Una cosa o due sulla responsabilità morale

Il leader della Lega, Salvini, ha condannato l’atto terroristico del neofascista che ha sparato sugli immigrati a Macerata – nessun dubbio sulla matrice politica: il neofascista ha fatto il saluto romano, e a casa sua hanno trovato il Mein Kampf. La condanna però è diluita da un commento inquietante: “La responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini.” Eccolo, il principio “due pesi, due misure”. Immaginiamo se l’attentatore fosse stato un giovane musulmano, e se un imam o un leader politico islamico, dopo la condanna rituale del tentato massacro, avesse aggiunto: la responsabilità morale della violenza è di chi ci discrimina in Europa, o di chi bombarda i nostri fratelli in Medioriente.

Chi sarebbero, poi, i corresponsabili “morali”, gli innominati? Presumo i politici del governo in carica. Se fosse così, sarebbe un commento gravissimo. In democrazia criticare il governo è più che legittimo: è salutare. L’opposizione esiste proprio per questo. Criminalizzare invece è da irresponsabili: nessuna politica sull’immigrazione, neppure la peggiore, giustifica (o spiega) un atto violento, eversivo di questo genere. E di certo non è il governo attuale ad aver “riempito l’Italia di clandestini”. Chi è il colpevole, allora? Direi tre figure astratte, che non possiamo trascinare in giudizio: la povertà, il sottosviluppo e le guerre. In tutti i tribunali, compreso quello della storia, possono comparire solo persone in carne ed ossa. Chi sono i responsabili dell’immigrazione incontrollata? Elementare, Watson: coloro che sfruttano le risorse altrui, che speculano in borsa causando recessioni, che fanno patti occulti con élite corrotte per far affari d’oro, che vendono armi, che fomentano i conflitti. Oppure quelli che, pur avendone i mezzi o le capacità, non intervengono laddove incancrenisce l’ingiustizia – anche l’omissione è un peccato. Si tratta di uomini d’affari che si mimetizzano nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, delle multinazionali, delle banche d’affari, oppure di leader politici che si nascondono dietro il paravento dell’interesse nazionale ecc. Alla base di questa piramide c’è lo scafista che lucra, vergognosamente, trafficando esseri umani.

Lo pseudo-ragionamento di Salvini purtroppo è molto diffuso, sia a destra che a sinistra. Anch’io sono caduto qualche volta in un cortocircuito logico, travolto dalla rabbia. Dilaga il terrorismo omicida nel Medioriente? Ebbene, la corresponsabilità morale è di quei paesi occidentali che hanno scatenato la guerra in Iraq, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Così ragionavano anche i comunisti in buona fede, durante quell’orgia di sangue passata alla storia come Rivoluzione d’Ottobre: la corresponsabilità morale è dello zar e dei suoi lacchè. La gente, disperata, affamata, ha imbracciato il fucile. Che altro poteva fare? Stessa autoassoluzione, da parte dei nazisti: la Germania era allo stremo, dopo la Prima Guerra mondiale, chi ci impose riparazioni pazzesche deve salire assieme a noi sul banco degli imputati.  Fu, questo, uno dei punti della strategia difensiva dei gerarchi nazisti a Norimberga. Su un piano più modesto di efferatezza, i teorici delle Brigate Rosse si discolparono incriminando il capitalismo e lo Stato borghese delle multinazionali, e i collaborazionisti del capitale, e i gruppi eversivi neofascisti. Bisognava pur reagire. Anche dando la morte.

Spesso non si inquadrano i problemi perché si confonde responsabilità morale e responsabilità politica. Sì, a volte si sovrappongono. Ma non sono la stessa cosa. Le accomuna solo un tratto: entrambe sono individuali. Chi causa la miseria e le guerre, o non fa nulla per prevenirle, è corresponsabile politicamente delle condizioni in cui può maturare l’estremismo fanatico (è il caso dei leader delle potenze vincitrice del primo conflitto mondiale). Ma chi teorizza e propaganda un’ideologia violenta quale risposta a quelle condizioni ha una responsabilità in più, più grave ancora: quella morale, appunto (è il caso di Hitler e dei suoi scherani; di Lenin, di Stalin e dei bolscevichi). Costui è il vero corresponsabile delle stragi compiute dai propri seguaci. Ma no!, mi dicono. Che analogie son mai queste? Esci fuori tema, il contesto qui è diverso: parliamo di uno spostato, sedicente fascista, in un’Italia democratica, invasa da stranieri. Certo, il contesto è sempre diverso, quando i paragoni mettono in crisi. Insisto: in tutte le epoche scatta la stessa l’operazione, che dà lo stesso prodotto: a) situazione sociale/economica esplosiva + b) ideologia violenta, fondata sull’odio = c) azione eversivo-criminale. Chi ragiona come Salvini, salta a piè pari un anello della catena: l’ideologia.

L’assoluzione per i crimini di matrice politica è efficace a una condizione: quella di cancellare ogni traccia delle alternative concrete, reali. A quel punto ciò che di malvagio avviene è il risultato di una scelta “obbligata”: siamo schiavi della necessità storica. Grandissima menzogna: la storia è fatta dagli uomini, e quindi può sempre prendere un altro corso. Un solo esempio: immersi nella stessa, identica realtà sociale, posti di fronte agli stessi, identici dilemmi, i menscevichi scelsero un socialismo democratico e dal volto umano – furono spazzati via coscientemente dai bolscevichi, che preferirono una feroce dittatura.  Da Freud in poi abbiamo una scusante in più: la follia o le pulsioni inconsce. Un grande filosofo, Ricoeur, ci ha insegnato che il paradigma della nostra epoca è la medicalizzazione della condizione umana. Il che conduce, prima o poi, alla deresponsabilizzazione. Hitler, Goebbels, Eichmann sterminavano ebrei, d’accordo, Ma erano psicopatici. E le altre decine di migliaia di altri nazisti, cos’erano, individui ipnotizzati dai pazzi? Hannah Arendt, in quel capolavoro che è La banalità del male, ci ha insegnato una amara verità: i grandi e i piccoli criminali politici sono fatti della stessa pasta morale. Gli uni hanno bisogno degli altri affinché una follia collettiva – il genocidio, la rivoluzione purificatrice – possa aver luogo. Ogni singolo uomo, nella catena, dà il suo contributo alla macchina della distruzione, la quale non si muoverebbe senza la concatenazione di tante scelte individuali.

Ai cultori delle radici cristiane d’Europa – pullulano, a destra – consiglio di ripassarsi Dante. L’uomo è tale perché è dotato di una facoltà tutta umana che si chiama libero arbitrio. La quale significa capacità congenita di discernere fra il bene e il male. E tutta qui la fonte della moralità. Toglieteci questa libertà ed avrete automi, vittime delle circostanze, irresponsabili non perseguibili. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e la Chiesa cattolica ha dovuto fare i conti con la psicanalisi e il marxismo. E così Giovanni Paolo II ha introdotto il concetto di “strutture del peccato”: realtà sociali che inducono al male. Ma ciò non può in alcun modo scalfire la più grande verità che ci ha trasmesso il cristianesimo.  Per quanto costretto ed oppresso, l’uomo – creato a immagine e somiglianza di Dio – rimane, essenzialmente, un essere morale, responsabile sia delle sue azioni sia delle sue idee manifestate in pubblico.

