Berlinguer, santo subito?

Ebbene sì, anch’io – classe 1964 – da ragazzino ero innamorato di Enrico Berlinguer. Figicciotto (nei primi anni ’80 aderisco alla Federazione giovanile comunista) ed ex chierichetto (negli anni ’70 la parrocchia era la mia seconda casa), correvo alla televisione per ascoltarlo, pendevo dalle sue labbra. Difficile resistere al suo carisma: sprigionava passione e idealismo da tutti i pori. Personalità d’eccezione, l’ultimo grande leader del PCI era predestinato – in un paese cattolico qual è l’Italia – al ruolo di idolo delle masse. Pian piano mi passa la sbornia, dopo molti contorcimenti divento laico, e nel 1987 aderisco al partito socialista. Berlinguer comincia ad apparirmi in un’altra luce: quella del predicatore religioso un po’ stralunato. È traumatico abbandonare una chiesa o una setta. Dentro di me risuonavano le condanne della tradizione cristiana: traditore, apostata, eretico. Mi ci è voluto del tempo per gettare alle ortiche tutto ciò che di chiesastico mi portavo appresso: il bisogno d’un papa e di dogmi, la paura delle scomuniche, la venerazione per i testi sacri ecc.

L’approdo al socialismo italiano, per me, era una maturazione politica, non richiedeva abiure e condanne. Non ho mai rinnegato il mio passato. Ho imparato a far politica nella FGCI; quell’ambiente è stato la mia università “popolare”: incontri, discussioni, letture, studio accanito. Ho sempre guardato ai comunisti come a compagni con cui si doveva dialogare; ho sempre creduto nell’unità della sinistra. In politica è da folli pareggiare i conti. Nelle guerre civili, poi, non ci sono vincitori. La storia della sinistra italiana è funestata da scissioni e guerre tribali che l’hanno debilitata con emorragie continue: PSI (1892), PCI (1921), PSDI (1947), PSIUP (1964), PDS (1991), Rifondazione comunista (1991). Negli anni seguenti nasceranno i DS, le varie sigle della diaspora socialista (SI, SDI, i laburisti), per arrivare ai vari partitini dei giorni nostri… (Sinistra e Libertà, Sinistra Italiana, Liberi e Uguali e…chi più ne ha più ne metta!) Lo scissionismo è la malattia endemica della sinistra italiana. Guardate un po’ come ci ha ridotti.

Vengo al punto. A sinistra ci sono due scuole di pensiero contrapposte. La prima (maggioritaria) osanna Berlinguer, la seconda (minoritaria) lo critica severamente. Ne discendono due posizioni inconciliabili: la sinistra del 21esimo secolo è in crisi perché ne ha tradito il lascito immortale; la sinistra è alle corde anche perché non ha saputo emanciparsi dal pensiero di quella figura ingombrante. Io appartengo alla seconda scuola: dobbiamo osservare Berlinguer con occhi disincantati, altrimenti non verremo a capo di nulla. I duri e puri che impallinano e boicottano la sinistra di governo – quale essa sia, qualunque cosa faccia – è a lui che si ispirano, più o meno consapevolmente. Sono consapevole che verrò sommerso dagli sberleffi o dagli insulti: guai a criticare un politico somigliante a Padre Pio. Predomina l’agiografia: Berlinguer è l’emblema vivente della politica onesta e idealista. Anche Matteo Renzi, leader pragmatico e antiberlingueriano di fatto (lo dico in senso positivo), è costretto a professarsi berlingueriano. Ecco la regola non scritta: vuoi porti alla guida della sinistra? Allora devi esordire con una giaculatoria in memoria di San Enrico Berlinguer, e concludere con la condanna del luciferino Craxi.

Intendiamoci, Berlinguer era animato da impulsi e motivazioni nobili: il disinteresse personale fino al sacrificio di sé, la passione politica totalizzante e l’amore per la cultura – la militanza, per i comunisti, non è solo un mezzo per la conquista del potere, è anche impegno intellettuale, ricerca, arricchimento spirituale (ma Bettino Craxi e altri leader della Prima Repubblica erano forse diversi?) Qualità, queste, di cui sentiamo fortemente la mancanza: oggigiorno furoreggia una classe politica di nanerottoli, il cui unico pensiero è occupare poltrone. Detto ciò, se sommiamo algebricamente pregi e difetti di Berlinguer alla fine prevale il segno meno. Prima di argomentare, faccio due premesse:

1) Ho sempre rispettato Berlinguer, nonostante tutto. Purtroppo né Saragat né Craxi hanno ricevuto lo stesso trattamento di favore da parte dei compagni comunisti.

