Il governo più a sinistra della storia repubblicana

Ogni volta che un neofita della politica pontifica – con sussiego – “evviva, viviamo in un’era post-ideologica!”,  sbuffo alzando gli occhi al cielo. La modernità e la rivoluzione digitale hanno forse “rottamato”, come rulli compressori, le ideologie che sono state il nostro pane quotidiano? Chissà, può essere che gli “ismi” dell’Otto-Novecento siano finiti nella pattumiera della storia. Meno male però che il Settecento illuminista è troppo lontano e sfocato, per questi profeti del nuovismo. Proprio l’affermarsi di facebook a livello planetario ha riproposto un tema vecchio come il mondo: quello del monopolio del potere (finanziario, politico, dell’informazione).  Altro che eutanasia delle culture politiche: qui bisogna tenersi sul comodino Lo spirito delle leggi di Montesquieu, e rileggerselo come un vangelo ogni sera. L’uomo, nel corso dei secoli, non ha mutato natura, e quindi mi sento più tranquillo se la nostra società continua a basarsi su un’idea ammuffita, settecentesca: la separazione e l’equilibrio dei poteri.  

In verità, le tre grandi correnti politiche della modernità – socialismo, liberalismo, democrazia – sono tutt’altro che scomparse, assomigliano semmai a fiumi carsici. Basta ascoltare bene i teorici della melassa post-ideologica – nonché esperti di funambolismo – per capirlo. Chiunque consulti i manuali di storia e di filosofia riuscirà a collocare questi furbastri di qua o di là della linea di demarcazione fra progressisti e reazionari/conservatori. Costoro escogitano programmi confusi, ma ci ficcano dentro idee ben chiare, che quasi mai però sono farina del loro sacco: le rubano, in spregio ai diritti di proprietà intellettuale; saccheggiano a destra e a manca come pirati della peggior risma. Un esempio eloquente è il salario di cittadinanza: da quanti anni se ne discute nei circoli intellettuali della sinistra? Se poi i pezzi del puzzle non si incastrano… chi se ne frega! Postmodernità significa che non ho più l’obbligo della coerenza.  La rivoluzione digitale mi ha fatto un ben regalo: viviamo nell’istantaneità, quello che dicevo ieri, oggi posso dimenticarlo, è acqua passata. Il nemico di ieri, è l’amico di oggi. Tuti i ruoli sono interscambiabili.

Detto ciò, non posso negare che regnasse il caos anche prima che apparissero i profeti del nuovismo post-ideologico. Temo però che l’ottimismo di Mao sia fuori luogo: “grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è favorevole.”  La sinistra, che oggi ha poche idee, e alquanto fumose, batte in ritirata su tutti i fronti. L’abitudine a invadere il campo altrui, non ci ha portato fortuna. La politica del rigore, detta anche dell’austerity, storicamente appartiene alla destra liberale, ora l’abbraccia anche la social-democrazia, preoccupata di far quadrare i conti. Del resto non è che le cose fossero sempre così chiare neppure nel buon vecchio Novecento: Mussolini, un genio – malefico ma pur sempre un genio –, avviò il primo innesto sperimentale in grande stile che unì la peggior destra (nazionalismo bellicoso, febbre coloniale) alla peggior sinistra (giacobinismo, culto della violenza). Alla fin fine, però il regime era inequivocabilmente reazionario, nonostante la verniciatura di socialismo populista – gli elementi di stato sociale tanto decantati dalla destra odierna. Negli stessi anni Rosselli, autore del classico Socialismo liberale, imboccava un’altra strada, quella che conduceva a una sintesi fra la destra liberale e la sinistra riformista. Le sue idee, infinitamente più eque e sensate, mirano a conciliare le istanze della borghesia (libertà politica e di impresa) con quelle del proletariato (giustizia sociale).

Questa premessa è forse fin troppo intellettuale per inquadrare il discorso che segue, ma che farci, sono un figliolo orgoglioso dell’intramontabile Novecento ideologico. Vengo al punto. Il governo Lega-Movimento 5 stelle è di destra o di sinistra? La più parte dei commentatori della sinistra radical-chic sfodera un’accusa trita e ritrita: il nostro avversario, ovviamente, non puo’ che essere di destra! Non c’è parola più infamante, nel lessico politico italiano. “Destra”, che schifo, che orrore!

E allora vi sorprenderò dicendovi che no, il governo – assolutamente legittimo – che si profila in Italia non è di destra. E’ piuttosto il governo più a sinistra della storia repubblicana. Intendiamoci, però. E’ la sinistra peggiore: quella vetero-marxista, ovvero arrogante, populista e saccente; quella che promette il paradiso in terra e una bella trasfusione dai capitalisti sanguisughe ai proletari anemici; quella degli idealisti acchiappanuvole, per dirla con Turati; quella che antepone i diritti ai doveri, perché i sacrifici no, guai solo a nominarli. Noi lo sappiamo, cari saputelli abbonati a Topolino, che in Italia non c’è mai stata una destra liberale e libertaria di massa. La destra egemone ha un imprinting sociale, e può essere altrettanto estremista della sinistra antagonista. L’una e l’altra hanno la stessa vocazione autoritaria. Sarà un luogo comune, ma qui casca a fagiolo: gli estremi si toccano. Tant’è che dai tempi di Benito un certo cambio di casacca – dalla cravatta rossa alla camicia nera (e viceversa) – non è mai stato traumatico. Prima d’esser fucilato dai partigiani, lo ammise candidamente Bombacci, ex marxista rivoluzionario, ex socialcomunista, nemico acerrimo del riformista Turati, e guarda caso fedelissimo di Benito durante la Repubblica Sociale: in fondo, noi “neri” siamo sempre stati “rossi”: volevamo la rivoluzione socialista in Italia. Per abbattere il capitalismo finanziario delle multinazionali, per difenderci dal complotto demo-pluto-giudaico- massonico.

Da che mondo è mondo, l’impianto concettuale dei populismi è organicamente di estrema sinistra, la destra illiberale si limita a un semplice taglia e incolla dal proprio alter ego: il denaro (quello altrui) è lo sterco del demonio; il potere (quello altrui) corrompe anche l’animo; i politici (gli altri, non noi) sono una casta di vampiri; la corruzione è dilagante nel mondo senza confini di oggi: torniamo alle nazioni, barrichiamoci in casa nostra, preserviamo la nostra purezza e identità (l’ebreo Trotskij voleva la rivoluzione mondiale, il cristiano Stalin il socialismo in un paese solo); c’è sempre un capro espiatorio o un complotto su cui riversare la rabbia popolare: ieri gli ebrei usurai, capitalisti e apolidi; oggi i banchieri, le multinazionali, le élite liberali cosmopolite, l’Unione Europea egemonizzata dalla Grande Germania.

Agli antipodi la nostra visione quale sinistra riformista e liberale: noi crediamo nel fatto – scientificamente dimostrato – che la globalizzazione, pur con tutti i suoi squilibri, ha liberato oltre un miliardo di persone dalla povertà; noi elogiamo il multiculturalismo e il meticciato; se le merci possono circolare liberamente, anche agli esseri umani va garantita la medesima libertà di movimento; i confini, prima o poi, scompariranno. In sintesi: esiste solo una razza: quella umana.

E’ un grave errore politico stigmatizzare il nuovo governo scagliandogli contro consunti slogan o anatemi ideologici, come se fossimo tornati alla Guerra Fredda. Il programma Lega-5 Stelle è comunistoide, o, quantomeno, nulla ha a che fare con i programmi razionali di spesa della destra liberale. Ci costerà dai 100 ai 150 miliardi di euro (notizia dell’ANSA). Salario di cittadinanza, taglio di alcune tasse, pensionamenti più facili. Dov’è la copertura? Chi pagherà il conto?   