Per capire quanto il modo di pensare deterministico sia aberrante, basta un piccolo sforzo: immaginate un kamikaze pronto a farsi esplodere fra civili innocenti; un bolscevico che punta il fucile contro un borghese russo; un nazista che fa altrettanto con un ebreo, uno zingaro, un oppositore politico; un brigatista rosso che spara alle spalle al sindacalista Guido Rossa. Ecco, proviamo, in tutti questi casi, a personificare il contesto quale mandante morale dell’omicidio che sta per compiersi: l’occupazione straniera; la miseria nelle campagne; il revanscismo antigermanico; lo sfruttamento capitalistico. Possiamo spremerci le meningi all’infinito: non c’è alcun collegamento fra una di queste situazioni in cui l’uomo armato si trova e la decisione di premere il grilletto. Se fosse la situazione sociale a spingere, per automatismo, alla violenza politica, non potremmo spiegarci un Gandhi: pur umiliato dai colonialisti britannici, scelse la via maestra della non violenza quale forma di lotta. Solo le idee, quelle tossiche, hanno la capacità di indurci all’omicidio politico. E le idee malefiche non sorgono per abiogenesi: qualcuno le concepisce, le esalta, le propaga, iniettando un veleno nel corpo sociale. E qualcun altro – un essere umano “troppo umano” – sceglie di farsi incantare da queste idee piuttosto che da altre. E, naturalmente, quando viene chiamato a rispondere dei suoi atti malvagi, si giustifica come può: sono state le condizioni sociali, economiche, politiche a indurmi alla disperazione! Oppure si appiglia a una scusante psicologica: è stato un colpo di testa, magari frutto di un contagio collettivo. No, non regge: il pazzo spara a caso: il nazista sapeva ben distinguere fra “ariani” ed ebrei; il terrorista, rosso o nero, li sceglie bene i suoi obiettivi. E le attenuanti, che vengono riconosciute in ogni processo? Quelle riguardano il delitto comune. Il crimine politico, più di ogni altro, è frutto di una libera scelta. Nel caso di Macerata, dunque c’è l’aggravante: la motivazione razzistica. Piantiamocelo in testa: la responsabilità morale fa capo sempre a un individuo senziente, che decide in piena libertà.

Sgombriamo il campo da un abbaglio. Premesso che togliere la vita a un essere umano è il crimine più orribile, c’è una differenza sostanziale fra Jack lo Squartatore e Adolf Eichmann: il primo era pazzo, e non faceva proselitismo; il secondo era normalissimo, e reclutava assassini nel nome di una ideologia razzista. I giornalisti sanno distinguere fra cronaca nera e criminalità politica. Ma molti confondono l’una con l’altra. E infatti su Facebook c’è chi giustifica o “spiega” la sparatoria a Macerata come una sorta di “vendetta indiretta”, motivata dall’uccisione di Pamela Mastropietro, una povera ragazza il cui corpo fatto a pezzi è stato rinvenuto nei pressi di Macerata – il sospettato numero uno è un nigeriano, che è in stato di fermo. Non ci siamo proprio. A parte il fatto che, in uno Stato civile, nessuno può farsi giustizia da solo, è evidente l’assurdità del collegamento fra i due fatti: l’omicidio di Pamela – se tale è: gli investigatori stanno indagando – è opera di un folle o di una persona in preda a droghe, la tentata strage è un’azione politica, avente scopo intimidatorio. Il neofascista intendeva uccidere immigrati qualsiasi, colpevoli perché la loro pelle ha lo stesso colore di quella del presunto omicida. Nessun mistero sul movente. Appena arrestato, ha dichiarato: “volevo vendicare Pamela e fare qualcosa contro l’immigrazione perché il fenomeno dell’immigrazione clandestina va stroncato.” Come volevasi dimostrare: costui è moralmente responsabile avendo aderito in scienza e coscienza al nazifascismo. Chiamiamo le cose con il loro nome. Qui il disagio sociale, la psiche disturbata, e quant’altro, non sono attenuanti. E la corresponsabilità morale della tentata strage ricade su tutti i politici che soffiano sul fuoco dell’odio, dell’intolleranza, della xenofobia, per lucrare qualche voto in più.

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Posted on February 12, 2018 and filed under Post in italiano.

I due modelli di partito azienda e la crisi della politica

Non voterei per i pentastellati neppure sotto tortura. Non già perché promettono mari e monti: il viziaccio è generale. Mi fa orrore il loro giustizialismo esasperato, manicheo: i puri (noi) di qua, i corrotti (tutti gli altri) di là. Certo, non l’hanno inventata loro la questione morale; né hanno tracciato la via giudiziaria al potere: Berlinguer li ha preceduti su entrambi i fronti. Eppure il PCI credeva fermamente nel sistema dei partiti, nei sindacati, e nelle culture politiche. I seguaci di Grillo no, loro pensano che i partiti siano cloache a cielo aperto, i sindacati inutili, e le ideologie del Novecento roba ammuffita. Ma siccome neppure il “nuovista” più infervorato può tranciare di netto ogni legame con il passato, ecco che hanno ripescato l’ideale più confacente al loro pessimismo cosmico: quello rousseauiano – “l’uomo nasce buono ma è la società che lo corrompe”. Rousseau è anche il teorico della democrazia diretta (“la sovranità non può mai essere alienata; il corpo sovrano non può essere rappresentato che da se stesso”), ottimo viatico per una società del plebiscito nell’epoca dei social media. E infatti, gratta gratta, emerge una tendenza al totalitarismo digitale: i pentastellati vogliono una società compatta, amorfa, e al tempo stesso spiccatamente individualistica. Assommano quindi i difetti del comunismo e del liberalismo. A parte il riferimento a Rousseau, questi rivoluzionari del Ventunesimo secolo ostentano ambiguità ideologica. Non si collocano né a destra né a sinistra, snobbano con disprezzo queste categorie arcaiche, relitti di un naufragio epocale. Meglio dividere il mondo, con la spada fiammeggiante, fra onesti e ladri, popolo puro ed élites corrotte. Così, paradossalmente, ritorna l’antico che più antico non si può.

Ciò che spicca è l’antipartitismo preconcetto. Qualunque partito – corpo intermedio fra società e Stato; organismo mediatore della volontà popolare nel Parlamento – è corruttore per definizione, lo è geneticamente, anche se i suoi esponenti non rubano neppure un centesimo.  E infatti il Mov. Cinque stelle, sedicente non-partito, può violare sfacciatamente l’art. 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato: i suoi candidati a cariche elettive firmano contratti-capestro: in caso di dissenso devono pagare multe esorbitanti. Una volta eletti, i dissenzienti subiscono forme di mobbing, affinché si dimettano.