I quali avevano l’insulto facile – social-democratico uguale traditore della classe operaia/revisionista/borghese; riformista uguale opportunista/corrotto/venduto ai poteri forti. Craxi è la personificazione del male, l’eminenza grigia del CAF (acronimo spregiativo che sta per Craxi, Andreotti, Forlani), nonché l’apripista del corruttore per eccellenza, Silvio Berlusconi. Il male si era già incarnato in Saragat. Dopo di Craxi si manifesta in Matteo Renzi, il berlusconiano sotto mentite spoglie. La sinistra pura e dura non ha mai tollerato invasioni di campo e revisionismi. O con noi, o contro di noi. Questa mentalità manichea e intollerante è tenace come la gramigna, benché i comunisti siano scomparsi.

2) Berlinguer è uno dei personaggi politici più famosi e ammirati, e al tempo stesso è il più incompreso/sconosciuto di tutti. I suoi ammiratori gli hanno alzato attorno una cortina fumogena. L’aura del santo non aiuta a capire le fragilità dell’uomo. Ci vorrebbe uno studio sul processo di canonizzazione che ha reso Berlinguer un intoccabile. Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari e altri intellettuali di spessore hanno raffigurato un comunista eroico e fantastico, ovvero un finto comunista: un socialdemocratico in pectore, un nemico dell’URSS, un anticipatore del PD ecc. Una manipolazione che prorompe da quel fiume carsico che si chiama cattolicesimo. Sulla cultura italiana – anche su quella popolare – gravano i sedimenti della Controriforma cattolica: assenza di spirito critico, conformismo ideologico, dissimulazione e trasformismo, purezza ideologica ostentata che va a braccetto con la spregiudicatezza praticata, esaltazione della continuità provvidenziale del partito-chiesa e dell’unanimismo anche quando le fratture saltano agli occhi. I comunisti si ispirano alla storiografia cattolica più ideologica: Bonifacio VIII, il papa simoniaco e corrotto, e Giovanni XXIII, il papa buono e “laico” del Concilio, rientrano a pari merito nella medesima storia, le soluzioni di continuità nel cattolicesimo sono più immaginarie che reali. Nulla salus extra ecclesiam, anche perché la Chiesa è un monolite sempre uguale a se stesso. Ciò vale anche per il PCI, da Gramsci a Togliatti e Berlinguer: tutti d’accordo per la stessa causa. In sintesi: l’esplorazione del mito Berlinguer illumina alcuni meccanismi e logiche che hanno ritardato l’evoluzione della politica italiana, ci consente di capire i costumi e le nevrosi dei nostri connazionali.

Ora sono pronto a lanciare il sasso nello stagno.

a) La tesi del marrano, comunista fuori ma socialdemocratico dentro, è totalmente falsa. Berlinguer è, e rimarrà fino alla sua morte, un marx-leninista arci convinto. Certo, spicca una incongruenza: nei fatti il PCI si comporta da partito socialdemocratico; in teoria rimane comunista e rivoluzionario secondo la lezione gramsciana. Ma questo è l’esatto opposto di ciò che dicono gli ammiratori di Berlinguer: il PCI è opportunisticamente “riformista”, perché la situazione non consente salti dialettici al paradiso terrestre. Berlinguer, insomma, perpetua la scissione fra teoria e prassi, che è la cosa più deleteria che un partito d’ispirazione marxista possa fare. Se c’è stata confusione ideologica in Italia lo dobbiamo anche a lui (“noi comunisti siamo per la democrazia borghese, per Dio, ma tenete sul comodino Stato e rivoluzione di Lenin compagni!”). Se non abbiamo avuto un partito socialista di massa, la colpa è anche sua. In tutta Europa “socialista” non è mai stato una parolaccia, tant’è che nel Parlamento europeo campeggia, orgoglioso, il gruppo dei socialisti e dei democratici. Se in Italia quel termine stupendo del lessico politico dà l’orticaria, non è a causa della corruzione del PSI (che peraltro non era l’unico partito a vivere di finanziamenti illegali). I socialisti hanno subìto decenni di propaganda ideologica, vere e proprie campagne d’odio, solo perché si erano allontanati dal retta via, il marx-leninismo. Quale politico sano di mente vuole l’eredità di un partito di appestati? Si legga “Il Vangelo socialista”, noto anche come “saggio su Proudhon”, testo chiave del liberalsocialismo scritto da Craxi e Pellicani nel 1978 (riedito, con un interessante carteggio, da Aragno), e si studino le reazioni isteriche dell’intellighenzia marxista.

