Anna Frank e Gesù Cristo

Marcello Veneziani interviene sul “gesto cretino di quattro dementi che hanno usato la foto di Anna Frank per prendere in giro le tifoserie opposte". Perché avete sollevato un polverone, anime belle della sinistra? “La reazione a un gesto irrispettoso e demente è stata dieci volte, mille volte superiore rispetto a chi commette un atroce assassinio e magari non viene adeguatamente punito". Trionfo dell’iperbole!

Può darsi che il “pericolo fascista-laziale” sia stato gonfiato, ma imbrattare la memoria di una ragazzina ebrea uccisa dai nazisti – in un contesto pubblico, caratterizzato da aggressività – è davvero una goliardata di pessimo gusto? Ne dubito. Quell’atto è piuttosto la manifestazione di una mentalità intollerante – chissà perché di recente la polizia, perquisendo la casa di un tifoso violento, ha trovato simboli fascisti, non già gli scritti di Gandhi o il Manuale delle giovani marmotte. (“Immigrato picchiato a Roma, 19enne arrestato: in casa trovati simboli fascisti”, Il Mattino, 30.10.2017). Si può discutere sulle misure da prendere in casi del genere: non tutti gli antifascisti, di cui Veneziani offre caricature spassose, sono favorevoli alla legge Fiano. Io mi annovero fra i contrari: pur di non mettere un bavaglio agli intelligenti, preferisco gli imbecilli in libertà (chi parla a vanvera s’imbroda).

Sapete, cari italiani, qual è il vero problema? Non certo i tifosi fascistoidi pronti a menare le mani. Eh, no. Il problema sono le “campagne assordanti" – ma davvero assordanti – degli antifascisti, dell’Anpi, per demonizzare eventi come la Marcia su Roma, avvenuta ben 95 anni fa. “Ecco come rendere grottesca la storia". Siamo alla solita, stantia lamentela degli ex camerati, frustratissimi perché gli riesce impossibile riscrivere la storia patria. Le campagne periodiche dei progressisti – contro il nazifascismo, contro l’antisemitismo – “generano nausea e rigetto nel paese, voglia di silenzio e di evasione nella maggioranza degli italiani e voglia di trasgressione in una piccola minoranza.” La colpa non è di chi supera i limiti della decenza, eh no! E’ di chi propaganda, rumoreggiando, i valori della nostra Costituzione. I quattro dementi si sono fatti trascinare da un desiderio prorompente di libertà: finiamola, allora, con l’asfissiante retorica antifascista! Vorrei vedere la reazione di Veneziani, cattolico fervente, se applicassimo la sua pseudo-logica all’indottrinamento che la Chiesa ha perseguito per secoli: una minoranza di cristiani ha rubato, mentito o desiderato la donna altrui? Suvvia, quei peccatucci sono scaturiti da un umanissimo rigetto della predicazione evangelica!

Attenti, che ora viene il bello: “Ma se qualche demente vestisse di biancazzurro Cristo in croce, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, le prime pagine dei giornali e dei telegiornali, denuncerebbero indignati l’oltraggio blasfemo, imporrebbero la lettura negli stadi e nelle scuole del Vangelo sulla Crocifissione? Non credo. E non è un’ipotesi del tutto immaginaria, perché mille volte rockstar, tifoserie, giornali satirici, gay pride e via dicendo, hanno preso in giro Gesù, la Madonna e tutti i Santi e li hanno derisi e bestemmiati. E la cosa è passata inosservata.”

Sì: avete letto bene: questa analogia è puerilmente idiota. Gesù – figura che merita il massimo rispetto anche da parte di chi non crede – scelse di morire sulla croce; e si consegnò, disarmato, ai suoi carnefici. Lo fece per cancellare l’infamia del peccato originale, che gravava sulle nostre anime. Versò il suo sangue innocente per noi, per puro, incondizionato amore. Gesù, peraltro, è figlio di Dio, e ora siede alla destra del Padre. Quindi – lo dico senza ironia – ha un protettore potentissimo. Non ha bisogno delle nostre leggi per farsi rispettare. Dispone poi di uno strumento formidabile: la compartecipazione al giudizio universale, alla fine dei tempi.

Anna Frank era interamente umana, e fragilissima, come lo è ogni adolescente. Non aveva Santi in paradiso, e non voleva morire. Il suo diario – che documenta la vita grama di una famiglia ebrea braccata, nascosta in un sottotetto – è un inno alla volontà di vivere. Un giorno degli uomini immondi e vigliacchi la prelevarono assieme alla sua famiglia dal suo nascondiglio e la spedirono in un campo di sterminio. Quegli esseri immondi e vigliacchi – gli alter ego di coloro che al processo di Norimberga diranno “abbiamo semplicemente obbedito agli ordini” – aderivano alla più diabolica ideologia concepita finora: il nazismo. Anna Frank, membro di un popolo abbietto, doveva essere eliminata fisicamente come si fa con ratti, scarafaggi, insetti. Anzi, peggio: nessun disinfestatore spreca il suo tempo a umiliare gli insetti prima di ucciderli, come facevano le SS con gli ebrei. Come avrà trascorso quella ragazzina così sensibile, così delicata, gli ultimi mesi di vita a Bergen Belsen? Fu una tortura psicologica, un annientamento della sua anima prima ancora che del suo fisico. Morì di tifo a soli 16 anni, nel 1945. Queste cose le sappiamo già? Che volete farci: io mi impunto a ricordarle, e non certo per dar fastidio agli ammiratori del Duce bonificatore di paludi, fondatore di città scintillanti ed elargitore ante litteram di pensioni INPS per gli italiani di pura razza ariana.

Non parliamo abbastanza di Dio, caro Veneziani? Sfida raccolta. La bestemmia è brutta, è volgare. Ma insultare una ragazzina ebrea che è stata uccisa in un modo barbaro, disumano, va ben oltre la volgarità: è un inno all’ideologia perversa che ha concepito Auschwitz. Non è forse questa la peggior bestemmia? All’origine del male, nella nostra tradizione, c’è proprio un omicidio folle: Caino che uccide suo fratello Abele. Ecco allora che Dio, avendoci creati a sua immagine e somiglianza, invia Gesù per insegnarci cos’è la Caritas: l’ingiunzione ad amare il prossimo nostro come noi stessi. Il primo comandamento è quello dell’amore, verso Dio e verso gli uomini.  

Dio però può apparire bizzarro: ha creato un mondo attraversato da due tipi di sofferenza.  La prima è indipendente dalla nostra volontà, e infatti si chiama fatalità. La “natura naturata” a volte impazzisce: carestie, terremoti e tsunami si abbattono su popolazioni inermi. Per non dire delle malattie genetiche… Dio, qui, è indirettamente responsabile della sciagura che si abbatte su di noi. Nel secondo tipo di sofferenza, invece, non c’entra nulla. Parlo dell’azione malvagia, che viene compiuta per libera scelta. E tuttavia chi è credente si arrovella: perché Dio consente lo scandalo della malvagità? Questa è la domanda più spinosa di tutta la teologia. La risposta standard: il cristianesimo ci vuole liberi moralmente; il che significa liberi di farci del male a vicenda. Fior fiore di teologi hanno discettato sul libero arbitrio. Ma ciò non dissipa i dubbi. Quando parliamo di un genocidio saltano tutte le categorie logiche e teologiche. Qui il male è assoluto, sconfinato: se gli uomini stessi non lo fermano con strumenti terreni, potrebbe distruggere l’umanità stessa. Dio è coerente fino a questo punto? Ci lascia liberi di auto-annientarci?

