Povero San Francesco

Rassegniamoci: siamo sotto Natale: dovremo sorbirci l’ennesima polemica demenzial-provinciale sui nemici – più immaginari che reali – del nostro caro Presepe, uno dei simboli più antichi del Natale. Sono cresciuto in Emilia-Romagna, un tempo gloriosa Regione rossa, dove i comunisti mangiapreti facevano allestire presepi stupendi. Ricordo quello, poetico, di Cesenatico: una natività galleggiante pensata per i pescatori, fatta di sagome collocate nelle barche ormeggiate nel porto.

Purtroppo viviamo nel tempo della stupidità universale, sfoggiata con orgoglio. Ogni tanto saltano fuori alcuni idioti – italiani e, purtroppo, di sinistra – che manifestano l’incontenibile desiderio di bandire dalle scuole statali quella che, in Italia, da secoli, è la più popolare rappresentazione della Natività. In ossequio a uno pseudo-multiculturalismo che è tutta farina (avariata) del loro sacco. (S)ragionano, costoro, in base a una logica apparentemente “politically correct”: poveri alunni musulmani, che disagio imbattersi in statuine che raffigurano la Sacra Famiglia. Il presepe, insomma, fa il paio con il Crocefisso appeso ai muri: è uno schiaffo all’identità islamica e al concetto stesso di accoglienza. Che si faccia dunque piazza pulita di tutti i simboli della nostra tradizione religiosa! Solo così riaffermeremo il principio di laicità che implica equidistanza da tutte le fedi. No comment.

Il problema è che gli xenofobi sono molto più intelligenti di questi multiculturalisti in salsa italica, provinciali che non hanno la più pallida idea di cosa sia il dialogo interculturale vero, quello serio – nessun dialogo ha senso quando si azzera la propria identità. E infatti gli xenofobi si fregano le mani: queste uscite folli sono occasioni ghiotte per la costruzione paranoica del nemico interno. Ieri gli ebrei, oggi i musulmani. Ecco che i fascioleghisti in cerca di visibilità mediatica evocano, tutti ringalluzziti, l’immagine truculenta a loro più congeniale: orde di islamici barbuti rifugiatisi in Italia che, coltello fra i denti, si accingono a mozzare la testa alle simpatiche statuine natalizie. Perché è fatto notorio che ogni musulmano è un simpatizzante (più o meno mascherato) dei tagliagole di Al Qaida, oppure un potenziale terrorista jihadista.

La cosa triste – per i cristiani veri – è questa: sempre più di frequente, nella nostra Europa sostanzialmente scristianizzata, simboli religiosi vengono branditi a mo’ di clava contro i nuovi barbari. Della serie: come ammazzare, da veri pagani, lo spirito del cristianesimo. Non sarà una campagna mediatica a favore del presepe a riaccendere la luce della fede, che si è fatta fioca. Ma oggi è ammesso tutto, la demenza è stata sdoganata sui social-media.  Così avviene che sedicenti cattolici attacchino frontalmente Papa Francesco, accusandolo di eresia (ma non dovrebbero ubbidire, fedeli, all’autorità papale?), mentre esibiscono tracotanti il loro odio viscerale nei confronti del diverso di turno. I credenti, anziché colpevolizzare i musulmani di ogni malefatta legata all’affermarsi della modernità, dovrebbero gettarsi a capofitto nell’impresa immane di rievangelizzare l’Europa. Ci sta provando Papa Francesco. Guarda caso ha contro la destra xenofoba e i cattolici iper-tradizionalisti (i Salvini, i Veneziani, i Le Pen). In sintesi: Presepe e crocefisso (depotenziati, s’intende) sì; carità cristiana no.  Ma ai teo-con, si sa, dello spirito evangelico importa assai poco. La loro agenda non ha nulla a che fare con la spiritualità: mirano a pietrificare il cristianesimo: una mitologia identitaria senza calore e senz’anima è un’arma potente da usare contro un Islam torbido e minaccioso. Una strategia, questa, che darà frutti abbondanti nelle urne, alle prossime elezioni.

Ecco perché trovo inutile, fuori tempo, indossare i panni dell’illuminista anticlericale. E’ molto più intelligente, oggi, riappropriarsi dello spirito del Cristianesimo in chiave progressista, solidale, egalitaria. Ascoltiamo un filosofo con una gran bella testa, Massimo Cacciari: la distinzione, oggi, “non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante”. Purtroppo “l’indifferenza regna sovrana e avvolge un po’ tutti: i laici e i cattolici… Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale…” Cosa sta avvelenando il Cristianesimo? Non gli immigrati di fede musulmana, bensì il consumismo sfrenato, la mercificazione, il materialismo più gretto. I cristiani che hanno accettato questo stato di cose sono “servi sciocchi del nostro tempo.” (Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà, a cura di Stefano Zurlo, Il Giornale, 30.11.2017”). 

Non dimentichiamo che La Caritas è la scintilla che ha acceso il socialismo democratico, libertario, non violento. Enfatizziamo dunque la carica sovvertitrice del Presepe, negata dai creso-cristiani d’ogni tempo e luogo: Gesù nacque povero in una famiglia povera. E si batte’ tutta la vita per i poveri. Ardita ma acuta la provocazione del Sindaco di Castenaso, nel bolognese, il quale, nella piazza principale della sua cittadina, ha fatto sistemare in un gommone Giuseppe, Maria e il Bambinello. Sarà filologicamente scorretta, o fin troppo fantasiosa, questa versione della Natività. Eppure la rievocazione della tragedia dei migranti morti in mare coglie con gran efficacia l’essenza del Cristianesimo. Lo fa meglio di certi presepi stereotipati, ingessati, tipici di una tradizione oleografica che ha edulcorato ogni messaggio rivoluzionario. Gesù – parlando di affamati, derelitti, stranieri, perseguitati, ammalati – disse a chiare lettere: “in verità vi dico tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!”

Secondo la leggenda, il Presepe l’ha inventato San Francesco d’Assisi, nel 1223. L’autore del Cantico delle Creature, recatosi l’anno prima in pellegrinaggio a Betlemme, era rimasto affascinato dalle rappresentazioni folcloristiche della nascita di Gesù. Il poverello d’Assisi aveva preso parte – pacificamente, in qualità di “diplomatico” e missionario – alla Quinta Crociata. Nel 1219 era in Egitto, dove i cristiani combattevano i musulmani. Là incontrò il Sultano al-Malik al-Kamil, il cui regno si estendeva fino alla Terra Santa. Il Sultano non si convertì al cristianesimo, e neppure alla pace (conformandosi, in questo, al comportamento dei suoi omologhi, i regnanti cristiani). Ma rimase molto colpito dal coraggio e dal carisma di San Francesco, che fu trattato con grande rispetto. A seguito di quell’incontro storico, il Sultano autorizzò la presenza francescana nei luoghi santi della cristianità. San Francesco ottenne per i cristiani ciò che, in quel tempo, i cristiani negavano ai musulmani: la libertà di culto. Questo esempio di tolleranza va tenuto bene a mente: oggi, anche fra intellettuali di vaglia, va di moda propagandare una megaballa storica: ovvero che i rapporti fra Islam e cristianità sono stati caratterizzati da 1500 anni di ostilità ininterrotta. Per non fare figuracce, basterebbe leggersi i libri del medievista Franco Cardini.