Immagino la risposta sotto forma di un’altra domanda polemica. E le proposte di destra, quelle non le vedi nel programma? No, francamente non le vedo. E l’intolleranza verso gli immigrati? Beh, se studiamo la storia dell’Unione Sovietica, esempi di tolleranza non se ne vedono neppure se si usa la lente di ingrandimento. Quando a Stalin o ad uno dei suoi illuminati successori conveniva spostare interi popoli o minoranze etniche da una parte all’altra del loro sterminato paese, l’ordine scoccava senza che nessuno battesse ciglio. E gli stalinisti di casa nostra applaudivano, perché tutto ciò che avveniva nella patria del socialismo reale era progressivo – a prescindere.  Anche la persecuzione nei confronti degli omosessuali, nell’URSS, evidentemente era illuminata, ed emancipatrice. Come volevasi dimostrare, insomma: il nuovo governo ha un imprinting vagamente comunista. E quindi le venature destrorse ci stanno a pennello.

Che fare, allora? Riconosciamo tutti, finalmente, due cose: a) la destra liberale e la sinistra riformista, in Italia, sono minoritarie; (b) ancor oggi si fronteggiano due sinistre, e l’una è la negazione dell’altra. Rileggiamoci il saggio Il Vangelo socialista di Craxi (1978), scritto a quattro mani insieme a Luciano Pellicani, il più lucido e coerente intellettuale liberalsocialista in circolazione. All’estrema sinistra, che all’occorrenza può vestire i panni della destra sociale, e che oggi si camuffa da leghismo o da movimento post-ideologico, dobbiamo contrapporre un argine culturale. Noi rivendichiamo – con orgoglio – la nostra identità: siamo riformisti, e liberali. Nel corpo della nostra sinistra scorre il sangue della liberal-democrazia: noi promuoviamo il dubbio metodico, le soluzioni ragionevoli, il compromesso alla luce del sole. Noi diffidiamo delle formule magiche, non alimentiamo l’odio di classe né demonizziamo oscuri poteri forti, e neppure tiriamo fuori dal cilindro complotti fantasiosi per giustificare i nostri fallimenti o per rigettare con sprezzo le critiche alle proposte mirabolanti, da paese dei balocchi. In sintesi: rifiutiamo la demagogia populista. E infatti parteggiamo per il Montesquieu preoccupato degli abusi di potere, non per il Rousseau teorico della democrazia diretta e della monolitica volontà popolare che tutto travolge. Ammiriamo Bobbio e Rosselli, difensori della libertà, e non Marx, profeta di un’utopia bulimica inghiottita nei totalitarismi.

Ma un’iniezione di cultura filosofica non basta: dobbiamo elaborare un modello economico vincente, incentrato sulla dignità del lavoro, sullo sviluppo sostenibile, sullo studio metodico, sull’aggiornamento, sulla nascita di nuove professioni. I comunisti raramente si sono posti il problema di creare ricchezza: luccicano là, sull’orizzonte, montagne d’oro, basta metterci le mani sopra, e vivremo tutti felici e contenti. Also sprach Karl Marx. Noi invece vogliamo creare posti di lavoro, e tutelare i lavoratori con nuove, più flessibili reti di protezione. E allora diciamo no alle mance elettorali a pioggia, che sminuiscono la dignità dei disoccupati. Intendiamo preparare giovani studenti alle opportunità di un mondo in rapida trasformazione. Le imprese italiane avranno bisogno di oltre 150.000 tecnici nei prossimi anni. (E noi, anziché rilanciare l’educazione tecnico-scientifica, elogiamo la formazione classica e umanistica: nella mefistofelica Germania sono in grado di sfornare 100.00 tecnici in gamba all’anno). Vogliamo una società diversa da quella attuale, più inclusiva, con maggiori opportunità per tutti. Lo Stato deve investire massicciamente nella scuola, nella ricerca, nell’università. Solo così daremo un futuro ai nostri figli; solo così riguadagneremo alla nostra causa i milioni di italiani che si sono consegnati per disperazione ai due populismi gemelli siamesi. Giacché questa è la vocazione della sinistra liberale: garantire la protezione dai sussulti della globalizzazione senza promettere la luna nel pozzo. Se non saremo in grado di farlo, vincerà l’altra sinistra. E saranno guai per tutti.

"Contro la narrazione dominante" ©Gian Maria Turi 2017

"Contro la narrazione dominante" ©Gian Maria Turi 2017

Posted on May 22, 2018 .

Il senso perduto delle parole

Una delle tendenze più preoccupanti del nostro tempo è lo svuotamento semantico. Non parlate a vanvera: le parole hanno un significato ben preciso, attestato dall’uso e riportato nei migliori dizionari – ci ripetevano fino alla sfinimento i nostri professori. Questo modo di intendere la comunicazione, dicono tuttavia i neogiacobini che pascolano su internet, è un lascito ammuffito del Novecento. Reazionari, vi state opponendo alla rivoluzione! Rottamiamo, insieme alle ideologie e ai partiti, anche le regole e le convenzioni linguistiche! Vadano a farsi benedire i membri della Casta Universitaria e delle Accademie, insieme con le loro grammatiche, e i loro vocabolari. Io me ne infischio dell’etimologia e di tutte le definizioni/categorie cervellotiche elencate in quei libroni. Quel che conta è l’efficacia dell’atto linguistico. Protesto, urlo, calunnio ergo sum. 

È innegabile che i social media, nell’attuale clima che esalta la spontaneità e la sregolatezza, abbiano dapprima tollerato poi incoraggiato gli sproloqui, le parolacce, gli insulti e le aggressioni verbali a ogni piè sospinto. Chicche, queste, che fanno il paio con sgrammaticature e “orrori” di ortografia. Cos’è la comunicazione al tempo di internet, se non un vortice cacofonico che conduce all’imbarbarimento linguistico e alla povertà lessicale? La sciatteria semantica rischia di contagiare, ahimè, anche il giornalismo di qualità. 

Questa è la democrazia radicale dell’internauta, bellezza! Sì, oggi ognuno può sfogarsi liberamente. Il problema è che stiamo precipitando nell’assurdo, nel grottesco, nel non senso. Si denuncia – a ragion veduta – il danno causato dall’ignoranza di discipline, contenuti, fatti, concetti, teorie e metodologie. Ma, a rifletter bene, la radice del caos è nell’approccio offensivo e canzonatorio verso il linguaggio stesso. L’imprecisione nel parlare e nello scrivere è conclamata e dilagante. Per un po’ dovremmo invertire il “rem tene, verba sequentur” dell’oratoria classica: cari studenti, per prima cosa afferrate bene il senso delle parole, l’argomento o il tema si preciseranno in seguito. 

La peggior forma di ignoranza, la più subdola, è quella linguistica. È anche la più antidemocratica, quando viene esibita con arroganza: “io mio arrogo il diritto di manipolare o inventare il senso delle parole. Uno vale uno, giusto?”. No, sbagliato, caro internauta: la lingua è ciò che di più intimo e primordiale condividi con ogni tuo connazionale, anche se è il tuo peggior nemico. Se neghi questo, ti sottrai a ogni confronto, rifiuti un fondamento comune, sgretoli il senso di comunità. Il problema, badate bene, è politico da cima a fondo. Da che mondo è mondo, la lotta politica si conduce a suon di parole, lette o udite. Se avvaloriamo la teoria che ogni termine può voler dire tutto e il contrario di tutto, finiremo per vivere in un mondo caotico, senza più una bussola che ci orienti nella navigazione, altro che società liquida in cui galleggiare sospinti dalla corrente: si prefigura la società delle piogge torrenziali, delle alluvioni. Rischiamo il naufragio, l’annegamento. 