Qualcosa non torna in questa supposta coerenza divina: il Dio cristiano non è affatto distaccato o indifferente alle nostre vicende – succeda quel che deve succedere! E’ un interventista – ma è imprevedibile.  A volte entra nelle nostre vite, e ci salva. Il cattolicesimo dà un rilievo eccezionale ai miracoli dei Santi (il culto di Padre Pio…); i protestanti hanno idee un po’ diverse in proposito. Ma c’è comunanza di vedute sul concetto: fu Gesù ad avviare la tradizione dell’intervento miracoloso. Finché c’era Lui le cose erano chiare: per guarire, bastava che l’ammalato avesse fede. La divina provvidenza, in seguito, ha operato in maniera misteriosa, e selettiva. Ci vorrebbe un teologo geniale per spiegarci perché Dio, o Gesù, o quel Santo potentissimo, esaudiscono la preghiera di un ammalato e non quella d’un altro. Ci vuole una fede salda, incrollabile, cieca per non inveire contro un Dio onnipotente che ci ama, ma non ci soccorre nel momento del bisogno.

Qualunque divinità abbia pregato Anna Frank – non dubito che l’abbia fatto: io stesso, al posto suo, avrei implorato Gesù, la Madonna e tutti i Santi di salvarmi da quell’inferno –, ebbene quell’Essere supremo non è intervenuto a salvarla. Ora si comprende il cinismo di un testimone d’eccezione dei lager nazisti, Primo Levi: “L’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare via qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio.” Non intendo rinverdire la causa dell’ateismo militante, che non mi appassiona. Sono un agnostico dubitante e non so cosa mi frullerà per la mente il giorno in cui dovrò dire addio a questa terra. Vorrei solo che tutti si sforzassero di capire l’abiezione di un regime come quello nazista. Un regime che, mortificando l’umanità di tutti noi, offende il nostro Creatore. In ogni caso, i credenti dovrebbero capire che c’è un fossato fra l’aldiquà e l’aldilà. Dio – se esiste così come ci dicono le religioni abramitiche – potrà un giorno spiegarci le sue ragioni, e punirci o premiarci, a seconda dei casi. E realizzerà la Giustizia eterna e perfetta. Intanto a noi mortali tocca accontentarci di questa vita imperfetta.  Il Paradiso Terrestre, con buona pace degli utopisti, non è nelle nostre limitate possibilità; un mondo migliore di quello in cui è vissuta Anna Frank sì. “Il salto antropologico”, o l’uomo nuovo sono pie illusioni: potenziali Hitler, Eichmann e Himmler continueranno ad aggirarsi fra noi nei secoli a venire. Il male non lo possiamo sradicare dalle nostre vite; possiamo però contenerlo, arginarlo. Con mezzi umani, laicissimi: edificando sistemi politici fondati sullo Stato costituzionale di diritto, sulle libertà, e sull’equilibrio dei poteri. E’ solo così che impediremo a individui ributtanti di quella risma di pianificare altri crimini contro l’umanità.

Ogni volta che ricordo Anna Frank non omaggio la retorica antifascista: rinnovo semmai il mio atto di fede laica nella democrazia liberale. Ogni volta che mi riaffiora in mente quella ragazzina vittima dell’odio razziale, del fanatismo ideologico, rafforzo la mia volontà di trasmettere ai giovani la memoria di ciò che è avvenuto in Europa tra il 1939 e il 1945. Mio padre – che non era comunista – vide alcuni sopravvissuti dei lager, e mi ha raccontato. La memoria è il lievito della cultura politica che ha consentito alle mie figlie, a sedici anni, di sedere sui banchi di scuola, e di temere al massimo un brutto voto in pagella e la sgridata dei loro genitori. Una memoria che le ha protette dal rischio di essere inghiottite nel buco nero del male eretto a sistema. E io, per Dio, voglio che lo sappiano. La libertà di cui avete goduto, figlie mie, è un privilegio, un dono, una grazia. Le reazioni a un gesto idiota come quello dei tifosi laziali vi paiono eccessive? Forse, chissà. Ma fuori tempo, no. Mai. Non ricordiamo forse – a distanza di secoli – la tratta degli schiavi, la guerra dei Trent’anni, la Rivoluzione francese? E’ vero, sono passati ben 95 dalla Marcia su Roma. Beh, se è per questo ne sono passati 74 dalla razzia nel ghetto ebraico di Roma (16 ottobre 1943): 1023 ebrei italiani vengono deportati ad Auschwitz. Torneranno in 17.

Coltivare la memoria del genocidio ebraico – in un paese che fu alleato della Germania hitleriana – è un dovere politico-morale. Grottesco è chi rivaluta Benito Mussolini, “il più grande statista del Novecento”, colui che diede il via libera alle camicie nere, affinché i cittadini italiani di religione o di origine ebraica fossero consegnati agli aguzzini delle SS. Ebbene sì, io voglio che il nazismo e Auschwitz vengano ricordati a lungo. E’ stato, quello, il momento moralmente più infimo mai raggiunto dall’umanità. C’è solo da rallegrarsi se qualche antifascista esagera: l’indifferenza sarebbe infinitamente più grave. Lo sdegno, qui, veicola un messaggio educativo per le future generazioni: ciò che di tremendo, di atroce, è avvenuto nel cuore dell’Europa, non deve ripetersi mai più. Non mi sembra così difficile da capire.


Posted on December 3, 2017 .

La minaccia del politicamente corretto e il mito di Fiabilandia

La malattia del nostro tempo? Il narcisismo. L’importante è occupare – con qualsiasi mezzo – il proscenio dei social-media. Il narcisismo fa il paio con l’aggressività e la prevaricazione. Travasato in politica, è ancor più deleterio: amplifica gli odi di partito. Forse questo è il grande capolavoro politico dei 5 stelle: l’aver trasformato una caratteristica psicologica in strumento di lotta e fonte di energia. Il narciso frustrato nel suo delirio di onnipotenza ha acquistato dignità politica.

Purtroppo la malattia si sta diffondendo, pochi ne sono immuni. Pur di assestare un colpo sotto la cintola all’avversario si è disposti a vendere l’anima al demonio. Attaccare dà frutti ben più succosi che argomentare: più spari nel mucchio, e soprattutto più la spari grossa, più cresceranno le folle dei tuoi ammiratori virtuali. E infatti oggi dilagano i peggiori istinti: la furia distruttrice, il desiderio di rivalsa, il disprezzo per gli avversari. La rabbia del narciso ferito –  che cresce a dismisura se non conquista quel quarto d’ora di notorietà – sovrasta la competenza e la preparazione. Il sine ira act studio è roba da biblioteche polverose. La logica, il buon senso e il rigore accademico vanno a farsi benedire: costituirebbero ostacoli nella costruzione del Nemico Assoluto

Anche l’immaginazione emotiva, come la paura, fa novanta. I populisti, esattamente come i faziosi e gli intolleranti, hanno assoluto bisogno di una figura diabolica che ordisce complotti universali: il Gender, che da qualche tempo si staglia sull’orizzonte, s’attaglia perfettamente a quel ruolo. Su questa fantomatica minaccia, si legga l’eccellente articolo di Simone Regina, “Cosa (non) è la teoria del gender”. In alternativa, spunta sempre dal cilindro una provvidenziale lobby simil-massonica che, tramando nell’ombra, si infiltra nelle banche, nel direttorio dell’U.E., nei governi, nei partiti, nella Chiesa cattolica. L’irrazionalità è il vento impetuoso che propaga il focolaio paranoico. Sempre attuale la celebre frase il sonno della ragione genera mostri.

