Sinistra, se ci sei batti un colpo!

1. La rivoluzione democratica è stata soffocata sul nascere da chi l’aveva innescata: Matteo Renzi ha fatto fuori il Presidente del Consiglio Letta, esponente di spicco del suo stesso partito, per prenderne il posto. Le congiure, in politica, sono all’ordine del giorno. Non mi soffermerei sulla spregiudicatezza dell’atto. Ciò che conta è il senso politico della vicenda: come può l’unico partito democratico di nome e di fatto – l’unico fra quelli grandi, intendo – tollerare un metodo che più antidemocratico di così non si può? Lo scenario è da fantapolitica: Berlusconi, il leader meno democratico in circolazione, perché padre-padrone del suo partito, è stato eletto democraticamente a Palazzo Chigi. Renzi, il leader più democratico – al timone di comando c’è arrivato con le primarie – si impossessa del Governo con un colpo di mano.

Lapidario De Benedetti: “il passaggio è democraticamente ardito. Se farà bene, ci si dimenticherà del passaggio. Se farà male, ci si ricorderà solo di questo. Aspettiamo i risultati.”  Dissento nella maniera più assoluta: il risultato c’è già, ed è pessimo. Ora l’Italia rischia di essere sommersa dalla marea dell’antipolitica. Impeccabile l’analisi di Asor Rosa (“Se il Governo del Paese lo decidono le primarie del PD”, Il Manifesto, 14.2.2014). Renzi ha stravinto le primarie – questo non glielo toglie nessuno. Ma è stato catapultato alla segreteria del PD, non alla guida del Governo nazionale. Chi ambisce a fare il Premier, deve ricevere un chiaro mandato dagli elettori. I cavilli giuridici a favore dell’operazione in corso (che è tecnicamente possibile) sono puntelli posticci. Renzi, con la velocità d’un lampo, ha sconfessato la sua stessa filosofia politica –  “mai come D’Alema nel 1998; mai al governo senza il voto popolare”. E invece sarà il terzo Presidente del Consiglio di fila, dopo Monti e Letta, a non essere stato eletto a quella carica. Un Paese che si sta leccando le ferite causate dalla peggior recessione post-bellica, di tutto aveva bisogno tranne che di questo schiaffo alla democrazia e al buon senso politico. Peraltro ad opera di un partito che esibisce l’aggettivo “democratico” come un fiore all’occhiello. 

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Perché la minoranza nel PD tace? Il silenzio è indizio di complicità. L’unica voce dissenziente è stata quella di Civati, che annuncia una mezza intenzione di coagulare un fronte di sinistra. Se son rose fioriranno. Intanto riflettiamo. Un leader politico privo di una investitura popolare può decidere, dall’oggi al domani, di far cadere un governo e di formarne uno nuovo di zecca. Questo principio Renzi l’ha teorizzato, tra l’altro, nel corso di una riunione in un organo ristretto qual è la direzione del partito. Non è stato convocato un congresso; non sono stati consultati i corpi intermedi del partito: i dirigenti periferici – figuriamoci la base, che assomiglia sempre più al popolo di Facebook. È la logica del mondo finanziario travasata in politica: il PD, azionista di maggioranza del governo, fa il bello e cattivo tempo. E Renzi comanda a bacchetta come l’AD di un’azienda. Solo che qui ci troviamo in una democrazia parlamentare, non a Wall Street. Questo sarà anche un Parlamento di nominati, ma un passaggio in quell’aula “sorda e grigia” è d’obbligo. Letta, Presidente uscente, ha il diritto-dovere di riferire a viso aperto; ci dev’essere un dibattito alla luce del sole; poi il voto di sfiducia. E che i deputati, liberi da ricatti, rispondano solo alla loro coscienza (se ne hanno una). Queste sono le più elementari regole della decenza politica. In una democrazia liberale, le procedure non sono vuoti cerimoniali come l’inchino alla Regina nel Regno Unito. Hanno un valore politico in sé. Ma oggi un leader gradito ai poteri forti, italiani e stranieri, può infischiarsene allegramente: l’imprimature l’ha già ricevuto. Il Parlamento è ormai esautorato – questo è il vero dramma!; del resto già lo era col Governo Monti: il destino dell’Italia viene deciso a tavolino da lobby e consorterie; i rappresentanti del popolo italiano contano come il due di picche quando l’asso è in tavola.

2. Chi invoca precedenti storici parla a vanvera: nella Prima Repubblica i governi veleggiavano ben al di sopra del 50% dei consensi – certificati da regolari elezioni, non già da sondaggi o dai “mi piace” su Facebook. Il PCI, principale partito d’opposizione, tirava in ballo la pregiudiziale nei suoi confronti. Ma non poteva contestare, e infatti non lo fece mai, né la legittimità dei governi, né la democraticità delle elezioni. Anche perché la legge elettorale era iper-democratica: il proporzionale puro. E, guardacaso, una percentuale molto più elevata di italiani andava alle urne. Ugo Intini ci ricorda che Craxi e Forlani, dichiarati dalla stampa “arcisconfitti” nelle elezioni del ’92, avevano ricevuto pur sempre il 43% dei consensi. In termini reali, “ottennero più voti di quanti mai ne abbiano avuti i vincitori delle elezioni in tutta la Seconda Repubblica. Due milioni in più di Berlusconi, dichiarato unanimemente trionfatore nelle elezioni del 2008.” (“Dal bipolarismo alla dittatura di una minoranza”, Avanti!, 21.5.2013). C’è di più: in quel tempo, il Parlamento, checché ne dicesse Berlinguer, non era ostaggio delle segreterie dei partiti: i deputati agivano davvero senza vincolo di mandato (ricordate i franchi tiratori?), in ossequio alla nostra Costituzione.