L’iperbole, inflazionata in politica, è una figura retorica, non è un uso distorto e ingannevole delle parole. Se dico che Craxi è un pericolo per la democrazia, offro al mio interlocutore la possibilità di controbattere proprio perché la sparo grossa. Non pensi di aver esagerato un po’, caro compagno Berlinguer? Se aggiungo il carico da novanta e dico che Craxi è fascista, un leader di destra, è evidente che gli sto scagliando contro un insulto. Questo lo capiscono tutti: in barba ai polveroni che tento di sollevare, sto aggredendo/insultando un avversario politico. C’è modo di difendersi, quindi. Argomenta meglio la tua accusa ardita! Cosa intendi per fascista? Se invece – con diabolica sistematicità – erodo il senso acquisito, stabile, di vocaboli essenziali del lessico politico, ecco che crollano le difese della ragione e della cultura. Rendendo tutto instabile, incerto, incomprensibile, finisco per avvelenare i pozzi. A quel punto, non è più possibile un confronto, bensì solo lo scontro. 

Oggi abbiamo superato il livello di guardia. E dispiace che fior fiore di intellettuali, color che sanno, tacciano o si adeguino al vizio della manipolazione semantica. Gustavo Zagrebelsky, figura stimata e rispettabile, dà il suo contributo in una intervista rilasciata a Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2018). “Eversivo l’Aventino di Renzi. Nel proporzionale ci si allea.”  La metafora dell’Aventino è consunta – ahimè, che ossessione il fascismo! – ma serve a vivacizzare la narrazione (un episodio storico, l’astensione dai lavori parlamentari da parte di vari deputati antifascisti a seguito dell’omicidio Matteotti, simboleggia la protesta velleitaria, la rinuncia al confronto). Del tutto fuori luogo, invece, è definire “eversivo” il gran rifiuto di Renzi. Un aggettivo così “carico”, che suscita ansie o timori, andrebbe maneggiato con cautela. Citiamo bene: L’Aventinismo di Renzi, dice Zagrebelsky, “dal punto di vista del sistema proporzionale, è una testardaggine vagamente eversiva. Perché sottrae la terza forza politica al gioco democratico.” 

È grave che un costituzionalista si esprima così, con questa leggerezza. Quell’avverbio, “vagamente”, appiccicato lì come un pannicello caldo, non mitiga l’abuso semantico. La pietra scagliata con eleganza non fa meno male quando ti colpisce in fronte. Si può – anzi: si deve – criticare Renzi, il politico, la figura pubblica. È legittimo dissentire da lui, e sarebbe anche comprensibile chiedergli di tacere, se non altro per pudicizia: gli elettori l’hanno bastonato, e lui, allergico all’autocritica, appare in TV tutto ringalluzzito. Ma ancora più brutto è lo spettacolo dell’uomo di cultura che si ribella con stizza al senso comune linguistico. Se togliessimo quell’aggettivo infilato a forza, il ragionamento di Zagrebelsky non farebbe un grinza: con l’attuale legge elettorale ritorna la centralità del Parlamento. Dopo le elezioni, si formano i governi che hanno i numeri, ovvero abbastanza deputati disposti a votar loro la fiducia. Il che vuol dire una cosa ovvia: quando si vota col proporzionale è difficile stabilire con nettezza chi sia il vincitore. L’esempio ricordato è calzante: negli anni Settanta il MSI guadagnava consensi, eppure rimaneva relegato all’opposizione, mentre i piccoli partiti, continuavano a governare, a braccetto con la DC, anche se perdevano voti. Si potrebbe aggiungere che il PSI di Craxi fece cose egregie con un misero 14 per cento. 

Avrei due osservazioni, però: 1) non mi pare che durante la Prima Repubblica fosse giudicato “eversivo” tenere fuori dal gioco democratico il MSI e il PCI (o forse lo era e non ce ne siamo accorti?); 2) gli italiani oggi si aspettano un sistema fondato sull’alternanza, tipico dei sistemi compiutamente bipolari, a prescindere dalla legge elettorale vigente. Questa aspettativa, che pare assurda a chi si fa trascinare dalla tramontana delle passioni, prese corpo nell’ormai lontano 1994, anno in cui scese in campo con squilli di tromba Sua Emittenza e nacque con taglio cesareo la Seconda Repubblica. A quasi un lustro di distanza, i nostri concittadini non hanno cambiato idea. Tant’è che vivrebbero come un affronto un governo di coalizione che includa il PD, per il semplicissimo fatto che questo partito è stato sconfitto clamorosamente il 4 marzo. Sarà poco in linea con la logica di Zagrebelsky, questo sentimento, nondimeno è piuttosto diffuso. Possiamo ignorarlo, nella nostra spumeggiante democrazia? Se uno vale uno, bisognerà pur ascoltarli gli elettori. Ma non m’interessa disquisire su chi abbia ragione nel merito: ognuno ha diritto alle sue opinioni. 

Voglio invece polemizzare sull’uso volutamente erroneo e manipolatorio di un vocabolo tutt’altro che innocuo. Il partito di minoranza, il PD, rifiutandosi (ovvero sottraendosi al presunto obbligo) di governare con i 5 stelle, manifesterebbe un comportamento eversivo? Allora, a rigor di logica, è altrettanto eversiva la posizione intransigente dei 5 stelle. Un’alleanza parlamentare con Silvio Berlusconi? Giammai! Questa fatwa esclude da ogni ipotesi di accordo o negoziato Forza Italia, una forza politica votata da circa 5 milioni di italiani. L’esclusione avviene in nome di un principio sacrosanto:  Berlusconi è il Male Assoluto. Gli eversori e i sovversivi, evidentemente, sono sempre gli altri…

Le suggerisco, gentile Professore, alcuni aggettivi più appropriati per qualificare, e condannare, l’indubbia testardaggine di Renzi: incomprensibile, autolesionista, controproducente, assurda, infantile, sterile. Ma eversiva no, questo non glielo consento. Mi vengono in mente azioni ostili al sistema democratico, azioni distruttive, illegali: che so io, gli anarchici che lanciano le molotov incendiarie, le brigate rosse che gambizzano, i Toni Negri che predicano contro lo Stato democratico. Mi par di sentirlo, l’internauta abbonato al Fatto Quotidiano, “ma chi ha il potere di decidere, chi è eversivo?”. Meno male che ci sono i dizionari.

Dal dizionario Treccani.
eversivo agg. [der. del lat. eversus, part. pass. di evertĕre (v. eversione)]. – 1. Che mira ad abolire, a sopprimere: le leggi e. dell’asse ecclesiastico (v. eversione, n. 2). 2. Che tende a rovesciare, a sconvolgere l’assetto sociale e statale, anche mediante atti rivoluzionarî o terroristici: azione, attività e.; disegno e.; anche riferito a chi opera per l’eversione: elementi, gruppi eversivi. 

Posted on May 9, 2018 .

La carica dei diecimila: elezioni politiche o concorso pubblico?

Grillo e la Casaleggio Srl ci obbligano a tirare la testa fuori dalla sabbia. Ma il complesso dello struzzo è difficile da superare. Per noi, figli della Prima Repubblica, sostenitori della forma-partito tradizionale. In tutte le democrazie mature la partecipazione dei cittadini alla res publica è in calo; i partiti subiscono emorragie debilitanti; le culture politiche novecentesche sono viste come orpelli fuori moda.  I problemi si accumulano, non vengono affrontati alla radice: si tira a campare, si veleggia a vista. E se qualcuno offre una ricetta radicalmente alternativa, scocca il solito dardo: la condanna urbi et orbi del populismo. Morale della favoletta: il consenso per le organizzazioni antisistema e “anticasta” (quelle democratiche, non violente) cresce a dismisura.