Mai come in questo momento storico la partigianeria offusca la logica più elementare. Non è mai stato così difficile – per le persone comuni – distinguere fra opinioni legittime e idiozie (si pensi alla folle campagna contro le vaccinazioni). Che problema c’è? Le “fake news” sono state sdoganate ai più alti livelli! Risultato: la schizofrenia fra emotività ed intelligenza va per la maggiore. Anche in ambienti insospettabili. E’, questo, un prezzo salato per un intellettuale. Ma la tentazione, diceva Oscar Wild, è l’unica cosa a cui non si può resistere. Marcello Veneziani, un cattolico tradizionalista, ne sa qualcosa. Cosa ringalluzzisce il nostro filosofo, un ardito che non esita a sferzare Papa Francesco? E’ la “Macchina del Politicamente Corretto” (in breve: P.C.) dell’odiata sinistra che, come un rullo compressore, starebbe riducendo in macerie l’Italia intera. Così il P.C., fenomeno molto concreto, viene trasfigurato in un totem immaginario da abbattere – un totem che incarna tutto ciò che puzza di ideologia progressista e di laicismo. Chi riflette pacatamente, e si documenta, non dice panzane del genere. Il P.C., nell’accezione confusionaria di Veneziani, è una invenzione, né più e né meno del Gender. Sorto nei campus universitari americani negli ’90, il P.C., è una sorta di giacobinismo che propugna una tabula rasa linguistica, in nome di valori progressisti. I suoi fautori ardono dal desiderio di controllare i nostri pensieri mediante una censura delle parole che usiamo – sono banditi termini offensivi come ‘negro’, ‘frocio’, ‘spazzino’, ‘cieco’, 'handicappato' ecc., in luogo dei quali bisognerebbe usare ‘afroamericano’, ‘operatore ecologico’, 'non vedente' ecc. Per chi non si adegua c’è la gogna, o il corso di rieducazione, o vari tipi di sanzione. La sinistra liberale europea si oppone alla mentalità P.C., che è debordante, prepotente: l’intimidazione sistematica conduce all’autocensura. Io – perdonatemi l’autocitazione – ho pubblicato un saggio in cui critico il P.C. da un punto di vista politico (liberal-socialista) e scientifico (è impossibile cambiare la mentalità razzista, sessista, omofoba sradicando parole sgradite) – Igiene verbale. Il politicamente corretto e la libertà linguistica.

I liberali, anche se militano in partiti diversi, condividono una matrice culturale tollerante, aperta alla diversità. Quindi polemizzano sia con i neo-giacobini della sinistra radicale sia con i reazionari dell’estrema destra. Gli ex fascisti no: sono fatti della stessa pasta dei ‘comunisti radical-chic’ che odiano visceralmente. Un P.C. ce l’hanno anche loro, e se potessero ce lo farebbero ingollare insieme all’olio di ricino e a qualche manganellata. Non sono contrari all’egemonia totalizzante in nome di un principio libertario, sono contrari a quella altrui e favorevoli alla loro.  Ma, poiché la coerenza è la virtù degli imbecilli, accusano i biechi progressisti di voler “somministrare a tutti la Verità Assoluta e indiscutibile, per raccontare la storia dell’orco in bianco e nero, buoni e cattivi.” Il bue che dà del cornuto all’asino, insomma.

La prova del nove? Eccola: Veneziani insorge perché l’università di Torino ha istituito una cattedra di storia dell’omosessualità. Ma che c’entra questo con il P.C., correttamente inteso? Nulla. C’entra solo nel senso che l’omosessualità è da censurare secondo il P.C. distorto della destra omofoba. Ah, che corruzione dei costumi! Qui si promuove la perversione! Seguirà “la cattedra di teologia dell’omosessualità per dimostrare che Dio è lesbico e predilige i transgender”? (“La macchina del politicamente corretto. Il Benito immaginario degli antifascisti nel pallone”, 28 ottobre 2017) Io, progressista, non avrei alcun problema se venisse istituita una cattedra sul pensiero reazionario-tradizionalista. Perché invece i conservatori non accettano una cattedra sulla storia dell’omosessualità? Se i professori cattolici tradizionalisti sono liberi di sostenere le loro idee, non si vede perché i laici dovrebbero avere il bavaglio. La verità nasce dal libero dibattito, dal confronto fra idee contrastanti.  E l’ossigeno di ogni dibattito è il pluralismo culturale – il primato assoluto di una parte politica o di una corrente di pensiero porta all’asfissia.

Queste polemiche piccine, tra l’altro, fanno sorridere: sono un inno al provincialismo italico: nelle prestigiose università britanniche, alcune delle quali figurano ai primi posti nelle classifiche mondiali, sono decenni che si insegnano i “queer studies” (“studi omosessuali”, appunto), esattamente come si insegna l’antropologia o la psicanalisi di Freud, che era rigettata in toto dalla Chiesa pre-conciliare. La questione sarebbe accademica. Diviene politica quando ci si sottrae al confronto dialettico e si irride alla semplice manifestazione del pensiero altrui. Io amo rileggere l’Inferno di Dante, e ragionare sul Contrappasso con cui vengono puniti i peccatori (tra cui i sodomiti, certo!): riesco a immedesimarmi nel punto di vista di un poeta cristiano geniale che viveva nel Medioevo, anche se sono un progressista del XXI secolo. Questa è la forza di un intellettuale veramente libero: concepire la possibilità che qualcuno creda in un altro sistema di valori, purché quel sistema non preveda il carcere o le frustrate per il dissenziente. Nel Medioevo questa apertura era inconcepibile, oggi invece lo è. Basterebbe dirsi tutti – a destra e a sinistra – liberali, e credere nello Stato laico, garanzia di pluralismo.

Emerge, invece, il pensiero inquietante della destra tradizionalista alla Julius Evola. E’ quasi commovente questo desiderio di una Fiabilandia, dove tutto è puro, incontaminato: laddove regna l’Ordine Naturale c’è la poetica (e prolifica) famiglia Mulino Bianco e se compare il lupo cattivo – il Gender, il Pederasta, il Relativista, il Progressista, la Femminista lesbica –, il nostro prode cacciatore farà secco l’intruso nell’armonia edenica. Cancellerà la macchia del peccato, della trasgressione. Giustizia sarà fatta. C’è un grumo inquietante in questa mistica del Bello, del Buono, del Puro, e nel concomitante dileggio di ciò che trasgredisce l’Ordine Naturale voluto da Dio. Stavolta il cattivo odore lo percepisco io: ricorda i roghi dell’Inquisizione. C’è di peggio: la mistica immacolata anti-Gender è la stessa che pervadeva la mostra sull’arte degenerata “Entartete Kunst”, organizzata dai nazisti nel 1937.

