I liberali alle vongole e la professoressa sospesa

Una docente di italiano “serissima” e “assai stimata” di un Istituto tecnico di Palermo – ha circa 40 anni di onorato servizio alle spalle – è appena stata sospesa per 15 giorni con stipendio dimezzato. Quale la colpa grave che ha innescato la pronta reazione ministeriale? Non avrebbe vigilato sui ragazzi della sua classe. Quei discoli hanno accostato Salvini al Duce in una lezione incentrata sulle leggi razziali fasciste (il decreto sicurezza ricorderebbe la discriminazione antiebraica, di quelle leggi infami sarebbe addirittura una reincarnazione contemporanea). È giusto oppure eccessivo un provvedimento disciplinare così severo, piuttosto raro in Italia per casi analoghi, peraltro preso con la velocità di un lampo? Premesso che ritengo diseducativo nonché politicamente idiota che si incoraggi, o anche soltanto si tolleri, l’equiparazione di un leader democratico a un dittatore – a parte il danno di immagine alla parte lesa, viene annacquato il male assoluto rappresentato dal nazifascismo –, s’impongono due riflessioni.

(A) Sottolineiamolo: la professoressa non è stata punita per aver assimilato lei stessa la figura del nostro Ministro dell’interno a quella di Mussolini. No, la trasgressione è un’altra: non ha redarguito i suoi studenti o non ne ha controllato preventivamente il lavoro “purgandolo” da ogni riferimento offensivo – l’accostamento assurdo è avvenuto nel corso di una presentazione PowerPoint preparata dai ragazzi con tanto di immagini giustapposte dei due leader. Che la decisione avverso la docente, presa dall’ufficio periferico del MIUR su indicazioni venute dall’alto, rispetti la normativa vigente – e ci mancherebbe altro! – non significa nulla. È stato dato sufficiente tempo all’accusata di discolparsi? Come si è svolta l’ispezione? Si è riflettuto sulla costituzionalità di un provvedimento che ad alcuni colleghi della professoressa punita pare vessatorio e anticostituzionale? In breve: è stato seguito un procedimento garantista? Ecco i due articoli della nostra Costituzione che fanno al caso nostro.

Art. 21. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione”.

Art. 33 “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Intanto che riflettete, noto con rammarico che non è stata tutelata la privacy della docente. Un manipolo di “liberali destrorsi” ha gettato la notizia in pasto ai giornali e ai social, fregandosi ben bene le mani – che occasione ghiotta! Come una freccia che scocca dall’arco partirà la consueta gogna, con tanto di bullismo o squadrismo mediatico. Viva la libertà di espressione. Ma entriamo nel merito. A caldo, è difficile non pensare che questa sanzione sia davvero spropositata. E, soprattutto, pericolosa: crea un precedente di cui non abbiamo bisogno. Chi è in grado di tracciare una netta linea di demarcazione fra la critica legittima e la propaganda che, nelle scuole, andrebbe impedita? Quali analogie storiche sono lecite e quali no? In effetti, è difficile negarlo: l’indifferenza verso i migranti e rifugiati in fuga da guerre e miseria e torture e stupri ricorda l’indifferenza verso gli ebrei che scappavano dalle persecuzioni naziste. Anche allora in un certo senso furono chiusi i porti, anche allora si diceva “non possiamo accoglierli tutti”. Lo possiamo dire o verremo denunciati perché qualcuno coglie in queste parole una critica implicita al governo?

Immagino che, stabilito il precedente, fioccheranno le denunce e le richieste di sospensione quando docenti di destra o cattolici tradizionalisti diranno che Stalin, Pol Pot e i leader attuali della sinistra italiana son fatti della stessa pasta. Io, nella mia carriera scolastica, ne ho sentite di cotte e di crude: Craxi ducetto e ladro matricolato; Andreotti mafioso e amico di chi scioglie i bambini nell’acido; Berlinguer colluso con gli assassini perché sapeva delle foibe e dei processi sommari in URSS. E via calunniando. Nella mia esperienza, nessun professore, dico nessuno, è mai stato sospeso dal servizio per aver detto bestialità o fesserie del genere – anche perché così io qualifico ciò che, per altri, sono legittime opinioni.

B) Colpisce l’ipocrisia di quei liberali che, stracciandosi le vesti e sbraitando, hanno attaccato la decisione di escludere dal Salone del libro di Torino una casa editrice dichiaratamente e orgogliosamente fascista. Queste stesse persone ora invocano provvedimenti durissimi contro la docente siciliana, rea di aver vilipeso Salvini e la Lega. I leoni da tastiera, su Facebook, ne chiedono addirittura il licenziamento in tronco. Neppure quei conservatori di salda (e sincera) fede liberale che pure qualche libro l’hanno letto, e in alcuni casi anche scritto, spiccano per profondità del ragionamento o per spirito critico. I due casi, sì, sono diversi. Non per questo possiamo stiracchiare a piacimento il principio liberale. Nessuno ha censurato la casa editrice fascista, che è – giustamente – liberissima di pubblicare tutto ciò che vuole. Si è solo applicato un criterio di opportunità politica – peraltro in un Paese che, per chi lo avesse dimenticato, ha una legislazione antifascista. Al Salone, insomma, si è fatta una scelta, che non lede la libertà di nessuno. Se infatti il Salone fosse obbligato ad accogliere chiunque, solo perché paga, dove finirebbe la libertà di scelta del curatore? L’imposizione del criterio mercatista “tutti ammessi, basta pagare” segnerebbe la fine di ogni linea editoriale indipendente: anche l’editore fascista, a quel punto, dovrebbe esser costretto a pubblicare libri di sinistra. Idem per gli editori di sinistra: obbligati a pubblicare il Mein Kampf, magari con la foto di Hitler sorridente in copertina.

È in quella scuola di Palermo che è in gioco la libertà: qui è palpabile il rischio che il provvedimento punitivo soffochi la libertà di espressione. Che appaia come un atto politico autoritario. I dubbi, quindi, sono più che legittimi. La docenza, nella scuola di Stato, dev’esser sempre libera. Il concetto stesso di reato di opinione è intimidatorio e illiberale. Figuriamoci nel contesto educativo. Se la punizione del dissenso divenisse uno strumento legittimo di controllo del pensiero, migliaia di insegnanti ricorrerebbero all’autocensura, intimoriti da probabili ritorsioni.