E’ ben vero che i pellegrini cristiani non sempre ebbero vita facile in Medioriente – mica tutti i leader politici islamici erano tolleranti o lungimiranti come al-Malik al-Kamil (del resto neanche tutti i re o imperatori cristiani erano persecutori sanguinari o “crociati belligeranti”, si pensi alla straordinaria figura di Federico II).  Nel 1291, quando San Giovanni d’Acri – l’ultima roccaforte cristiana in Oriente – fu conquistata dalle armate musulmane, i francescani dovettero rifugiarsi a Cipro. Tornarono definitivamente in Terra Santa qualche decennio più tardi, dopo aver ottenuto il permesso di celebrare messa al Santo Sepolcro. Ci riuscirono grazie all’intervento dei Reali di Napoli, i quali nel 1333 avevano acquistato il Santo Cenacolo dal Sultano d’Egitto. Fatto sta che, nonostante le mille peripezie e difficoltà, per lunghi periodi i nostri fraticelli, nel corso degli ottocento anni che intercorrono dalla prima missione francescana ad oggi, hanno potuto custodire in santa pace i luoghi santi della cristianità, nonché officiare messe nella Basilica del Santo Sepolcro. (Già questo basterebbe a sfatare la propaganda in stile Oriana-Fallaci-Magdi-Allam, che soffia sul fuoco dell’odio interreligioso. Se l’Islam è da sempre un blocco monolitico e indifferenziato, se tutti i musulmani sono cloni di Osama Bin Laden, come si spiega la presenza ininterrotta – fin dal I secolo d.C. – di comunità cristiane in Oriente, nelle terre dominate dai perfidi musulmani?)

“Il modello di una chiesa in lotta contro i pagani e le nazioni non rientra nello statuto del francescano”. E infatti San Francesco propose, fra lo stupore dei cristiani belligeranti, una “terza via” ante litteram: né guerra religiosa, né isolamento o emarginazione del nemico, dell’infedele. Questo formidabile messaggero della non violenza, “intuisce che il dialogo è lo spazio della missione per confrontarsi con chi non conosce il Vangelo. Una missione che non si regge sul rigido principio della verità, bensì su quello benevolo della carità.”  (Edoardo Scognamiglio, San Francesco e il Sultano d’Egitto)

E sarà proprio la Caritas l’ideale ispiratore del primo presepe vivente voluto dal poverello d’Assisi. Teniamo bene a mente anche questo, quando ci tocca ascoltare le filippiche dei difensori del Presepe in funzione anti-islamica e anti-immigrati, ipocriti che iniettano l’odio in questa stupenda invenzione della nostra civiltà.

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Posted on December 15, 2017 and filed under Post in italiano.

La bandiera dei tre colori

La mia maestra, una suorina patriota fin nel midollo, oltre a farci leggere la pagina giornaliera da Cuore di De Amicis, ci faceva cantare una canzoncina che da allora (primi anni Settanta) non m’è più uscita più di mente: “La bandiera dei tre colori/ è sempre stata la più bella/ vogliamo sempre quella/ noi vogliam la libertà.”

Noi, ingenui e curiosi, chiedevamo: perché il verde, il bianco e il rosso? E lei: la nostra bandiera l’hanno voluta così nel 1797 i patrioti italiani della Repubblica Cispadana. Affascinati dalla Rivoluzione francese, che aveva issato il primo tricolore in polemica con gli stemmi feudali, desideravano anche loro un bandiera popolare. Hanno scelto quei tre colori per esprimere l’aspirazione alla libertà del Risorgimento. Una libertà realizzata appieno solo centocinquant’anni dopo, con la Repubblica democratica nata dalla Resistenza. Noi non capivamo i concetti astratti. Ma perché proprio quei colori? La suorina, sorridendo, citava alcune parole dal discorso che Giosuè Carducci tenne a Reggio Emilia nel 1897, in occasione del centenario del Tricolore: “Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci (…) ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani (…): il bianco, la fede serena alle idee (…); il verde, la perpetua rifioritura della speranza e frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione e il sangue dei martiri e degli eroi.”

Nella biblioteca di classe, c’era un’edizione per ragazzi delle Lettere di condannati a morte della Resistenza. E’ uno dei primi libri che ho letto in vita mia. Quando ero bambino, pur frequentando una scuola cattolica “rigorista”, d’altri tempi, era chiarissimo – nella mia coscienza – il nesso Tricolore-libertà-Risorgimento-Resistenza. Sarà ancor più chiaro, quel nesso, quando, quindici anni più tardi, aderirò al PSI e ascolterò più volte l’associazione, per me inedita in quel tempo, fra due idee gagliarde: “socialismo tricolore”.

Stupisce che una minoranza vociante di italiani non colga alcun collegamento fra il Tricolore, la libertà, il Risorgimento e la Resistenza. Chiamiamoli con il loro nome: pseudo-patrioti. I più radicali fra costoro ammirano un gran traditore della patria, Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, il quale nel 1914 fondò il suo giornale interventista, Il Popolo d’Italia, intascando denari stranieri, soprattutto francesi, oltre alle mazzette degli industriali impazienti di lucrare sulle future commesse belliche. Nel 1943 l’Uomo del Destino, divenuto Capo di uno Stato fantoccio agli ordini di Hitler, non esitò un istante a consegnare l’Italia agli occupanti nazisti.

Volete la dimostrazione che c’è ancora chi, schizofrenicamente, dissocia il Tricolore dalla sua genesi politica e ideale? Basta riflettere su certe reazioni demenziali alla vicenda della bandiera tedesca (uno stendardo di guerra del Secondo Reich) che sarebbe stata esposta in una caserma dei carabinieri di stanza a Firenze. Ecco che il ministro della difesa Roberta Pinotti, giustamente indignata, interviene a gamba tesa: “la Repubblica italiana e la sua Costituzione si fondano sui valori della Resistenza, sulla lotta al fascismo e al nazifascismo. Chiunque giura di essere militare lo fa dichiarando fedeltà alla Repubblica, alle sue leggi e alla sua Costituzione. Chi espone una bandiera del Reich non può essere degno di far parte delle Forze Armate essendo venuto meno a quel giuramento.”