Un altro problema amplifica quelli appena descritti: il Mov. 5 stelle è un partito-azienda: il logo e il simbolo appartengono più o meno direttamente a Grillo e a Casaleggio (tramite l’Associazione Rousseau?), e non alla generalità degli iscritti e dei gruppi dirigenti. Apparentemente nulla di nuovo sotto il sole: Grillo ha ripreso il modello antipolitico berlusconiano. In realtà è avvenuta una mutazione genetica. Berlusconi era l’emblema dell’imprenditore prestato alla politica, uomo del fare in contrapposizione ai politici parolai: l’Italia è una fabbrica ciclopica, e come tale va gestita. Basta con estenuanti mediazioni, ci vuole più mercato, più managerialità, più ricchezza. E, soprattutto, più libertà. Questo, in nuce, il manifesto della fantomatica rivoluzione liberale, annunciata e mai realizzata. Coerentemente con tale disegno, Berlusconi puntava a sedurre il ceto medio frustrato; la sua è stata una riproposizione della “marcia dei quarantamila” a Torino (la manifestazione del ceto medio professionale “silenzioso” contro il PCI e i sindacati, che spadroneggiavano alla FIAT), in odio alla sinistra postcomunista e al suo mito: l’egalitarismo, l’operaismo. Una classica rivoluzione borghese, per quanto grottesca: l’imprenditore di successo dava voce e rappresentanza politica a chi si sentiva soffocato dall’egemonia comunista pur avendo già un qualche potere economico o una discreta posizione sociale (il popolo delle partite IVA/i lavoratori autonomi vessati dallo Stato, i liberi professionisti ecc.).

Berlusconi prometteva una libertà canonica, quella neoliberale: basta con lacci e lacciuoli, l’imprenditore, emancipato dalla politica asfissiante, sprigionerà energie enormi. Il berlusconismo è un thatcherismo all’acqua di rose, adattato allo spirito di un popolo vociante ma incline al compromesso, talora acquiescente verso i tatticismi opportunistici, purché non tocchino gli interessi di bottega; un popolo di cattolici che si professano comunisti, un popolo in cui coesistono due anime: quella anarchica e quella apatica (l’atavico “familismo amorale”...). L’antipolitico Berlusconi però aveva un’àncora tradizionale con cui ormeggiava la sua nave nuova di zecca: il liberalismo conservatore. E’ anche per questo, e non solo per i suoi “guai giudiziari”, che non si è mai fatto irretire dalle sirene del giustizialismo. (Un giorno gli verrà riconosciuto un merito: l’aver coagulato una destra di governo “trasversale”, che ha legato le mani ai forcaioli del MSI e della Lega Nord. Così ha impedito che l’Italia si trasformasse in una “Repubblica giudiziaria”. Ha anche concepito una politica estera intelligente, articolata, con obiettivi chiari.)

 L’ex comico è un leader completamente diverso: se ne infischia della coerenza ideologica: l’unico leitmotiv è, appunto, il disprezzo per la democrazia rappresentativa. Grillo poi è antiborghese: sfoggia i panni del Sanculotto, e rivolge la sua predicazione alla massa informe, agli esclusi, agli emarginati. Di qui la potenziale carica sovvertitrice. Potenziale perché, in assenza di una ideologia politica strutturata (socialisteggiante), il sovversivismo è antipolitica allo stato puro, odio per “la casta”, per le élites corrotte. Non c’è alternativa “riformistica” allo status quo, bisogna distruggere il sistema, per ballare – con ghigno sadico – sulle macerie. In questo Grillo è un profeta istrionico dell’anarchismo in salsa italiana. E’ un Giotto rispetto a un Cimabue: ha superato il suo maestro di Arcore. La sua creatura, che si autodefinisce con sussiego “movimento”, sta ai partiti come l’antimateria sta alla materia. Grillo ha capito più di chiunque altro che la crisi della politica apre straordinarie opportunità. Finché dominavano le grandi narrazioni politico-filosofiche (socialismo, liberalismo ecc.) e i partiti di massa che le incarnavano, il genio anarchico-individualista dell’italiano era tenuto a freno.  Ora è possibile un’utopia in linea con i tempi: una libertà nuova, assoluta, inebriante: il cittadino o è del tutto autonomo, una monade vagante nell’etere, o non è; si può vivere benissimo senza l’abbraccio soffocante di partiti, di sindacati, di poteri forti, di banche, di Ministeri della salute che ti vaccinano per compiacere le lobby farmaceutiche ecc.

In sintesi: a Berlusconi non andavano a genio i partiti vecchio stampo: le imprese sono il motore della società. Grillo guarda di traverso sia i partiti, tutti indistintamente, sia le grandi aziende (tranne la sua): i potentati economici inquinano la società, il denaro (ad eccezione di quello che affluisce al suo movimento) è lo sterco del demonio. Il male, insomma, dilaga: si annida in ogni forma di potere, sia politico che economico. Ecco un antipartitismo radicale in cui è innestato un anticapitalismo moralistico e anarchico, senza alcun obiettivo o base dottrinaria (la decrescita felice? le banche etiche? il cooperativismo socialista?). Noi, residui dell’Ancien régime, non abbiamo le coordinate culturali per capire questo guazzabuglio.

Attenzione, però: Grillo, figlio della rivoluzione digitale, ha un piede nel futuro; Berlusconi, figlio della Guerra Fredda, ha tutti e due i piedi nel passato. Il non-partito chiama in causa la politica stessa così come l’abbiamo vissuta finora, ne mette in discussione la ragion d’essere. Qui è l’ultima, sostanziale differenza tra l’allievo e il maestro. Berlusconi ha rivoluzionato il linguaggio della politica, trasformando il senso comune televisivo in una forza politica. Grillo, ben consigliato, è andato ben oltre. Ha compreso che la rivoluzione digitale avrebbe sconvolto la politica tradizionale, che è fatta di riunioni, di tesserati, di correnti, di accordi, di gruppi dirigenti autonomi, di mediazioni. Il Mov. 5 stelle è il primo partito digitale, e la sua forza dirompente risiede nell’uso capillare dei social-media. L’ideale della democrazia diretta si sposa perfettamente con Facebook: il click del mi piace è la nuova forma di consenso. Facebook e Whatasapp consentono anche di propagare (“condivi se sei d’accordo”) immagini e testi con velocità impressionante. Ben pochi si prendono la briga di riflettere o di verificare il messaggio – ciò sarebbe contrario allo spirito dei social media. Così mille attivisti possono raggiungere centomila persone in pochi secondi, ognuno diffonde il virus tramite la propria rete di contatti che si amplifica esponenzialmente tramite i contatti dei contatti...

E tuttavia sarebbe un grave errore demonizzare il Mov. 5 stelle. Buddisticamente, non esiste una negatività assoluta. Questo bizzarro non-partito, scompigliando le carte del gioco, accresce la nostra consapevolezza politica – e ci obbliga a scovare soluzioni creative a problemi incancreniti. In questo è affine alla Lega. Con una differenza. Il destino della Lega è legato a questioni che, pur serie, sono contingenti o passeggere (l’immigrazione, la crisi d’identità generata dalla globalizzazione…). Il Mov. 5 stelle avrà vita più lunga: sguazza in una crisi politica che è sistemica, radicale.