Se fai presente queste contraddizioni, i liberali alle vongole ti rispondono in maniera demenziale con l’espressione che oggi va per la maggiore, ogni volta che tenti di fare un’analogia: “è diverso”. In questo caso avrebbero ragione se solo… fossero coerenti con una filosofia politica, il liberalismo, che ammette senz’altro l’esclusione di editori fascisti/nazisti/antisemiti/razzisti da una fiera o da una rassegna culturale (ribadisco: non si tratta di censura o di divieto di pubblicazione). Non dimentichiamo la lezione di Popper, filosofo liberale doc: non possiamo, e non dobbiamo, essere tolleranti con gli intolleranti. Quello che nella visione liberale non è ammissibile – per “la contradizion che nol consente” – sono gli abusi di potere da parte di chi governa. Alla fine andiamo sempre a parare lì: c’è chi vorrebbe imporre il bavaglio ai docenti non allineati mediante pressioni psicologiche se non minacce vere e proprie. Il paradosso è che taluni liberali conservatori auspicano il conformismo ideologico mentre denunciano l’asfissiante egemonia comunista di un tempo. Ecco perché la vedono in modo diametralmente opposto rispetto a me: libertà assoluta per l’editore fascista (e concomitante costrizione per gli organizzatori del Salone, il Comune di Torino e la Regione Piemonte) ma libertà vigilata per l’insegnante che diffonde pericolose idee sovversive contro un leader di destra. Il loro anticomunismo (in assenza di veri comunisti) assomiglia tanto all’antifascismo intransigente (in assenza di veri fascisti) contro cui si scagliano.

Attenzione, dunque. “È diverso” viene usato spesso per tirare in ballo un’eccezione nel momento in cui un principio di equità o libertà andrebbe applicato a tutti, indistintamente. Ciò dimostra che a quel principio, in fondo, codesti sedicenti liberali non credono. Gli va bene solo quando tira l’acqua al loro mulino, negli altri casi lo sospendono. Sono garantista con i politici di destra e ferocemente giustizialista con quelli di sinistra? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Accetto le fake news della Lega ma condanno quelle propalate dalle zecche o dai moscerini rossi? Ebbene sì. È diverso, si capisce. Difendo la libertà di chi urla ai quattro venti la propria fede fascista, gonfiandosi il petto e facendo un bel saluto romano, ma al tempo stesso gongolo se una professoressa di lungo corso viene punita in questo modo esemplare che ad alcuni appare arbitrario o eccessivo? Ebbene sì. È diverso, si capisce. I liberali a corrente alternata ricordano il prototipo del clericale sbeffeggiato dal mitico Salvemini: Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Sostituite “clericale” con “autoritario” e avrete la formula perfetta per questi signori che, bontà loro, salgono in cattedra per darci lezioni di libertà.

Swimming pool by Gian Maria Turi

Swimming pool by Gian Maria Turi

Posted on May 19, 2019 and filed under Post in italiano.

“Dio, patria e famiglia” – e le spose bambine

Assistiamo da giorni al massacro mediatico della senatrice Monica Cirinnà. La sua colpa imperdonabile? Aver dissacrato valori spirituali eterni durante una manifestazione che celebrava l’otto marzo: ha esibito un cartello recante l’orripilante scritta “Dio Patria Famiglia. Che vita de merda”.

Derubrichiamo le reazioni isteriche alla solita tempesta in un bicchier d’acqua? No, sarebbe un errore. Ne ha commessi abbastanza la Cirinnà. Primo: l’intrepida esponente del PD ha rispolverato l’antifascismo identitario. Che bisogno c’era, in questa occasione? “Filologicamente” l’operazione sarebbe corretta: chi più beceramente antifemminista dei vecchi fascisti? Politicamente la sua sortita è stata un boomerang. L’ossessivo richiamo al fascismo, madre di tutti i mali, è tipica di una sinistra salottiera, scollegata dal mondo reale. In sintesi: tanto fumo ideologico e niente arrosto. Ci sarebbero mille modi più efficaci per promuovere la causa dell’emancipazione femminile, nell’Italia odierna. Quali fenomeni perversi vogliamo denunciare? C’è l’imbarazzo della scelta, compagni: il perdurare di femminicidi e di violenze fisiche nei confronti della propria moglie o compagna (spesso tollerate o giustificate in certi ambienti e aree depresse del Paese); talune sentenze folli contro rei confessi che hanno assassinato la moglie o la fidanzata (l’uomo ha agito in preda a un raptus? Beh, allora dimezziamogli la pena); affermazioni aberranti da parte di uomini della legge dai quali non ci si aspetterebbe una mentalità retrograda (lei era troppo brutta per esser violentata dunque l’imputato è innocente); la disparità nel trattamento economico fra donne e uomini, l’insufficienza di asili nido che rende molto difficile la condizione della madre lavoratrice. Eccolo, il modo intelligente per stanare il Ministro della famiglia: dobbiamo pretendere interventi sociali e sgravi fiscali a tutela della maternità e della prima infanzia. Allora sì che le donne potranno tornare a far figli, se lo vorranno. Oggi molte vorrebbero, ma non possono. Detto a latere: questo è l’approccio riformista per eccellenza per smontare la fuffa ideologica del Congresso della famiglia di Verona. Andiamo sul sodo: provvedimenti concreti, ispirati alla politica nenniana delle piccole cose. Ogni governo deve anzitutto governare, agire in concreto, cambiare le cose in meglio; non ci interessa che i suoi ministri testimonino la loro visione in estenuanti battaglie ideologiche e culturali che lasciano il tempo che trovano.

Secondo errore, che aggrava il primo: se proprio sei fissato con il fascismo, impara a comunicare bene – secondo canoni aggiornati. Guai a te se ignori o sottovaluti la dinamica perversa dei social media, a partire da Facebook, il più “macina sassi” di tutti. Discussioni e polemiche, oggi, sono appiattite, perché si svolgono all’insegna di tre fattori: la velocità, la superficialità, e l’immediatezza (esiste solo il presente assoluto). Le riflessioni pacate non acchiappano “like” o “followers” e fanno perdere tempo prezioso. Quindi sono bandite dai comunicatori social e dagli “influencer” di partito che nella propaganda ci sguazzano. Questo ambiente è, per dirla schietta, il letame in cui fioriscono le manipolazioni più ardite. Ecco la trappola in cui l’incauta Cirinnà è caduta: la frase del suo cartello è stata sradicata dal contesto storico, come se quelle fossero tre parole indipendenti le une dalle altre, giustapposte così, a casaccio, tanto per dar fiato alla bocca. Per un bel po’ di internauti la Cirinnà avrebbe deriso e rinnegato al tempo stesso i tre pilastri – o totem, a seconda dei punti di vista – della nostra civiltà: la fede (“sostanza di cose sperate” e nobile ideale trascendente), il patriottismo (collante dello Stato italiano e della comunità di destino cui apparteniamo), la famiglia (luogo di affetti e cellula della società). Lo sfregio è grave: questo significa assestare un colpo sotto la cintola a tutti i connazionali credenti – il cattolicesimo non è forse il cuore pulsante della nostra tradizione culturale? Morale della favola: abbiamo a che fare con una tracotante femminista che è atea, anticlericale e anti-italiana. Un’occasione ghiotta: diamola in pasto ai leoni da tastiera. Basta postare una foto della Cirinnà su Twitter o Facebook con un commentino acido, e la gogna parte alla grande. Le folle virtuali si intrupperanno nel picchiare il sacco delle botte di turno. Vai a difenderti in un luogo virtuale dove non puoi argomentare più di tanto!