Parole sacrosante. In qualsiasi paese normale – in Gran Bretagna, in Francia, in Germania – scatterebbe una condanna all’unisono, ci sarebbe un consenso bipartisan attorno ai valori fondanti della propria nazione democratica. Provvedimento disciplinare per il carabiniere (se il fatto sussiste), e caso chiuso. Ma l’Italia, si sa, non è un paese normale. E infatti scocca subito, come un dardo acuminato, la campagna mediatica degli esegeti della virgola, sedicenti esperti dell’araldica – campagna guarda caso capeggiata dall’estrema destra. La rivista Primato Nazionale, che alimenta una sottocultura politica, parla di tempesta in un bicchier d’acqua: “in tempi di fake news e di ministero della verità, sembra bastino tre colori – un nero, un bianco, un rosso – per montare subito il caso. Anche se questo fa a pugni con la storia.” Giacché, diciamo le cose come stanno, “quella bandiera, in realtà, è la bandiera della Kaiserliche Marine, la marina imperiale tedesca, creata dal Kaiser Guglielmo II e in servizio dal 1871 fino alla sconfitta della Prima Guerra Mondiale.” (“Come ti creo una fake news: la ‘bandiera nazista’ nella caserma dei carabinieri”, Redazione, 3.12.2017)

Questo è un esempio da manuale di come si può dire una cosa vera mentendo spudoratamente a livello del messaggio che si veicola. Cito Luca Cefisi, socialista di lungo corso: “La bandiera di guerra del Kaiser è da tempo impiegata dai neofascisti, è un’allusione, un ammiccamento.” Il Primato Nazionale, che naturalmente ridicolizza le fake news altrui, fornisce un eccellente esempio di come se ne confeziona una in proprio: più è credibile (all’apparenza) la menzogna, e più efficace è quando viene immessa in circolo. Le fake news, per propagarsi, devono essere semplicissime, superficiali. Ciò garantisce immediatezza. E’ così che si servono i piatti velenosi agli avventori sprovveduti: inghiottiti in fretta, tutti i funghi paiono commestibili. Ma che diamine! La bandiera esposta è del Secondo Reich! E quella era una “monarchia costituzionale ottocentesca”. (Marcello Veneziani, “Il pericolo farsista”, Il tempo, 3.12.2017) Che c’entra il Terzo Reich nazista fondato dal famigerato Hitler? Siamo alle solite: i comunisti gridano al lupo per piazzarsi bene alle prossime elezioni. Ora la notizia farlocca sul complotto della sinistra può circolare – veloce e devastante come un incendio estivo – su Facebook. Chi avrà tempo e voglia di verificarne l’autenticità? Eppure c’è la prova del nove. Basta approfondire l’informazione, e statene pur certi: casca subito l’asino (a integrazione del commento di Cefisi: l’innocua monarchia costituzionale del Kaiser, sentina di un militarismo virulento e aggressivo, ha scatenato la Prima Guerra Mondiale).

Ma supponiamo che l’estrema destra abbia ragione, e che questa sia la solita montatura dei professionisti dell’antifascismo. Ebbene, le reazioni al presunto gesto del carabiniere – a destra come a sinistra –, quelle invece sono vere. Nero su bianco. E sono eloquenti: la sinistra condanna; la destra minimizza o giustifica. Voi del Primato Nazionale, rivista così sensibile alla correttezza filologica e storiografica, non potete ignorare che l’Italia, nel 1915, entrò in guerra – per liberare Trieste e le altre terre irredente – contro l’imperialismo germanico, simboleggiato dal simbolo del Secondo Reich ostentato dall’incauto carabiniere. Oltre seicentomila soldati italiani – simili a quello che, statuario, campeggia sulla vostra pagina web – morirono per il Tricolore. All’epoca il Partito socialista scelse, saggiamente, la linea pacifista. Ma, di fronte al fatto compiuto, i leader socialisti escogitarono la famosa parola d’ordine, “né aderire, né sabotare”, frutto di un faticoso compromesso fra i riformisti e i massimalisti. C’erano molti socialisti che, animati da sincero patriottismo, sostenevano tesi interventiste. (L’ex compagno Mussolini, il più grande statista del Ventesimo secolo, aveva ben altri pensieri per la testa: sapeva che la Grande Guerra avrebbe devastato la società italiana; il terreno, concimato dai giovani morti, sarebbe stato fertile non già per la rivoluzione proletaria, bensì per il colpo di mano fascista).

E non furono pochi neppure i socialisti pacifisti che, “nel supremo interesse della nazione”, decisero di cooperare “materialmente e moralmente al miglior esito della guerra” (così la federazione giovanile). Atterriti dall’immane disfatta di Caporetto, i capi riformisti del Partito socialista – Turati, Treves, Prampolini –, seguiti dal gruppo parlamentare, dalle amministrazioni comunali, dalla CGL, si schierarono compatti in difesa della patria invasa da austriaci e tedeschi esortando gli operai e i contadini in divisa a fermare lo straniero sulla linea del Piave – socialismo tricolore, appunto.

Ah, dimenticavo, la nostra canzoncina patriottica terminava con questa strofa: “E la bandiera gialla e nera/ qui ha finito di regnar!”. Il riferimento è al vessillo dell’Impero austroungarico, nostro acerrimo nemico fin dall’Ottocento, e alleato del Kaiser tedesco nella Grande Guerra. E voi – difensori a oltranza della sovranità nazionale, cultori della patria immortale, sostenitori accesi del partito nazionalista recante il poetico nome “Fratelli d’Italia” – non avete saputo dire l’unica cosa sensata che andava detta in questa occasione? Ovvero: ogni disquisizione è cervellotica: nella caserma dei carabinieri una sola bandiera deve sventolare: quella italiana. L’abbiamo scoperto, finalmente, l’altarino dei nazionalisti dell’estrema destra italiana. Nazionalisti alle vongole, li definirebbe Scalfari.

Tricolore  by Gian Maria Turi

Tricolore by Gian Maria Turi

Posted on December 11, 2017 and filed under Post in italiano.

Anna Frank e Gesù Cristo

Marcello Veneziani interviene sul “gesto cretino di quattro dementi che hanno usato la foto di Anna Frank per prendere in giro le tifoserie opposte". Perché avete sollevato un polverone, anime belle della sinistra? “La reazione a un gesto irrispettoso e demente è stata dieci volte, mille volte superiore rispetto a chi commette un atroce assassinio e magari non viene adeguatamente punito". Trionfo dell’iperbole!