E’ vero che il logo del Mov. 5 stelle appartiene a Grillo e Casaleggio, fatto che cozza con la democrazia degli iscritti. Diciamola, però, una verità scomoda: l’attivismo dei pentastellati è sommamente democratico. Le loro parlamentarie ne sono una eloquente dimostrazione. Pare che siano in lizza circa diecimila candidati. Quali possibilità ha oggi una persona qualificata/motivata/in gamba di diventare un parlamentare tramite i partiti tradizionali?  Ben poche, se non fa parte di certe consorterie o di “cerchi magici”, ovvero se non è un fedelissimo del Capo di turno. Si spiega così la polemica sui candidati “paracadutati” da Roma su seggi sicuri: in molti casi sono stati scalzati militanti storici o deputati uscenti validissimi, in spregio al principio della rappresentanza territoriale. Non è un caso che il PSI, l’unico partito “sopravvissuto” alle tante metamorfosi delle sigle politiche post-Tangentopoli, abbia incoraggiato le candidature locali, in barba a tutti i tentativi di screditarlo dai tempi di Mani Pulite. In sostanza: i partiti tradizionali difendono il concetto di democrazia rappresentativa, ma hanno seri problemi a rappresentare tutta la società civile; il Mov. 5 stelle è nella situazione esattamente opposta.

Ecco perché le parlamentarie pentastellate sono la classica mossa del cavallo. Una mossa geniale, nel contesto attuale. Grillo ha assestato una sonora sberla in faccia ai partiti ingessati da professionisti di lungo corso. Ha agguantato due grassi piccioni con una sola, banalissima fava: sfoggiare le credenziali di un movimento autenticamente popolare, in osmosi con la società civile, e diffondere la sfiducia totale nella democrazia rappresentativa. Sembra un paradosso (le parlamentarie si sono pur svolte, e riguardano futuri deputati!), ma non lo è: in cauda venenum, come vedremo. Ben vengano le critiche al sistema attuale. Il punto è che l’ideale della democrazia diretta, alla prova della storia, potrebbe rivelarsi un’utopia pericolosa.

Qual è il messaggio subdolo delle parlamentarie aperte all’universo mondo? Eccolo: “la politica tradizionale è morta e sepolta, ma siccome ci sono in palio alcuni posti ben pagati, fatevi avanti, e comincerà la gran farsa del maxi concorso pubblico. Siamo incompetenti? Certo, e ce ne vantiamo. Perché almeno noi garantiamo a tutti la partecipazione. E poi siamo onesti, che è la cosa in assoluto più importante” (sella serie: giacobinismo puro: Robespierre era detto, appunto, l’Incorruttibile).  Così l’intera classe dirigente è trascinata in giudizio. “Osservate il disastro epocale che ci circonda! I sedicenti esperti hanno fallito per manifesta incapacità. Oppure ci hanno ingannati, questi artefici delle crisi economiche e politiche. Sono tutti, indistintamente, al soldo del Potere corruttore, si sono svenduti ai potentati economici, alle lobby, alle multinazionali, alle case farmaceutiche, alle banche d’affari.” Sgorga a fiotti un pessimismo cosmico. Ogni utopia rivoluzionaria ha una carica negativa derivante da una visione manichea – il mondo è diviso fra i figli della luce e i figli delle tenebre. Il Male Assoluto si annida da qualche parte. Se non è nella natura umana stessa, è nella società, o nei partiti, o nel capitalismo o nelle Chiese.

Ma i pentastellati annunciano la buona novella: “abbiamo tenuto a battesimo una nuova creatura di specchiata moralità, realmente popolare e democratica, dove uno vale uno. Come San Giorgio anche noi, lancia in resta, uccideremo il drago. Daremo il colpo di grazia a questa politica fintamente democratica, melmosa, corrotta, impura.” Grillo & Co. hanno scoperto l’acqua calda: i politici riformisti hanno sempre saputo che poteri occulti, infidi, esistono anche nelle migliori democrazie (si pensi alle ramificazioni e alle trame della loggia massonica P2), e vanno combattuti. Il problema, qui, è la sindrome paranoica del sospetto e del complotto. Una sindrome pericolosa perché non richiede prove o dimostrazioni, solo fede cieca e determinazione ferrea nel colpire i simboli del Male.

Onestamente, però, su un punto non si può dare la colpa ai Cinque stelle: è un punto essenziale – devastante, sovversivo –: apparentemente (dal punto di vista cioè dell’Uomo Qualunque) tutti i governi si equivalgono. “Chiunque vada al potere, oggi, non ha la forza per trasformare in meglio la vita dei cittadini.” E perché mai, chiediamo noi stupefatti. Elementare, Watson.  “Da qualche anno i politici eletti democraticamente sono servi dei poteri forti”. Tradotto in politichese o linguaggio meno rozzo: i politici non rispondono più soltanto al loro elettorato. C’è un grumo di verità, ahimè, in questa narrazione perversa. I governi tecnici l’hanno dimostrato. Del resto, i confini dello Stato-Nazione sono sempre più sfumati, e molte decisioni importanti oggi vengono prese a livello internazionale: siano condizionati da banche d’affari, dall’Unione Europa, dalle multinazionali, dal Fondo Monetario Internazionale e chi più ne ha più ne metta. In un certo senso, è sempre stato così. Ma la tendenza a esautorare i Parlamenti nazionali ha subito una forte accelerazione.

E’ davvero difficile promuovere una visione tradizionale della politica come mediazione fra interessi diversi quando abbiamo a che fare con Moloch del genere. La via maestra è una sola: più Europa – solo un’Europa forte e solidale può resistere agli speculatori. Finché questa Europa immaginaria non si materializza, finché perdura la crisi economica, i Cinque stelle avranno gioco facile. Tanto vale votare per l’Uomo Qualunque, senza arte né parte, che almeno non vi fotte. Perché lasciare le poltrone disponibili ai ladri e ai mentitori di professione? Naturalmente questo messaggio – il Parlamento e i governi sono perfettamente inutili – dev’essere edulcorato: è troppo dirompente. Allora anche noi vi promettiamo una gestione migliore di quelle precedenti. Ma non cesseremo di urlare ai quattro venti un’amara (o dolce, a seconda dei punti di vista) verità: chiunque può fare il deputato, il sindaco di Roma, il Presidente del Consiglio. Un’idea in teoria giusta, si trasforma in pratica  in un’idea demenziale– perché non c’è né regola né criterio. “Cari concittadini, candidatevi pure, accorrete a frotte. Se non avete nulla da perdere e tutto da guadagnare, perché siete messi male, oppure avete un lavoro mediocre, sottopagato, tanto vale che sfruttiate anche voi questa opportunità. Entrare in parlamento è come vincere un terno al lotto: 9.000 euro al mese, nessun obbligo di quelli che hai sotto padrone… Una pacchia.”

