Gli indifferenti

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C’è molta confusione sotto il cielo d’Italia. Le analogie tra Renzi e Berlusconi non aiutano a chiarirci le idee. Forse si riduce tutto ad affinità estemporanee sul piano della comunicazione: la politica è, essenzialmente, il messaggio; e l’immagine/la forma sovrasta tutto. Il sentiero, qui, si biforca: o Renzi ha adottato una tattica per vincere, e allora ben vengano le analogie (che, in tal caso, sarebbero più superficiali di quanto non appaiano), oppure il trionfo della politica come marketing è un segno dei nostri tempi (se è così, dobbiamo rassegnarci). Come che sia, occorre schierarsi.

La democrazia italiana sta attraversando un momento difficilissimo. In un mondo perfetto, avremmo un partito social-democratico -- o, meglio, liberal-socialista -- che guida la battaglia contro le destre e i populismi. Ma il mondo, ahimè, è imperfetto. Che fare, allora? Astenersi perché il PD ci delude? Questo non lo prendo neppure in considerazione. Votare per le estreme? Impossibile. Non c’è alternativa a Renzi. Non ripeto l’invito di Montanelli a turarsi il naso: il PD, pur con le sue contraddizioni, occupa lo spazio della sinistra riformista (la politica ragionata, intesa come mediazione e compromesso). Non potrà mai essere l’araldo dell’anti-politica, o della politica urlata dei ‘puri e duri’ (ovvero la politica concepita come ricerca dell’assoluto o della perfezione).

 

Ragionando meglio: nel mercato politico ci sono vistose differenze tra le aziende in competizione, gli agenti di commercio che le rappresentano, e i prodotti in vendita. Il PD e FI (ex PDL) non sono gemelli siamesi né dal punto di vista dell’organizzazione (il PD ha una vita democratica interna; FI no), né da quello degli ideali professati: progressisti in un caso; conservatori nell’altro. Casomai, un socialista può lamentarsi per il fatto che le distanze tra sinistra e destra si sono accorciate, almeno per quanto riguarda le politiche economiche.

Berlusconi è proprietario del suo partito. La somiglianza, qui, è solo con Di Pietro e Grillo. In questo caso l’atto notarile, momento fondativo di una organizzazione politica, sancisce la morte della politica democratica: il padre-padrone esige il potere assoluto sulla propria creatura – ecco che la denominazione del partito è un logo (non più un simbolo) politico, ed equivale a un marchio commerciale protetto dal copyright. Nessuno può esautorare Berlusconi: sarebbe come cacciarlo da casa sua; Renzi è stato eletto democraticamente, con primarie aperte, e non c’è bisogno di espropriargli un partito, il PD, che non è intestato a lui. Berlusconi, inoltre, è un rimasuglio dell’antipolitica (l’imprenditore prestato alla politica, ricordate?); Renzi invece è un politico puro, e si vanta d’esserlo. Insomma: Renzi crede nel primato della politica. Il che, di questi tempi, non è poco.

La filosofia politica di Berlusconi è regressiva e illiberale: se decidesse di democratizzare il suo partito, dovrebbe snaturarlo (state tranquilli: la polis democratica non corre alcun rischio: anche il PCI era organizzato gerarchicamente/burocraticamente). Renzi, invece, incarna l’ethos della rivoluzione democratica. Certo, ci sono segnali di involuzione nel PD: il primo è il modo in cui si è formato questo Governo; il secondo ha a che fare con le candidature per le europee. L’apparato, che è refrattario al cambiamento, ha accusato il colpo dell’elezione di Renzi. Ora punta i piedi e batte cassa: molti gli apparatchick in lizza. Insomma: il PD di strada ne deve percorrere. Ciò non toglie che Renzi abbia imboccato la direzione giusta. Le rivoluzioni, anche quelle pacifiche, procedono così: a singhiozzo. Si dovrà continuare la battaglia democratica, affinché anche i parlamentari siano scelti con primarie regolate per legge. In sintesi: nel campo riformista s’è accesa più di una scintilla democratica. E, in ogni caso, la posta in gioco è troppo alta: se Renzi perde, vince Grillo, il campione dell’antipolitica. Ragion di più per votare PD alle europee.

Ho cambiato opinione su Renzi. C’è un fatto nuovo, di grande importanza: il PD ha aderito al PSE. Fra i socialisti, c’è chi se ne cruccia. E non capisco perché (non l’avevamo sempre chiesto noi, a gran voce?). Fatto sta che la nebbia dell’ambiguità s’è dissolta. Ora c’è una scelta chiara dinanzi a noi: o con le forze anti-europeiste, populiste, demagogiche (le ali estreme, a destra come a sinistra); oppure con un partito che mira a rafforzare il socialismo europeo. In questo scenario, sarebbe da folli astenersi. Mai come in questo momento le divisioni a sinistra avrebbero esiti drammatici; è quindi imperativo compattare il fronte riformista. I dubbi rimangono: e che diamine, siamo in democrazia! A tempo debito, faremo valere le ragioni del socialismo italiano. Ma intanto non disperdiamo il nostro voto.

 

Mentre meditavo così, i custodi del tempio democratico di “Libertà e giustizia” hanno partorito un manifesto-scomunica. Tra gli estensori e i firmatari vi sono intellettuali di vaglia, i quali — in altre occasioni – hanno detto anche cose giuste o ragionevoli. Lo spirito critico è il sale della democrazia liberale. È sacrosanto che si discuta e che si contesti. Purché lo si faccia con onestà intellettuale: stiamo discettando dei massimi sistemi, e non già di fisco e tasse. Ma ora si è passato il segno. Il manifesto-scomunica, un inno all’iperbole, s’intitola: “Verso la svolta autoritaria”. A Renzi, una sorta di Duce redivivo, viene attribuita la torbida intenzione di voler “creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali (sic!)”. C’è di più: il leader del PD avrebbe strappato dalle mani dell’odiato Orco di Arcore “il testimone della svolta autoritaria”. Tra i firmatari figura Beppe Grillo, of all people! Ma non si accorgono gli illuminati intellettuali di Libertà e Giustizia dell’incongruenza? Chi è più liberal-democratico, Renzi o Grillo?

Che le tesi di Renzi siano discutibili, è pacifico. Ma di qui a bollarlo come un dittatore in pectore ce ne corre. A questo punto, è inutile ragionare di ‘democrazia governante’. Né ha senso esaminare un quesito cruciale, ovvero: quali limiti d’azione deve porsi “un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014”?. Di fronte alla scomunica e all’invettiva; di fronte alla supponenza dei giacobini e dei censori della morale politica altrui; di fronte a chi rievoca il mostro del fascismo per l’ennesima volta e a sproposito, io inorridisco. Già Craxi, reo anch’egli di volere un Esecutivo forte – come in Francia, in Gran Bretagna e in Germania – fu accusato d’essere “un pericolo per la democrazia”.

È uscito un Contromanifesto liberale. E io sento il dovere morale di schierarmi: non sopporto gli ignavi e gli indifferenti (Gramsci li odiava addirittura; io preferisco un verbo più mite). Quindi non esito un istante: sottoscrivo il Contromanifesto liberale. Travaglio-Torquemada ironizza sul fatto che fra i firmatari del Contromanifesto vi siano dei craxiani. Da oggi ce n’è uno in più.

Posted on April 9, 2014 and filed under Post in italiano.