Può darsi che il “pericolo fascista-laziale” sia stato gonfiato, ma imbrattare la memoria di una ragazzina ebrea uccisa dai nazisti – in un contesto pubblico, caratterizzato da aggressività – è davvero una goliardata di pessimo gusto? Ne dubito. Quell’atto è piuttosto la manifestazione di una mentalità intollerante – chissà perché di recente la polizia, perquisendo la casa di un tifoso violento, ha trovato simboli fascisti, non già gli scritti di Gandhi o il Manuale delle giovani marmotte. (“Immigrato picchiato a Roma, 19enne arrestato: in casa trovati simboli fascisti”, Il Mattino, 30.10.2017). Si può discutere sulle misure da prendere in casi del genere: non tutti gli antifascisti, di cui Veneziani offre caricature spassose, sono favorevoli alla legge Fiano. Io mi annovero fra i contrari: pur di non mettere un bavaglio agli intelligenti, preferisco gli imbecilli in libertà (chi parla a vanvera s’imbroda).

Sapete, cari italiani, qual è il vero problema? Non certo i tifosi fascistoidi pronti a menare le mani. Eh, no. Il problema sono le “campagne assordanti" – ma davvero assordanti – degli antifascisti, dell’Anpi, per demonizzare eventi come la Marcia su Roma, avvenuta ben 95 anni fa. “Ecco come rendere grottesca la storia". Siamo alla solita, stantia lamentela degli ex camerati, frustratissimi perché gli riesce impossibile riscrivere la storia patria. Le campagne periodiche dei progressisti – contro il nazifascismo, contro l’antisemitismo – “generano nausea e rigetto nel paese, voglia di silenzio e di evasione nella maggioranza degli italiani e voglia di trasgressione in una piccola minoranza.” La colpa non è di chi supera i limiti della decenza, eh no! E’ di chi propaganda, rumoreggiando, i valori della nostra Costituzione. I quattro dementi si sono fatti trascinare da un desiderio prorompente di libertà: finiamola, allora, con l’asfissiante retorica antifascista! Vorrei vedere la reazione di Veneziani, cattolico fervente, se applicassimo la sua pseudo-logica all’indottrinamento che la Chiesa ha perseguito per secoli: una minoranza di cristiani ha rubato, mentito o desiderato la donna altrui? Suvvia, quei peccatucci sono scaturiti da un umanissimo rigetto della predicazione evangelica!

Attenti, che ora viene il bello: “Ma se qualche demente vestisse di biancazzurro Cristo in croce, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, le prime pagine dei giornali e dei telegiornali, denuncerebbero indignati l’oltraggio blasfemo, imporrebbero la lettura negli stadi e nelle scuole del Vangelo sulla Crocifissione? Non credo. E non è un’ipotesi del tutto immaginaria, perché mille volte rockstar, tifoserie, giornali satirici, gay pride e via dicendo, hanno preso in giro Gesù, la Madonna e tutti i Santi e li hanno derisi e bestemmiati. E la cosa è passata inosservata.”

Sì: avete letto bene: questa analogia è puerilmente idiota. Gesù – figura che merita il massimo rispetto anche da parte di chi non crede – scelse di morire sulla croce; e si consegnò, disarmato, ai suoi carnefici. Lo fece per cancellare l’infamia del peccato originale, che gravava sulle nostre anime. Versò il suo sangue innocente per noi, per puro, incondizionato amore. Gesù, peraltro, è figlio di Dio, e ora siede alla destra del Padre. Quindi – lo dico senza ironia – ha un protettore potentissimo. Non ha bisogno delle nostre leggi per farsi rispettare. Dispone poi di uno strumento formidabile: la compartecipazione al giudizio universale, alla fine dei tempi.

Anna Frank era interamente umana, e fragilissima, come lo è ogni adolescente. Non aveva Santi in paradiso, e non voleva morire. Il suo diario – che documenta la vita grama di una famiglia ebrea braccata, nascosta in un sottotetto – è un inno alla volontà di vivere. Un giorno degli uomini immondi e vigliacchi la prelevarono assieme alla sua famiglia dal suo nascondiglio e la spedirono in un campo di sterminio. Quegli esseri immondi e vigliacchi – gli alter ego di coloro che al processo di Norimberga diranno “abbiamo semplicemente obbedito agli ordini” – aderivano alla più diabolica ideologia concepita finora: il nazismo. Anna Frank, membro di un popolo abbietto, doveva essere eliminata fisicamente come si fa con ratti, scarafaggi, insetti. Anzi, peggio: nessun disinfestatore spreca il suo tempo a umiliare gli insetti prima di ucciderli, come facevano le SS con gli ebrei. Come avrà trascorso quella ragazzina così sensibile, così delicata, gli ultimi mesi di vita a Bergen Belsen? Fu una tortura psicologica, un annientamento della sua anima prima ancora che del suo fisico. Morì di tifo a soli 16 anni, nel 1945. Queste cose le sappiamo già? Che volete farci: io mi impunto a ricordarle, e non certo per dar fastidio agli ammiratori del Duce bonificatore di paludi, fondatore di città scintillanti ed elargitore ante litteram di pensioni INPS per gli italiani di pura razza ariana.

Non parliamo abbastanza di Dio, caro Veneziani? Sfida raccolta. La bestemmia è brutta, è volgare. Ma insultare una ragazzina ebrea che è stata uccisa in un modo barbaro, disumano, va ben oltre la volgarità: è un inno all’ideologia perversa che ha concepito Auschwitz. Non è forse questa la peggior bestemmia? All’origine del male, nella nostra tradizione, c’è proprio un omicidio folle: Caino che uccide suo fratello Abele. Ecco allora che Dio, avendoci creati a sua immagine e somiglianza, invia Gesù per insegnarci cos’è la Caritas: l’ingiunzione ad amare il prossimo nostro come noi stessi. Il primo comandamento è quello dell’amore, verso Dio e verso gli uomini.  

Dio però può apparire bizzarro: ha creato un mondo attraversato da due tipi di sofferenza.  La prima è indipendente dalla nostra volontà, e infatti si chiama fatalità. La “natura naturata” a volte impazzisce: carestie, terremoti e tsunami si abbattono su popolazioni inermi. Per non dire delle malattie genetiche… Dio, qui, è indirettamente responsabile della sciagura che si abbatte su di noi. Nel secondo tipo di sofferenza, invece, non c’entra nulla. Parlo dell’azione malvagia, che viene compiuta per libera scelta. E tuttavia chi è credente si arrovella: perché Dio consente lo scandalo della malvagità? Questa è la domanda più spinosa di tutta la teologia. La risposta standard: il cristianesimo ci vuole liberi moralmente; il che significa liberi di farci del male a vicenda. Fior fiore di teologi hanno discettato sul libero arbitrio. Ma ciò non dissipa i dubbi. Quando parliamo di un genocidio saltano tutte le categorie logiche e teologiche. Qui il male è assoluto, sconfinato: se gli uomini stessi non lo fermano con strumenti terreni, potrebbe distruggere l’umanità stessa. Dio è coerente fino a questo punto? Ci lascia liberi di auto-annientarci?