Terzo errore. Agendo così, in questa maniera sprovveduta, ti sei fatta appiccicare addosso una nomea che non porterà fortuna alla sinistra. Non l’avevi capito che stanno tornando in auge valori forti, appunto la religione, le tradizioni e il senso di appartenenza alla comunità nazionale? Non sarebbe più saggio farli propri, quei valori, interpretandoli in chiave progressiva? Esempio: fede cristiana ovvero caritas & solidarietà verso i deboli; amor di patria ovvero “One Nation” (motto del partito laburista britannico), cioè politiche di inclusione, diritti e doveri uguali per tutti; famiglia ovvero servizi sociali e leggi che sostengano concretamente le giovani coppie (più asili nido e rette basse, mutui agevolati ecc).

L’operazione manipolatoria della destra xenofoba sarebbe stata impossibile sulla vecchia carta stampata. Oppure non avrebbe scalfito nulla e nessuno. Ora fatemi ragionare come un tempo. In realtà, “Dio Patria Famiglia” è – secondo i linguisti e i grammatici (membri anch’essi della casta accademica?) – una locuzione, cioè un gruppo di parole funzionanti come un’unità autonoma. Assomiglia a una frase fatta, a un modo di dire. In termini politici: trattasi di un motto, o di uno slogan. Non c’è bisogno di consultare polverosi libri di storia o la Treccani. I nativi digitali possono andare su Wikiquote, dove “Dio patria famiglia” figura fra gli slogan fascisti al pari di “Libro e moschetto fascista perfetto”. Vespa, nel suo libro C’eravamo tanto amati, ne attribuisce la paternità al gerarca Giovanni Giuriati. Chi ha letto un po’ nella sua vita, sa anche che quella frase era, ed è tuttora, popolare nei circoli ultra tradizionalisti cattolici, quelli per intenderci che denigrano Papa Giovanni XXIII, il geniale e illuminato propiziatore del Concilio Vaticano II, dipingendolo a tinte fosche come un massone, un socialista, un traditore del cristianesimo.

Presi singolarmente, Dio, patria e famiglia, hanno una storia. La Cirinnà e i tradizionalisti cattolici parlano della stessa entità e degli stessi concetti? Direi proprio di no. Il dissenso interpretativo c’è sempre stato. L’Essere Onnipotente invocato dai vescovi che benedicevano le nostre truppe coloniali inviate in Etiopia dal Duce, consapevoli che ci sarebbero state stragi, non è lo stesso Dio di don Giovanni Minzoni, l’antifascista vigliaccamente bastonato a morte dagli squadristi nel 1923, e non è neppure la stessa divinità cui si rivolge il mite e illuminato Papa Francesco. E la patria dei fascisti alleati di Hitler è la stessa dei partigiani delle Brigate Garibaldi che si battevano per la libertà? E la famiglia fascista è la medesima della famiglia moderna nella quale le donne sono titolari di diritti al pari degli uomini? Nessuno, fra i critici della Cirinnà, ha rimarcato il vero scandalo: l’appropriazione sacrilega di Dio da parte di personaggi che volevano seminare morte e distruzione e sono stati coerenti con i loro bellicosi propositi. Nell’infame guerra d’Abissinia (1935-36) le nostre truppe uccisero decine di migliaia di etiopi (si stimano oltre 200.000 vittime, fra militari e civili). Mussolini autorizzò sia l’uso dei gas asfissianti proibiti dalla Convenzioni di Ginevra sia le repressioni feroci nelle quali furono massacrati anche innocui monaci copti, cioè cristiani.

“Dio Patria Famiglia” non evoca proprio per niente la patria liberaldemocratica di oggi, bensì lo Stato assoluto, dittatoriale, nel quale non c’erano cittadini aventi diritti ma solo sudditi, il cui dovere era “credere, obbedire, combattere”. Immolarsi per la patria fascista era un onore. In quel contesto, la donna, “fattrice di figli e angela del focolare”, era in stato di perenne soggezione al marito, il pater familias; prima di sposarsi lo era stata al padre padrone. Il retroterra ideologico di quello slogan, quindi, è chiarissimo: l’autoritarismo che la Repubblica nata dalla Resistenza ha cancellato dalla storia d’Italia. Per chi avesse dubbi: intendo la nostra amata Repubblica democratica fondata sul lavoro che, alla prima occasione, ovvero nel 1945, concesse il suffragio universale – finalmente anche le donne potevano votare.

Può darsi che una vita all’insegna dell’obbedienza cieca a chi porta i pantaloni, non fosse affatto “de merda”. Le donne della destra illiberale, però, dovrebbero metterla in pratica anziché sbeffeggiare le femministe. Noto invece una dissociazione schizofrenica fra valori dichiarati e vita vissuta. Mi rivolgo ora a chi usa la religione a fini politici: vari esponenti della destra postfascista italiana – mentre inneggiano a “Dio Patria Famiglia” – concepiscono figli al di fuori del matrimonio, convivono senza sposarsi, si divorziano senza batter ciglio e si risposano allegramente. Vivono cioè liberamente (e meno male!), come tutte le altre donne italiane. In seguito all’irrompere della modernità in quella che era una società agricola con tratti semi feudali e grazie alle conquiste della sinistra, possono avvalersi di diritti che nel Ventennio manco si sognavano. Nel 1974 il MSI e la DC (referendum abrogativo) si schierarono contro la legge sul divorzio, cioè contro la libertà di scelta per chi non la pensava come loro. Mentre le sinistre e i laici non obbligano nessuno a divorziare. Abbiano la decenza, i nostalgici del Duce, di non avvalersi di quella legge di civiltà, se (com’è legittimo che sia) la ritengono una legge barbara di cui non condividono né lettera né spirito.

Libere tutte le donne e tutti gli uomini di autentica fede di vivere in una famiglia tradizionale e di propagandarne la bellezza, ci mancherebbe altro. Dirò di più: ammiro la loro coerenza e il loro coraggio nell’esporsi in pubblico. Non sono tempi facili neppure per loro. Li rispetto, a una condizione però: che non tentino di imporre il modello ideologico tradizionalista a me. Io, da liberale, non impongo nulla nessuno. Sempre a proposito del Dio fascista e della patria in camicia nera: alcune femministe hanno imbrattato la statua di Indro Montanelli, reo di essersi unito in matrimonio con una bambina di dodici anni, quando era un sottotenente 26enne in Africa al comando di un battaglione di militari eritrei, i famosi ascari. Acquistata dal padre come fosse una pecora, se ne servì per sfogare i suoi istinti finché ne ebbe bisogno, immagino che a fine servizio l’abbia riconsegnata al legittimo titolare della patria potestà. Non mi risulta che Montanelli si sia mai pentito di questo suo comportamento – che conflitto ci sarà mai stato con la morale imperante al tempo di “Dio Patria Famiglia”? Il mitico giornalista parlò pubblicamente della compravendita della sua ex sex slave ben 33 anni dopo, nel 1969, durante il programma televisivo di Gianni Bisiach, L’ora della verità. Incalzato duramente dalla giornalista Elvira Banotti, lui si giustificò dicendo “nessuna violenza perché le ragazze in Abissinia si sposano a 12 anni”.