Intendiamoci su un punto: il fatto che i grillini vogliano propinarci una medicina peggiore del male che ci affligge, non significa assolvere chi ci ha traghettati sull’orlo del precipizio. Il mostriciattolo partito-azienda lo si poteva soffocare nella culla. Sarebbe bastata una legge che disciplinasse la vita interna dei partiti, più trasparenza e regole uguali per tutti. Nella Prima Repubblica questa strada non era percorribile: il PCI l’avrebbe sbarrata. Costituzionalizzare la forma-partito democratica avrebbe significato demolire la struttura portante del PCI: il “centralismo democratico” di impronta leninista – le élite decidono la linea, la base discute ma poi segue alla lettera. L’unica scintilla la accese il PSI di Craxi, il primo leader a farsi eleggere direttamente da una assemblea. Che in una democrazia il partito politico – cellula primordiale – debba rispecchiare l’organismo di cui fa parte è ovvio.  Altrimenti viene meno l’osmosi con la società civile, i ceti dirigenti si sclerotizzano, si aggregano élite autoreferenziali. Il rischio è che i partiti si trasformino in macchine di potere, etero dirette da oligarchie. L’unico vaso comunicante con la società civile a quel punto è la clientela, e la sua manifestazione è il voto di scambio.

Ma neppure i partiti diversi dal PCI avevano la coscienza pulita: le correnti, facevano il bello e il cattivo tempo; e la trasparenza, per loro, era veleno: la Guerra Fredda, che fu soprattutto una competizione finanziaria fra Washington e Mosca (ognuno foraggiava in segreto i propri alleati), fra le sue conseguenze ebbe quella di confondere corruzione (arricchimento personale), clientelismo (piaga atavica) e finanziamento illecito alla politica. Senonché una falsa rivoluzione mediatico-giudiziaria, Mani Pulite, aprì la piaga purulenta. Ma nessun leader ha proposto la terapia giusta. L’unica novità post-Tangentopoli fu la nascita di Forza Italia. Altro che democrazia degli iscritti! Da allora, stiamo parlando del 1994, non sono mancate le occasioni per porre mano a una riforma della Costituzione. I partiti hanno preferito fare orecchie da mercante: meglio tenersi Berlusconi, che è un utile spauracchio, e aver mano libera. Cosa è stato fatto per prevenire il populismo e la sua personificazione, il partito-azienda? Nulla! Tant’è che oggi ne abbiamo due versioni concorrenti: quella classica, berlusconiana, e quella 2.0, grillina. I partiti tradizionali, soprattutto quelli grandi, hanno offerto il collo alla ghigliottina “populista”. Le nomenclature continuano, imperterrite, a cooptare i loro collaboratori ed eredi dall’alto. E’ comprensibile che il cittadino qualunque, amareggiato da questo stato di cose, dia ragione ai parvenu della politica: i partiti sono diventati “poltronifici”, dispensatori di cariche ben remunerate.

Abbiamo di che riflettere. Perché – qui sta la genialità di Grillo e di chi lo attornia – il Mov. 5 stelle scavalca (e cavalca) la sinistra, pur pescando nel bacino della destra. Non è un partito equidistante: è molto più sinistrorso di quanto si pensi. E’ cioè antisistema, rivoluzionario, alternativo al potere dominante. Che interpreti in maniera rocambolesca, e forsanche pericolosa, questo ruolo, non muta di un ette la situazione: è la crisi della sinistra ad aver aperto la voragine da cui è spuntato come un fungo velenoso questo movimento di liberi cittadini moralizzatori. Berlusconi non è mai stato un pericolo. E la stessa destra sociale e xenofoba, che pure sta cannibalizzando la sinistra neoliberale (prima gli italiani! Pensioni, case e lavoro ai connazionali!), è un avversario ideale. La vera sfida proviene da questo non-partito di invasati – da che mondo è mondo, spetta alla sinistra incanalare le proteste degli ultimi, dei derelitti, degli esclusi. Morale della favola: o riscopriamo le nostre radici culturali, riproponiamo un programma socialista, stiamo dalla parte dei deboli anche quando hanno torto, oppure siamo destinati a scomparire. E siccome da sempre sbraitiamo sul primato della politica, sulla partecipazione popolare alla cosa pubblica, è dalla madre di tutte le riforme che dobbiamo prendere le mosse: la legge sulla forma-partito democratica. Il partito-azienda 2.0 è là, sulla riva del fiume, che aspetta.

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Posted on February 7, 2018 and filed under Post in italiano.

Povero San Francesco

Rassegniamoci: siamo sotto Natale: dovremo sorbirci l’ennesima polemica demenzial-provinciale sui nemici – più immaginari che reali – del nostro caro Presepe, uno dei simboli più antichi del Natale. Sono cresciuto in Emilia-Romagna, un tempo gloriosa Regione rossa, dove i comunisti mangiapreti facevano allestire presepi stupendi. Ricordo quello, poetico, di Cesenatico: una natività galleggiante pensata per i pescatori, fatta di sagome collocate nelle barche ormeggiate nel porto.

Purtroppo viviamo nel tempo della stupidità universale, sfoggiata con orgoglio. Ogni tanto saltano fuori alcuni idioti – italiani e, purtroppo, di sinistra – che manifestano l’incontenibile desiderio di bandire dalle scuole statali quella che, in Italia, da secoli, è la più popolare rappresentazione della Natività. In ossequio a uno pseudo-multiculturalismo che è tutta farina (avariata) del loro sacco. (S)ragionano, costoro, in base a una logica apparentemente “politically correct”: poveri alunni musulmani, che disagio imbattersi in statuine che raffigurano la Sacra Famiglia. Il presepe, insomma, fa il paio con il Crocefisso appeso ai muri: è uno schiaffo all’identità islamica e al concetto stesso di accoglienza. Che si faccia dunque piazza pulita di tutti i simboli della nostra tradizione religiosa! Solo così riaffermeremo il principio di laicità che implica equidistanza da tutte le fedi. No comment.

Il problema è che gli xenofobi sono molto più intelligenti di questi multiculturalisti in salsa italica, provinciali che non hanno la più pallida idea di cosa sia il dialogo interculturale vero, quello serio – nessun dialogo ha senso quando si azzera la propria identità. E infatti gli xenofobi si fregano le mani: queste uscite folli sono occasioni ghiotte per la costruzione paranoica del nemico interno. Ieri gli ebrei, oggi i musulmani. Ecco che i fascioleghisti in cerca di visibilità mediatica evocano, tutti ringalluzziti, l’immagine truculenta a loro più congeniale: orde di islamici barbuti rifugiatisi in Italia che, coltello fra i denti, si accingono a mozzare la testa alle simpatiche statuine natalizie. Perché è fatto notorio che ogni musulmano è un simpatizzante (più o meno mascherato) dei tagliagole di Al Qaida, oppure un potenziale terrorista jihadista.

La cosa triste – per i cristiani veri – è questa: sempre più di frequente, nella nostra Europa sostanzialmente scristianizzata, simboli religiosi vengono branditi a mo’ di clava contro i nuovi barbari. Della serie: come ammazzare, da veri pagani, lo spirito del cristianesimo. Non sarà una campagna mediatica a favore del presepe a riaccendere la luce della fede, che si è fatta fioca. Ma oggi è ammesso tutto, la demenza è stata sdoganata sui social-media.  Così avviene che sedicenti cattolici attacchino frontalmente Papa Francesco, accusandolo di eresia (ma non dovrebbero ubbidire, fedeli, all’autorità papale?), mentre esibiscono tracotanti il loro odio viscerale nei confronti del diverso di turno. I credenti, anziché colpevolizzare i musulmani di ogni malefatta legata all’affermarsi della modernità, dovrebbero gettarsi a capofitto nell’impresa immane di rievangelizzare l’Europa. Ci sta provando Papa Francesco. Guarda caso ha contro la destra xenofoba e i cattolici iper-tradizionalisti (i Salvini, i Veneziani, i Le Pen). In sintesi: Presepe e crocefisso (depotenziati, s’intende) sì; carità cristiana no.  Ma ai teo-con, si sa, dello spirito evangelico importa assai poco. La loro agenda non ha nulla a che fare con la spiritualità: mirano a pietrificare il cristianesimo: una mitologia identitaria senza calore e senz’anima è un’arma potente da usare contro un Islam torbido e minaccioso. Una strategia, questa, che darà frutti abbondanti nelle urne, alle prossime elezioni.