b) Berlinguer è senz’altro un patriota della Costituzione repubblicana. Ed è un democratico sincero. La sua cultura marxista però è una zavorra: non crede (come Craxi) nell’alternanza fra partiti diversi, bensì nell’alternativa di sistema. Le elezioni servono per transitare a una società compatta, indifferenziata, di eguali. Il compromesso storico – l’alleanza fra DC e PCI, ovvero fra masse cattoliche e comuniste – è una necessità storica: la rivoluzione gramsciana non si fa col 51% dei voti, l’instaurazione della Gerusalemme Celeste richiede un consenso quasi totale. Craxi continuerà a insistere: è tempo di fare dell’Italia un Paese davvero europeo, nel quale conservatori e progressisti possano contendersi il governo (bipolarismo sano); i socialdemocratici tedeschi hanno già metabolizzato da un bel pezzo la loro svolta storica, la Bad Godesberg, e hanno vinto più di una volta le elezioni. Berlinguer osteggia e combatte questa eresia con tutte le sue forze. Così il PCI si autorelega all’opposizione e spinge il PSI nelle braccia della DC. O tutto (il comunismo), o nulla.

c) Il compromesso storico è un programma rivoluzionario che unisce due elementi tossici per la liberal-democrazia: l’odio nei confronti del nemico di classe e il desiderio di un’alternativa di sistema che estirpi il male dal mondo – la finalità del governo è convertire gli avversari, ovvero cancellarli, distruggerli. Il comunista democratico non li elimina fisicamente, ci mancherebbe altro, prosciuga però i loro pozzi mediante una riforma radicale della società, preceduta dall’indottrinamento di massa (l’egemonia gramsciana). La strada verso il comunismo è a senso unico, non è previsto alcun ripensamento. Questa visione dogmatica, fideistica, cozza con il riformismo socialista, che è una cultura politica improntata alla ragionevolezza, autentico spirito di compromesso, accettazione dei limiti dell’uomo, elogio della tolleranza (il dubbio e l’errore sono mezzi per giungere alla verità). Il riformismo craxiano, in breve, si nutre dello spirito illuministico.

d) Di fronte alla crisi del comunismo, Berlinguer sceglie l’arroccamento ideologico: lo fa con notevole destrezza. Lo strappo da Mosca è enfatizzato oltre ogni ragionevole misura: Berlinguer continua a credere ossessivamente nel comunismo. Non in quello lì, s’intende. Il suo “eurocomunismo” è democratico e libertario. Ma su un punto non si transige: è assolutamente necessario abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, proprio come in URSS. Non ci sono prove che il PCI sotto la direzione di Berlinguer abbia cessato di percepire ingenti finanziamenti illegali dall’URSS, culla del socialismo reale. Al contrario, è cosa nota che il flusso di denaro sporco è continuato ad affluire nelle casse del PCI fino all’ultimo suo giorno di vita (questo il filosovietico Cossutta lo mette per iscritto). Così si spiega perché Berlinguer non sostenne mai apertamente il dissenso nei Paesi dell’Est nella stessa misura in cui lo fece Craxi.

e) Berlinguer dà nuovo impulso alla peggior tradizione comunista: la demonizzazione dell’avversario politico. Rinverdisce la tradizione del suo mentore Togliatti, secondo cui Turati era un social-fascista, un corrotto dal parlamentarismo borghese. Con la differenza che Berlinguer lo fa trent’anni più tardi, e quindi intossica la società italiana con dogmi, schemi, parole d’ordine fuori tempo. Ecco che Craxi, leader socialista e democratico genuino, diviene un nemico della democrazia.

f) In mancanza di un progetto politico, e di fronte allo sbriciolarsi del comunismo sovietico, Berlinguer escogita la “questione morale”. Ovvero fuoco, fulmini e fiamme sui nostri nemici. Moralismo a iosa, politica concreta: zero – noi siamo onesti, gli altri sono ladri e corrotti. Noi comunisti siamo antropologicamente diversi. Gratta gratta, emergono le tare del comunismo, che è una fede religiosa travestita da scienza. Il giustizialismo risponde al desiderio di purezza e di assoluto, è una lotta rivoluzionaria di stampo leninista. Una lotta epica, dai tratti messianici, condotta a suon di invettive, che deve fare tabula rasa. I socialdemocratici, i socialisti e i democristiani ostili al PCI sono in combutta con i borghesi corrotti, i padroni, gli sfruttatori. Appare in filigrana l’uso politico della giustizia che dominerà trent’anni politica italiana, impantanandola in un moralismo velleitario. I cinque stelle sono i figli legittimi e coerenti della predicazione berlingueriana.