Che bella lezione per tutti coloro che oggi attaccano con ferocia i musulmani che fanno la stessa cosa – sempre in ossequio agli usi e costumi locali. Chissà quante migliaia di soldati bianchi, di pura razza italica, cristiani (magari anche praticanti), si procurarono una sposa bambina negli anni Trenta del Novecento. Erano i nostri nonni. Ma, si sa, sono passati troppi anni, inutile rivangare. In ogni caso, vige il principio che la tradizione – anche quella altrui – è sacra quando rispetta le necessità fisiologiche dei nostri soldati. Chissà soprattutto cosa direbbe la mogliettina eritrea di Montanelli, se fosse viva e assistesse a questo dibattito surreale. Potremmo darle torto se, associandosi alla Cirinnà, ci urlasse in faccia – “Dio Patria Famiglia. Che vita de merda”?

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Posted on March 21, 2019 .

Il governo più a sinistra della storia repubblicana

Ogni volta che un neofita della politica pontifica – con sussiego – “evviva, viviamo in un’era post-ideologica!”,  sbuffo alzando gli occhi al cielo. La modernità e la rivoluzione digitale hanno forse “rottamato”, come rulli compressori, le ideologie che sono state il nostro pane quotidiano? Chissà, può essere che gli “ismi” dell’Otto-Novecento siano finiti nella pattumiera della storia. Meno male però che il Settecento illuminista è troppo lontano e sfocato, per questi profeti del nuovismo. Proprio l’affermarsi di facebook a livello planetario ha riproposto un tema vecchio come il mondo: quello del monopolio del potere (finanziario, politico, dell’informazione).  Altro che eutanasia delle culture politiche: qui bisogna tenersi sul comodino Lo spirito delle leggi di Montesquieu, e rileggerselo come un vangelo ogni sera. L’uomo, nel corso dei secoli, non ha mutato natura, e quindi mi sento più tranquillo se la nostra società continua a basarsi su un’idea ammuffita, settecentesca: la separazione e l’equilibrio dei poteri.  

In verità, le tre grandi correnti politiche della modernità – socialismo, liberalismo, democrazia – sono tutt’altro che scomparse, assomigliano semmai a fiumi carsici. Basta ascoltare bene i teorici della melassa post-ideologica – nonché esperti di funambolismo – per capirlo. Chiunque consulti i manuali di storia e di filosofia riuscirà a collocare questi furbastri di qua o di là della linea di demarcazione fra progressisti e reazionari/conservatori. Costoro escogitano programmi confusi, ma ci ficcano dentro idee ben chiare, che quasi mai però sono farina del loro sacco: le rubano, in spregio ai diritti di proprietà intellettuale; saccheggiano a destra e a manca come pirati della peggior risma. Un esempio eloquente è il salario di cittadinanza: da quanti anni se ne discute nei circoli intellettuali della sinistra? Se poi i pezzi del puzzle non si incastrano… chi se ne frega! Postmodernità significa che non ho più l’obbligo della coerenza.  La rivoluzione digitale mi ha fatto un ben regalo: viviamo nell’istantaneità, quello che dicevo ieri, oggi posso dimenticarlo, è acqua passata. Il nemico di ieri, è l’amico di oggi. Tuti i ruoli sono interscambiabili.

Detto ciò, non posso negare che regnasse il caos anche prima che apparissero i profeti del nuovismo post-ideologico. Temo però che l’ottimismo di Mao sia fuori luogo: “grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è favorevole.”  La sinistra, che oggi ha poche idee, e alquanto fumose, batte in ritirata su tutti i fronti. L’abitudine a invadere il campo altrui, non ci ha portato fortuna. La politica del rigore, detta anche dell’austerity, storicamente appartiene alla destra liberale, ora l’abbraccia anche la social-democrazia, preoccupata di far quadrare i conti. Del resto non è che le cose fossero sempre così chiare neppure nel buon vecchio Novecento: Mussolini, un genio – malefico ma pur sempre un genio –, avviò il primo innesto sperimentale in grande stile che unì la peggior destra (nazionalismo bellicoso, febbre coloniale) alla peggior sinistra (giacobinismo, culto della violenza). Alla fin fine, però il regime era inequivocabilmente reazionario, nonostante la verniciatura di socialismo populista – gli elementi di stato sociale tanto decantati dalla destra odierna. Negli stessi anni Rosselli, autore del classico Socialismo liberale, imboccava un’altra strada, quella che conduceva a una sintesi fra la destra liberale e la sinistra riformista. Le sue idee, infinitamente più eque e sensate, mirano a conciliare le istanze della borghesia (libertà politica e di impresa) con quelle del proletariato (giustizia sociale).

Questa premessa è forse fin troppo intellettuale per inquadrare il discorso che segue, ma che farci, sono un figliolo orgoglioso dell’intramontabile Novecento ideologico. Vengo al punto. Il governo Lega-Movimento 5 stelle è di destra o di sinistra? La più parte dei commentatori della sinistra radical-chic sfodera un’accusa trita e ritrita: il nostro avversario, ovviamente, non puo’ che essere di destra! Non c’è parola più infamante, nel lessico politico italiano. “Destra”, che schifo, che orrore!

E allora vi sorprenderò dicendovi che no, il governo – assolutamente legittimo – che si profila in Italia non è di destra. E’ piuttosto il governo più a sinistra della storia repubblicana. Intendiamoci, però. E’ la sinistra peggiore: quella vetero-marxista, ovvero arrogante, populista e saccente; quella che promette il paradiso in terra e una bella trasfusione dai capitalisti sanguisughe ai proletari anemici; quella degli idealisti acchiappanuvole, per dirla con Turati; quella che antepone i diritti ai doveri, perché i sacrifici no, guai solo a nominarli. Noi lo sappiamo, cari saputelli abbonati a Topolino, che in Italia non c’è mai stata una destra liberale e libertaria di massa. La destra egemone ha un imprinting sociale, e può essere altrettanto estremista della sinistra antagonista. L’una e l’altra hanno la stessa vocazione autoritaria. Sarà un luogo comune, ma qui casca a fagiolo: gli estremi si toccano. Tant’è che dai tempi di Benito un certo cambio di casacca – dalla cravatta rossa alla camicia nera (e viceversa) – non è mai stato traumatico. Prima d’esser fucilato dai partigiani, lo ammise candidamente Bombacci, ex marxista rivoluzionario, ex socialcomunista, nemico acerrimo del riformista Turati, e guarda caso fedelissimo di Benito durante la Repubblica Sociale: in fondo, noi “neri” siamo sempre stati “rossi”: volevamo la rivoluzione socialista in Italia. Per abbattere il capitalismo finanziario delle multinazionali, per difenderci dal complotto demo-pluto-giudaico- massonico.