Il governo Letta (o Renzi) è ben al di sotto del 50% dei consensi, forse è sul 30% – al netto delle astensioni, che sono un quarto dell’elettorato: se conteggiassimo anche quelle, si aggirerebbe intorno al 20%; non a caso la legge elettorale vigente è stata dichiarata incostituzionale: i PD è partito di maggioranza in virtù di un premio di seggi illegittimo. Chiunque governi in questo momento cammina su una lastra di ghiaccio sottilissima. Ma chi rischia di annegare nelle acque gelide sono gli italiani!

3. Chi ha sostenuto il governo delle larghe intese ora si sente gabbato. La logica era incontrovertibile: un governo eccezionale, per fronteggiare una situazione eccezionale (un Parlamento frantumato, una recessione devastante). Dunque: un governo “di scopo”, a tempo determinato, che avrebbe dovuto fare due cose soltanto: (a) tamponare qualche falla, mediante le necessarie riforme bipartisan; (b) riscrivere la legge elettorale. Fatto ciò, bisognava tornare di filato alle urne. Se Letta ha fallito, perché proseguire sulla stessa strada? A Renzi, che non è incline a sottovalutarsi, qualcuno deve pur dire che potrà contare sulla medesima maggioranza risicata e claudicante di Letta. Su questa base si può solo tirare a campare.

Eppure leggo – e rimango allibito – che Renzi propone nientedimeno che un Governo politico a tutto tondo; un Governo di legislatura, che dovebbe durare addirittura fino al 2018! Il rottamatore ha paura delle elezioni. I calcoli sono di piccolo cabotaggio: “Intanto incasso, male che vada nel 2017 o 2018 non verrò rieletto. Ma intanto il Presidente l’avrò fatto. I parlamentari mi seguiranno, docili come cagnolini: garantirò loro la poltrona il più a lungo possibile. Eppoi fiuto il vento di una ripresina: è nell’aria: meglio che mi appropri io dei meriti. Il gioco vale la candela: sono l’unico leader spendibile e la nomenclatura del PD non oserà sfiduciarmi: basta offrire qualche poltrona qua e là e agitare lo spettro della débâcle elettorale: senza di me le déluge. Chi potrà dire che ho sbagliato? La politica oggigiorno è mera immagine, cioè tutto fumo e niente arrosto. Basta giocarsi bene la partita sui media e sui social network”.

Qui il dato psicologico è tutt’uno con quello politico. Intendiamoci: un leader che si rispetti dev’essere ambizioso. Ma nel suo corredo genetico ci devono essere altre qualità: la passione, cioè la dedizione a una causa ideale, e un forte senso di responsabilità (lo diceva il buon Weber). Non vedo tracce di codeste qualità in Renzi. Abbonda invece l’irresponsabilità, unita a un’ambizione sfrenata, fine a se stessa. Renzi sta giocando d’azzardo. Ma alla roulette non punta solo roba sua: ha ipotecato anche i beni di famiglia: se perde la scommessa, il PD è rovinato.

È triste dirlo, ma è così: c’è una totale consonanza tra l’universo politico di Berlusconi e quello di Renzi: l’elezione democratica (nelle elezioni o nelle primarie) equivale a un plebiscito: il leader, su cui aleggia la fiammella dello spirito santo, è legittimato a tirar dritto come un trattore. Al diavolo le mediazioni. Chi critica, discute, interloquisce è, semplicemente, un parolaio che rema contro; è un politicante che vuole solo procrastinare. L’uomo del fare in una settimana porta a casa il risultato che gli altri non hanno ottenuto in un anno di chiacchiere. Che importa se il risultato fa schifo? In politica non esistono fatti nudi e crudi, bensì rappresentazioni. Secondo le teorie postmoderne, viviamo in una gran nebulosa. Quid est veritas? Nessuno lo sa. L’importante, allora, è sapersi vendere: conta molto di più una foto accanto a Obama o a Putin, purché appaia sui giornali e su Internet, che mille dibattiti o articoli di intellettuali rompiballe. La gente, oggi, pretende semplicità e leggerezza! 

Certo, l’offerta politica è diversa: di là matrimoni tradizionali; di qua la legge sulle unioni civili, per esempio. Cambia la merce – ops, volevo dire il brand – ma la logica aziendale e di marketing è sempre quella: la politica è un ipermercato; vende di più (cioè vince) non chi ha la merce migliore, ma chi sa piazzarla meglio. Tutti i prodotti di qualità (= destra e sinistra) ormai si equivalgono. L’importante è non confondersi con le sottomarche. Via con gli effetti speciali, allora! Questa è la grande lezione che Berlusconi ha appreso dal mondo della pubblicità.

Prevedo due scenari: un astensionismo da far paura o il trionfo di Grillo. A meno che Civati, o qualcun altro, non ci faccia sognare. Sinistra, se ci sei batti un colpo!

Posted on February 20, 2014 and filed under Post in italiano.