g) Durante il regno Berlinguer, il PCI resiste alla laicizzazione della società italiana: l’ossessione del compromesso storico con i cattolici fa sì che ogni legge invisa alla Chiesa vada smussata o depotenziata. È il PSI (più ancora dei radicali) a trascinare la sinistra intera nella lotta referendaria su divorzio e aborto. Il Togliatti che, nel dopoguerra, s’impunta affinché i Patti Lateranensi siano recepiti nella Costituzione è molto più comprensibile: una guerra fredda di stampo religioso dividerebbe la classe operaia. La politica del “pugno chiuso benedetto dall’acqua santa” trent’anni più tardi, in una società profondamente trasformata dal boom economico e dalla secolarizzazione, ha senso solo se si riconosce un dato di fatto: Berlinguer brancola nel buio, privo di una strategia. È così che l’alleanza con il mondo cattolico diviene un dogma. Laicità vuol dire dubbio metodico; Berlinguer vive di certezze granitiche. Una sinistra moderna e vincente concilia diritti civili, di libertà, e diritti economico-sociali, le pari opportunità. Il PD, nato da un compromesso storico bonsai, riformista perché la storia ce l’ha costretto, si è dedicato in ritardo ai primi (la legge sulle unioni civili l’ha fatta passare Matteo Renzi, non D’Alema) e ha finito per trascurare anche questi ultimi (e infatti il PD acchiappa i voti soprattutto nelle aree benestanti del Paese).

h) Il PCI berlingueriano ha lavorato in profondità per azzoppare il liberal-socialismo, e c’è riuscito. La conquista del potere, per la sinistra, è tuttora una questione ideologica (di qui l’enfasi sull’antifascismo, sulla lotta di civiltà contro il nemico di turno ecc.). Anche questa è un’eredità del marxismo: i programmi concreti passano in secondo piano, chi vuole migliorie al sistema è un riformista borghese. Una sinistra moderna e vincente concilia diritti e doveri, o, come diceva Claudio Martelli, mette assieme meriti e bisogni. Il PCI berlingueriano ha sempre disprezzato la meritocrazia, concetto borghese. I cinque stelle che promettono mari e monti, pur con un’economia che ansima, provengono da quella storia lì. Chi negli ultimi vent’anni ha ceduto ai poteri forti, alle banche d’affari, alla politica estera statunitense? Chi ha voluto le liberalizzazioni selvagge? Chi ha coltivato la retorica dei diritti a prescindere? I cattocomunisti riciclatisi nel PD, non già i socialisti craxiani che hanno sempre difeso l’Italia, il primato della politica, il concetto di comunità solidale fondata su diritti e doveri. Ecco perché il PD è perennemente sull’orlo di una crisi: occupa lo spazio del PSI e del PSDI, e quindi sarebbe debitore a figure pragmatiche come Amendola, Lama e Craxi, ma è pur sempre figlio della visione politicistica e ideologica di Berlinguer. In una parola: è un partito pragmatico nella gestione del potere, ma cattocomunista nell’animo. È per questo che il PD non ha saputo affrontare l’emergenza emigrazione, e ha invece sventolato con energia la bandiera della lotta al razzismo e al fascismo che risorge di continuo dalle sue ceneri.

i) Berlinguer non rifiuta la modernità in senso lato – questo è un trito e ritrito luogo comune che, peraltro, non vuol dir nulla (Craxi, l’alter ego, non propugnava codesta eterea modernità, bensì il ritorno alla tradizione socialista italiana). Più semplicemente, rigetta con sprezzo la cultura “borghese” liberaldemocratica. Elogia la cultura sì, ma secondo un concetto gesuitico: noi comunisti siamo gli unici depositari della verità, il dissenso è pericoloso per l’unità del partito e della classe operaia. I danni di questa impostazione religiosa li tocchiamo con mano. Anziché educare la propria base al libero pensiero, allo spirito critico, il PCI la indottrinava – altra cosa erano i funzionari di partito: colti e intelligenti. Venuta meno la mamma chioccia, i pulcini hanno trovato rifugio nella Lega sovranista.

j) Quando Craxi svecchia la struttura organizzativa del PSI introducendo l’elezione diretta del segretario, prefigura un modello di partito democratico fin nel midollo – il partito microcosmo della società libera e aperta. Il passo successivo sarebbero state le primarie, obbligatorie per legge. Berlinguer, per reazione, blinda il centralismo democratico-burocratico di matrice leninista. Il messaggio è chiaro: in parlamento non passerà mai una legge che disciplini in senso democratico la vita interna dei partiti politici. Sì, su questo punto il PD (unico partito che si avvale di primarie) ha mutuato più dal PSI craxiano che dal PCI. Tuttavia, si è mosso tardi e in maniera poco convincente, per via del suo retaggio cattocomunista. Se oggi si sono affermati i cinque stelle – e prima ancora il partito azienda di Berlusconi –, partiti di proprietà dei loro fondatori, la responsabilità è del PCI berlingueriano.