Da che mondo è mondo, l’impianto concettuale dei populismi è organicamente di estrema sinistra, la destra illiberale si limita a un semplice taglia e incolla dal proprio alter ego: il denaro (quello altrui) è lo sterco del demonio; il potere (quello altrui) corrompe anche l’animo; i politici (gli altri, non noi) sono una casta di vampiri; la corruzione è dilagante nel mondo senza confini di oggi: torniamo alle nazioni, barrichiamoci in casa nostra, preserviamo la nostra purezza e identità (l’ebreo Trotskij voleva la rivoluzione mondiale, il cristiano Stalin il socialismo in un paese solo); c’è sempre un capro espiatorio o un complotto su cui riversare la rabbia popolare: ieri gli ebrei usurai, capitalisti e apolidi; oggi i banchieri, le multinazionali, le élite liberali cosmopolite, l’Unione Europea egemonizzata dalla Grande Germania.

Agli antipodi la nostra visione quale sinistra riformista e liberale: noi crediamo nel fatto – scientificamente dimostrato – che la globalizzazione, pur con tutti i suoi squilibri, ha liberato oltre un miliardo di persone dalla povertà; noi elogiamo il multiculturalismo e il meticciato; se le merci possono circolare liberamente, anche agli esseri umani va garantita la medesima libertà di movimento; i confini, prima o poi, scompariranno. In sintesi: esiste solo una razza: quella umana.

E’ un grave errore politico stigmatizzare il nuovo governo scagliandogli contro consunti slogan o anatemi ideologici, come se fossimo tornati alla Guerra Fredda. Il programma Lega-5 Stelle è comunistoide, o, quantomeno, nulla ha a che fare con i programmi razionali di spesa della destra liberale. Ci costerà dai 100 ai 150 miliardi di euro (notizia dell’ANSA). Salario di cittadinanza, taglio di alcune tasse, pensionamenti più facili. Dov’è la copertura? Chi pagherà il conto?   

Immagino la risposta sotto forma di un’altra domanda polemica. E le proposte di destra, quelle non le vedi nel programma? No, francamente non le vedo. E l’intolleranza verso gli immigrati? Beh, se studiamo la storia dell’Unione Sovietica, esempi di tolleranza non se ne vedono neppure se si usa la lente di ingrandimento. Quando a Stalin o ad uno dei suoi illuminati successori conveniva spostare interi popoli o minoranze etniche da una parte all’altra del loro sterminato paese, l’ordine scoccava senza che nessuno battesse ciglio. E gli stalinisti di casa nostra applaudivano, perché tutto ciò che avveniva nella patria del socialismo reale era progressivo – a prescindere.  Anche la persecuzione nei confronti degli omosessuali, nell’URSS, evidentemente era illuminata, ed emancipatrice. Come volevasi dimostrare, insomma: il nuovo governo ha un imprinting vagamente comunista. E quindi le venature destrorse ci stanno a pennello.

Che fare, allora? Riconosciamo tutti, finalmente, due cose: a) la destra liberale e la sinistra riformista, in Italia, sono minoritarie; (b) ancor oggi si fronteggiano due sinistre, e l’una è la negazione dell’altra. Rileggiamoci il saggio Il Vangelo socialista di Craxi (1978), scritto a quattro mani insieme a Luciano Pellicani, il più lucido e coerente intellettuale liberalsocialista in circolazione. All’estrema sinistra, che all’occorrenza può vestire i panni della destra sociale, e che oggi si camuffa da leghismo o da movimento post-ideologico, dobbiamo contrapporre un argine culturale. Noi rivendichiamo – con orgoglio – la nostra identità: siamo riformisti, e liberali. Nel corpo della nostra sinistra scorre il sangue della liberal-democrazia: noi promuoviamo il dubbio metodico, le soluzioni ragionevoli, il compromesso alla luce del sole. Noi diffidiamo delle formule magiche, non alimentiamo l’odio di classe né demonizziamo oscuri poteri forti, e neppure tiriamo fuori dal cilindro complotti fantasiosi per giustificare i nostri fallimenti o per rigettare con sprezzo le critiche alle proposte mirabolanti, da paese dei balocchi. In sintesi: rifiutiamo la demagogia populista. E infatti parteggiamo per il Montesquieu preoccupato degli abusi di potere, non per il Rousseau teorico della democrazia diretta e della monolitica volontà popolare che tutto travolge. Ammiriamo Bobbio e Rosselli, difensori della libertà, e non Marx, profeta di un’utopia bulimica inghiottita nei totalitarismi.

Ma un’iniezione di cultura filosofica non basta: dobbiamo elaborare un modello economico vincente, incentrato sulla dignità del lavoro, sullo sviluppo sostenibile, sullo studio metodico, sull’aggiornamento, sulla nascita di nuove professioni. I comunisti raramente si sono posti il problema di creare ricchezza: luccicano là, sull’orizzonte, montagne d’oro, basta metterci le mani sopra, e vivremo tutti felici e contenti. Also sprach Karl Marx. Noi invece vogliamo creare posti di lavoro, e tutelare i lavoratori con nuove, più flessibili reti di protezione. E allora diciamo no alle mance elettorali a pioggia, che sminuiscono la dignità dei disoccupati. Intendiamo preparare giovani studenti alle opportunità di un mondo in rapida trasformazione. Le imprese italiane avranno bisogno di oltre 150.000 tecnici nei prossimi anni. (E noi, anziché rilanciare l’educazione tecnico-scientifica, elogiamo la formazione classica e umanistica: nella mefistofelica Germania sono in grado di sfornare 100.00 tecnici in gamba all’anno). Vogliamo una società diversa da quella attuale, più inclusiva, con maggiori opportunità per tutti. Lo Stato deve investire massicciamente nella scuola, nella ricerca, nell’università. Solo così daremo un futuro ai nostri figli; solo così riguadagneremo alla nostra causa i milioni di italiani che si sono consegnati per disperazione ai due populismi gemelli siamesi. Giacché questa è la vocazione della sinistra liberale: garantire la protezione dai sussulti della globalizzazione senza promettere la luna nel pozzo. Se non saremo in grado di farlo, vincerà l’altra sinistra. E saranno guai per tutti.

"Contro la narrazione dominante" ©Gian Maria Turi 2017

"Contro la narrazione dominante" ©Gian Maria Turi 2017

Posted on May 22, 2018 .