Ecco perché trovo inutile, fuori tempo, indossare i panni dell’illuminista anticlericale. E’ molto più intelligente, oggi, riappropriarsi dello spirito del Cristianesimo in chiave progressista, solidale, egalitaria. Ascoltiamo un filosofo con una gran bella testa, Massimo Cacciari: la distinzione, oggi, “non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante”. Purtroppo “l’indifferenza regna sovrana e avvolge un po’ tutti: i laici e i cattolici… Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale…” Cosa sta avvelenando il Cristianesimo? Non gli immigrati di fede musulmana, bensì il consumismo sfrenato, la mercificazione, il materialismo più gretto. I cristiani che hanno accettato questo stato di cose sono “servi sciocchi del nostro tempo.” (Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà, a cura di Stefano Zurlo, Il Giornale, 30.11.2017”). 

Non dimentichiamo che La Caritas è la scintilla che ha acceso il socialismo democratico, libertario, non violento. Enfatizziamo dunque la carica sovvertitrice del Presepe, negata dai creso-cristiani d’ogni tempo e luogo: Gesù nacque povero in una famiglia povera. E si batte’ tutta la vita per i poveri. Ardita ma acuta la provocazione del Sindaco di Castenaso, nel bolognese, il quale, nella piazza principale della sua cittadina, ha fatto sistemare in un gommone Giuseppe, Maria e il Bambinello. Sarà filologicamente scorretta, o fin troppo fantasiosa, questa versione della Natività. Eppure la rievocazione della tragedia dei migranti morti in mare coglie con gran efficacia l’essenza del Cristianesimo. Lo fa meglio di certi presepi stereotipati, ingessati, tipici di una tradizione oleografica che ha edulcorato ogni messaggio rivoluzionario. Gesù – parlando di affamati, derelitti, stranieri, perseguitati, ammalati – disse a chiare lettere: “in verità vi dico tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!”

Secondo la leggenda, il Presepe l’ha inventato San Francesco d’Assisi, nel 1223. L’autore del Cantico delle Creature, recatosi l’anno prima in pellegrinaggio a Betlemme, era rimasto affascinato dalle rappresentazioni folcloristiche della nascita di Gesù. Il poverello d’Assisi aveva preso parte – pacificamente, in qualità di “diplomatico” e missionario – alla Quinta Crociata. Nel 1219 era in Egitto, dove i cristiani combattevano i musulmani. Là incontrò il Sultano al-Malik al-Kamil, il cui regno si estendeva fino alla Terra Santa. Il Sultano non si convertì al cristianesimo, e neppure alla pace (conformandosi, in questo, al comportamento dei suoi omologhi, i regnanti cristiani). Ma rimase molto colpito dal coraggio e dal carisma di San Francesco, che fu trattato con grande rispetto. A seguito di quell’incontro storico, il Sultano autorizzò la presenza francescana nei luoghi santi della cristianità. San Francesco ottenne per i cristiani ciò che, in quel tempo, i cristiani negavano ai musulmani: la libertà di culto. Questo esempio di tolleranza va tenuto bene a mente: oggi, anche fra intellettuali di vaglia, va di moda propagandare una megaballa storica: ovvero che i rapporti fra Islam e cristianità sono stati caratterizzati da 1500 anni di ostilità ininterrotta. Per non fare figuracce, basterebbe leggersi i libri del medievista Franco Cardini.

E’ ben vero che i pellegrini cristiani non sempre ebbero vita facile in Medioriente – mica tutti i leader politici islamici erano tolleranti o lungimiranti come al-Malik al-Kamil (del resto neanche tutti i re o imperatori cristiani erano persecutori sanguinari o “crociati belligeranti”, si pensi alla straordinaria figura di Federico II).  Nel 1291, quando San Giovanni d’Acri – l’ultima roccaforte cristiana in Oriente – fu conquistata dalle armate musulmane, i francescani dovettero rifugiarsi a Cipro. Tornarono definitivamente in Terra Santa qualche decennio più tardi, dopo aver ottenuto il permesso di celebrare messa al Santo Sepolcro. Ci riuscirono grazie all’intervento dei Reali di Napoli, i quali nel 1333 avevano acquistato il Santo Cenacolo dal Sultano d’Egitto. Fatto sta che, nonostante le mille peripezie e difficoltà, per lunghi periodi i nostri fraticelli, nel corso degli ottocento anni che intercorrono dalla prima missione francescana ad oggi, hanno potuto custodire in santa pace i luoghi santi della cristianità, nonché officiare messe nella Basilica del Santo Sepolcro. (Già questo basterebbe a sfatare la propaganda in stile Oriana-Fallaci-Magdi-Allam, che soffia sul fuoco dell’odio interreligioso. Se l’Islam è da sempre un blocco monolitico e indifferenziato, se tutti i musulmani sono cloni di Osama Bin Laden, come si spiega la presenza ininterrotta – fin dal I secolo d.C. – di comunità cristiane in Oriente, nelle terre dominate dai perfidi musulmani?)

“Il modello di una chiesa in lotta contro i pagani e le nazioni non rientra nello statuto del francescano”. E infatti San Francesco propose, fra lo stupore dei cristiani belligeranti, una “terza via” ante litteram: né guerra religiosa, né isolamento o emarginazione del nemico, dell’infedele. Questo formidabile messaggero della non violenza, “intuisce che il dialogo è lo spazio della missione per confrontarsi con chi non conosce il Vangelo. Una missione che non si regge sul rigido principio della verità, bensì su quello benevolo della carità.”  (Edoardo Scognamiglio, San Francesco e il Sultano d’Egitto)

E sarà proprio la Caritas l’ideale ispiratore del primo presepe vivente voluto dal poverello d’Assisi. Teniamo bene a mente anche questo, quando ci tocca ascoltare le filippiche dei difensori del Presepe in funzione anti-islamica e anti-immigrati, ipocriti che iniettano l’odio in questa stupenda invenzione della nostra civiltà.

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Posted on December 15, 2017 and filed under Post in italiano.

La bandiera dei tre colori

La mia maestra, una suorina patriota fin nel midollo, oltre a farci leggere la pagina giornaliera da Cuore di De Amicis, ci faceva cantare una canzoncina che da allora (primi anni Settanta) non m’è più uscita più di mente: “La bandiera dei tre colori/ è sempre stata la più bella/ vogliamo sempre quella/ noi vogliam la libertà.”