In sintesi: Berlinguer si chiuse a riccio, impedendo l’evoluzione del PCI in senso socialdemocratico e liberale. Ha impedito l’unità della sinistra su basi programmatiche vincenti. È a lui che bisognerebbe chieder conto delle nostre disfatte epocali, a partire dallo sfracello della gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. Sono altri i dirigenti comunisti che meritano la nostra ammirazione: Giorgio Amendola, Luciano Lama, Emanuele Macaluso, Giorgio Napolitano. Ovvero i “miglioristi”, l’ala riformista e pragmatica del PCI in odore di eresia perché troppo vicina alla mentalità socialista. Se il PCI l’avessero preso in mano loro, la sinistra avrebbe potuto rigenerarsi e trasformare l’Italia a partire dagli anni ’80. Siamo in ritardo di oltre trent’anni a causa del conservatorismo dogmatico di Berlinguer. Morale della favola: l’Italia conta come il due di coppe quando a briscola comanda bastoni; l’economia non ha più la tigre nel motore, e i ceti popolari, i lavoratori ora votano Lega (che offre protezione) e cinque stelle (che li rassicura sul versante della questione morale).

All’indomani del colpo di Stato del generale Jaruzelski in Polonia, Berlinguer, ospite della rubrica televisiva Tribuna Politica dice una serie di cose che confermano le mie osservazioni e contraddicono le sciocchezze che Scalfari, Veltroni e altri sciorinano da anni: la critica all’URSS è blanda; la Rivoluzione d’Ottobre – un’orgia di sangue, in cui Lenin e i bolscevichi fucilarono anzitutto i socialisti democratici, i menscevichi – rimane un evento mitico, il big bang della storia mondiale; il marx-leninismo conserva una sua validità, e infatti la socialdemocrazia è in errore tanto quanto il comunismo sovietico; il comunismo è la soluzione ai problemi dell’umanità. Appena otto anni dopo, nel 1989, crollerà il muro di Berlino nel tripudio dei tedeschi e del mondo libero; nel 1991 seguirà l’implosione dell’URSS. Berlinguer non assisterà a quegli eventi che frantumano la generosa ma folle utopia comunista – eretta su una via lastricata da decine di milioni di morti sui quali Berlinguer non ha mai avuto alcunché da ridire. Morirà nel 1984 poco dopo aver arringato appassionatamente una piazza stracolma a Padova. Dopo quell’ultimo, eroico comizio inizia la leggenda. I funerali porteranno in piazza circa due milioni di militanti, e di semplici cittadini addolorati per la perdita. L’immagine commovente dell’anziano socialista, ex partigiano e Presidente Sandro Pertini che accompagna la bara come se dentro ci fosse suo figlio è stampata nella mia memoria. Financo il camerata Giorgio Almirante porterà i suoi rispetti alla salma dell’avversario, senza che gli venga torto un capello. Ricordiamo anche noi Berlinguer con il rispetto che merita. Ma non facciamone un santo; non dimentichiamo che fu lui a cacciare la sinistra italiana in un vicolo cieco da cui non è più uscita.

«Ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che effettivamente la capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si sono create nell’Est europeo è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi e che ha la sua data d'inizio nella Rivoluzione socialista dell’Ottobre. Oggi siamo giunti a un punto in cui quella fase si chiude. Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validità; e che d’altra parte vi sia tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti e debbono essere abbandonati e del resto sono stati da noi stessi abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione, centrata su un tema che non era centrale in Lenin. Il tema su cui noi ci concentriamo è quello dei modi e delle forme della costruzione socialista in società economicamente sviluppate e con tradizioni democratiche, quali sono le società dell’occidente europeo. Da questo punto di vista, noi consideriamo l’esperienza storica del movimento socialista nelle due fasi fondamentali: quella socialdemocratica e quella dei paesi dove il socialismo è stato avviato sotto la direzione di partiti comunisti. Entrambe vanno superate criticamente con nuove soluzioni, cioè con quella che noi chiamiamo la terza via, terza rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e ai modelli dell’Est europeo». Enrico Berlinguer, Tribuna Politica, Rai, 1981

Foto: Gian Maria Turi

Foto: Gian Maria Turi

Posted on June 17, 2019 .