Sono convinto che molti candidati grillini siano iper-democratici e iper-motivati – si sforzeranno di far bene il loro lavoro, se eletti. Ciò non toglie che la carica dei diecimila è un segnale lampante della crisi della politica: la poltrona fa gola per lo stipendio, non c’è alcuna percezione della difficoltà o serietà dell’impresa. Anche durante la famigerata Prima Repubblica c’era chi ambiva al posto da deputato, eccome. Ma tutti dovevano sottoporsi a una snervante gavetta; il percorso era lungo, stressante, duro, e non avevi alcuna certezza di coronare i tuoi sogni. Quale impulso se non la passione spingeva a dedicarsi alla politica a tempo pieno? Quanti professionisti, tecnici, laureati, imprenditori avrebbero rinunciato a dieci o quindici anni di attività, o a una carriera certa, sgobbando nei sindacati, nei consigli comunali, nelle burocrazie di partito? Gli unici deputati che “saltavano la fila” erano gli indipendenti. Ma si trattava di una eccezione, ben giustificata: anche loro venivano cooptati per merito. Il loro curriculum, i loro successi, conferivano prestigio, lustro, al partito che li esibiva orgoglioso.

Che chiunque possa potenzialmente fare il deputato, o il Ministro, non è un’eresia: è un concetto sacrosanto, che sta alla base di ogni democrazia. Laureato o precario, colto o ignorante, chiunque deve potere rappresentare il popolo. Gramsci non era laureato, tanto per fare un esempio. Ma aveva studiato come un matto, e comunque un mestiere o due li aveva appresi: quello del giornalista/organizzatore di cultura e quello del dirigente politico. Il problema dunque è sempre lo stesso: come si crea dal nulla una classe dirigente capace? Se la forma-partito tradizionale si sta disgregando, come verranno selezionati i nostri rappresentanti? Tramite un click su Facebook? I partiti post-tangentopoli, quelli grandi, i veri responsabili del disastro attuale, se ne sono infischiati. Io dirigo un Istituto di Cultura all’estero: ci sono arrivato a cinquant’anni, dopo quasi vent’anni di gavetta, studi specifici, selezioni continue. Ci sarà anche chi (grazie alla politica, ai maneggi) ci arriva prima. E ci sarà anche chi non è qualificato per l’incarico. Ma si tratta di una minoranza: il sistema, nel complesso, funziona. E, oggi, mi dico: ho finalmente la maturità per svolgere questo incarico delicato. La gavetta mi ha temprato, plasmato.

La politica è un’attività diversa? Sì, certo. Mica è mera tecnica manageriale. E’ questo che Croce intendeva con la formula “capacità politica”, che è la principale manifestazione di onestà in politica (il miglior medico chirurgo d’Italia potrebbe rivelarsi un pessimo Ministro della Sanità, e allora sarebbe peggio d’un politico ladro). Croce però non voleva dire che una casalinga o un disoccupato possono gettarsi nell’agone politico senz’altra motivazione che quella di sbarcare il lunario. La politica ha bisogno, oltre alla vocazione o all’attitudine, di maturità, di competenze, e di professionalità specifiche. Queste si acquisiscono con l’esperienza concreta, che è sempre mediata dal rapporto “pedagogico” costante con i saggi, con i maestri. In tutte le società normali sono gli anziani che formano i giovani. Nel caso della politica democratica: i maestri sono i dirigenti storici, ovvero coloro che custodiscono il sapere politico, l’esperienza amministrativa e di governo, il rapporto con la base e con il territorio, le tradizioni specifiche del proprio partito (in termini economicistici: i dirigenti che rappresentano “la cultura aziendale”).  Ma se i partiti sono ridotti al lumicino, e le élite che li dirigono divengono autoreferenziali, salta questo rapporto tra anziani e giovani, che è la linfa vitale di ogni democrazia rappresentativa. Non lo si ripeterà mai abbastanza: senza partiti ben strutturati, organizzati democraticamente, nessuno è in grado di formare una classe dirigente. Neppure in politica esiste l’abiogenesi.

Senonché, la crisi della politica ci appare come un Giano Bifronte: all’arroccamento della nomenklatura, che assegna future poltrone senza consultare gli iscritti, fa da contraltare, sul fronte opposto, l’arrembaggio a un posto di lavoro ben remunerato da parte degli esclusi dal gioco politico. Tanto varrebbe ammetterlo: le elezioni sono un gigantesco concorso pubblico, in palio qualche centinaio di posti a termine, con contratto quinquennale, rescindibile in caso di chiusura/scioglimento anticipato dell’azienda-Parlamento. E la commissione d’esame? Chi sceglie i commissari e il programma? E i requisiti per l’ammissione vanno decisi per legge, oppure ogni partito sceglie i propri? Rieccoci alla casella di partenza: è inimmaginabile che i partiti – anche i non-partiti come il Cinque stelle – siano estromessi dalla gestione del concorsone. Insomma: non ci sono alternative: cari politici, se non volete riformare i partiti, almeno fissate regole uguali per tutti, in modo che le procedure di selezione – le parlamentarie – siano trasparenti ed eque, su tutto il territorio nazionale. 

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Posted on February 15, 2018 and filed under Post in italiano.

Una cosa o due sulla responsabilità morale

Il leader della Lega, Salvini, ha condannato l’atto terroristico del neofascista che ha sparato sugli immigrati a Macerata – nessun dubbio sulla matrice politica: il neofascista ha fatto il saluto romano, e a casa sua hanno trovato il Mein Kampf. La condanna però è diluita da un commento inquietante: “La responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini.” Eccolo, il principio “due pesi, due misure”. Immaginiamo se l’attentatore fosse stato un giovane musulmano, e se un imam o un leader politico islamico, dopo la condanna rituale del tentato massacro, avesse aggiunto: la responsabilità morale della violenza è di chi ci discrimina in Europa, o di chi bombarda i nostri fratelli in Medioriente.

Chi sarebbero, poi, i corresponsabili “morali”, gli innominati? Presumo i politici del governo in carica. Se fosse così, sarebbe un commento gravissimo. In democrazia criticare il governo è più che legittimo: è salutare. L’opposizione esiste proprio per questo. Criminalizzare invece è da irresponsabili: nessuna politica sull’immigrazione, neppure la peggiore, giustifica (o spiega) un atto violento, eversivo di questo genere. E di certo non è il governo attuale ad aver “riempito l’Italia di clandestini”. Chi è il colpevole, allora? Direi tre figure astratte, che non possiamo trascinare in giudizio: la povertà, il sottosviluppo e le guerre. In tutti i tribunali, compreso quello della storia, possono comparire solo persone in carne ed ossa. Chi sono i responsabili dell’immigrazione incontrollata? Elementare, Watson: coloro che sfruttano le risorse altrui, che speculano in borsa causando recessioni, che fanno patti occulti con élite corrotte per far affari d’oro, che vendono armi, che fomentano i conflitti. Oppure quelli che, pur avendone i mezzi o le capacità, non intervengono laddove incancrenisce l’ingiustizia – anche l’omissione è un peccato. Si tratta di uomini d’affari che si mimetizzano nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, delle multinazionali, delle banche d’affari, oppure di leader politici che si nascondono dietro il paravento dell’interesse nazionale ecc. Alla base di questa piramide c’è lo scafista che lucra, vergognosamente, trafficando esseri umani.

Lo pseudo-ragionamento di Salvini purtroppo è molto diffuso, sia a destra che a sinistra. Anch’io sono caduto qualche volta in un cortocircuito logico, travolto dalla rabbia. Dilaga il terrorismo omicida nel Medioriente? Ebbene, la corresponsabilità morale è di quei paesi occidentali che hanno scatenato la guerra in Iraq, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Così ragionavano anche i comunisti in buona fede, durante quell’orgia di sangue passata alla storia come Rivoluzione d’Ottobre: la corresponsabilità morale è dello zar e dei suoi lacchè. La gente, disperata, affamata, ha imbracciato il fucile. Che altro poteva fare? Stessa autoassoluzione, da parte dei nazisti: la Germania era allo stremo, dopo la Prima Guerra mondiale, chi ci impose riparazioni pazzesche deve salire assieme a noi sul banco degli imputati.  Fu, questo, uno dei punti della strategia difensiva dei gerarchi nazisti a Norimberga. Su un piano più modesto di efferatezza, i teorici delle Brigate Rosse si discolparono incriminando il capitalismo e lo Stato borghese delle multinazionali, e i collaborazionisti del capitale, e i gruppi eversivi neofascisti. Bisognava pur reagire. Anche dando la morte.