E, guarda caso, è proprio l’inestinguibile retorica antifascista ciò che attizza la collera revanscista di Veneziani. Pur di manipolare la verità, il leone che ruggisce si trasforma in un agnellino, vittima dei neo-bolscevichi che imperverserebbero in Italia. Rigurgiti di fascismo in Italia? Basta, se ne è parlato anche troppo! Che si punti invece il dito contro il complotto Gender della lobby omosessuale, eccolo il vero pericolo strisciante! E che si condanni finalmente il comunismo, “di cui in questi giorni ricorre il centenario della nascita; tutti parlano della rivoluzione bolscevica e nessuno delle conseguenze tragiche per il mondo di quella data che portò il comunismo al potere. Il regime che è costato in assoluto più vittime, che ha oppresso in assoluto più popoli, per più tempo, in più continenti.”  Assolutamente falso: non il commento sulle vittime del comunismo, bensì il presunto silenzio sull’orgia di sangue nota come Rivoluzione bolscevica: pullulano gli articoli su questo argomento proprio su riviste e blog della sinistra democratica. Inutile, poi, ricordare a Veneziani che in Italia abbiamo avuto una dittatura fascista, non comunista. Il PCI, pur con tutti i suoi limiti, ha contribuito a scrivere la nostra stupenda Costituzione; i fascisti del MSI – grazie a Dio – no.

Michelangelo Merisi da Caravaggio:  Narciso  (1594-1596). Roma, Galleria nazionale d'arte antica.

Michelangelo Merisi da Caravaggio: Narciso (1594-1596). Roma, Galleria nazionale d'arte antica.

Posted on November 24, 2017 .

Meriti e bisogni nel nuovo millennio

Rinnovarsi o perire, diceva Nenni. Coerentemente con questa massima, i socialisti si sono sempre ingegnati nel rielaborare le loro coordinate culturali. Il partito all’avanguardia ha una cultura politica in movimento, fluida come un magma: guai se si solidifica in dogmi, luoghi comuni, certezze assolute.  Già negli anni Ottanta si profilava la sfida: come armonizzare antichi ideali con un processo di modernizzazione che investe con forza dirompente la società, l’economia, la cultura? La politica della DC e del PCI, schiava di categorie consunte, segnava il passo. Ecco che i socialisti tracciano nuovi solchi e utilizzano tecniche di semina innovative, in un terreno abituato a una agricoltura tradizionale. La conferenza programmatica del PSI, svoltasi a Rimini nel 1982, volò sulle ali della creatività e del dinamismo. Claudio Martelli, nella sua memorabile relazione, ebbe il coraggio dell’autocritica: “la verità nuda e cruda è che dopo la stagione del [primo] centrosinistra, la sinistra italiana, noi compresi, non ha più avuto una strategia dell’intervento sociale che non fosse puro assistenzialismo.” È, questa, un attacco velato alla dittatura dei diritti, concepiti oltretutto in un’ottica superata dai tempi. L’assistenzialismo infatti riconosce i diritti sotto forma di mancia ai poveri: è pane per i denti dei plebei; i cittadini della polis democratica hanno ben altre esigenze. Ed è pane indigesto: lo smerciano i politicanti per il voto di scambio – panem et circenses dicevano, appunto, i maestri del clientelismo.

Martelli prende le mosse da un’analisi aggiornata della società italiana. La sociologia marxiana delle classi sociali è ormai “pietrificata”: gran parte dei lavoratori è impiegata nel terziario avanzato e si è ingrossato altresì il “popolo delle partite IVA”. La sinistra egemone non se ne è accorta, è ancora in preda ai fumi dell’ideologia (il mito della centralità operaia, il legame con l’URSS ecc.), e quindi attinge a una teoria dei bisogni semplicistica, ottocentesca. Il riformismo socialista fa rinsavire dall’ubriacatura marx-leninista. Chi rappresenta i ceti professionali emergenti, gli imprenditori di successo del Made in Italy, la miriade di aziende famigliari, gli artigiani che veicolano l’estro italiano – in breve: il ceto medio produttivo, che si è dilatato dagli anni del boom economico? Non di certo la sinistra tradizionale, che guarda con sospetto alla piccola borghesia: un tempo collusa con il fascismo, essa ancor oggi coverebbe impulsi regressivi, reazionari.

E chi dà voce ai nuovi emarginati, che non figurano nel Capitale di Karl Marx? In questo bizzarro Paese in movimento che è l’Italia, continua Martelli, c’è chi ha compiuto un formidabile balzo in avanti e c’è chi è rimasto indietro. Ecco che spuntano nuove povertà che si sommano a quelle vecchie, ancora persistenti. Non c’è solo l’operaio, alienato dalla catena di montaggio. Ci sono altre figure: i reietti della società contemporanea non sono i poveri in senso tradizionale (i denutriti, i disoccupati), bensì gli esclusi “dalla conoscenza o dagli affetti o dalla salute”. Parliamo di persone che, pur essendo in grado di mettere il pane in tavola, arrancano o sopravvivono malamente nella società della competizione feroce. “Penso ai carcerati, agli alcolizzati, ai tossicodipendenti, ai malati, ai disabili, agli anziani, ai minimi pensionabili senza una famiglia che se li prenda in cura, ai bambini appunto, alle donne e agli uomini che sono soli e non vorrebbero essere soli, ai giovani e alle ragazze che bussano al mercato del lavoro e non riescono a varcarne la soglia, che cercano una casa per sposarsi e devono rinviare il matrimonio, che sono esclusi dalla cultura e dal benessere.” Cittadini dimezzati, insomma. L’alienazione sul luogo di lavoro si affianca a nuove forme di povertà – spirituale, affettiva, culturale, materiale – che amplificano il dolore insito nella condizione umana e paralizzano o deprimono la volontà di riscatto.

Martelli non parla di doveri: li dà per scontati. E, all’apparenza, parla il linguaggio arcaico dei diritti assoluti. Ma, a leggere bene, il lessico e la grammatica del PSI stanno subendo una metamorfosi. In una società frammentata, pulviscolare convivono gruppi sociali disparati.  La sinistra deve imparare a orientarsi in una nuova costellazione: l’interclassismo. L’attenzione del PSI si concentra su due tipologie di cittadini, che necessitano entrambe di maggiori tutele: quelli che lavorano nei settori più dinamici dell’economia, e danno perciò un contributo decisivo alla ricchezza e al progresso della nazione, e quelli che, rimasti alla base della piramide sociale, non esprimono appieno le loro potenzialità. La meritocrazia – finora estranea all’universo simbolico della sinistra – è linfa vitale tanto per gli uni quanto per gli altri. L’intervento sociale a pioggia favorisce solo politiche rozze e improduttive.