Qualcosa non torna in questa supposta coerenza divina: il Dio cristiano non è affatto distaccato o indifferente alle nostre vicende – succeda quel che deve succedere! E’ un interventista – ma è imprevedibile.  A volte entra nelle nostre vite, e ci salva. Il cattolicesimo dà un rilievo eccezionale ai miracoli dei Santi (il culto di Padre Pio…); i protestanti hanno idee un po’ diverse in proposito. Ma c’è comunanza di vedute sul concetto: fu Gesù ad avviare la tradizione dell’intervento miracoloso. Finché c’era Lui le cose erano chiare: per guarire, bastava che l’ammalato avesse fede. La divina provvidenza, in seguito, ha operato in maniera misteriosa, e selettiva. Ci vorrebbe un teologo geniale per spiegarci perché Dio, o Gesù, o quel Santo potentissimo, esaudiscono la preghiera di un ammalato e non quella d’un altro. Ci vuole una fede salda, incrollabile, cieca per non inveire contro un Dio onnipotente che ci ama, ma non ci soccorre nel momento del bisogno.

Qualunque divinità abbia pregato Anna Frank – non dubito che l’abbia fatto: io stesso, al posto suo, avrei implorato Gesù, la Madonna e tutti i Santi di salvarmi da quell’inferno –, ebbene quell’Essere supremo non è intervenuto a salvarla. Ora si comprende il cinismo di un testimone d’eccezione dei lager nazisti, Primo Levi: “L’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare via qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio.” Non intendo rinverdire la causa dell’ateismo militante, che non mi appassiona. Sono un agnostico dubitante e non so cosa mi frullerà per la mente il giorno in cui dovrò dire addio a questa terra. Vorrei solo che tutti si sforzassero di capire l’abiezione di un regime come quello nazista. Un regime che, mortificando l’umanità di tutti noi, offende il nostro Creatore. In ogni caso, i credenti dovrebbero capire che c’è un fossato fra l’aldiquà e l’aldilà. Dio – se esiste così come ci dicono le religioni abramitiche – potrà un giorno spiegarci le sue ragioni, e punirci o premiarci, a seconda dei casi. E realizzerà la Giustizia eterna e perfetta. Intanto a noi mortali tocca accontentarci di questa vita imperfetta.  Il Paradiso Terrestre, con buona pace degli utopisti, non è nelle nostre limitate possibilità; un mondo migliore di quello in cui è vissuta Anna Frank sì. “Il salto antropologico”, o l’uomo nuovo sono pie illusioni: potenziali Hitler, Eichmann e Himmler continueranno ad aggirarsi fra noi nei secoli a venire. Il male non lo possiamo sradicare dalle nostre vite; possiamo però contenerlo, arginarlo. Con mezzi umani, laicissimi: edificando sistemi politici fondati sullo Stato costituzionale di diritto, sulle libertà, e sull’equilibrio dei poteri. E’ solo così che impediremo a individui ributtanti di quella risma di pianificare altri crimini contro l’umanità.

Ogni volta che ricordo Anna Frank non omaggio la retorica antifascista: rinnovo semmai il mio atto di fede laica nella democrazia liberale. Ogni volta che mi riaffiora in mente quella ragazzina vittima dell’odio razziale, del fanatismo ideologico, rafforzo la mia volontà di trasmettere ai giovani la memoria di ciò che è avvenuto in Europa tra il 1939 e il 1945. Mio padre – che non era comunista – vide alcuni sopravvissuti dei lager, e mi ha raccontato. La memoria è il lievito della cultura politica che ha consentito alle mie figlie, a sedici anni, di sedere sui banchi di scuola, e di temere al massimo un brutto voto in pagella e la sgridata dei loro genitori. Una memoria che le ha protette dal rischio di essere inghiottite nel buco nero del male eretto a sistema. E io, per Dio, voglio che lo sappiano. La libertà di cui avete goduto, figlie mie, è un privilegio, un dono, una grazia. Le reazioni a un gesto idiota come quello dei tifosi laziali vi paiono eccessive? Forse, chissà. Ma fuori tempo, no. Mai. Non ricordiamo forse – a distanza di secoli – la tratta degli schiavi, la guerra dei Trent’anni, la Rivoluzione francese? E’ vero, sono passati ben 95 dalla Marcia su Roma. Beh, se è per questo ne sono passati 74 dalla razzia nel ghetto ebraico di Roma (16 ottobre 1943): 1023 ebrei italiani vengono deportati ad Auschwitz. Torneranno in 17.

Coltivare la memoria del genocidio ebraico – in un paese che fu alleato della Germania hitleriana – è un dovere politico-morale. Grottesco è chi rivaluta Benito Mussolini, “il più grande statista del Novecento”, colui che diede il via libera alle camicie nere, affinché i cittadini italiani di religione o di origine ebraica fossero consegnati agli aguzzini delle SS. Ebbene sì, io voglio che il nazismo e Auschwitz vengano ricordati a lungo. E’ stato, quello, il momento moralmente più infimo mai raggiunto dall’umanità. C’è solo da rallegrarsi se qualche antifascista esagera: l’indifferenza sarebbe infinitamente più grave. Lo sdegno, qui, veicola un messaggio educativo per le future generazioni: ciò che di tremendo, di atroce, è avvenuto nel cuore dell’Europa, non deve ripetersi mai più. Non mi sembra così difficile da capire.


Posted on December 3, 2017 .

La minaccia del politicamente corretto e il mito di Fiabilandia

La malattia del nostro tempo? Il narcisismo. L’importante è occupare – con qualsiasi mezzo – il proscenio dei social-media. Il narcisismo fa il paio con l’aggressività e la prevaricazione. Travasato in politica, è ancor più deleterio: amplifica gli odi di partito. Forse questo è il grande capolavoro politico dei 5 stelle: l’aver trasformato una caratteristica psicologica in strumento di lotta e fonte di energia. Il narciso frustrato nel suo delirio di onnipotenza ha acquistato dignità politica.

