“Dio, patria e famiglia” – e le spose bambine

Assistiamo da giorni al massacro mediatico della senatrice Monica Cirinnà. La sua colpa imperdonabile? Aver dissacrato valori spirituali eterni durante una manifestazione che celebrava l’otto marzo: ha esibito un cartello recante l’orripilante scritta “Dio Patria Famiglia. Che vita de merda”.

Derubrichiamo le reazioni isteriche alla solita tempesta in un bicchier d’acqua? No, sarebbe un errore. Ne ha commessi abbastanza la Cirinnà. Primo: l’intrepida esponente del PD ha rispolverato l’antifascismo identitario. Che bisogno c’era, in questa occasione? “Filologicamente” l’operazione sarebbe corretta: chi più beceramente antifemminista dei vecchi fascisti? Politicamente la sua sortita è stata un boomerang. L’ossessivo richiamo al fascismo, madre di tutti i mali, è tipica di una sinistra salottiera, scollegata dal mondo reale. In sintesi: tanto fumo ideologico e niente arrosto. Ci sarebbero mille modi più efficaci per promuovere la causa dell’emancipazione femminile, nell’Italia odierna. Quali fenomeni perversi vogliamo denunciare? C’è l’imbarazzo della scelta, compagni: il perdurare di femminicidi e di violenze fisiche nei confronti della propria moglie o compagna (spesso tollerate o giustificate in certi ambienti e aree depresse del Paese); talune sentenze folli contro rei confessi che hanno assassinato la moglie o la fidanzata (l’uomo ha agito in preda a un raptus? Beh, allora dimezziamogli la pena); affermazioni aberranti da parte di uomini della legge dai quali non ci si aspetterebbe una mentalità retrograda (lei era troppo brutta per esser violentata dunque l’imputato è innocente); la disparità nel trattamento economico fra donne e uomini, l’insufficienza di asili nido che rende molto difficile la condizione della madre lavoratrice. Eccolo, il modo intelligente per stanare il Ministro della famiglia: dobbiamo pretendere interventi sociali e sgravi fiscali a tutela della maternità e della prima infanzia. Allora sì che le donne potranno tornare a far figli, se lo vorranno. Oggi molte vorrebbero, ma non possono. Detto a latere: questo è l’approccio riformista per eccellenza per smontare la fuffa ideologica del Congresso della famiglia di Verona. Andiamo sul sodo: provvedimenti concreti, ispirati alla politica nenniana delle piccole cose. Ogni governo deve anzitutto governare, agire in concreto, cambiare le cose in meglio; non ci interessa che i suoi ministri testimonino la loro visione in estenuanti battaglie ideologiche e culturali che lasciano il tempo che trovano.

Secondo errore, che aggrava il primo: se proprio sei fissato con il fascismo, impara a comunicare bene – secondo canoni aggiornati. Guai a te se ignori o sottovaluti la dinamica perversa dei social media, a partire da Facebook, il più “macina sassi” di tutti. Discussioni e polemiche, oggi, sono appiattite, perché si svolgono all’insegna di tre fattori: la velocità, la superficialità, e l’immediatezza (esiste solo il presente assoluto). Le riflessioni pacate non acchiappano “like” o “followers” e fanno perdere tempo prezioso. Quindi sono bandite dai comunicatori social e dagli “influencer” di partito che nella propaganda ci sguazzano. Questo ambiente è, per dirla schietta, il letame in cui fioriscono le manipolazioni più ardite. Ecco la trappola in cui l’incauta Cirinnà è caduta: la frase del suo cartello è stata sradicata dal contesto storico, come se quelle fossero tre parole indipendenti le une dalle altre, giustapposte così, a casaccio, tanto per dar fiato alla bocca. Per un bel po’ di internauti la Cirinnà avrebbe deriso e rinnegato al tempo stesso i tre pilastri – o totem, a seconda dei punti di vista – della nostra civiltà: la fede (“sostanza di cose sperate” e nobile ideale trascendente), il patriottismo (collante dello Stato italiano e della comunità di destino cui apparteniamo), la famiglia (luogo di affetti e cellula della società). Lo sfregio è grave: questo significa assestare un colpo sotto la cintola a tutti i connazionali credenti – il cattolicesimo non è forse il cuore pulsante della nostra tradizione culturale? Morale della favola: abbiamo a che fare con una tracotante femminista che è atea, anticlericale e anti-italiana. Un’occasione ghiotta: diamola in pasto ai leoni da tastiera. Basta postare una foto della Cirinnà su Twitter o Facebook con un commentino acido, e la gogna parte alla grande. Le folle virtuali si intrupperanno nel picchiare il sacco delle botte di turno. Vai a difenderti in un luogo virtuale dove non puoi argomentare più di tanto!