A questo punto Martelli lancia un’idea geniale: il circolo vizioso assistenza-emarginazione può essere spezzato in un sol modo: mediante “un’alleanza riformista fra il merito e il bisogno”. Devono far causa comune i ceti medi, ovvero i cittadini attivi – “coloro che possono agire” perché hanno particolari capacità e conoscenze ––, e gli emarginati, che sono i cittadini passivi – “coloro che devono agire” per evadere dal carcere della nullità, della passività. La sinistra riformista sconfiggerà la destra illiberale/conservatrice solo puntando a una alleanza organica fra i lavoratori delle professioni scaturite dallo sviluppo tecnologico e gli eredi dei proletari di un tempo, spesso analfabeti di ritorno.

Gettato il sasso nello stagno, s’è visto qualche timido cerchio concentrico. Poi il nulla: l’acqua, a sinistra, è tornata placida come prima. Eppure Martelli aveva sottolineato un punto importante: “se separiamo il merito dal bisogno, il riformismo diviene o tecnocrazia o assistenzialismo”. Parole profetiche, ben possiamo dirlo trentacinque anni dopo. La sinistra egemone, chiusa nel suo torpore e nella sua pigrizia mentale, ha risposto alle povertà, antiche e nuove, proprio nel modo peggiore: propinandoci assistenzialismo e tecnocrazia, a corrente alternata. Né ha saputo sostenere e chiamare sotto la sua bandiera i ceti medi, i quali, colpiti dalla crisi, sono sempre più impauriti e frastornati. Un peccato di omissione o disattenzione, questo, che ha gettato in braccio alla destra le figure più dinamiche dell’economia. 

Se si fosse data sostanza politica alla proposta del PSI, che fu bloccata dalle due Chiese dell’epoca, PCI e DC, nonché dalla resistenza passiva delle mille lobby e caste (e delle categorie più tutelate/sindacalizzate) che ingessano ancor oggi il nostro Paese, non dovremmo ripescare addirittura il discorso, scontato, sulle responsabilità del cittadino. Cos’è “il buonismo” – diritto assoluto, sciolto da ogni legame col dovere – se non il volto nobile, idealistico, dell’assistenzialismo? Chiedete, e vi sarà dato. A prescindere. Non importano né i vostri meriti, né ciò che potete dare alla comunità; contano solo i bisogni, ciò che vi spetta. In fondo, se le risorse scarseggiano possiamo pur sempre ricorrere a uno stratagemma collaudato: indebitiamo lo Stato scaricando i costi sulle generazioni future. Il diavolo però fa le pentole, non i coperchi: con la moneta unica questo escamotage non dura nemmeno lo spazio di una legislatura, non si può più utilizzare liberamente. Ogni volta che l’assistenzialismo travolge gli argini, e si spende con larghezza di maniche pur in assenza di sviluppo, ecco che sorge la necessità del governo di tecnocrati che rimette le cose in sesto con annessi e connessi di macelleria sociale (il professor Monti vi ricorda qualcosa?).

La politica delle elargizioni assistenziali non ha intaccato minimamente il potere delle corporazioni, anzi l’una è complementare all’altro. Questo è il patto sociale occulto che frena da decenni l’innovazione e il dinamismo: mance dall’alto e privilegi a iosa.  Così si è formata la palude italiana: si ignorano i bisogni degli ultimi, che vanno soddisfatti con un riscatto autentico – la mobilità sociale, una cittadina piena e attiva –; e al tempo stesso si deprimono i talenti, l’innovazione, il merito. L’esercito di chi ha bisogno è aumentato a dismisura, e i manipoli del merito si sono assottigliati: troppi giovani laureati, specializzati, tecnici ecc. sono emigrati all’estero. Risultato: l’economia cresce (quando ce la fa) sbuffando, a ritmi ridicoli.

C’è di più. Ben trentacinque anni dopo la riflessione di Martelli – teniamo a mente questo lasso temporale pazzesco! – la società italiana mica è rimasta al palo, immobile. Formare un’alleanza fra merito e bisogno è ancor più complesso: “coloro che devono agire”, gli emarginati, sono in maggioranza immigrati. S’è creato quindi un gap culturale e linguistico, che ai tempi di Martelli non c’era, rispetto a “coloro che possono agire”: gli italiani nativi e cittadini (si spera) attivi. Naturalmente la recessione ha scaraventato un bel po’ di italiani nella schiera dei nuovi poveri. Sicché ci sono due rischi, collegati, da scongiurare: (a) una guerra fra poveri – italiani contro stranieri – per la ripartizione di risorse sempre più magre; (b) il coalizzarsi della maggioranza degli italiani autoctoni, i ceti più abbienti/colti e quelli a rischio di proletarizzazione, in funzione anti-immigrati. Ragion di più per rilanciar la strategia geniale teorizzata da Martelli. Altrimenti sarà la destra xenofoba a vincere, nelle urne e nei cuori. Solo una alleanza fra meriti e bisogni rinforzerà le fondamenta della comunità nazionale, consentendo l’integrazione effettiva dei nuovi italiani! Ma lo spirito di quell’alleanza va adattato ai nostri tempi: esso richiede il ritorno, sul proscenio della politica, di una coppia troppo a lungo separata: quella formata dai diritti e dai doveri del cittadino. 

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La solidarietà dei doveri

C’è un cromosoma difettoso nel patrimonio genetico della sinistra egemone. E’ il “buonismo”, figlio di una retorica stantia dei diritti. Intendiamoci: la cultura politica dei progressisti di ogni colore, dal rosso al rosa sbiadito, si fonda sul concetto dei diritti universali dell’uomo. E’ così dalla Rivoluzione francese. Ma non dimentichiamo che un ingegno d’eccezione, Norberto Bobbio, anni dopo aver scritto L’età dei diritti disse che sarebbe stato necessario un altro saggio, a completamento: L’età dei doveri.

Aver gli occhi rivolti al passato non è di per sé un problema: è sempre valido l’aforisma di Bernardo di Chartres: siamo come nani sulle spalle di giganti.  L’essenziale, però, è togliersi il paraocchi. Altrimenti vedremo, sì, lontano, ma l’orizzonte sarà sempre lo stesso. Il che è per l’appunto ciò che accade oggi: le riabilitazioni degli sconfitti dalla storia vanno per la maggiore. C’è un gran fervore sulla riscoperta di Marx, il critico implacabile del capitalismo a cui si sono ispirati leader politici spregiudicati – Lenin, Stalin e Mao –, che hanno fatto ruzzolare un bel po’ di teste. In nome del diritto assoluto all’eguaglianza, ovviamente. Il redivivo Marx è stato il più grande pensatore della sinistra occidentale, non c’è dubbio. Ma ce n’è un altro, nato in Italia e vissuto nella stessa epoca: uno dei padri del Risorgimento, un uomo d’azione e di pensiero, la cui eredità andrebbe riscoperta: Giuseppe Mazzini. Il fondatore della Giovane Italia era certamente meno geniale del filosofo di Treviri, ma alcune sue tesi oggi appaiono quasi profetiche. Io, socialista, riconosco che la critica mazziniana del socialismo (che è anche una critica della democrazia sociale, fondata sul Welfare State, dei giorni nostri) ha una sua logica, e merita pertanto una riflessione.