Purtroppo la malattia si sta diffondendo, pochi ne sono immuni. Pur di assestare un colpo sotto la cintola all’avversario si è disposti a vendere l’anima al demonio. Attaccare dà frutti ben più succosi che argomentare: più spari nel mucchio, e soprattutto più la spari grossa, più cresceranno le folle dei tuoi ammiratori virtuali. E infatti oggi dilagano i peggiori istinti: la furia distruttrice, il desiderio di rivalsa, il disprezzo per gli avversari. La rabbia del narciso ferito –  che cresce a dismisura se non conquista quel quarto d’ora di notorietà – sovrasta la competenza e la preparazione. Il sine ira act studio è roba da biblioteche polverose. La logica, il buon senso e il rigore accademico vanno a farsi benedire: costituirebbero ostacoli nella costruzione del Nemico Assoluto

Anche l’immaginazione emotiva, come la paura, fa novanta. I populisti, esattamente come i faziosi e gli intolleranti, hanno assoluto bisogno di una figura diabolica che ordisce complotti universali: il Gender, che da qualche tempo si staglia sull’orizzonte, s’attaglia perfettamente a quel ruolo. Su questa fantomatica minaccia, si legga l’eccellente articolo di Simone Regina, “Cosa (non) è la teoria del gender”. In alternativa, spunta sempre dal cilindro una provvidenziale lobby simil-massonica che, tramando nell’ombra, si infiltra nelle banche, nel direttorio dell’U.E., nei governi, nei partiti, nella Chiesa cattolica. L’irrazionalità è il vento impetuoso che propaga il focolaio paranoico. Sempre attuale la celebre frase il sonno della ragione genera mostri.

Mai come in questo momento storico la partigianeria offusca la logica più elementare. Non è mai stato così difficile – per le persone comuni – distinguere fra opinioni legittime e idiozie (si pensi alla folle campagna contro le vaccinazioni). Che problema c’è? Le “fake news” sono state sdoganate ai più alti livelli! Risultato: la schizofrenia fra emotività ed intelligenza va per la maggiore. Anche in ambienti insospettabili. E’, questo, un prezzo salato per un intellettuale. Ma la tentazione, diceva Oscar Wild, è l’unica cosa a cui non si può resistere. Marcello Veneziani, un cattolico tradizionalista, ne sa qualcosa. Cosa ringalluzzisce il nostro filosofo, un ardito che non esita a sferzare Papa Francesco? E’ la “Macchina del Politicamente Corretto” (in breve: P.C.) dell’odiata sinistra che, come un rullo compressore, starebbe riducendo in macerie l’Italia intera. Così il P.C., fenomeno molto concreto, viene trasfigurato in un totem immaginario da abbattere – un totem che incarna tutto ciò che puzza di ideologia progressista e di laicismo. Chi riflette pacatamente, e si documenta, non dice panzane del genere. Il P.C., nell’accezione confusionaria di Veneziani, è una invenzione, né più e né meno del Gender. Sorto nei campus universitari americani negli ’90, il P.C., è una sorta di giacobinismo che propugna una tabula rasa linguistica, in nome di valori progressisti. I suoi fautori ardono dal desiderio di controllare i nostri pensieri mediante una censura delle parole che usiamo – sono banditi termini offensivi come ‘negro’, ‘frocio’, ‘spazzino’, ‘cieco’, 'handicappato' ecc., in luogo dei quali bisognerebbe usare ‘afroamericano’, ‘operatore ecologico’, 'non vedente' ecc. Per chi non si adegua c’è la gogna, o il corso di rieducazione, o vari tipi di sanzione. La sinistra liberale europea si oppone alla mentalità P.C., che è debordante, prepotente: l’intimidazione sistematica conduce all’autocensura. Io – perdonatemi l’autocitazione – ho pubblicato un saggio in cui critico il P.C. da un punto di vista politico (liberal-socialista) e scientifico (è impossibile cambiare la mentalità razzista, sessista, omofoba sradicando parole sgradite) – Igiene verbale. Il politicamente corretto e la libertà linguistica.

I liberali, anche se militano in partiti diversi, condividono una matrice culturale tollerante, aperta alla diversità. Quindi polemizzano sia con i neo-giacobini della sinistra radicale sia con i reazionari dell’estrema destra. Gli ex fascisti no: sono fatti della stessa pasta dei ‘comunisti radical-chic’ che odiano visceralmente. Un P.C. ce l’hanno anche loro, e se potessero ce lo farebbero ingollare insieme all’olio di ricino e a qualche manganellata. Non sono contrari all’egemonia totalizzante in nome di un principio libertario, sono contrari a quella altrui e favorevoli alla loro.  Ma, poiché la coerenza è la virtù degli imbecilli, accusano i biechi progressisti di voler “somministrare a tutti la Verità Assoluta e indiscutibile, per raccontare la storia dell’orco in bianco e nero, buoni e cattivi.” Il bue che dà del cornuto all’asino, insomma.

La prova del nove? Eccola: Veneziani insorge perché l’università di Torino ha istituito una cattedra di storia dell’omosessualità. Ma che c’entra questo con il P.C., correttamente inteso? Nulla. C’entra solo nel senso che l’omosessualità è da censurare secondo il P.C. distorto della destra omofoba. Ah, che corruzione dei costumi! Qui si promuove la perversione! Seguirà “la cattedra di teologia dell’omosessualità per dimostrare che Dio è lesbico e predilige i transgender”? (“La macchina del politicamente corretto. Il Benito immaginario degli antifascisti nel pallone”, 28 ottobre 2017) Io, progressista, non avrei alcun problema se venisse istituita una cattedra sul pensiero reazionario-tradizionalista. Perché invece i conservatori non accettano una cattedra sulla storia dell’omosessualità? Se i professori cattolici tradizionalisti sono liberi di sostenere le loro idee, non si vede perché i laici dovrebbero avere il bavaglio. La verità nasce dal libero dibattito, dal confronto fra idee contrastanti.  E l’ossigeno di ogni dibattito è il pluralismo culturale – il primato assoluto di una parte politica o di una corrente di pensiero porta all’asfissia.

Queste polemiche piccine, tra l’altro, fanno sorridere: sono un inno al provincialismo italico: nelle prestigiose università britanniche, alcune delle quali figurano ai primi posti nelle classifiche mondiali, sono decenni che si insegnano i “queer studies” (“studi omosessuali”, appunto), esattamente come si insegna l’antropologia o la psicanalisi di Freud, che era rigettata in toto dalla Chiesa pre-conciliare. La questione sarebbe accademica. Diviene politica quando ci si sottrae al confronto dialettico e si irride alla semplice manifestazione del pensiero altrui. Io amo rileggere l’Inferno di Dante, e ragionare sul Contrappasso con cui vengono puniti i peccatori (tra cui i sodomiti, certo!): riesco a immedesimarmi nel punto di vista di un poeta cristiano geniale che viveva nel Medioevo, anche se sono un progressista del XXI secolo. Questa è la forza di un intellettuale veramente libero: concepire la possibilità che qualcuno creda in un altro sistema di valori, purché quel sistema non preveda il carcere o le frustrate per il dissenziente. Nel Medioevo questa apertura era inconcepibile, oggi invece lo è. Basterebbe dirsi tutti – a destra e a sinistra – liberali, e credere nello Stato laico, garanzia di pluralismo.