Noi, ingenui e curiosi, chiedevamo: perché il verde, il bianco e il rosso? E lei: la nostra bandiera l’hanno voluta così nel 1797 i patrioti italiani della Repubblica Cispadana. Affascinati dalla Rivoluzione francese, che aveva issato il primo tricolore in polemica con gli stemmi feudali, desideravano anche loro un bandiera popolare. Hanno scelto quei tre colori per esprimere l’aspirazione alla libertà del Risorgimento. Una libertà realizzata appieno solo centocinquant’anni dopo, con la Repubblica democratica nata dalla Resistenza. Noi non capivamo i concetti astratti. Ma perché proprio quei colori? La suorina, sorridendo, citava alcune parole dal discorso che Giosuè Carducci tenne a Reggio Emilia nel 1897, in occasione del centenario del Tricolore: “Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci (…) ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani (…): il bianco, la fede serena alle idee (…); il verde, la perpetua rifioritura della speranza e frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione e il sangue dei martiri e degli eroi.”

Nella biblioteca di classe, c’era un’edizione per ragazzi delle Lettere di condannati a morte della Resistenza. E’ uno dei primi libri che ho letto in vita mia. Quando ero bambino, pur frequentando una scuola cattolica “rigorista”, d’altri tempi, era chiarissimo – nella mia coscienza – il nesso Tricolore-libertà-Risorgimento-Resistenza. Sarà ancor più chiaro, quel nesso, quando, quindici anni più tardi, aderirò al PSI e ascolterò più volte l’associazione, per me inedita in quel tempo, fra due idee gagliarde: “socialismo tricolore”.

Stupisce che una minoranza vociante di italiani non colga alcun collegamento fra il Tricolore, la libertà, il Risorgimento e la Resistenza. Chiamiamoli con il loro nome: pseudo-patrioti. I più radicali fra costoro ammirano un gran traditore della patria, Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, il quale nel 1914 fondò il suo giornale interventista, Il Popolo d’Italia, intascando denari stranieri, soprattutto francesi, oltre alle mazzette degli industriali impazienti di lucrare sulle future commesse belliche. Nel 1943 l’Uomo del Destino, divenuto Capo di uno Stato fantoccio agli ordini di Hitler, non esitò un istante a consegnare l’Italia agli occupanti nazisti.

Volete la dimostrazione che c’è ancora chi, schizofrenicamente, dissocia il Tricolore dalla sua genesi politica e ideale? Basta riflettere su certe reazioni demenziali alla vicenda della bandiera tedesca (uno stendardo di guerra del Secondo Reich) che sarebbe stata esposta in una caserma dei carabinieri di stanza a Firenze. Ecco che il ministro della difesa Roberta Pinotti, giustamente indignata, interviene a gamba tesa: “la Repubblica italiana e la sua Costituzione si fondano sui valori della Resistenza, sulla lotta al fascismo e al nazifascismo. Chiunque giura di essere militare lo fa dichiarando fedeltà alla Repubblica, alle sue leggi e alla sua Costituzione. Chi espone una bandiera del Reich non può essere degno di far parte delle Forze Armate essendo venuto meno a quel giuramento.”

Parole sacrosante. In qualsiasi paese normale – in Gran Bretagna, in Francia, in Germania – scatterebbe una condanna all’unisono, ci sarebbe un consenso bipartisan attorno ai valori fondanti della propria nazione democratica. Provvedimento disciplinare per il carabiniere (se il fatto sussiste), e caso chiuso. Ma l’Italia, si sa, non è un paese normale. E infatti scocca subito, come un dardo acuminato, la campagna mediatica degli esegeti della virgola, sedicenti esperti dell’araldica – campagna guarda caso capeggiata dall’estrema destra. La rivista Primato Nazionale, che alimenta una sottocultura politica, parla di tempesta in un bicchier d’acqua: “in tempi di fake news e di ministero della verità, sembra bastino tre colori – un nero, un bianco, un rosso – per montare subito il caso. Anche se questo fa a pugni con la storia.” Giacché, diciamo le cose come stanno, “quella bandiera, in realtà, è la bandiera della Kaiserliche Marine, la marina imperiale tedesca, creata dal Kaiser Guglielmo II e in servizio dal 1871 fino alla sconfitta della Prima Guerra Mondiale.” (“Come ti creo una fake news: la ‘bandiera nazista’ nella caserma dei carabinieri”, Redazione, 3.12.2017)

Questo è un esempio da manuale di come si può dire una cosa vera mentendo spudoratamente a livello del messaggio che si veicola. Cito Luca Cefisi, socialista di lungo corso: “La bandiera di guerra del Kaiser è da tempo impiegata dai neofascisti, è un’allusione, un ammiccamento.” Il Primato Nazionale, che naturalmente ridicolizza le fake news altrui, fornisce un eccellente esempio di come se ne confeziona una in proprio: più è credibile (all’apparenza) la menzogna, e più efficace è quando viene immessa in circolo. Le fake news, per propagarsi, devono essere semplicissime, superficiali. Ciò garantisce immediatezza. E’ così che si servono i piatti velenosi agli avventori sprovveduti: inghiottiti in fretta, tutti i funghi paiono commestibili. Ma che diamine! La bandiera esposta è del Secondo Reich! E quella era una “monarchia costituzionale ottocentesca”. (Marcello Veneziani, “Il pericolo farsista”, Il tempo, 3.12.2017) Che c’entra il Terzo Reich nazista fondato dal famigerato Hitler? Siamo alle solite: i comunisti gridano al lupo per piazzarsi bene alle prossime elezioni. Ora la notizia farlocca sul complotto della sinistra può circolare – veloce e devastante come un incendio estivo – su Facebook. Chi avrà tempo e voglia di verificarne l’autenticità? Eppure c’è la prova del nove. Basta approfondire l’informazione, e statene pur certi: casca subito l’asino (a integrazione del commento di Cefisi: l’innocua monarchia costituzionale del Kaiser, sentina di un militarismo virulento e aggressivo, ha scatenato la Prima Guerra Mondiale).

Ma supponiamo che l’estrema destra abbia ragione, e che questa sia la solita montatura dei professionisti dell’antifascismo. Ebbene, le reazioni al presunto gesto del carabiniere – a destra come a sinistra –, quelle invece sono vere. Nero su bianco. E sono eloquenti: la sinistra condanna; la destra minimizza o giustifica. Voi del Primato Nazionale, rivista così sensibile alla correttezza filologica e storiografica, non potete ignorare che l’Italia, nel 1915, entrò in guerra – per liberare Trieste e le altre terre irredente – contro l’imperialismo germanico, simboleggiato dal simbolo del Secondo Reich ostentato dall’incauto carabiniere. Oltre seicentomila soldati italiani – simili a quello che, statuario, campeggia sulla vostra pagina web – morirono per il Tricolore. All’epoca il Partito socialista scelse, saggiamente, la linea pacifista. Ma, di fronte al fatto compiuto, i leader socialisti escogitarono la famosa parola d’ordine, “né aderire, né sabotare”, frutto di un faticoso compromesso fra i riformisti e i massimalisti. C’erano molti socialisti che, animati da sincero patriottismo, sostenevano tesi interventiste. (L’ex compagno Mussolini, il più grande statista del Ventesimo secolo, aveva ben altri pensieri per la testa: sapeva che la Grande Guerra avrebbe devastato la società italiana; il terreno, concimato dai giovani morti, sarebbe stato fertile non già per la rivoluzione proletaria, bensì per il colpo di mano fascista).