Secondo Mazzini “non esistono diritti se non in virtù di doveri compiuti” (Processo al socialismo, Il Borghese, 1972, p. 11-112). Rovesciando la semantica della sinistra dell’epoca, e pure di quella odierna direi, Mazzini crea un’originale collocazione linguistica: la “solidarietà dei doveri” (p. 127). Ecco di cosa ha bisogno una società equa e solidale: di un’etica della responsabilità.  Il culto dei diritti universali dà luogo a una libertà monca, che si fonda sulla “falsa teoria della sovranità dell’io”. Una comunità coesa non può che reggersi sulla sovranità del noi. Considerazioni del genere parevano banali a Marx e ai suoi seguaci: loro, pensatori così nobili e profondi, vagheggiavano la Gerusalemme Terrestre. L’Uomo Nuovo, liberato dalla catene dello sfruttamento e riplasmato dalla rivoluzione, si sarebbe librato ben al di sopra delle banali categorie filosofiche pre-marxiane. Il Regno della Libertà poteva infischiarsene allegramente delle libertà borghesi e della divisione dei poteri teorizzata da Montesquieu – s’è visto poi com’è andata a finire nella Russia sovietica e negli altri paradisi comunisti. Mazzini aveva ben presente il rischio di tirannia implicito nel socialismo marxiano. Il paradosso è che la sinistra – tramite il culto dei diritti – perseguiva proprio la sovranità del noi. La strada per giungere all’obiettivo era però diversa da quella indicata da Mazzini: la trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico. Finché la realtà sociale era polarizzata in maniera netta e semplice – ricchi e sfruttatori da una parte; proletari e sfruttati dall’altra – quella dei diritti non era una retorica, bensì una necessità politica per chi voleva affrancarsi. L’ideologia del dovere assoluto appariva inevitabilmente come una giustificazione del privilegio di classe. Con l’affermarsi delle democrazie sociali, dal 1945 in poi, le cose sono cambiate.  L’operaio, idealizzato da Marx quale agente della rivoluzione e del progresso, non è più un suddito: è diventato un cittadino. E lo Stato liberal-democratico non è più il guardiano notturno della proprietà privata, bensì il mediatore di un “compromesso storico” fra capitale e lavoro.

Questo indubbio progresso – l’Europa postbellica si è incamminata sulla Terza Via fra comunismo liberticida e capitalismo rampante – avrebbe richiesto un ritorno al matrimonio indissolubile diritti-doveri, che non c’è stato. Riconosciamolo: siamo tutti – anche a destra! – figli della coppia Rousseau-Marx e della social-democrazia novecentesca: diritti e assistenza per tutti, senza il bilanciamento delle responsabilità individuali. Lo so: in Italia alcuni doveri sono costituzionalizzati. Ma ciò non basta. Il paradigma imperante è incentrato sui diritti. E il sentire comune riflette questo stato di cose. Siamo tutti uguali, no? Tutti meritiamo le stesse cose, nella stessa misura. Era inevitabile che, prima o poi, scattasse il corto circuito. Noi, nati negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, sapevamo bene cosa fossero i doveri: ce li avevano inculcati in testa i nostri genitori, la generazione cresciuta durante la guerra.  Oggi che siamo genitori o nonni, capiamo che Bobbio aveva colto nel segno: siamo transitati, quasi senza accorgercene, nell’età dei doveri. Ecco che Mazzini torna d’attualità.

L’immigrazione, fenomeno recente in Italia, è un’occasione utilissima per riscoprire il pensiero mazziniano. Ma chi, nella sinistra egemone, è andato alla radice della questione? Il cromosoma buonista, tenace come la gramigna, ha condizionato i fiacchi e banali dibattiti sul tema. Non dovremmo forse por mano a un patto sociale, che unisca italiani e neo-italiani o futuri cittadini italiani su rinnovate basi culturali e politiche?  Cosa si intende per cittadinanza attiva e consapevole? Cosa significa, oggi, appartenere alla polis democratica – nella fattispecie: quella italiana? Urge una ridefinizione di patriottismo! La cittadinanza è una conquista quotidiana che richiede un dare e un avere; è una adesione consapevole a una comunità intessuta di affetti, e non solo di interessi; è una compartecipazione emotiva e simbolica, il cui collante primario è la solidarietà dei doveri.  Perché gli extra-comunitari non dovrebbero aspettarsi di ricevere anche loro, come gli italiani, senza dare alcunché in cambio? In fondo, ascoltano l’antifona dominante ogni giorno, mica sono sordi.

Il problema è che la retorica dei diritti traballa, non regge più: una globalizzazione con il vento in poppa (lo soffia, quel vento, un capitalismo speculativo, selvaggio, senza freni), ha cacciato in un vicolo cieco le leadership degli Stati nazionali. I diritti di un tempo non possono più essere garantiti a tutti. Chi è tutelato se li tiene ben stretti; chi rimane fuori dalle tutele cova risentimento: vede i diritti (acquisiti) altrui come forme di privilegio. In questa situazione non c’è più uno sfruttatore identificabile, bensì una lotta di tutti contro tutti per accaparrarsi una fetta della torta, rimpicciolita.  Morale della favola: non ci possiamo più permettere né le pensioni di invalidità false né i privilegi per alcune categorie di lavoratori (c’è il pensionato che ha versato dieci e percepisce cento, e quello che ha versato cento e percepisce dieci), né le elargizioni a pioggia per gli altri – né ovviamente possiamo più accettare il lavoro in nero e l’evasione fiscale. Il capitalismo globalizzato e le banche avranno mille colpe, ma nessuna comunità può seriamente basarsi sulla filosofia del capro espiatorio (oltre alle banche e all’UE: i politici, la casta, i dipendenti pubblici, gli immigrati ecc.), arma letale nelle mani dei demagoghi e dei populisti.

In un contesto di immigrazione massiccia, perseverare sulla strada già tracciata – la scissione fra diritti e doveri, il buonismo assistenzialista – è stato un errore politico clamoroso. Quell’errore ha alimentato la propaganda fascio-leghista che, guarda caso, ignora il cancro dell’evasione fiscale: italiani ricchi che rifuggono, a loro volta, da un preciso dovere costituzionale, quello di contribuire alle spese sociali. (I grandi evasori usufruiscono di servizi pubblici pagati dai loro connazionali, gli italiani poveri e i pensionati, altroché ‘fratelli d’Italia!'). La situazione sociale è diventata esplosiva: a questo punto succede che gli emarginati nativi, gli italiani “DOC”, voltano in massa le spalle alla sinistra: “avete pontificato sui sacrosanti diritti e ora non mantenete più la promessa; anzi quel poco che c’è lo date agli stranieri: accogliete tutti a braccia aperte, promettendo case e lavoro e assistenza gratuita.” Tutto spetta a tutti per diritto innato, tutto piove dal cielo come la manna, nulla è una conquista. Né è lecito stabilire priorità anche solo vagamente interpretabili come discriminatorie verso gli stranieri (per esempio: l’impiego nei lavori socialmente utili). Ovvio che gli stranieri di recente immigrazione alla fine di questa fiera luccicante rimangano delusi anche loro. Pian piano scoprono l’amara verità: la promessa social-democratica, come l’hanno percepita loro ancor prima di mettere piede in Italia (Lamerica di Amelio, l’Eldorado), è falsa: non ci sono risorse illimitate, e le divisioni sociali sono come i muri di Alcatraz: invalicabili. Loro appartengono al lumpen proletariat. Gli ultimi degli ultimi, insomma. Quella fra italiani e stranieri è una voragine. A quel punto c’è il lavoro in nero, la raccolta dei pomodori, il campare di espedienti, o addirittura il crimine.