Terzo errore. Agendo così, in questa maniera sprovveduta, ti sei fatta appiccicare addosso una nomea che non porterà fortuna alla sinistra. Non l’avevi capito che stanno tornando in auge valori forti, appunto la religione, le tradizioni e il senso di appartenenza alla comunità nazionale? Non sarebbe più saggio farli propri, quei valori, interpretandoli in chiave progressiva? Esempio: fede cristiana ovvero caritas & solidarietà verso i deboli; amor di patria ovvero “One Nation” (motto del partito laburista britannico), cioè politiche di inclusione, diritti e doveri uguali per tutti; famiglia ovvero servizi sociali e leggi che sostengano concretamente le giovani coppie (più asili nido e rette basse, mutui agevolati ecc).

L’operazione manipolatoria della destra xenofoba sarebbe stata impossibile sulla vecchia carta stampata. Oppure non avrebbe scalfito nulla e nessuno. Ora fatemi ragionare come un tempo. In realtà, “Dio Patria Famiglia” è – secondo i linguisti e i grammatici (membri anch’essi della casta accademica?) – una locuzione, cioè un gruppo di parole funzionanti come un’unità autonoma. Assomiglia a una frase fatta, a un modo di dire. In termini politici: trattasi di un motto, o di uno slogan. Non c’è bisogno di consultare polverosi libri di storia o la Treccani. I nativi digitali possono andare su Wikiquote, dove “Dio patria famiglia” figura fra gli slogan fascisti al pari di “Libro e moschetto fascista perfetto”. Vespa, nel suo libro C’eravamo tanto amati, ne attribuisce la paternità al gerarca Giovanni Giuriati. Chi ha letto un po’ nella sua vita, sa anche che quella frase era, ed è tuttora, popolare nei circoli ultra tradizionalisti cattolici, quelli per intenderci che denigrano Papa Giovanni XXIII, il geniale e illuminato propiziatore del Concilio Vaticano II, dipingendolo a tinte fosche come un massone, un socialista, un traditore del cristianesimo.

Presi singolarmente, Dio, patria e famiglia, hanno una storia. La Cirinnà e i tradizionalisti cattolici parlano della stessa entità e degli stessi concetti? Direi proprio di no. Il dissenso interpretativo c’è sempre stato. L’Essere Onnipotente invocato dai vescovi che benedicevano le nostre truppe coloniali inviate in Etiopia dal Duce, consapevoli che ci sarebbero state stragi, non è lo stesso Dio di don Giovanni Minzoni, l’antifascista vigliaccamente bastonato a morte dagli squadristi nel 1923, e non è neppure la stessa divinità cui si rivolge il mite e illuminato Papa Francesco. E la patria dei fascisti alleati di Hitler è la stessa dei partigiani delle Brigate Garibaldi che si battevano per la libertà? E la famiglia fascista è la medesima della famiglia moderna nella quale le donne sono titolari di diritti al pari degli uomini? Nessuno, fra i critici della Cirinnà, ha rimarcato il vero scandalo: l’appropriazione sacrilega di Dio da parte di personaggi che volevano seminare morte e distruzione e sono stati coerenti con i loro bellicosi propositi. Nell’infame guerra d’Abissinia (1935-36) le nostre truppe uccisero decine di migliaia di etiopi (si stimano oltre 200.000 vittime, fra militari e civili). Mussolini autorizzò sia l’uso dei gas asfissianti proibiti dalla Convenzioni di Ginevra sia le repressioni feroci nelle quali furono massacrati anche innocui monaci copti, cioè cristiani.