E non furono pochi neppure i socialisti pacifisti che, “nel supremo interesse della nazione”, decisero di cooperare “materialmente e moralmente al miglior esito della guerra” (così la federazione giovanile). Atterriti dall’immane disfatta di Caporetto, i capi riformisti del Partito socialista – Turati, Treves, Prampolini –, seguiti dal gruppo parlamentare, dalle amministrazioni comunali, dalla CGL, si schierarono compatti in difesa della patria invasa da austriaci e tedeschi esortando gli operai e i contadini in divisa a fermare lo straniero sulla linea del Piave – socialismo tricolore, appunto.

Ah, dimenticavo, la nostra canzoncina patriottica terminava con questa strofa: “E la bandiera gialla e nera/ qui ha finito di regnar!”. Il riferimento è al vessillo dell’Impero austroungarico, nostro acerrimo nemico fin dall’Ottocento, e alleato del Kaiser tedesco nella Grande Guerra. E voi – difensori a oltranza della sovranità nazionale, cultori della patria immortale, sostenitori accesi del partito nazionalista recante il poetico nome “Fratelli d’Italia” – non avete saputo dire l’unica cosa sensata che andava detta in questa occasione? Ovvero: ogni disquisizione è cervellotica: nella caserma dei carabinieri una sola bandiera deve sventolare: quella italiana. L’abbiamo scoperto, finalmente, l’altarino dei nazionalisti dell’estrema destra italiana. Nazionalisti alle vongole, li definirebbe Scalfari.

Tricolore  by Gian Maria Turi

Tricolore by Gian Maria Turi

Posted on December 11, 2017 and filed under Post in italiano.

Anna Frank e Gesù Cristo

Marcello Veneziani interviene sul “gesto cretino di quattro dementi che hanno usato la foto di Anna Frank per prendere in giro le tifoserie opposte". Perché avete sollevato un polverone, anime belle della sinistra? “La reazione a un gesto irrispettoso e demente è stata dieci volte, mille volte superiore rispetto a chi commette un atroce assassinio e magari non viene adeguatamente punito". Trionfo dell’iperbole!

Può darsi che il “pericolo fascista-laziale” sia stato gonfiato, ma imbrattare la memoria di una ragazzina ebrea uccisa dai nazisti – in un contesto pubblico, caratterizzato da aggressività – è davvero una goliardata di pessimo gusto? Ne dubito. Quell’atto è piuttosto la manifestazione di una mentalità intollerante – chissà perché di recente la polizia, perquisendo la casa di un tifoso violento, ha trovato simboli fascisti, non già gli scritti di Gandhi o il Manuale delle giovani marmotte. (“Immigrato picchiato a Roma, 19enne arrestato: in casa trovati simboli fascisti”, Il Mattino, 30.10.2017). Si può discutere sulle misure da prendere in casi del genere: non tutti gli antifascisti, di cui Veneziani offre caricature spassose, sono favorevoli alla legge Fiano. Io mi annovero fra i contrari: pur di non mettere un bavaglio agli intelligenti, preferisco gli imbecilli in libertà (chi parla a vanvera s’imbroda).

Sapete, cari italiani, qual è il vero problema? Non certo i tifosi fascistoidi pronti a menare le mani. Eh, no. Il problema sono le “campagne assordanti" – ma davvero assordanti – degli antifascisti, dell’Anpi, per demonizzare eventi come la Marcia su Roma, avvenuta ben 95 anni fa. “Ecco come rendere grottesca la storia". Siamo alla solita, stantia lamentela degli ex camerati, frustratissimi perché gli riesce impossibile riscrivere la storia patria. Le campagne periodiche dei progressisti – contro il nazifascismo, contro l’antisemitismo – “generano nausea e rigetto nel paese, voglia di silenzio e di evasione nella maggioranza degli italiani e voglia di trasgressione in una piccola minoranza.” La colpa non è di chi supera i limiti della decenza, eh no! E’ di chi propaganda, rumoreggiando, i valori della nostra Costituzione. I quattro dementi si sono fatti trascinare da un desiderio prorompente di libertà: finiamola, allora, con l’asfissiante retorica antifascista! Vorrei vedere la reazione di Veneziani, cattolico fervente, se applicassimo la sua pseudo-logica all’indottrinamento che la Chiesa ha perseguito per secoli: una minoranza di cristiani ha rubato, mentito o desiderato la donna altrui? Suvvia, quei peccatucci sono scaturiti da un umanissimo rigetto della predicazione evangelica!

Attenti, che ora viene il bello: “Ma se qualche demente vestisse di biancazzurro Cristo in croce, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, le prime pagine dei giornali e dei telegiornali, denuncerebbero indignati l’oltraggio blasfemo, imporrebbero la lettura negli stadi e nelle scuole del Vangelo sulla Crocifissione? Non credo. E non è un’ipotesi del tutto immaginaria, perché mille volte rockstar, tifoserie, giornali satirici, gay pride e via dicendo, hanno preso in giro Gesù, la Madonna e tutti i Santi e li hanno derisi e bestemmiati. E la cosa è passata inosservata.”

Sì: avete letto bene: questa analogia è puerilmente idiota. Gesù – figura che merita il massimo rispetto anche da parte di chi non crede – scelse di morire sulla croce; e si consegnò, disarmato, ai suoi carnefici. Lo fece per cancellare l’infamia del peccato originale, che gravava sulle nostre anime. Versò il suo sangue innocente per noi, per puro, incondizionato amore. Gesù, peraltro, è figlio di Dio, e ora siede alla destra del Padre. Quindi – lo dico senza ironia – ha un protettore potentissimo. Non ha bisogno delle nostre leggi per farsi rispettare. Dispone poi di uno strumento formidabile: la compartecipazione al giudizio universale, alla fine dei tempi.

Anna Frank era interamente umana, e fragilissima, come lo è ogni adolescente. Non aveva Santi in paradiso, e non voleva morire. Il suo diario – che documenta la vita grama di una famiglia ebrea braccata, nascosta in un sottotetto – è un inno alla volontà di vivere. Un giorno degli uomini immondi e vigliacchi la prelevarono assieme alla sua famiglia dal suo nascondiglio e la spedirono in un campo di sterminio. Quegli esseri immondi e vigliacchi – gli alter ego di coloro che al processo di Norimberga diranno “abbiamo semplicemente obbedito agli ordini” – aderivano alla più diabolica ideologia concepita finora: il nazismo. Anna Frank, membro di un popolo abbietto, doveva essere eliminata fisicamente come si fa con ratti, scarafaggi, insetti. Anzi, peggio: nessun disinfestatore spreca il suo tempo a umiliare gli insetti prima di ucciderli, come facevano le SS con gli ebrei. Come avrà trascorso quella ragazzina così sensibile, così delicata, gli ultimi mesi di vita a Bergen Belsen? Fu una tortura psicologica, un annientamento della sua anima prima ancora che del suo fisico. Morì di tifo a soli 16 anni, nel 1945. Queste cose le sappiamo già? Che volete farci: io mi impunto a ricordarle, e non certo per dar fastidio agli ammiratori del Duce bonificatore di paludi, fondatore di città scintillanti ed elargitore ante litteram di pensioni INPS per gli italiani di pura razza ariana.