Potrebbe scoppiare una guerra guerreggiata fra poveri – in aumento esponenziale a causa dell’immigrazione e della concomitante proletarizzazione del ceto medio. Questo in un momento delicatissimo, di passaggio fra un’epoca e un’altra: le frontiere dello Stato nazionale saranno sempre più sfumate, e il multiculturalismo ridisegnerà nei prossimi anni l’identità italiana. Come rilanciare un’azione riformista incisiva, in un contesto del genere? Suggerisco si torni ai “fondamentali”, ovvero alla riscoperta del nesso diritti-doveri, che è sommamente democratico: è uguale per tutti. Stranieri in fase di integrazione (ovvero: futuri italiani) e italiani di lungo corso dovranno convivere sulla base di norme chiare e certe, che regolino l’avere e il dare. Ecco come cementare una comunità fondata sui diritti universali, alle soglie del nuovo millennio: si ripeta ossessivamente che per ognuno di quei diritti scatta un preciso dovere nei confronti dei propri connazionali. 

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Posted on November 17, 2017 and filed under Post in italiano.

Ius soli: gli errori della sinistra

Ammettiamolo: la nuova legge sulla cittadinanza nota come Ius soli è impopolare. Perché? Semplice: gli italiani sono male informati. Ma c’è dell’altro: gli italiani hanno paura dell’immigrazione a getto continuo. Questa ha contribuito al senso di spaesamento generato dalla globalizzazione galoppante. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che i sondaggi di qualche anno davano un esito diametralmente opposto: gli italiani erano per lo più favorevoli a concedere la cittadinanza, senza troppi paletti. Cos’è cambiato in così poco tempo? Gli sbarchi sulle nostre coste, i problemi di integrazione degli stranieri – alcuni reali, altri enfatizzati dalla grancassa dei mass media – ci hanno resi più vulnerabili, più insicuri.

Il cosmopolitismo un tempo era l’ideale di élite illuminate; oggi è visto da molti come una facciata dietro cui agirebbe la longa manus di potenze occulte, sovranazionali. Un disegno omologante, dettato da sordidi interessi, mira a snaturare la nostra identità nazionale. Di qui alla condanna del meticciato il passo è breve. E infatti i nostri connazionali più paranoici già la vedono – o, meglio, la evocano essi stessi – quella nube minacciosa all’orizzonte. La tempesta in arrivo è l’invasione dei neo barbari, che distruggeranno la nostra civiltà. Come i vandali e gli unni, per intenderci. Difficile non farsi condizionare dallo spirito dei tempi: l’islamofobia (i musulmani, ovvero il cavallo di Troia di una religione violenta, geneticamente prevaricatrice e oscurantista). Da più parti si sento lo stesso coro: gli stranieri sono troppo diversi da noi, non ce la faranno mai a diventare italiani. Saremo noi a dover cambiar, ci sottometteranno.

La paura, sentimento irrazionale, è pericolosa: suscita reazioni di autodifesa che degenerano facilmente in vampate di aggressività. È un conduttore di energia negativa. Lo è soprattutto in tempi di crisi, quando la gente pretende il capro espiatorio su cui scaricare le colpe delle proprie magagne. La paura, insomma, fa davvero novanta, e sfruttarla procura un bel guadagno. Illuso il politico che, in queste congiunture, pensa di far incetta di voti mediante discorsi pacati e raziocinanti. Purtroppo alle sue spalle spunta il demagogo-piromane di turno, che soffia sulla prima scintilla sperando di accendere un fuoco. L’obiettivo delle destre xenofobe è antico quanto il mondo: scatenare una guerra fra poveri. Italiani da una parte, stranieri dall’altra. Così si distoglie l’attenzione dai veri responsabili delle crisi: gli speculatori, i mercanti di armi, i finanziatori delle guerre, le multinazionali che sfruttano le risorse nei paesi in via di sviluppo, in combutta con le classi dirigenti locali corrotte fino al midollo.

La sinistra – cui sono affezionato, ma che spesso mi fa imbestialire – ha sottovalutato questo contesto agitato da torbide passionalità.  E quindi ha commesso due errori clamorosi, che hanno avuto effetti deleteri sulla causa sacrosanta dello Ius soli. Anzitutto: in un momento di trapasso e di stravolgimenti epocali come quello attuale, è da folli presentarsi – sul tema dell’immigrazione – come il partito dei Buon Samaritani, per giunta intolleranti verso i dissenzienti. La sinistra vive di idealità, non può fare a meno di una visione morale; ma guai se si rivela incapace di governare società complesse. I problemi vanno studiati e risolti, concretamente. Se si scindono i due momenti, quello idealistico e quello pragmatico, la destra avrà gioco facile nello sparare a zero. La politica intesa come mera testimonianza di valori è il pane quotidiano di chi sceglie l’opposizione permanente.

Incuranti di ciò, vari politici e intellettuali della sinistra hanno rincorso l’Utopia come bambini a caccia di farfalle, riguadagnandosi l’antica nomea di idealisti “acchiappa nuvole” e di “buonisti” scriteriati. C’è una aggravante. Una mutazione genetica – così dice la destra – avrebbe trasformato gli idealisti di un tempo in “radical-chic cosmopoliti”. La nuova sinistra ha a cuore le sorti di una sola categoria di derelitti: gli stranieri, i diversi. I fascioleghisti invece, loro sì che ci tengono agli italiani poveri e disoccupati! Uno dei pochi dirigenti politici di sinistra ad aver capito l’andazzo è il Ministro degli Interni. Compresi i rischi dell’inazione (percepita, non reale: il Governo di cui fa parte ha gestito bene l’emergenza immigrati-rifugiati), Minniti ha agito con tempismo e concretezza. Gli è bastato poco per rintuzzare la propaganda martellante della destra xenofoba. Ma ecco che è ricomparsa la Sinistra Pura, quella dei buoni sentimenti, che ha preso a bacchettarlo come la Chiesa faceva con gli eretici. L’accoglienza dev’essere assoluta e incondizionata! Chi esce da questa linea è, ovviamente, un furbo o un traditore che strizza l’occhio alla destra.

La sinistra, autolesionista per vocazione, ama farsi trascinare con voluttà in campagne ideologiche dai toni supponenti. Inevitabile l’ennesima polarizzazione tossica: da un lato la fazione antifascista che esprime la cultura nobile della solidarietà, baluardo contro i razzisti mascherati; dall’altro il partito dei veri italiani e dei patrioti, che vigila sui connazionali colpevoli di alto tradimento per aver spalancato le porte agli invasori e ai profanatori della cristianità. Nessun dissenso, nessun dubbio è lecito. Né da una parte della barricata, né dall’altra. E, soprattutto, nessuna posizione intermedia. Così è prevalsa l’emotività. Ne hanno approfittato gli xenofobi per creare allarmismi e confusione. I nostri concittadini a quel punto hanno mescolato tutto: l’integrazione dei figli degli stranieri già “stanziali” in Italia da anni, i problemi della nuova immigrazione (i migranti economici), l’accoglienza momentanea dei profughi in fuga da guerre e dittature. Risultato: pochissimi hanno discusso pacatamente, e con cognizione di causa, il contenuto della legge sullo Ius soli.