Il senso perduto delle parole

Una delle tendenze più preoccupanti del nostro tempo è lo svuotamento semantico. Non parlate a vanvera: le parole hanno un significato ben preciso, attestato dall’uso e riportato nei migliori dizionari – ci ripetevano fino alla sfinimento i nostri professori. Questo modo di intendere la comunicazione, dicono tuttavia i neogiacobini che pascolano su internet, è un lascito ammuffito del Novecento. Reazionari, vi state opponendo alla rivoluzione! Rottamiamo, insieme alle ideologie e ai partiti, anche le regole e le convenzioni linguistiche! Vadano a farsi benedire i membri della Casta Universitaria e delle Accademie, insieme con le loro grammatiche, e i loro vocabolari. Io me ne infischio dell’etimologia e di tutte le definizioni/categorie cervellotiche elencate in quei libroni. Quel che conta è l’efficacia dell’atto linguistico. Protesto, urlo, calunnio ergo sum. 

È innegabile che i social media, nell’attuale clima che esalta la spontaneità e la sregolatezza, abbiano dapprima tollerato poi incoraggiato gli sproloqui, le parolacce, gli insulti e le aggressioni verbali a ogni piè sospinto. Chicche, queste, che fanno il paio con sgrammaticature e “orrori” di ortografia. Cos’è la comunicazione al tempo di internet, se non un vortice cacofonico che conduce all’imbarbarimento linguistico e alla povertà lessicale? La sciatteria semantica rischia di contagiare, ahimè, anche il giornalismo di qualità. 

Questa è la democrazia radicale dell’internauta, bellezza! Sì, oggi ognuno può sfogarsi liberamente. Il problema è che stiamo precipitando nell’assurdo, nel grottesco, nel non senso. Si denuncia – a ragion veduta – il danno causato dall’ignoranza di discipline, contenuti, fatti, concetti, teorie e metodologie. Ma, a rifletter bene, la radice del caos è nell’approccio offensivo e canzonatorio verso il linguaggio stesso. L’imprecisione nel parlare e nello scrivere è conclamata e dilagante. Per un po’ dovremmo invertire il “rem tene, verba sequentur” dell’oratoria classica: cari studenti, per prima cosa afferrate bene il senso delle parole, l’argomento o il tema si preciseranno in seguito. 

La peggior forma di ignoranza, la più subdola, è quella linguistica. È anche la più antidemocratica, quando viene esibita con arroganza: “io mio arrogo il diritto di manipolare o inventare il senso delle parole. Uno vale uno, giusto?”. No, sbagliato, caro internauta: la lingua è ciò che di più intimo e primordiale condividi con ogni tuo connazionale, anche se è il tuo peggior nemico. Se neghi questo, ti sottrai a ogni confronto, rifiuti un fondamento comune, sgretoli il senso di comunità. Il problema, badate bene, è politico da cima a fondo. Da che mondo è mondo, la lotta politica si conduce a suon di parole, lette o udite. Se avvaloriamo la teoria che ogni termine può voler dire tutto e il contrario di tutto, finiremo per vivere in un mondo caotico, senza più una bussola che ci orienti nella navigazione, altro che società liquida in cui galleggiare sospinti dalla corrente: si prefigura la società delle piogge torrenziali, delle alluvioni. Rischiamo il naufragio, l’annegamento. 

L’iperbole, inflazionata in politica, è una figura retorica, non è un uso distorto e ingannevole delle parole. Se dico che Craxi è un pericolo per la democrazia, offro al mio interlocutore la possibilità di controbattere proprio perché la sparo grossa. Non pensi di aver esagerato un po’, caro compagno Berlinguer? Se aggiungo il carico da novanta e dico che Craxi è fascista, un leader di destra, è evidente che gli sto scagliando contro un insulto. Questo lo capiscono tutti: in barba ai polveroni che tento di sollevare, sto aggredendo/insultando un avversario politico. C’è modo di difendersi, quindi. Argomenta meglio la tua accusa ardita! Cosa intendi per fascista? Se invece – con diabolica sistematicità – erodo il senso acquisito, stabile, di vocaboli essenziali del lessico politico, ecco che crollano le difese della ragione e della cultura. Rendendo tutto instabile, incerto, incomprensibile, finisco per avvelenare i pozzi. A quel punto, non è più possibile un confronto, bensì solo lo scontro. 

Oggi abbiamo superato il livello di guardia. E dispiace che fior fiore di intellettuali, color che sanno, tacciano o si adeguino al vizio della manipolazione semantica. Gustavo Zagrebelsky, figura stimata e rispettabile, dà il suo contributo in una intervista rilasciata a Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2018). “Eversivo l’Aventino di Renzi. Nel proporzionale ci si allea.”  La metafora dell’Aventino è consunta – ahimè, che ossessione il fascismo! – ma serve a vivacizzare la narrazione (un episodio storico, l’astensione dai lavori parlamentari da parte di vari deputati antifascisti a seguito dell’omicidio Matteotti, simboleggia la protesta velleitaria, la rinuncia al confronto). Del tutto fuori luogo, invece, è definire “eversivo” il gran rifiuto di Renzi. Un aggettivo così “carico”, che suscita ansie o timori, andrebbe maneggiato con cautela. Citiamo bene: L’Aventinismo di Renzi, dice Zagrebelsky, “dal punto di vista del sistema proporzionale, è una testardaggine vagamente eversiva. Perché sottrae la terza forza politica al gioco democratico.” 

È grave che un costituzionalista si esprima così, con questa leggerezza. Quell’avverbio, “vagamente”, appiccicato lì come un pannicello caldo, non mitiga l’abuso semantico. La pietra scagliata con eleganza non fa meno male quando ti colpisce in fronte. Si può – anzi: si deve – criticare Renzi, il politico, la figura pubblica. È legittimo dissentire da lui, e sarebbe anche comprensibile chiedergli di tacere, se non altro per pudicizia: gli elettori l’hanno bastonato, e lui, allergico all’autocritica, appare in TV tutto ringalluzzito. Ma ancora più brutto è lo spettacolo dell’uomo di cultura che si ribella con stizza al senso comune linguistico. Se togliessimo quell’aggettivo infilato a forza, il ragionamento di Zagrebelsky non farebbe un grinza: con l’attuale legge elettorale ritorna la centralità del Parlamento. Dopo le elezioni, si formano i governi che hanno i numeri, ovvero abbastanza deputati disposti a votar loro la fiducia. Il che vuol dire una cosa ovvia: quando si vota col proporzionale è difficile stabilire con nettezza chi sia il vincitore. L’esempio ricordato è calzante: negli anni Settanta il MSI guadagnava consensi, eppure rimaneva relegato all’opposizione, mentre i piccoli partiti, continuavano a governare, a braccetto con la DC, anche se perdevano voti. Si potrebbe aggiungere che il PSI di Craxi fece cose egregie con un misero 14 per cento. 

