Il senso perduto delle parole

Una delle tendenze più preoccupanti del nostro tempo è lo svuotamento semantico. Non parlate a vanvera: le parole hanno un significato ben preciso, attestato dall’uso e riportato nei migliori dizionari – ci ripetevano fino alla sfinimento i nostri professori. Questo modo di intendere la comunicazione, dicono tuttavia i neogiacobini che pascolano su internet, è un lascito ammuffito del Novecento. Reazionari, vi state opponendo alla rivoluzione! Rottamiamo, insieme alle ideologie e ai partiti, anche le regole e le convenzioni linguistiche! Vadano a farsi benedire i membri della Casta Universitaria e delle Accademie, insieme con le loro grammatiche, e i loro vocabolari. Io me ne infischio dell’etimologia e di tutte le definizioni/categorie cervellotiche elencate in quei libroni. Quel che conta è l’efficacia dell’atto linguistico. Protesto, urlo, calunnio ergo sum. 

È innegabile che i social media, nell’attuale clima che esalta la spontaneità e la sregolatezza, abbiano dapprima tollerato poi incoraggiato gli sproloqui, le parolacce, gli insulti e le aggressioni verbali a ogni piè sospinto. Chicche, queste, che fanno il paio con sgrammaticature e “orrori” di ortografia. Cos’è la comunicazione al tempo di internet, se non un vortice cacofonico che conduce all’imbarbarimento linguistico e alla povertà lessicale? La sciatteria semantica rischia di contagiare, ahimè, anche il giornalismo di qualità. 

Questa è la democrazia radicale dell’internauta, bellezza! Sì, oggi ognuno può sfogarsi liberamente. Il problema è che stiamo precipitando nell’assurdo, nel grottesco, nel non senso. Si denuncia – a ragion veduta – il danno causato dall’ignoranza di discipline, contenuti, fatti, concetti, teorie e metodologie. Ma, a rifletter bene, la radice del caos è nell’approccio offensivo e canzonatorio verso il linguaggio stesso. L’imprecisione nel parlare e nello scrivere è conclamata e dilagante. Per un po’ dovremmo invertire il “rem tene, verba sequentur” dell’oratoria classica: cari studenti, per prima cosa afferrate bene il senso delle parole, l’argomento o il tema si preciseranno in seguito. 

La peggior forma di ignoranza, la più subdola, è quella linguistica. È anche la più antidemocratica, quando viene esibita con arroganza: “io mio arrogo il diritto di manipolare o inventare il senso delle parole. Uno vale uno, giusto?”. No, sbagliato, caro internauta: la lingua è ciò che di più intimo e primordiale condividi con ogni tuo connazionale, anche se è il tuo peggior nemico. Se neghi questo, ti sottrai a ogni confronto, rifiuti un fondamento comune, sgretoli il senso di comunità. Il problema, badate bene, è politico da cima a fondo. Da che mondo è mondo, la lotta politica si conduce a suon di parole, lette o udite. Se avvaloriamo la teoria che ogni termine può voler dire tutto e il contrario di tutto, finiremo per vivere in un mondo caotico, senza più una bussola che ci orienti nella navigazione, altro che società liquida in cui galleggiare sospinti dalla corrente: si prefigura la società delle piogge torrenziali, delle alluvioni. Rischiamo il naufragio, l’annegamento. 

L’iperbole, inflazionata in politica, è una figura retorica, non è un uso distorto e ingannevole delle parole. Se dico che Craxi è un pericolo per la democrazia, offro al mio interlocutore la possibilità di controbattere proprio perché la sparo grossa. Non pensi di aver esagerato un po’, caro compagno Berlinguer? Se aggiungo il carico da novanta e dico che Craxi è fascista, un leader di destra, è evidente che gli sto scagliando contro un insulto. Questo lo capiscono tutti: in barba ai polveroni che tento di sollevare, sto aggredendo/insultando un avversario politico. C’è modo di difendersi, quindi. Argomenta meglio la tua accusa ardita! Cosa intendi per fascista? Se invece – con diabolica sistematicità – erodo il senso acquisito, stabile, di vocaboli essenziali del lessico politico, ecco che crollano le difese della ragione e della cultura. Rendendo tutto instabile, incerto, incomprensibile, finisco per avvelenare i pozzi. A quel punto, non è più possibile un confronto, bensì solo lo scontro. 

Oggi abbiamo superato il livello di guardia. E dispiace che fior fiore di intellettuali, color che sanno, tacciano o si adeguino al vizio della manipolazione semantica. Gustavo Zagrebelsky, figura stimata e rispettabile, dà il suo contributo in una intervista rilasciata a Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2018). “Eversivo l’Aventino di Renzi. Nel proporzionale ci si allea.”  La metafora dell’Aventino è consunta – ahimè, che ossessione il fascismo! – ma serve a vivacizzare la narrazione (un episodio storico, l’astensione dai lavori parlamentari da parte di vari deputati antifascisti a seguito dell’omicidio Matteotti, simboleggia la protesta velleitaria, la rinuncia al confronto). Del tutto fuori luogo, invece, è definire “eversivo” il gran rifiuto di Renzi. Un aggettivo così “carico”, che suscita ansie o timori, andrebbe maneggiato con cautela. Citiamo bene: L’Aventinismo di Renzi, dice Zagrebelsky, “dal punto di vista del sistema proporzionale, è una testardaggine vagamente eversiva. Perché sottrae la terza forza politica al gioco democratico.” 