Il secondo errore è dovuto alla superficialità: la comunicazione è stata disastrosa. Ius soli è espressione ingannevole: presta il fianco a strumentalizzazioni. E così infatti è stato: ho assistito (o partecipato) a varie discussioni surreali, anche sui social-media, in cui i miei interlocutori, accalorati, davano per scontato che il diritto di cittadinanza per il neonato straniero scatterà al suo primo vagito in Italia. Se fosse così si tratterebbe di uno Ius soli puro, che è quello vigente negli USA: là si acquista la cittadinanza automaticamente, alla nascita nel territorio nazionale. La proposta di legge è piuttosto uno Ius soli “temperato”, in quanto circoscritto da regole ben precise. Lo straniero nato (e tuttora residente) in Italia può diventare nostro concittadino solo se ha almeno un genitore che (a) abbia diritto a risiedere permanentemente (questo per i cittadini comunitari) o (b) sia provvisto del permesso di soggiorno di lungo periodo (per gli extra-comunitari). La seconda tipologia è quella che preoccupa molti: riguarda lo straniero o il diverso per eccellenza.  Il punto è che per ottenere l’agognato permesso di lunga durata bisogna avere i seguenti requisiti: un reddito minimo; un alloggio dignitoso; una certa conoscenza della lingua italiana. Sono esclusi i criminali o chi mette in pericolo l’ordine pubblico – contrariamente a quanto sostiene la propaganda della destra xenofoba. Ne consegue che né i rifugiati né gli irregolari – né tantomeno i loro figli – sarebbero in alcun modo i beneficiari della nuova legge sullo Ius soli. In ogni caso la nostra cittadinanza si acquisterebbe solo dopo aver vissuto in Italia per cinque anni consecutivi

Il legislatore, tra l’altro, ha previsto anche una tipologia originale di “diritto alla cittadinanza” denominata Ius culturae: riguarda gli stranieri nati o immigrati in Italia entro l’età di dodici anni, purché abbiamo completato, nel nostro sistema di istruzione, un periodo formativo di almeno cinque anni. I vari cicli o corsi professionali vanno frequentati regolarmente, e le elementari bisogna finirle. Altrimenti non si matura alcun diritto. Lo Ius culturae agevolerebbe, anche a livello simbolico, l’integrazione di migliaia di bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, che giocano con i nostri figli e che parlano già con un’inflessione dialettale la nostra lingua! Fatto sta che la paura di una sanatoria generalizzata – basata su inesistenti automatismi – ha preso il sopravvento. Forse una legge chiamata Ius culturae anziché Ius soli avrebbe assottigliato i ranghi dei suoi potenziali avversari. Ma nessuno ha pensato a questo escamotage linguistico che avrebbe spostato il focus sul processo culturale di integrazione degli immigrati e dei loro figli.  Figuriamoci, poi, se qualcuno, a sinistra, ha ragionato sulle strategie comunicative più efficaci. Eppure la comunicazione, oggi, è il centro nevralgico della politica. Non mi pare che gli italiani abbiano capito alcuni paradossi dello Ius sanguinis, che è il sistema vigente ora: un adulto nato e cresciuto all’estero che abbia almeno un nonno italiano diventa cittadino della nostra Repubblica più facilmente rispetto a un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri. Eppure quell’adulto – spesso un “oriundo” – tende ad avere un legame culturale più debole con l’Italia (a meno che non parli italiano correntemente); mentre quel ragazzo tende a identificarsi più con la sua patria di adozione che non con quella, ormai distante, dei suoi genitori (oppure acquista una doppia identità). Intendiamoci: gli italiani all’estero sono una grande risorsa per noi: il mero possesso della cittadinanza italiana rinsalda un rapporto affettivo di antica data con la terra da cui loro o i loro genitori/nonni sono emigrati. Qui si tratta soltanto di far uscire dal limbo i neo-italiani, di origine straniera, che il rapporto affettivo con il Bel Paese lo costruiscono giorno per giorno.

Non lo si ripeterà mai abbastanza: nell’era della rivoluzione tecnologica, chi imposta male la comunicazione si getta in braccia al nemico col sorriso sulle labbra, come i polacchi che caricavano con la sciabola sguainata i panzer tedeschi. Eroi votati alla sconfitta. Si sapeva o no che gli italiani sono allergici alla lettura e agli approfondimenti? Si sapeva o no che solo nei vecchi partiti i cittadini approfondivano e discutevano le proposte di leggi? Si sapeva o no che sono scomparsi quei veri e propri mediatori culturali che erano i funzionari di partito e i sindacalisti? Si sapeva tutto questo, certo, ma non se ne è tenuto conto, e si è partiti lancia in resta. Se fossimo nella Prima Repubblica, ci sarebbe da scandalizzarsi. Oggi non c’è più da stupirsi di nulla. Che l’ebbrezza della velocità sia inversamente proporzionale al raziocinio (e alla cultura) è un fatto ampiamente accettato, addirittura celebrato come segno dei tempi nuovi.  Le riforme o le proposte di legge vengono decise in fretta e furia, senza passare il vaglio di quelle interminabili discussioni fra dirigenti, funzionari, intellettuali, semplici iscritti che animavano i vecchi partiti. Discussioni che convincevano e, perché no?, galvanizzavano i militanti, una specie oramai in via di estinzione, i quali avrebbero poi difeso la linea ufficiale nei bar, nei luoghi di lavoro, fra gli amici. Le società sono liquide, no? Oggi c’è Facebook, no? Che bisogno c’è allora di polverosi dibattiti? Modo di pensare sbagliatissimo: è proprio sui social-media che rischiamo di perdere. Quante sono le bufale e le fake news sugli immigrati scrocconi e delinquenti? Centinaia, ma la gente ci crede. La sinistra deve prenderne atto: viviamo nell’età della disinformazione. Kelly Born descrive alcuni aspetti di questa età (“Six Features of the Disinformation Age”, The Daily Star, 4 ottobre 2017). Eccone uno inquietante: un articolo del blasonato New York Times, postato su Facebook, ha la stessa credibilità e autorevolezza di un intervento folle in un blog dedicato a teorie cospirative. Nel giudizio dei lettori online, infatti, conta molto di più la rete di amici che ha fatto circolare l’articolo o il post che non la fonte. Insomma: se sei un grillino, l’opinione di un altro grillino vale più di quella di Umberto Eco.

Morale: chi fa rete, vince. O impariamo a smontare le fake news e a controbattere nella giungla della disinformazione con argomenti chiari e inoppugnabili oppure verremo sommersi. Ciò risulterà più facile se adottiamo una linea pragmatica, non ideologica. A quel punto, si spera, riusciremo ad appianare le divergenze nella nostra comunità politica o a presentarle come un punto di forza, di vitalità. 

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Posted on October 19, 2017 and filed under Post in italiano.