L’uccisione di Giovanni Gentile I

Sono passati settant’anni da quel 15 aprile del 1944 in cui un commando di partigiani assassinò Giovanni Gentile. Oggi è facile – quasi d’obbligo – iscriversi nel registro di chi condanna quell’uccisione: chi, nell’Italia contemporanea, oserebbe giustificare un atto che suscitò anche allora perplessità negli ambienti antifascisti? Non ci soccorre, nella riflessione, la letteratura, pur interessante e di qualità, appartenente al genere “giallo politico” (L. Canfora, La sentenza; L. Mecacci, La Ghirlandaia fiorentina e la morte di Giovanni Gentile). Qualcuno avrà agito dietro le quinte; qualcun altro avrà pescato nel torbido – dietro ogni delitto “eccellente” che si rispetti c’è sempre un retroscena fosco. Ma qui non c’è nulla – a parte i dettagli romanzeschi – che non sapessimo già da anni: Gentile era – per sua stessa scelta – un simbolo del fascismo; e l’agguato venne rivendicato dai partigiani comunisti. Che gli ispiratori o, addirittura, i mandanti fossero i servizi segreti britannici o alcuni fascisti radicali in procinto di cambiar casacca, non cambia di un ette il contesto in cui il delitto fu pianificato: 1) Gentile aveva aderito alla Repubblica sociale, legittimandola con parole e azioni concrete, e rimase fedele a Mussolini fino all’ultimo; 2) la Repubblica sociale era alleata della Germania nazista, la quale occupava militarmente l’Italia e vi spadroneggiava; 3) le camicie nere non si limitavano a dar man forte alle SS nei rastrellamenti dei partigiani. Co-organizzavano altresì, con dedizione ed entusiasmo, le deportazioni di ebrei italiani – cioè di innocenti civili – verso i campi di sterminio. La Repubblica sociale, nel dicembre del 1943, organizzò all’uopo il campo di transito a Fossoli di Carpi – campo cogestito con le consorelle SS – da cui furono trasportati ad Auschwitz, come bestie al macello, migliaia di ebrei (inclusi anziani, donne e bambini) e antifascisti il cui crimine consisteva nel volere la libertà. Transitarono da lì circa 5.000 – 6.000 persone, tra cui Primo Levi, nella doppia veste di ebreo e partigiano. Oltre il novanta per cento non fece mai ritorno in Italia.

In teoria, questi fatti ci consentono di formulare un giudizio storico equilibrato sull’affaire Gentile. I tempi sono maturi. Eppure si ragiona ancora quasi esclusivamente in termini politici e morali. Questa la tesi che va per la maggiore: fu un omicidio brutale o comunque insensato. Veniva ucciso un grande filosofo, un uomo di cultura che celebrò sempre i valori dello spirito; un mite intellettuale che non apparteneva alla mischia dei combattenti; il quale rappresentava, tra l’altro, il volto ‘buono’, moderato, del fascismo. Bobbio, in un’intervista del 1984, disse che, all’epoca in cui avvenne, aveva probabilmente giudicato “fatale e inevitabile” l’agguato a Gentile; ma ora lo considerava “un atto terroristico … un atto fine a se stesso”. Non sono d’accordo. L’uccisione di Gentile ebbe uno scopo ben preciso: scatenare la reazione fascista, appiccare ovunque il fuoco della rivolta. La logica della polarizzazione, dello scontro frontale, spingeva a eliminare soprattutto le figure ragionevoli, inclini al compromesso. I ‘fascisti buoni’, quelli che, come Gentile predicavano la pacificazione nazionale, erano dead men walking. Bobbio, acuto come sempre, ci fa comunque riflettere: dobbiamo giudicare con la prospettiva di oggi o con quella di allora? Un bel dilemma… Presente e passato non possiamo tagliarli di netto, col coltello: ciò che è avvenuto lo rielaboriamo pur sempre con la coscienza di oggi (tutta la storia è storia contemporanea…).
Oggi, nel clima di civiltà in cui viviamo, almeno in Occidente, l’esecuzione di un uomo – per quanto colpevole di gravi crimini – suscita riprovazione e sdegno. I radicali, pochi anni fa, difesero con lucida coerenza un feroce dittatore, Saddam Hussein, prigioniero nel braccio della morte. Una posizione gandhiana, questa, inconcepibile settant’anni fa, quando il comune sentire – anche nelle nazioni democratiche – era a favore della forca per fascisti, nazisti e collaborazionisti. Se teniamo i piedi ben piantati nel presente, dovremo condannare l’esecuzione sommaria di Gentile. Se invece ci immergiamo nel passato, e rievochiamo l’odio e il desiderio di vendetta traboccanti in ogni guerra civile, finiremo per giustificarla e fors’anche approvarla.
Quale di queste due sia la prospettiva ’giusta’, è difficile dire. Certo è che ragionare politicamente significa rendere attuale la vicenda fino a porsi l’imbarazzante domanda: “Gentile meritava o meno di morire”? Se dico di sì, vuol dire che sarei stato capace – nel 1944 – di approvare l’agguato o di parteciparvi. Io però non riesco ad arrogarmi il diritto di decidere della vita altrui – anche se, in questo caso, altri hanno deciso tanti anni fa. E poi io sono nato vent’anni dopo il fattaccio. So solo cosa farei oggi, col senno di poi: non ordinerei quell’omicidio. Per una ragione politica più che morale – se uccidere in una guerra di resistenza, di liberazione, è immorale sempre e comunque, allora tutti i partigiani erano assassini. Gentile sarebbe stato infinitamente più utile all’Italia democratica da vivo che da morto: lui, con l’ingegno e la tempra che aveva, sarebbe stato una spina nel fianco dei ‘redenti’, di coloro che, gettata la camicia nera, si convertirono al partito comunista, o a quello ancor più ampio dei professionisi dell’antifascismo manieristico e radical-chic. Lui, diversamente da tanti suoi allievi, non aveva la vocazione del camaleonte. Il che, in Paese gattopardesco qual è l’Italia, non è virtù da poco.

Posted on October 22, 2014 and filed under Post in italiano.