Spesso non si inquadrano i problemi perché si confonde responsabilità morale e responsabilità politica. Sì, a volte si sovrappongono. Ma non sono la stessa cosa. Le accomuna solo un tratto: entrambe sono individuali. Chi causa la miseria e le guerre, o non fa nulla per prevenirle, è corresponsabile politicamente delle condizioni in cui può maturare l’estremismo fanatico (è il caso dei leader delle potenze vincitrice del primo conflitto mondiale). Ma chi teorizza e propaganda un’ideologia violenta quale risposta a quelle condizioni ha una responsabilità in più, più grave ancora: quella morale, appunto (è il caso di Hitler e dei suoi scherani; di Lenin, di Stalin e dei bolscevichi). Costui è il vero corresponsabile delle stragi compiute dai propri seguaci. Ma no!, mi dicono. Che analogie son mai queste? Esci fuori tema, il contesto qui è diverso: parliamo di uno spostato, sedicente fascista, in un’Italia democratica, invasa da stranieri. Certo, il contesto è sempre diverso, quando i paragoni mettono in crisi. Insisto: in tutte le epoche scatta la stessa l’operazione, che dà lo stesso prodotto: a) situazione sociale/economica esplosiva + b) ideologia violenta, fondata sull’odio = c) azione eversivo-criminale. Chi ragiona come Salvini, salta a piè pari un anello della catena: l’ideologia.

L’assoluzione per i crimini di matrice politica è efficace a una condizione: quella di cancellare ogni traccia delle alternative concrete, reali. A quel punto ciò che di malvagio avviene è il risultato di una scelta “obbligata”: siamo schiavi della necessità storica. Grandissima menzogna: la storia è fatta dagli uomini, e quindi può sempre prendere un altro corso. Un solo esempio: immersi nella stessa, identica realtà sociale, posti di fronte agli stessi, identici dilemmi, i menscevichi scelsero un socialismo democratico e dal volto umano – furono spazzati via coscientemente dai bolscevichi, che preferirono una feroce dittatura.  Da Freud in poi abbiamo una scusante in più: la follia o le pulsioni inconsce. Un grande filosofo, Ricoeur, ci ha insegnato che il paradigma della nostra epoca è la medicalizzazione della condizione umana. Il che conduce, prima o poi, alla deresponsabilizzazione. Hitler, Goebbels, Eichmann sterminavano ebrei, d’accordo, Ma erano psicopatici. E le altre decine di migliaia di altri nazisti, cos’erano, individui ipnotizzati dai pazzi? Hannah Arendt, in quel capolavoro che è La banalità del male, ci ha insegnato una amara verità: i grandi e i piccoli criminali politici sono fatti della stessa pasta morale. Gli uni hanno bisogno degli altri affinché una follia collettiva – il genocidio, la rivoluzione purificatrice – possa aver luogo. Ogni singolo uomo, nella catena, dà il suo contributo alla macchina della distruzione, la quale non si muoverebbe senza la concatenazione di tante scelte individuali.

Ai cultori delle radici cristiane d’Europa – pullulano, a destra – consiglio di ripassarsi Dante. L’uomo è tale perché è dotato di una facoltà tutta umana che si chiama libero arbitrio. La quale significa capacità congenita di discernere fra il bene e il male. E tutta qui la fonte della moralità. Toglieteci questa libertà ed avrete automi, vittime delle circostanze, irresponsabili non perseguibili. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e la Chiesa cattolica ha dovuto fare i conti con la psicanalisi e il marxismo. E così Giovanni Paolo II ha introdotto il concetto di “strutture del peccato”: realtà sociali che inducono al male. Ma ciò non può in alcun modo scalfire la più grande verità che ci ha trasmesso il cristianesimo.  Per quanto costretto ed oppresso, l’uomo – creato a immagine e somiglianza di Dio – rimane, essenzialmente, un essere morale, responsabile sia delle sue azioni sia delle sue idee manifestate in pubblico.

Per capire quanto il modo di pensare deterministico sia aberrante, basta un piccolo sforzo: immaginate un kamikaze pronto a farsi esplodere fra civili innocenti; un bolscevico che punta il fucile contro un borghese russo; un nazista che fa altrettanto con un ebreo, uno zingaro, un oppositore politico; un brigatista rosso che spara alle spalle al sindacalista Guido Rossa. Ecco, proviamo, in tutti questi casi, a personificare il contesto quale mandante morale dell’omicidio che sta per compiersi: l’occupazione straniera; la miseria nelle campagne; il revanscismo antigermanico; lo sfruttamento capitalistico. Possiamo spremerci le meningi all’infinito: non c’è alcun collegamento fra una di queste situazioni in cui l’uomo armato si trova e la decisione di premere il grilletto. Se fosse la situazione sociale a spingere, per automatismo, alla violenza politica, non potremmo spiegarci un Gandhi: pur umiliato dai colonialisti britannici, scelse la via maestra della non violenza quale forma di lotta. Solo le idee, quelle tossiche, hanno la capacità di indurci all’omicidio politico. E le idee malefiche non sorgono per abiogenesi: qualcuno le concepisce, le esalta, le propaga, iniettando un veleno nel corpo sociale. E qualcun altro – un essere umano “troppo umano” – sceglie di farsi incantare da queste idee piuttosto che da altre. E, naturalmente, quando viene chiamato a rispondere dei suoi atti malvagi, si giustifica come può: sono state le condizioni sociali, economiche, politiche a indurmi alla disperazione! Oppure si appiglia a una scusante psicologica: è stato un colpo di testa, magari frutto di un contagio collettivo. No, non regge: il pazzo spara a caso: il nazista sapeva ben distinguere fra “ariani” ed ebrei; il terrorista, rosso o nero, li sceglie bene i suoi obiettivi. E le attenuanti, che vengono riconosciute in ogni processo? Quelle riguardano il delitto comune. Il crimine politico, più di ogni altro, è frutto di una libera scelta. Nel caso di Macerata, dunque c’è l’aggravante: la motivazione razzistica. Piantiamocelo in testa: la responsabilità morale fa capo sempre a un individuo senziente, che decide in piena libertà.

Sgombriamo il campo da un abbaglio. Premesso che togliere la vita a un essere umano è il crimine più orribile, c’è una differenza sostanziale fra Jack lo Squartatore e Adolf Eichmann: il primo era pazzo, e non faceva proselitismo; il secondo era normalissimo, e reclutava assassini nel nome di una ideologia razzista. I giornalisti sanno distinguere fra cronaca nera e criminalità politica. Ma molti confondono l’una con l’altra. E infatti su Facebook c’è chi giustifica o “spiega” la sparatoria a Macerata come una sorta di “vendetta indiretta”, motivata dall’uccisione di Pamela Mastropietro, una povera ragazza il cui corpo fatto a pezzi è stato rinvenuto nei pressi di Macerata – il sospettato numero uno è un nigeriano, che è in stato di fermo. Non ci siamo proprio. A parte il fatto che, in uno Stato civile, nessuno può farsi giustizia da solo, è evidente l’assurdità del collegamento fra i due fatti: l’omicidio di Pamela – se tale è: gli investigatori stanno indagando – è opera di un folle o di una persona in preda a droghe, la tentata strage è un’azione politica, avente scopo intimidatorio. Il neofascista intendeva uccidere immigrati qualsiasi, colpevoli perché la loro pelle ha lo stesso colore di quella del presunto omicida. Nessun mistero sul movente. Appena arrestato, ha dichiarato: “volevo vendicare Pamela e fare qualcosa contro l’immigrazione perché il fenomeno dell’immigrazione clandestina va stroncato.” Come volevasi dimostrare: costui è moralmente responsabile avendo aderito in scienza e coscienza al nazifascismo. Chiamiamo le cose con il loro nome. Qui il disagio sociale, la psiche disturbata, e quant’altro, non sono attenuanti. E la corresponsabilità morale della tentata strage ricade su tutti i politici che soffiano sul fuoco dell’odio, dell’intolleranza, della xenofobia, per lucrare qualche voto in più.