Avrei due osservazioni, però: 1) non mi pare che durante la Prima Repubblica fosse giudicato “eversivo” tenere fuori dal gioco democratico il MSI e il PCI (o forse lo era e non ce ne siamo accorti?); 2) gli italiani oggi si aspettano un sistema fondato sull’alternanza, tipico dei sistemi compiutamente bipolari, a prescindere dalla legge elettorale vigente. Questa aspettativa, che pare assurda a chi si fa trascinare dalla tramontana delle passioni, prese corpo nell’ormai lontano 1994, anno in cui scese in campo con squilli di tromba Sua Emittenza e nacque con taglio cesareo la Seconda Repubblica. A quasi un lustro di distanza, i nostri concittadini non hanno cambiato idea. Tant’è che vivrebbero come un affronto un governo di coalizione che includa il PD, per il semplicissimo fatto che questo partito è stato sconfitto clamorosamente il 4 marzo. Sarà poco in linea con la logica di Zagrebelsky, questo sentimento, nondimeno è piuttosto diffuso. Possiamo ignorarlo, nella nostra spumeggiante democrazia? Se uno vale uno, bisognerà pur ascoltarli gli elettori. Ma non m’interessa disquisire su chi abbia ragione nel merito: ognuno ha diritto alle sue opinioni. 

Voglio invece polemizzare sull’uso volutamente erroneo e manipolatorio di un vocabolo tutt’altro che innocuo. Il partito di minoranza, il PD, rifiutandosi (ovvero sottraendosi al presunto obbligo) di governare con i 5 stelle, manifesterebbe un comportamento eversivo? Allora, a rigor di logica, è altrettanto eversiva la posizione intransigente dei 5 stelle. Un’alleanza parlamentare con Silvio Berlusconi? Giammai! Questa fatwa esclude da ogni ipotesi di accordo o negoziato Forza Italia, una forza politica votata da circa 5 milioni di italiani. L’esclusione avviene in nome di un principio sacrosanto:  Berlusconi è il Male Assoluto. Gli eversori e i sovversivi, evidentemente, sono sempre gli altri…

Le suggerisco, gentile Professore, alcuni aggettivi più appropriati per qualificare, e condannare, l’indubbia testardaggine di Renzi: incomprensibile, autolesionista, controproducente, assurda, infantile, sterile. Ma eversiva no, questo non glielo consento. Mi vengono in mente azioni ostili al sistema democratico, azioni distruttive, illegali: che so io, gli anarchici che lanciano le molotov incendiarie, le brigate rosse che gambizzano, i Toni Negri che predicano contro lo Stato democratico. Mi par di sentirlo, l’internauta abbonato al Fatto Quotidiano, “ma chi ha il potere di decidere, chi è eversivo?”. Meno male che ci sono i dizionari.

Dal dizionario Treccani.
eversivo agg. [der. del lat. eversus, part. pass. di evertĕre (v. eversione)]. – 1. Che mira ad abolire, a sopprimere: le leggi e. dell’asse ecclesiastico (v. eversione, n. 2). 2. Che tende a rovesciare, a sconvolgere l’assetto sociale e statale, anche mediante atti rivoluzionarî o terroristici: azione, attività e.; disegno e.; anche riferito a chi opera per l’eversione: elementi, gruppi eversivi. 

Posted on May 9, 2018 .

La carica dei diecimila: elezioni politiche o concorso pubblico?

Grillo e la Casaleggio Srl ci obbligano a tirare la testa fuori dalla sabbia. Ma il complesso dello struzzo è difficile da superare. Per noi, figli della Prima Repubblica, sostenitori della forma-partito tradizionale. In tutte le democrazie mature la partecipazione dei cittadini alla res publica è in calo; i partiti subiscono emorragie debilitanti; le culture politiche novecentesche sono viste come orpelli fuori moda.  I problemi si accumulano, non vengono affrontati alla radice: si tira a campare, si veleggia a vista. E se qualcuno offre una ricetta radicalmente alternativa, scocca il solito dardo: la condanna urbi et orbi del populismo. Morale della favoletta: il consenso per le organizzazioni antisistema e “anticasta” (quelle democratiche, non violente) cresce a dismisura.

E’ vero che il logo del Mov. 5 stelle appartiene a Grillo e Casaleggio, fatto che cozza con la democrazia degli iscritti. Diciamola, però, una verità scomoda: l’attivismo dei pentastellati è sommamente democratico. Le loro parlamentarie ne sono una eloquente dimostrazione. Pare che siano in lizza circa diecimila candidati. Quali possibilità ha oggi una persona qualificata/motivata/in gamba di diventare un parlamentare tramite i partiti tradizionali?  Ben poche, se non fa parte di certe consorterie o di “cerchi magici”, ovvero se non è un fedelissimo del Capo di turno. Si spiega così la polemica sui candidati “paracadutati” da Roma su seggi sicuri: in molti casi sono stati scalzati militanti storici o deputati uscenti validissimi, in spregio al principio della rappresentanza territoriale. Non è un caso che il PSI, l’unico partito “sopravvissuto” alle tante metamorfosi delle sigle politiche post-Tangentopoli, abbia incoraggiato le candidature locali, in barba a tutti i tentativi di screditarlo dai tempi di Mani Pulite. In sostanza: i partiti tradizionali difendono il concetto di democrazia rappresentativa, ma hanno seri problemi a rappresentare tutta la società civile; il Mov. 5 stelle è nella situazione esattamente opposta.

Ecco perché le parlamentarie pentastellate sono la classica mossa del cavallo. Una mossa geniale, nel contesto attuale. Grillo ha assestato una sonora sberla in faccia ai partiti ingessati da professionisti di lungo corso. Ha agguantato due grassi piccioni con una sola, banalissima fava: sfoggiare le credenziali di un movimento autenticamente popolare, in osmosi con la società civile, e diffondere la sfiducia totale nella democrazia rappresentativa. Sembra un paradosso (le parlamentarie si sono pur svolte, e riguardano futuri deputati!), ma non lo è: in cauda venenum, come vedremo. Ben vengano le critiche al sistema attuale. Il punto è che l’ideale della democrazia diretta, alla prova della storia, potrebbe rivelarsi un’utopia pericolosa.

Qual è il messaggio subdolo delle parlamentarie aperte all’universo mondo? Eccolo: “la politica tradizionale è morta e sepolta, ma siccome ci sono in palio alcuni posti ben pagati, fatevi avanti, e comincerà la gran farsa del maxi concorso pubblico. Siamo incompetenti? Certo, e ce ne vantiamo. Perché almeno noi garantiamo a tutti la partecipazione. E poi siamo onesti, che è la cosa in assoluto più importante” (sella serie: giacobinismo puro: Robespierre era detto, appunto, l’Incorruttibile).  Così l’intera classe dirigente è trascinata in giudizio. “Osservate il disastro epocale che ci circonda! I sedicenti esperti hanno fallito per manifesta incapacità. Oppure ci hanno ingannati, questi artefici delle crisi economiche e politiche. Sono tutti, indistintamente, al soldo del Potere corruttore, si sono svenduti ai potentati economici, alle lobby, alle multinazionali, alle case farmaceutiche, alle banche d’affari.” Sgorga a fiotti un pessimismo cosmico. Ogni utopia rivoluzionaria ha una carica negativa derivante da una visione manichea – il mondo è diviso fra i figli della luce e i figli delle tenebre. Il Male Assoluto si annida da qualche parte. Se non è nella natura umana stessa, è nella società, o nei partiti, o nel capitalismo o nelle Chiese.