“Dio Patria Famiglia” non evoca proprio per niente la patria liberaldemocratica di oggi, bensì lo Stato assoluto, dittatoriale, nel quale non c’erano cittadini aventi diritti ma solo sudditi, il cui dovere era “credere, obbedire, combattere”. Immolarsi per la patria fascista era un onore. In quel contesto, la donna, “fattrice di figli e angela del focolare”, era in stato di perenne soggezione al marito, il pater familias; prima di sposarsi lo era stata al padre padrone. Il retroterra ideologico di quello slogan, quindi, è chiarissimo: l’autoritarismo che la Repubblica nata dalla Resistenza ha cancellato dalla storia d’Italia. Per chi avesse dubbi: intendo la nostra amata Repubblica democratica fondata sul lavoro che, alla prima occasione, ovvero nel 1945, concesse il suffragio universale – finalmente anche le donne potevano votare.

Può darsi che una vita all’insegna dell’obbedienza cieca a chi porta i pantaloni, non fosse affatto “de merda”. Le donne della destra illiberale, però, dovrebbero metterla in pratica anziché sbeffeggiare le femministe. Noto invece una dissociazione schizofrenica fra valori dichiarati e vita vissuta. Mi rivolgo ora a chi usa la religione a fini politici: vari esponenti della destra postfascista italiana – mentre inneggiano a “Dio Patria Famiglia” – concepiscono figli al di fuori del matrimonio, convivono senza sposarsi, si divorziano senza batter ciglio e si risposano allegramente. Vivono cioè liberamente (e meno male!), come tutte le altre donne italiane. In seguito all’irrompere della modernità in quella che era una società agricola con tratti semi feudali e grazie alle conquiste della sinistra, possono avvalersi di diritti che nel Ventennio manco si sognavano. Nel 1974 il MSI e la DC (referendum abrogativo) si schierarono contro la legge sul divorzio, cioè contro la libertà di scelta per chi non la pensava come loro. Mentre le sinistre e i laici non obbligano nessuno a divorziare. Abbiano la decenza, i nostalgici del Duce, di non avvalersi di quella legge di civiltà, se (com’è legittimo che sia) la ritengono una legge barbara di cui non condividono né lettera né spirito.

Libere tutte le donne e tutti gli uomini di autentica fede di vivere in una famiglia tradizionale e di propagandarne la bellezza, ci mancherebbe altro. Dirò di più: ammiro la loro coerenza e il loro coraggio nell’esporsi in pubblico. Non sono tempi facili neppure per loro. Li rispetto, a una condizione però: che non tentino di imporre il modello ideologico tradizionalista a me. Io, da liberale, non impongo nulla nessuno. Sempre a proposito del Dio fascista e della patria in camicia nera: alcune femministe hanno imbrattato la statua di Indro Montanelli, reo di essersi unito in matrimonio con una bambina di dodici anni, quando era un sottotenente 26enne in Africa al comando di un battaglione di militari eritrei, i famosi ascari. Acquistata dal padre come fosse una pecora, se ne servì per sfogare i suoi istinti finché ne ebbe bisogno, immagino che a fine servizio l’abbia riconsegnata al legittimo titolare della patria potestà. Non mi risulta che Montanelli si sia mai pentito di questo suo comportamento – che conflitto ci sarà mai stato con la morale imperante al tempo di “Dio Patria Famiglia”? Il mitico giornalista parlò pubblicamente della compravendita della sua ex sex slave ben 33 anni dopo, nel 1969, durante il programma televisivo di Gianni Bisiach, L’ora della verità. Incalzato duramente dalla giornalista Elvira Banotti, lui si giustificò dicendo “nessuna violenza perché le ragazze in Abissinia si sposano a 12 anni”.

Che bella lezione per tutti coloro che oggi attaccano con ferocia i musulmani che fanno la stessa cosa – sempre in ossequio agli usi e costumi locali. Chissà quante migliaia di soldati bianchi, di pura razza italica, cristiani (magari anche praticanti), si procurarono una sposa bambina negli anni Trenta del Novecento. Erano i nostri nonni. Ma, si sa, sono passati troppi anni, inutile rivangare. In ogni caso, vige il principio che la tradizione – anche quella altrui – è sacra quando rispetta le necessità fisiologiche dei nostri soldati. Chissà soprattutto cosa direbbe la mogliettina eritrea di Montanelli, se fosse viva e assistesse a questo dibattito surreale. Potremmo darle torto se, associandosi alla Cirinnà, ci urlasse in faccia – “Dio Patria Famiglia. Che vita de merda”?

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Posted on March 21, 2019 .