È grave che un costituzionalista si esprima così, con questa leggerezza. Quell’avverbio, “vagamente”, appiccicato lì come un pannicello caldo, non mitiga l’abuso semantico. La pietra scagliata con eleganza non fa meno male quando ti colpisce in fronte. Si può – anzi: si deve – criticare Renzi, il politico, la figura pubblica. È legittimo dissentire da lui, e sarebbe anche comprensibile chiedergli di tacere, se non altro per pudicizia: gli elettori l’hanno bastonato, e lui, allergico all’autocritica, appare in TV tutto ringalluzzito. Ma ancora più brutto è lo spettacolo dell’uomo di cultura che si ribella con stizza al senso comune linguistico. Se togliessimo quell’aggettivo infilato a forza, il ragionamento di Zagrebelsky non farebbe un grinza: con l’attuale legge elettorale ritorna la centralità del Parlamento. Dopo le elezioni, si formano i governi che hanno i numeri, ovvero abbastanza deputati disposti a votar loro la fiducia. Il che vuol dire una cosa ovvia: quando si vota col proporzionale è difficile stabilire con nettezza chi sia il vincitore. L’esempio ricordato è calzante: negli anni Settanta il MSI guadagnava consensi, eppure rimaneva relegato all’opposizione, mentre i piccoli partiti, continuavano a governare, a braccetto con la DC, anche se perdevano voti. Si potrebbe aggiungere che il PSI di Craxi fece cose egregie con un misero 14 per cento. 

Avrei due osservazioni, però: 1) non mi pare che durante la Prima Repubblica fosse giudicato “eversivo” tenere fuori dal gioco democratico il MSI e il PCI (o forse lo era e non ce ne siamo accorti?); 2) gli italiani oggi si aspettano un sistema fondato sull’alternanza, tipico dei sistemi compiutamente bipolari, a prescindere dalla legge elettorale vigente. Questa aspettativa, che pare assurda a chi si fa trascinare dalla tramontana delle passioni, prese corpo nell’ormai lontano 1994, anno in cui scese in campo con squilli di tromba Sua Emittenza e nacque con taglio cesareo la Seconda Repubblica. A quasi un lustro di distanza, i nostri concittadini non hanno cambiato idea. Tant’è che vivrebbero come un affronto un governo di coalizione che includa il PD, per il semplicissimo fatto che questo partito è stato sconfitto clamorosamente il 4 marzo. Sarà poco in linea con la logica di Zagrebelsky, questo sentimento, nondimeno è piuttosto diffuso. Possiamo ignorarlo, nella nostra spumeggiante democrazia? Se uno vale uno, bisognerà pur ascoltarli gli elettori. Ma non m’interessa disquisire su chi abbia ragione nel merito: ognuno ha diritto alle sue opinioni. 

Voglio invece polemizzare sull’uso volutamente erroneo e manipolatorio di un vocabolo tutt’altro che innocuo. Il partito di minoranza, il PD, rifiutandosi (ovvero sottraendosi al presunto obbligo) di governare con i 5 stelle, manifesterebbe un comportamento eversivo? Allora, a rigor di logica, è altrettanto eversiva la posizione intransigente dei 5 stelle. Un’alleanza parlamentare con Silvio Berlusconi? Giammai! Questa fatwa esclude da ogni ipotesi di accordo o negoziato Forza Italia, una forza politica votata da circa 5 milioni di italiani. L’esclusione avviene in nome di un principio sacrosanto:  Berlusconi è il Male Assoluto. Gli eversori e i sovversivi, evidentemente, sono sempre gli altri…

Le suggerisco, gentile Professore, alcuni aggettivi più appropriati per qualificare, e condannare, l’indubbia testardaggine di Renzi: incomprensibile, autolesionista, controproducente, assurda, infantile, sterile. Ma eversiva no, questo non glielo consento. Mi vengono in mente azioni ostili al sistema democratico, azioni distruttive, illegali: che so io, gli anarchici che lanciano le molotov incendiarie, le brigate rosse che gambizzano, i Toni Negri che predicano contro lo Stato democratico. Mi par di sentirlo, l’internauta abbonato al Fatto Quotidiano, “ma chi ha il potere di decidere, chi è eversivo?”. Meno male che ci sono i dizionari.

Dal dizionario Treccani.
eversivo agg. [der. del lat. eversus, part. pass. di evertĕre (v. eversione)]. – 1. Che mira ad abolire, a sopprimere: le leggi e. dell’asse ecclesiastico (v. eversione, n. 2). 2. Che tende a rovesciare, a sconvolgere l’assetto sociale e statale, anche mediante atti rivoluzionarî o terroristici: azione, attività e.; disegno e.; anche riferito a chi opera per l’eversione: elementi, gruppi eversivi. 

Posted on May 9, 2018 .