Che la sinistra riparta dai diritti e dai doveri

La social-democrazia europea è alle corde: i social-democratici tedeschi arrancano e arretrano, e così pure i loro omologhi spagnoli; i socialisti francesi rischiano il tracollo alle prossime politiche; anche la sinistra italiana pare allo sbando: Il PD è una cittadella assediata da destre e populisti, e rischia la spaccatura. Resistono solo i laburisti britannici, benché abbiano subito una emorragia che ha rinvigorito il partito indipendentista UKIP. La sinistra, per tornare alla ribalta, deve elaborare una strategia impostata sui tempi lunghi, non su una singola competizione elettorale.  E tuttavia i leader di una sinistra vincente devono apprendere in fretta. Non basterà parlare il vecchio linguaggio socialista. Bisognerà avere il coraggio di infrangere tabù che la sinistra salottiera, radical-chic, ha imposto a tutti noi. Un esempio molto attuale: quando si parla di immigrazione, di accoglienza, dobbiamo smetterla di atteggiarci a francescani. La solidarietà è sacrosanta. Ma dobbiamo ammetterlo: nessuno ha la bacchetta magica, non vi sono risorse infinite, e dunque vi sono priorità da stabilire. Quando la coperta è corta, non possiamo coprire tutti indistintamente. E’ giusto che vengano per primi i nostri pensionati, i nostri esodati, i nostri disoccupati. Poi possiamo tendere la mano agli altri: gli stranieri. E qui distinguiamo subito:  i rifugiati, che fuggono da guerre e dittature hanno diritto al nostro aiuto. I migranti economici sono un’altra categoria. Dovremmo pensare a un sistema a punti per chi cerca lavoro: se hai le qualifiche/competenze utili per la nostra economia, entri, altrimenti no. Non è, questa, una idea regressiva, di destra. E’ una idea giusta: ogni comunità si regge anzitutto sulla solidarietà nazionale. Poi viene l’internazionalismo. Nessuno Stato socialista ha mai anteposto l’ideale internazionalista alla pace sociale, alla sicurezza, alla stabilità del proprio Paese. Sarebbe suicida. Ben lo sanno i socialisti italiani che per primi parlarono di “socialismo tricolore”, sempre con timbro progressista. Dunque: diamo impulso alla cooperazione internazionale, ma non trascuriamo la giustizia sociale a casa nostra.

C’è un solo modo per evitare che la sinistra, impaurita, adotti lo slogan “prima gli italiani” in chiave rozza e volgare, scimmiottando i nazionalisti alla Farage, i leghisti e i lepenisti: imporre-- con forza martellante – il binomio diritti e doveri nel dibattito pubblico.  Solo se faremo questa operazione culturale-ideologica saremo credibili. La sinistra dei diritti assoluti è utopia pura. Non esistono diritti per gli immigrati a prescindere dai doveri verso la nostra comunità. Ecco una parola chiave: comunità. “Stato” richiama alla mente strutture perverse come “Equitalia”. Comunità è una parola bella, calda, accogliente. In sintesi: anche i rifugiati devono fare la loro parte, altrimenti la nostra è elemosina, che non li aiuta a diventare indipendenti. Se li mettiamo in condizione di lavorare in maniera dignitosa, potrebbero essere impiegati in attività socialmente utili. “A tutti i secondo i loro bisogni, da tutti secondo le loro capacità”. Questa è un’antica formula socialista, c’è un dare e un ricevere, da entrambe le parti: il cittadino (o il residente temporaneo) e la società di cui fa parte (o che lo accoglie). Allo stesso modo, non esistono diritti assoluti per gli italiani che evadono le tasse e non danno il loro contributo alla comunità nazionale. Chi ha più versato, chi ha più dato, ha maggiori diritti (fatto salvo, ovviamente, il disabile). Su questo non ci piove. L’operaio magrebino che lavora da dieci anni nelle nostre fonderie e ha pagato le tasse ha più diritti rispetto a un suo connazionale appena arrivato in Italia. E ne ha di più anche rispetto a un italiano “puro”, autoctono, evasore totale (l’Italia è infestata da questi falsi patrioti, che sfruttano con faccia tosta i servizi pubblici lasciando il conto agli altri). Saldare diritti e doveri è il modo più intelligente di cacciare in un angolo i populisti e i razzisti. Dobbiamo inchiodare i grandi speculatori e i grandi evasori fiscali alle loro responsabilità: la loro patria, il loro Dio è il denaro. Parlare solo di “cultura dell’accoglienza’, è un grave errore e porterà la sinistra alla sconfitta. Noi siamo per la giustizia sociale, da perseguire per via politica, con strumenti politici, non siamo l’Esercito della Salvezza o dei Buoni Samaritani – nella parabola evangelica, il viandante si spoglia di tutto, incondizionatamente, per colui che in quel momento ha bisogno: ma questo insegnamento, nobilissimo, è di natura morale, non è immediatamente traducibile in politica. Come posso assistere qualcuno che magari ha più bisogno di me se mando in malora la mia economia, compromettendo la mia stessa capacità di aiutarlo in futuro?