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Posted on February 12, 2018 and filed under Post in italiano.

I due modelli di partito azienda e la crisi della politica

Non voterei per i pentastellati neppure sotto tortura. Non già perché promettono mari e monti: il viziaccio è generale. Mi fa orrore il loro giustizialismo esasperato, manicheo: i puri (noi) di qua, i corrotti (tutti gli altri) di là. Certo, non l’hanno inventata loro la questione morale; né hanno tracciato la via giudiziaria al potere: Berlinguer li ha preceduti su entrambi i fronti. Eppure il PCI credeva fermamente nel sistema dei partiti, nei sindacati, e nelle culture politiche. I seguaci di Grillo no, loro pensano che i partiti siano cloache a cielo aperto, i sindacati inutili, e le ideologie del Novecento roba ammuffita. Ma siccome neppure il “nuovista” più infervorato può tranciare di netto ogni legame con il passato, ecco che hanno ripescato l’ideale più confacente al loro pessimismo cosmico: quello rousseauiano – “l’uomo nasce buono ma è la società che lo corrompe”. Rousseau è anche il teorico della democrazia diretta (“la sovranità non può mai essere alienata; il corpo sovrano non può essere rappresentato che da se stesso”), ottimo viatico per una società del plebiscito nell’epoca dei social media. E infatti, gratta gratta, emerge una tendenza al totalitarismo digitale: i pentastellati vogliono una società compatta, amorfa, e al tempo stesso spiccatamente individualistica. Assommano quindi i difetti del comunismo e del liberalismo. A parte il riferimento a Rousseau, questi rivoluzionari del Ventunesimo secolo ostentano ambiguità ideologica. Non si collocano né a destra né a sinistra, snobbano con disprezzo queste categorie arcaiche, relitti di un naufragio epocale. Meglio dividere il mondo, con la spada fiammeggiante, fra onesti e ladri, popolo puro ed élites corrotte. Così, paradossalmente, ritorna l’antico che più antico non si può.

Ciò che spicca è l’antipartitismo preconcetto. Qualunque partito – corpo intermedio fra società e Stato; organismo mediatore della volontà popolare nel Parlamento – è corruttore per definizione, lo è geneticamente, anche se i suoi esponenti non rubano neppure un centesimo.  E infatti il Mov. Cinque stelle, sedicente non-partito, può violare sfacciatamente l’art. 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato: i suoi candidati a cariche elettive firmano contratti-capestro: in caso di dissenso devono pagare multe esorbitanti. Una volta eletti, i dissenzienti subiscono forme di mobbing, affinché si dimettano.

Un altro problema amplifica quelli appena descritti: il Mov. 5 stelle è un partito-azienda: il logo e il simbolo appartengono più o meno direttamente a Grillo e a Casaleggio (tramite l’Associazione Rousseau?), e non alla generalità degli iscritti e dei gruppi dirigenti. Apparentemente nulla di nuovo sotto il sole: Grillo ha ripreso il modello antipolitico berlusconiano. In realtà è avvenuta una mutazione genetica. Berlusconi era l’emblema dell’imprenditore prestato alla politica, uomo del fare in contrapposizione ai politici parolai: l’Italia è una fabbrica ciclopica, e come tale va gestita. Basta con estenuanti mediazioni, ci vuole più mercato, più managerialità, più ricchezza. E, soprattutto, più libertà. Questo, in nuce, il manifesto della fantomatica rivoluzione liberale, annunciata e mai realizzata. Coerentemente con tale disegno, Berlusconi puntava a sedurre il ceto medio frustrato; la sua è stata una riproposizione della “marcia dei quarantamila” a Torino (la manifestazione del ceto medio professionale “silenzioso” contro il PCI e i sindacati, che spadroneggiavano alla FIAT), in odio alla sinistra postcomunista e al suo mito: l’egalitarismo, l’operaismo. Una classica rivoluzione borghese, per quanto grottesca: l’imprenditore di successo dava voce e rappresentanza politica a chi si sentiva soffocato dall’egemonia comunista pur avendo già un qualche potere economico o una discreta posizione sociale (il popolo delle partite IVA/i lavoratori autonomi vessati dallo Stato, i liberi professionisti ecc.).

Berlusconi prometteva una libertà canonica, quella neoliberale: basta con lacci e lacciuoli, l’imprenditore, emancipato dalla politica asfissiante, sprigionerà energie enormi. Il berlusconismo è un thatcherismo all’acqua di rose, adattato allo spirito di un popolo vociante ma incline al compromesso, talora acquiescente verso i tatticismi opportunistici, purché non tocchino gli interessi di bottega; un popolo di cattolici che si professano comunisti, un popolo in cui coesistono due anime: quella anarchica e quella apatica (l’atavico “familismo amorale”...). L’antipolitico Berlusconi però aveva un’àncora tradizionale con cui ormeggiava la sua nave nuova di zecca: il liberalismo conservatore. E’ anche per questo, e non solo per i suoi “guai giudiziari”, che non si è mai fatto irretire dalle sirene del giustizialismo. (Un giorno gli verrà riconosciuto un merito: l’aver coagulato una destra di governo “trasversale”, che ha legato le mani ai forcaioli del MSI e della Lega Nord. Così ha impedito che l’Italia si trasformasse in una “Repubblica giudiziaria”. Ha anche concepito una politica estera intelligente, articolata, con obiettivi chiari.)

 L’ex comico è un leader completamente diverso: se ne infischia della coerenza ideologica: l’unico leitmotiv è, appunto, il disprezzo per la democrazia rappresentativa. Grillo poi è antiborghese: sfoggia i panni del Sanculotto, e rivolge la sua predicazione alla massa informe, agli esclusi, agli emarginati. Di qui la potenziale carica sovvertitrice. Potenziale perché, in assenza di una ideologia politica strutturata (socialisteggiante), il sovversivismo è antipolitica allo stato puro, odio per “la casta”, per le élites corrotte. Non c’è alternativa “riformistica” allo status quo, bisogna distruggere il sistema, per ballare – con ghigno sadico – sulle macerie. In questo Grillo è un profeta istrionico dell’anarchismo in salsa italiana. E’ un Giotto rispetto a un Cimabue: ha superato il suo maestro di Arcore. La sua creatura, che si autodefinisce con sussiego “movimento”, sta ai partiti come l’antimateria sta alla materia. Grillo ha capito più di chiunque altro che la crisi della politica apre straordinarie opportunità. Finché dominavano le grandi narrazioni politico-filosofiche (socialismo, liberalismo ecc.) e i partiti di massa che le incarnavano, il genio anarchico-individualista dell’italiano era tenuto a freno.  Ora è possibile un’utopia in linea con i tempi: una libertà nuova, assoluta, inebriante: il cittadino o è del tutto autonomo, una monade vagante nell’etere, o non è; si può vivere benissimo senza l’abbraccio soffocante di partiti, di sindacati, di poteri forti, di banche, di Ministeri della salute che ti vaccinano per compiacere le lobby farmaceutiche ecc.