Emerge, invece, il pensiero inquietante della destra tradizionalista alla Julius Evola. E’ quasi commovente questo desiderio di una Fiabilandia, dove tutto è puro, incontaminato: laddove regna l’Ordine Naturale c’è la poetica (e prolifica) famiglia Mulino Bianco e se compare il lupo cattivo – il Gender, il Pederasta, il Relativista, il Progressista, la Femminista lesbica –, il nostro prode cacciatore farà secco l’intruso nell’armonia edenica. Cancellerà la macchia del peccato, della trasgressione. Giustizia sarà fatta. C’è un grumo inquietante in questa mistica del Bello, del Buono, del Puro, e nel concomitante dileggio di ciò che trasgredisce l’Ordine Naturale voluto da Dio. Stavolta il cattivo odore lo percepisco io: ricorda i roghi dell’Inquisizione. C’è di peggio: la mistica immacolata anti-Gender è la stessa che pervadeva la mostra sull’arte degenerata “Entartete Kunst”, organizzata dai nazisti nel 1937.

E, guarda caso, è proprio l’inestinguibile retorica antifascista ciò che attizza la collera revanscista di Veneziani. Pur di manipolare la verità, il leone che ruggisce si trasforma in un agnellino, vittima dei neo-bolscevichi che imperverserebbero in Italia. Rigurgiti di fascismo in Italia? Basta, se ne è parlato anche troppo! Che si punti invece il dito contro il complotto Gender della lobby omosessuale, eccolo il vero pericolo strisciante! E che si condanni finalmente il comunismo, “di cui in questi giorni ricorre il centenario della nascita; tutti parlano della rivoluzione bolscevica e nessuno delle conseguenze tragiche per il mondo di quella data che portò il comunismo al potere. Il regime che è costato in assoluto più vittime, che ha oppresso in assoluto più popoli, per più tempo, in più continenti.”  Assolutamente falso: non il commento sulle vittime del comunismo, bensì il presunto silenzio sull’orgia di sangue nota come Rivoluzione bolscevica: pullulano gli articoli su questo argomento proprio su riviste e blog della sinistra democratica. Inutile, poi, ricordare a Veneziani che in Italia abbiamo avuto una dittatura fascista, non comunista. Il PCI, pur con tutti i suoi limiti, ha contribuito a scrivere la nostra stupenda Costituzione; i fascisti del MSI – grazie a Dio – no.

Michelangelo Merisi da Caravaggio:  Narciso  (1594-1596). Roma, Galleria nazionale d'arte antica.

Michelangelo Merisi da Caravaggio: Narciso (1594-1596). Roma, Galleria nazionale d'arte antica.

Posted on November 24, 2017 .

Meriti e bisogni nel nuovo millennio

Rinnovarsi o perire, diceva Nenni. Coerentemente con questa massima, i socialisti si sono sempre ingegnati nel rielaborare le loro coordinate culturali. Il partito all’avanguardia ha una cultura politica in movimento, fluida come un magma: guai se si solidifica in dogmi, luoghi comuni, certezze assolute.  Già negli anni Ottanta si profilava la sfida: come armonizzare antichi ideali con un processo di modernizzazione che investe con forza dirompente la società, l’economia, la cultura? La politica della DC e del PCI, schiava di categorie consunte, segnava il passo. Ecco che i socialisti tracciano nuovi solchi e utilizzano tecniche di semina innovative, in un terreno abituato a una agricoltura tradizionale. La conferenza programmatica del PSI, svoltasi a Rimini nel 1982, volò sulle ali della creatività e del dinamismo. Claudio Martelli, nella sua memorabile relazione, ebbe il coraggio dell’autocritica: “la verità nuda e cruda è che dopo la stagione del [primo] centrosinistra, la sinistra italiana, noi compresi, non ha più avuto una strategia dell’intervento sociale che non fosse puro assistenzialismo.” È, questa, un attacco velato alla dittatura dei diritti, concepiti oltretutto in un’ottica superata dai tempi. L’assistenzialismo infatti riconosce i diritti sotto forma di mancia ai poveri: è pane per i denti dei plebei; i cittadini della polis democratica hanno ben altre esigenze. Ed è pane indigesto: lo smerciano i politicanti per il voto di scambio – panem et circenses dicevano, appunto, i maestri del clientelismo.

Martelli prende le mosse da un’analisi aggiornata della società italiana. La sociologia marxiana delle classi sociali è ormai “pietrificata”: gran parte dei lavoratori è impiegata nel terziario avanzato e si è ingrossato altresì il “popolo delle partite IVA”. La sinistra egemone non se ne è accorta, è ancora in preda ai fumi dell’ideologia (il mito della centralità operaia, il legame con l’URSS ecc.), e quindi attinge a una teoria dei bisogni semplicistica, ottocentesca. Il riformismo socialista fa rinsavire dall’ubriacatura marx-leninista. Chi rappresenta i ceti professionali emergenti, gli imprenditori di successo del Made in Italy, la miriade di aziende famigliari, gli artigiani che veicolano l’estro italiano – in breve: il ceto medio produttivo, che si è dilatato dagli anni del boom economico? Non di certo la sinistra tradizionale, che guarda con sospetto alla piccola borghesia: un tempo collusa con il fascismo, essa ancor oggi coverebbe impulsi regressivi, reazionari.

E chi dà voce ai nuovi emarginati, che non figurano nel Capitale di Karl Marx? In questo bizzarro Paese in movimento che è l’Italia, continua Martelli, c’è chi ha compiuto un formidabile balzo in avanti e c’è chi è rimasto indietro. Ecco che spuntano nuove povertà che si sommano a quelle vecchie, ancora persistenti. Non c’è solo l’operaio, alienato dalla catena di montaggio. Ci sono altre figure: i reietti della società contemporanea non sono i poveri in senso tradizionale (i denutriti, i disoccupati), bensì gli esclusi “dalla conoscenza o dagli affetti o dalla salute”. Parliamo di persone che, pur essendo in grado di mettere il pane in tavola, arrancano o sopravvivono malamente nella società della competizione feroce. “Penso ai carcerati, agli alcolizzati, ai tossicodipendenti, ai malati, ai disabili, agli anziani, ai minimi pensionabili senza una famiglia che se li prenda in cura, ai bambini appunto, alle donne e agli uomini che sono soli e non vorrebbero essere soli, ai giovani e alle ragazze che bussano al mercato del lavoro e non riescono a varcarne la soglia, che cercano una casa per sposarsi e devono rinviare il matrimonio, che sono esclusi dalla cultura e dal benessere.” Cittadini dimezzati, insomma. L’alienazione sul luogo di lavoro si affianca a nuove forme di povertà – spirituale, affettiva, culturale, materiale – che amplificano il dolore insito nella condizione umana e paralizzano o deprimono la volontà di riscatto.

