Pensieri (quasi) controcorrente, 1: lo ius soli e le regole

Roberto Saviano (“Così gli immigrati ci salveranno”, l'Espresso, 4.09.14), dice bene: è ora diapplicare fino in fondo lo ius soli. Oggi lo straniero nato in Italia può richiedere la cittadinanza solo se nel nostro Paese ci è vissuto legalmente, e senza interruzioni, fino alla maggiore età (Legge 5 febbraio 1992 n. 91). Un compromesso ragionevole, fra chi vuole mantenere il sistema attuale e chi darebbe la cittadinanza al primo vagito, mi pare quella di anticipare i tempi. Io concederei la cittadinanza a tutti i bambini nati in Italia che hanno concluso la scuola elementare, purché l’abbiano frequentata dall’inizio alla fine. Oppure a tutti i ragazzi che hanno frequentato una scuola o una università italiana per cinque anni di fila. Toglierei l’obbligo della presenza continuativa in Italia, dalla nascita fino all’inizio del corso di studi.

Lo ius soli, regolato per bene, è un diritto di civiltà. La sinistra, unita, deve impegnarsi in questa battaglia. Sono certo che i conservatori più illuminati si unirebbero a noi. Battersi per lo ius soli è indice di intelligenza più che di buon cuore: “i diritti immettono nel circuito democratico energie nuove” (così Saviano). Decine di migliaia di bambini di origine araba, africana e asiatica siedono nei banchi di scuola a fianco dei nostri figli; presto avranno l’italiano come lingua madre, e un domani, si spera, lavoreranno in Italia - daranno manforte all’economia nazionale e l’ormai asfittica INPS, che stenta a pagare le nostre pensioni, riceverà una bella boccata d’ossigeno.

So far so good. C’è altro da dire, però. Navigando sul sito del Ministero degli Interni, il nostro sistema pare ben congegnato ed efficiente, almeno a livello della comunicazione. In tutta franchezza, poi, le norme italiane sulla cittadinanza non mi sembrano assurdamente restrittive in tutti i casi contemplati. Bisogna allargare le maglie in un solo caso: quello degli stranieri nati in Italia, appunto. In altri casi, sarebbe meglio restringerle. Io introdurrei, fra i requisiti per la cittadinanza, il possesso di una certificazione linguistica-culturale, concepita appositamente per i nuovi immigrati (e calibrata sul livello B2 del Framework europeo). Una discreta padronanza della lingua italiana – unita alla conoscenza di qualche ‘pillola’ culturale e di educazione civica –  è essenziale per integrarsi in Italia. Mi pare lapalissiano. È un buonismo falsamente caritatevole quello che relega gli immigrati in un ghetto linguistico. Un cittadino a pieno titolo deve conoscere a fondo il paese in cui vive. Dobbiamo porre anche il tema scabroso dell’alfabetizzazione democratica, per chi proviene da culture in cui i diritti civili e di libertà non esistono. Scabroso perché temiamo, sbagliando, di ledere i diritti alla diversità culturale. Il multiculturalismo, nella sua versione più ragionevole, è una gran cosa, ci arricchisce. Nelle varianti estreme, produce una serie di comunità-monadi estranee e indifferenti le une alle altre. Così non si rafforza la comunità democratica. Integrazione significa accettare le regole e i doveri di una liberal-democrazia qual è l’Italia. E implica il diritto-dovere di parlar bene la lingua del paese che ti accoglie. In realtà, lo Stato garantisce già corsi di lingua italiana per gli immigrati, a costi contenuti o gratuiti. Ma sono poco frequentati. Ovvio che sia così: non c’è l’incentivo. Non credo che questa mia proposta passerrebbe: piacerebbe, forse, al popolo della sinistra; non agli intellettuali-Soloni che vogliono rappresentarlo. Per costoro, ogni paletto è visto come una discriminazione che confligge con l’ideale di un’accoglienza incondizionata.

Galleria fotografica del territorio italiano di Gian Maria Turi.

Posted on September 18, 2014 and filed under Post in italiano.