In sintesi: a Berlusconi non andavano a genio i partiti vecchio stampo: le imprese sono il motore della società. Grillo guarda di traverso sia i partiti, tutti indistintamente, sia le grandi aziende (tranne la sua): i potentati economici inquinano la società, il denaro (ad eccezione di quello che affluisce al suo movimento) è lo sterco del demonio. Il male, insomma, dilaga: si annida in ogni forma di potere, sia politico che economico. Ecco un antipartitismo radicale in cui è innestato un anticapitalismo moralistico e anarchico, senza alcun obiettivo o base dottrinaria (la decrescita felice? le banche etiche? il cooperativismo socialista?). Noi, residui dell’Ancien régime, non abbiamo le coordinate culturali per capire questo guazzabuglio.

Attenzione, però: Grillo, figlio della rivoluzione digitale, ha un piede nel futuro; Berlusconi, figlio della Guerra Fredda, ha tutti e due i piedi nel passato. Il non-partito chiama in causa la politica stessa così come l’abbiamo vissuta finora, ne mette in discussione la ragion d’essere. Qui è l’ultima, sostanziale differenza tra l’allievo e il maestro. Berlusconi ha rivoluzionato il linguaggio della politica, trasformando il senso comune televisivo in una forza politica. Grillo, ben consigliato, è andato ben oltre. Ha compreso che la rivoluzione digitale avrebbe sconvolto la politica tradizionale, che è fatta di riunioni, di tesserati, di correnti, di accordi, di gruppi dirigenti autonomi, di mediazioni. Il Mov. 5 stelle è il primo partito digitale, e la sua forza dirompente risiede nell’uso capillare dei social-media. L’ideale della democrazia diretta si sposa perfettamente con Facebook: il click del mi piace è la nuova forma di consenso. Facebook e Whatasapp consentono anche di propagare (“condivi se sei d’accordo”) immagini e testi con velocità impressionante. Ben pochi si prendono la briga di riflettere o di verificare il messaggio – ciò sarebbe contrario allo spirito dei social media. Così mille attivisti possono raggiungere centomila persone in pochi secondi, ognuno diffonde il virus tramite la propria rete di contatti che si amplifica esponenzialmente tramite i contatti dei contatti...

E tuttavia sarebbe un grave errore demonizzare il Mov. 5 stelle. Buddisticamente, non esiste una negatività assoluta. Questo bizzarro non-partito, scompigliando le carte del gioco, accresce la nostra consapevolezza politica – e ci obbliga a scovare soluzioni creative a problemi incancreniti. In questo è affine alla Lega. Con una differenza. Il destino della Lega è legato a questioni che, pur serie, sono contingenti o passeggere (l’immigrazione, la crisi d’identità generata dalla globalizzazione…). Il Mov. 5 stelle avrà vita più lunga: sguazza in una crisi politica che è sistemica, radicale.

Intendiamoci su un punto: il fatto che i grillini vogliano propinarci una medicina peggiore del male che ci affligge, non significa assolvere chi ci ha traghettati sull’orlo del precipizio. Il mostriciattolo partito-azienda lo si poteva soffocare nella culla. Sarebbe bastata una legge che disciplinasse la vita interna dei partiti, più trasparenza e regole uguali per tutti. Nella Prima Repubblica questa strada non era percorribile: il PCI l’avrebbe sbarrata. Costituzionalizzare la forma-partito democratica avrebbe significato demolire la struttura portante del PCI: il “centralismo democratico” di impronta leninista – le élite decidono la linea, la base discute ma poi segue alla lettera. L’unica scintilla la accese il PSI di Craxi, il primo leader a farsi eleggere direttamente da una assemblea. Che in una democrazia il partito politico – cellula primordiale – debba rispecchiare l’organismo di cui fa parte è ovvio.  Altrimenti viene meno l’osmosi con la società civile, i ceti dirigenti si sclerotizzano, si aggregano élite autoreferenziali. Il rischio è che i partiti si trasformino in macchine di potere, etero dirette da oligarchie. L’unico vaso comunicante con la società civile a quel punto è la clientela, e la sua manifestazione è il voto di scambio.

Ma neppure i partiti diversi dal PCI avevano la coscienza pulita: le correnti, facevano il bello e il cattivo tempo; e la trasparenza, per loro, era veleno: la Guerra Fredda, che fu soprattutto una competizione finanziaria fra Washington e Mosca (ognuno foraggiava in segreto i propri alleati), fra le sue conseguenze ebbe quella di confondere corruzione (arricchimento personale), clientelismo (piaga atavica) e finanziamento illecito alla politica. Senonché una falsa rivoluzione mediatico-giudiziaria, Mani Pulite, aprì la piaga purulenta. Ma nessun leader ha proposto la terapia giusta. L’unica novità post-Tangentopoli fu la nascita di Forza Italia. Altro che democrazia degli iscritti! Da allora, stiamo parlando del 1994, non sono mancate le occasioni per porre mano a una riforma della Costituzione. I partiti hanno preferito fare orecchie da mercante: meglio tenersi Berlusconi, che è un utile spauracchio, e aver mano libera. Cosa è stato fatto per prevenire il populismo e la sua personificazione, il partito-azienda? Nulla! Tant’è che oggi ne abbiamo due versioni concorrenti: quella classica, berlusconiana, e quella 2.0, grillina. I partiti tradizionali, soprattutto quelli grandi, hanno offerto il collo alla ghigliottina “populista”. Le nomenclature continuano, imperterrite, a cooptare i loro collaboratori ed eredi dall’alto. E’ comprensibile che il cittadino qualunque, amareggiato da questo stato di cose, dia ragione ai parvenu della politica: i partiti sono diventati “poltronifici”, dispensatori di cariche ben remunerate.

Abbiamo di che riflettere. Perché – qui sta la genialità di Grillo e di chi lo attornia – il Mov. 5 stelle scavalca (e cavalca) la sinistra, pur pescando nel bacino della destra. Non è un partito equidistante: è molto più sinistrorso di quanto si pensi. E’ cioè antisistema, rivoluzionario, alternativo al potere dominante. Che interpreti in maniera rocambolesca, e forsanche pericolosa, questo ruolo, non muta di un ette la situazione: è la crisi della sinistra ad aver aperto la voragine da cui è spuntato come un fungo velenoso questo movimento di liberi cittadini moralizzatori. Berlusconi non è mai stato un pericolo. E la stessa destra sociale e xenofoba, che pure sta cannibalizzando la sinistra neoliberale (prima gli italiani! Pensioni, case e lavoro ai connazionali!), è un avversario ideale. La vera sfida proviene da questo non-partito di invasati – da che mondo è mondo, spetta alla sinistra incanalare le proteste degli ultimi, dei derelitti, degli esclusi. Morale della favola: o riscopriamo le nostre radici culturali, riproponiamo un programma socialista, stiamo dalla parte dei deboli anche quando hanno torto, oppure siamo destinati a scomparire. E siccome da sempre sbraitiamo sul primato della politica, sulla partecipazione popolare alla cosa pubblica, è dalla madre di tutte le riforme che dobbiamo prendere le mosse: la legge sulla forma-partito democratica. Il partito-azienda 2.0 è là, sulla riva del fiume, che aspetta.

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Posted on February 7, 2018 and filed under Post in italiano.