Non parliamo abbastanza di Dio, caro Veneziani? Sfida raccolta. La bestemmia è brutta, è volgare. Ma insultare una ragazzina ebrea che è stata uccisa in un modo barbaro, disumano, va ben oltre la volgarità: è un inno all’ideologia perversa che ha concepito Auschwitz. Non è forse questa la peggior bestemmia? All’origine del male, nella nostra tradizione, c’è proprio un omicidio folle: Caino che uccide suo fratello Abele. Ecco allora che Dio, avendoci creati a sua immagine e somiglianza, invia Gesù per insegnarci cos’è la Caritas: l’ingiunzione ad amare il prossimo nostro come noi stessi. Il primo comandamento è quello dell’amore, verso Dio e verso gli uomini.  

Dio però può apparire bizzarro: ha creato un mondo attraversato da due tipi di sofferenza.  La prima è indipendente dalla nostra volontà, e infatti si chiama fatalità. La “natura naturata” a volte impazzisce: carestie, terremoti e tsunami si abbattono su popolazioni inermi. Per non dire delle malattie genetiche… Dio, qui, è indirettamente responsabile della sciagura che si abbatte su di noi. Nel secondo tipo di sofferenza, invece, non c’entra nulla. Parlo dell’azione malvagia, che viene compiuta per libera scelta. E tuttavia chi è credente si arrovella: perché Dio consente lo scandalo della malvagità? Questa è la domanda più spinosa di tutta la teologia. La risposta standard: il cristianesimo ci vuole liberi moralmente; il che significa liberi di farci del male a vicenda. Fior fiore di teologi hanno discettato sul libero arbitrio. Ma ciò non dissipa i dubbi. Quando parliamo di un genocidio saltano tutte le categorie logiche e teologiche. Qui il male è assoluto, sconfinato: se gli uomini stessi non lo fermano con strumenti terreni, potrebbe distruggere l’umanità stessa. Dio è coerente fino a questo punto? Ci lascia liberi di auto-annientarci?

Qualcosa non torna in questa supposta coerenza divina: il Dio cristiano non è affatto distaccato o indifferente alle nostre vicende – succeda quel che deve succedere! E’ un interventista – ma è imprevedibile.  A volte entra nelle nostre vite, e ci salva. Il cattolicesimo dà un rilievo eccezionale ai miracoli dei Santi (il culto di Padre Pio…); i protestanti hanno idee un po’ diverse in proposito. Ma c’è comunanza di vedute sul concetto: fu Gesù ad avviare la tradizione dell’intervento miracoloso. Finché c’era Lui le cose erano chiare: per guarire, bastava che l’ammalato avesse fede. La divina provvidenza, in seguito, ha operato in maniera misteriosa, e selettiva. Ci vorrebbe un teologo geniale per spiegarci perché Dio, o Gesù, o quel Santo potentissimo, esaudiscono la preghiera di un ammalato e non quella d’un altro. Ci vuole una fede salda, incrollabile, cieca per non inveire contro un Dio onnipotente che ci ama, ma non ci soccorre nel momento del bisogno.

Qualunque divinità abbia pregato Anna Frank – non dubito che l’abbia fatto: io stesso, al posto suo, avrei implorato Gesù, la Madonna e tutti i Santi di salvarmi da quell’inferno –, ebbene quell’Essere supremo non è intervenuto a salvarla. Ora si comprende il cinismo di un testimone d’eccezione dei lager nazisti, Primo Levi: “L’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare via qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio.” Non intendo rinverdire la causa dell’ateismo militante, che non mi appassiona. Sono un agnostico dubitante e non so cosa mi frullerà per la mente il giorno in cui dovrò dire addio a questa terra. Vorrei solo che tutti si sforzassero di capire l’abiezione di un regime come quello nazista. Un regime che, mortificando l’umanità di tutti noi, offende il nostro Creatore. In ogni caso, i credenti dovrebbero capire che c’è un fossato fra l’aldiquà e l’aldilà. Dio – se esiste così come ci dicono le religioni abramitiche – potrà un giorno spiegarci le sue ragioni, e punirci o premiarci, a seconda dei casi. E realizzerà la Giustizia eterna e perfetta. Intanto a noi mortali tocca accontentarci di questa vita imperfetta.  Il Paradiso Terrestre, con buona pace degli utopisti, non è nelle nostre limitate possibilità; un mondo migliore di quello in cui è vissuta Anna Frank sì. “Il salto antropologico”, o l’uomo nuovo sono pie illusioni: potenziali Hitler, Eichmann e Himmler continueranno ad aggirarsi fra noi nei secoli a venire. Il male non lo possiamo sradicare dalle nostre vite; possiamo però contenerlo, arginarlo. Con mezzi umani, laicissimi: edificando sistemi politici fondati sullo Stato costituzionale di diritto, sulle libertà, e sull’equilibrio dei poteri. E’ solo così che impediremo a individui ributtanti di quella risma di pianificare altri crimini contro l’umanità.

Ogni volta che ricordo Anna Frank non omaggio la retorica antifascista: rinnovo semmai il mio atto di fede laica nella democrazia liberale. Ogni volta che mi riaffiora in mente quella ragazzina vittima dell’odio razziale, del fanatismo ideologico, rafforzo la mia volontà di trasmettere ai giovani la memoria di ciò che è avvenuto in Europa tra il 1939 e il 1945. Mio padre – che non era comunista – vide alcuni sopravvissuti dei lager, e mi ha raccontato. La memoria è il lievito della cultura politica che ha consentito alle mie figlie, a sedici anni, di sedere sui banchi di scuola, e di temere al massimo un brutto voto in pagella e la sgridata dei loro genitori. Una memoria che le ha protette dal rischio di essere inghiottite nel buco nero del male eretto a sistema. E io, per Dio, voglio che lo sappiano. La libertà di cui avete goduto, figlie mie, è un privilegio, un dono, una grazia. Le reazioni a un gesto idiota come quello dei tifosi laziali vi paiono eccessive? Forse, chissà. Ma fuori tempo, no. Mai. Non ricordiamo forse – a distanza di secoli – la tratta degli schiavi, la guerra dei Trent’anni, la Rivoluzione francese? E’ vero, sono passati ben 95 dalla Marcia su Roma. Beh, se è per questo ne sono passati 74 dalla razzia nel ghetto ebraico di Roma (16 ottobre 1943): 1023 ebrei italiani vengono deportati ad Auschwitz. Torneranno in 17.

Coltivare la memoria del genocidio ebraico – in un paese che fu alleato della Germania hitleriana – è un dovere politico-morale. Grottesco è chi rivaluta Benito Mussolini, “il più grande statista del Novecento”, colui che diede il via libera alle camicie nere, affinché i cittadini italiani di religione o di origine ebraica fossero consegnati agli aguzzini delle SS. Ebbene sì, io voglio che il nazismo e Auschwitz vengano ricordati a lungo. E’ stato, quello, il momento moralmente più infimo mai raggiunto dall’umanità. C’è solo da rallegrarsi se qualche antifascista esagera: l’indifferenza sarebbe infinitamente più grave. Lo sdegno, qui, veicola un messaggio educativo per le future generazioni: ciò che di tremendo, di atroce, è avvenuto nel cuore dell’Europa, non deve ripetersi mai più. Non mi sembra così difficile da capire.


Posted on December 3, 2017 .