Le destre esultano quando, a sinistra, si sbraita di accoglienza indiscriminata. I populisti reazionari, che sono cinici fino al midollo, sanno che l’egoismo è connaturato all’animo umano, e lo è pure la paura, sentimento ancestrale. Xenofobia, etimologicamente, vuol dire paura dello straniero, il senso negativo si è sedimentato con l’uso. Le destre sono guidate da seminatori di zizzania e odio, da sobillatori professionisti che fomentano con tutte le loro forze una guerra tra poveri: vogliono distogliere l’attenzione della gente comune dai grandi evasori fiscali, che nascondono i loro soldi nei paradisi fiscali come gli scoiattoli fanno con le ghiande (che immagine gentile! Sarebbe più corretto dire come facevano i pirati con i proventi delle loro razzie); e così, le destre sperano, nessuno punterà il dito contro gli speculatori di “pura razza bianca”, quelli che vestono Armani, e sono persone rispettabili e stimate, e vanno pure a Messa, eppure lucrano sulle recessioni che mandano sul lastrico milioni di persone – compresi i loro connazionali.

Sinistra, se ci sei batti un colpo! Dillo che gli immigrati e i rifugiati accorrono in massa in Europa perché qualcuno vuole la miseria e la guerra, e ci specula sopra. Ma cara sinistra liberal, ahimè, sei in forte imbarazzo, perché spesso sei alleata dei poteri forti che dovresti contrastare. Per scrollarsi di dosso questa nomea di “collaborazionista” non ci sono alternative: bisogna parlare il linguaggio della solidarietà internazionale in maniera intelligente. Smettiamola di fissarci sulle nostre beghe provinciali. Ci vuole una visione nuova, lungimirante, in politica estera: rivitalizziamo l’internazionale socialista che pare moribonda. C’è lo spreco di cibo e c’è la fame nel mondo. C’è la nostra indifferenza, in Occidente, e ci sono le guerre, su cui i fabbricanti e mercanti di armi si arricchiscono. Aggrediamo il problema della fame e della miseria a livello globale; fermiamo le guerre in corso. Solo così non avremo torme di rifugiati che bussano alle nostre porte. Questa non è un’utopia: è l’unica strada percorribile se vogliamo salvare l’umanità dal disastro. La globalizzazione ha confermato l’intuizione felice di Martin Luther King: “Injustice anywhere is a threat to justice everywhere”. Anche la più piccola ingiustizia nell’angolo più sperduto del pianeta è una minaccia nel cortile di casa nostra, genera un piccolo tsunami che si ripercuoterà su di noi.

E, ripetiamolo, l’ingiustizia non si sconfigge con la cultura unilaterale dei diritti. Per ogni singolo diritto ci deve essere uno specifico dovere. Al diritto di vivere dignitosamente, di avere casa e lavoro, corrisponde il dovere di pagare le tasse, e di rispettare il mio vicino di casa; e la libertà di impresa comporta l’obbligo di consegnare un pianeta migliore ai nostri figli (mica posso creare occupazione inquinando e massacrando l’ambiente!) Il lavoro stesso, ragion d’essere della sinistra storica, ha una doppia natura: il disoccupato lo vede, giustamente, come un diritto; al fannullone dobbiamo dire che è un suo dovere. Non facciamoci irretire dai sentimentalismi. Diciamolo chiaramente a chi accorre da noi, convinto che l’Europa opulenta (e spesso percepita come decadente) garantisca una forma di libertà totale che si chiama anarchia, per cui ognuno fa quello che gli pare; un’Europa-Disneyland che può distribuire oltretutto un chimerico reddito di cittadinanza a tutti. Eh, no. Se vuoi vivere da noi, devi accettare le nostre regole, imbevute di tolleranza e di libertà, e di rispetto per le donne. E devi capire un’altra cosa basilare: il benessere si conquista con i sacrifici, non piove come la manna dal cielo. Questa etica del lavoro era connaturata alla vecchia sinistra, è il più bel lascito della generazione dei nostri padri: riportiamola in auge.

Posted on December 7, 2016 and filed under Post in italiano.