennio più tardi, dopo aver ottenuto il permesso di celebrare messa al Santo Sepolcro. Ci riuscirono grazie all’intervento dei Reali di Napoli, i quali nel 1333 avevano acquistato il Santo Cenacolo dal Sultano d’Egitto. Fatto sta che, nonostante le mille peripezie e difficoltà, per lunghi periodi i nostri fraticelli, nel corso degli ottocento anni che intercorrono dalla prima missione francescana ad oggi, hanno potuto custodire in santa pace i luoghi santi della cristianità, nonché officiare messe nella Basilica del Santo Sepolcro. (Già questo basterebbe a sfatare la propaganda in stile Oriana-Fallaci-Magdi-Allam, che soffia sul fuoco dell’odio interreligioso. Se l’Islam è da sempre un blocco monolitico e indifferenziato, se tutti i musulmani sono cloni di Osama Bin Laden, come si spiega la presenza ininterrotta – fin dal I secolo d.C. – di comunità cristiane in Oriente, nelle terre dominate dai perfidi musulmani?)

“Il modello di una chiesa in lotta contro i pagani e le nazioni non rientra nello statuto del francescano”. E infatti San Francesco propose, fra lo stupore dei cristiani belligeranti, una “terza via” ante litteram: né guerra religiosa, né isolamento o emarginazione del nemico, dell’infedele. Questo formidabile messaggero della non violenza, “intuisce che il dialogo è lo spazio della missione per confrontarsi con chi non conosce il Vangelo. Una missione che non si regge sul rigido principio della verità, bensì su quello benevolo della carità.”  (Edoardo Scognamiglio, San Francesco e il Sultano d’Egitto)

E sarà proprio la Caritas l’ideale ispiratore del primo presepe vivente voluto dal poverello d’Assisi. Teniamo bene a mente anche questo, quando ci tocca ascoltare le filippiche dei difensori del Presepe in funzione anti-islamica e anti-immigrati, ipocriti che iniettano l’odio in questa stupenda invenzione della nostra civiltà.

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Posted on December 15, 2017 and filed under Post in italiano.