Martelli non parla di doveri: li dà per scontati. E, all’apparenza, parla il linguaggio arcaico dei diritti assoluti. Ma, a leggere bene, il lessico e la grammatica del PSI stanno subendo una metamorfosi. In una società frammentata, pulviscolare convivono gruppi sociali disparati.  La sinistra deve imparare a orientarsi in una nuova costellazione: l’interclassismo. L’attenzione del PSI si concentra su due tipologie di cittadini, che necessitano entrambe di maggiori tutele: quelli che lavorano nei settori più dinamici dell’economia, e danno perciò un contributo decisivo alla ricchezza e al progresso della nazione, e quelli che, rimasti alla base della piramide sociale, non esprimono appieno le loro potenzialità. La meritocrazia – finora estranea all’universo simbolico della sinistra – è linfa vitale tanto per gli uni quanto per gli altri. L’intervento sociale a pioggia favorisce solo politiche rozze e improduttive.

A questo punto Martelli lancia un’idea geniale: il circolo vizioso assistenza-emarginazione può essere spezzato in un sol modo: mediante “un’alleanza riformista fra il merito e il bisogno”. Devono far causa comune i ceti medi, ovvero i cittadini attivi – “coloro che possono agire” perché hanno particolari capacità e conoscenze ––, e gli emarginati, che sono i cittadini passivi – “coloro che devono agire” per evadere dal carcere della nullità, della passività. La sinistra riformista sconfiggerà la destra illiberale/conservatrice solo puntando a una alleanza organica fra i lavoratori delle professioni scaturite dallo sviluppo tecnologico e gli eredi dei proletari di un tempo, spesso analfabeti di ritorno.

Gettato il sasso nello stagno, s’è visto qualche timido cerchio concentrico. Poi il nulla: l’acqua, a sinistra, è tornata placida come prima. Eppure Martelli aveva sottolineato un punto importante: “se separiamo il merito dal bisogno, il riformismo diviene o tecnocrazia o assistenzialismo”. Parole profetiche, ben possiamo dirlo trentacinque anni dopo. La sinistra egemone, chiusa nel suo torpore e nella sua pigrizia mentale, ha risposto alle povertà, antiche e nuove, proprio nel modo peggiore: propinandoci assistenzialismo e tecnocrazia, a corrente alternata. Né ha saputo sostenere e chiamare sotto la sua bandiera i ceti medi, i quali, colpiti dalla crisi, sono sempre più impauriti e frastornati. Un peccato di omissione o disattenzione, questo, che ha gettato in braccio alla destra le figure più dinamiche dell’economia. 

Se si fosse data sostanza politica alla proposta del PSI, che fu bloccata dalle due Chiese dell’epoca, PCI e DC, nonché dalla resistenza passiva delle mille lobby e caste (e delle categorie più tutelate/sindacalizzate) che ingessano ancor oggi il nostro Paese, non dovremmo ripescare addirittura il discorso, scontato, sulle responsabilità del cittadino. Cos’è “il buonismo” – diritto assoluto, sciolto da ogni legame col dovere – se non il volto nobile, idealistico, dell’assistenzialismo? Chiedete, e vi sarà dato. A prescindere. Non importano né i vostri meriti, né ciò che potete dare alla comunità; contano solo i bisogni, ciò che vi spetta. In fondo, se le risorse scarseggiano possiamo pur sempre ricorrere a uno stratagemma collaudato: indebitiamo lo Stato scaricando i costi sulle generazioni future. Il diavolo però fa le pentole, non i coperchi: con la moneta unica questo escamotage non dura nemmeno lo spazio di una legislatura, non si può più utilizzare liberamente. Ogni volta che l’assistenzialismo travolge gli argini, e si spende con larghezza di maniche pur in assenza di sviluppo, ecco che sorge la necessità del governo di tecnocrati che rimette le cose in sesto con annessi e connessi di macelleria sociale (il professor Monti vi ricorda qualcosa?).

La politica delle elargizioni assistenziali non ha intaccato minimamente il potere delle corporazioni, anzi l’una è complementare all’altro. Questo è il patto sociale occulto che frena da decenni l’innovazione e il dinamismo: mance dall’alto e privilegi a iosa.  Così si è formata la palude italiana: si ignorano i bisogni degli ultimi, che vanno soddisfatti con un riscatto autentico – la mobilità sociale, una cittadina piena e attiva –; e al tempo stesso si deprimono i talenti, l’innovazione, il merito. L’esercito di chi ha bisogno è aumentato a dismisura, e i manipoli del merito si sono assottigliati: troppi giovani laureati, specializzati, tecnici ecc. sono emigrati all’estero. Risultato: l’economia cresce (quando ce la fa) sbuffando, a ritmi ridicoli.

C’è di più. Ben trentacinque anni dopo la riflessione di Martelli – teniamo a mente questo lasso temporale pazzesco! – la società italiana mica è rimasta al palo, immobile. Formare un’alleanza fra merito e bisogno è ancor più complesso: “coloro che devono agire”, gli emarginati, sono in maggioranza immigrati. S’è creato quindi un gap culturale e linguistico, che ai tempi di Martelli non c’era, rispetto a “coloro che possono agire”: gli italiani nativi e cittadini (si spera) attivi. Naturalmente la recessione ha scaraventato un bel po’ di italiani nella schiera dei nuovi poveri. Sicché ci sono due rischi, collegati, da scongiurare: (a) una guerra fra poveri – italiani contro stranieri – per la ripartizione di risorse sempre più magre; (b) il coalizzarsi della maggioranza degli italiani autoctoni, i ceti più abbienti/colti e quelli a rischio di proletarizzazione, in funzione anti-immigrati. Ragion di più per rilanciar la strategia geniale teorizzata da Martelli. Altrimenti sarà la destra xenofoba a vincere, nelle urne e nei cuori. Solo una alleanza fra meriti e bisogni rinforzerà le fondamenta della comunità nazionale, consentendo l’integrazione effettiva dei nuovi italiani! Ma lo spirito di quell’alleanza va adattato ai nostri tempi: esso richiede il ritorno, sul proscenio della politica, di una coppia troppo a lungo separata: quella formata dai diritti e dai doveri del cittadino. 

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Posted on November 17, 2017 and filed under Post in italiano.