Ma i pentastellati annunciano la buona novella: “abbiamo tenuto a battesimo una nuova creatura di specchiata moralità, realmente popolare e democratica, dove uno vale uno. Come San Giorgio anche noi, lancia in resta, uccideremo il drago. Daremo il colpo di grazia a questa politica fintamente democratica, melmosa, corrotta, impura.” Grillo & Co. hanno scoperto l’acqua calda: i politici riformisti hanno sempre saputo che poteri occulti, infidi, esistono anche nelle migliori democrazie (si pensi alle ramificazioni e alle trame della loggia massonica P2), e vanno combattuti. Il problema, qui, è la sindrome paranoica del sospetto e del complotto. Una sindrome pericolosa perché non richiede prove o dimostrazioni, solo fede cieca e determinazione ferrea nel colpire i simboli del Male.

Onestamente, però, su un punto non si può dare la colpa ai Cinque stelle: è un punto essenziale – devastante, sovversivo –: apparentemente (dal punto di vista cioè dell’Uomo Qualunque) tutti i governi si equivalgono. “Chiunque vada al potere, oggi, non ha la forza per trasformare in meglio la vita dei cittadini.” E perché mai, chiediamo noi stupefatti. Elementare, Watson.  “Da qualche anno i politici eletti democraticamente sono servi dei poteri forti”. Tradotto in politichese o linguaggio meno rozzo: i politici non rispondono più soltanto al loro elettorato. C’è un grumo di verità, ahimè, in questa narrazione perversa. I governi tecnici l’hanno dimostrato. Del resto, i confini dello Stato-Nazione sono sempre più sfumati, e molte decisioni importanti oggi vengono prese a livello internazionale: siano condizionati da banche d’affari, dall’Unione Europa, dalle multinazionali, dal Fondo Monetario Internazionale e chi più ne ha più ne metta. In un certo senso, è sempre stato così. Ma la tendenza a esautorare i Parlamenti nazionali ha subito una forte accelerazione.

E’ davvero difficile promuovere una visione tradizionale della politica come mediazione fra interessi diversi quando abbiamo a che fare con Moloch del genere. La via maestra è una sola: più Europa – solo un’Europa forte e solidale può resistere agli speculatori. Finché questa Europa immaginaria non si materializza, finché perdura la crisi economica, i Cinque stelle avranno gioco facile. Tanto vale votare per l’Uomo Qualunque, senza arte né parte, che almeno non vi fotte. Perché lasciare le poltrone disponibili ai ladri e ai mentitori di professione? Naturalmente questo messaggio – il Parlamento e i governi sono perfettamente inutili – dev’essere edulcorato: è troppo dirompente. Allora anche noi vi promettiamo una gestione migliore di quelle precedenti. Ma non cesseremo di urlare ai quattro venti un’amara (o dolce, a seconda dei punti di vista) verità: chiunque può fare il deputato, il sindaco di Roma, il Presidente del Consiglio. Un’idea in teoria giusta, si trasforma in pratica  in un’idea demenziale– perché non c’è né regola né criterio. “Cari concittadini, candidatevi pure, accorrete a frotte. Se non avete nulla da perdere e tutto da guadagnare, perché siete messi male, oppure avete un lavoro mediocre, sottopagato, tanto vale che sfruttiate anche voi questa opportunità. Entrare in parlamento è come vincere un terno al lotto: 9.000 euro al mese, nessun obbligo di quelli che hai sotto padrone… Una pacchia.”

Sono convinto che molti candidati grillini siano iper-democratici e iper-motivati – si sforzeranno di far bene il loro lavoro, se eletti. Ciò non toglie che la carica dei diecimila è un segnale lampante della crisi della politica: la poltrona fa gola per lo stipendio, non c’è alcuna percezione della difficoltà o serietà dell’impresa. Anche durante la famigerata Prima Repubblica c’era chi ambiva al posto da deputato, eccome. Ma tutti dovevano sottoporsi a una snervante gavetta; il percorso era lungo, stressante, duro, e non avevi alcuna certezza di coronare i tuoi sogni. Quale impulso se non la passione spingeva a dedicarsi alla politica a tempo pieno? Quanti professionisti, tecnici, laureati, imprenditori avrebbero rinunciato a dieci o quindici anni di attività, o a una carriera certa, sgobbando nei sindacati, nei consigli comunali, nelle burocrazie di partito? Gli unici deputati che “saltavano la fila” erano gli indipendenti. Ma si trattava di una eccezione, ben giustificata: anche loro venivano cooptati per merito. Il loro curriculum, i loro successi, conferivano prestigio, lustro, al partito che li esibiva orgoglioso.

Che chiunque possa potenzialmente fare il deputato, o il Ministro, non è un’eresia: è un concetto sacrosanto, che sta alla base di ogni democrazia. Laureato o precario, colto o ignorante, chiunque deve potere rappresentare il popolo. Gramsci non era laureato, tanto per fare un esempio. Ma aveva studiato come un matto, e comunque un mestiere o due li aveva appresi: quello del giornalista/organizzatore di cultura e quello del dirigente politico. Il problema dunque è sempre lo stesso: come si crea dal nulla una classe dirigente capace? Se la forma-partito tradizionale si sta disgregando, come verranno selezionati i nostri rappresentanti? Tramite un click su Facebook? I partiti post-tangentopoli, quelli grandi, i veri responsabili del disastro attuale, se ne sono infischiati. Io dirigo un Istituto di Cultura all’estero: ci sono arrivato a cinquant’anni, dopo quasi vent’anni di gavetta, studi specifici, selezioni continue. Ci sarà anche chi (grazie alla politica, ai maneggi) ci arriva prima. E ci sarà anche chi non è qualificato per l’incarico. Ma si tratta di una minoranza: il sistema, nel complesso, funziona. E, oggi, mi dico: ho finalmente la maturità per svolgere questo incarico delicato. La gavetta mi ha temprato, plasmato.

La politica è un’attività diversa? Sì, certo. Mica è mera tecnica manageriale. E’ questo che Croce intendeva con la formula “capacità politica”, che è la principale manifestazione di onestà in politica (il miglior medico chirurgo d’Italia potrebbe rivelarsi un pessimo Ministro della Sanità, e allora sarebbe peggio d’un politico ladro). Croce però non voleva dire che una casalinga o un disoccupato possono gettarsi nell’agone politico senz’altra motivazione che quella di sbarcare il lunario. La politica ha bisogno, oltre alla vocazione o all’attitudine, di maturità, di competenze, e di professionalità specifiche. Queste si acquisiscono con l’esperienza concreta, che è sempre mediata dal rapporto “pedagogico” costante con i saggi, con i maestri. In tutte le società normali sono gli anziani che formano i giovani. Nel caso della politica democratica: i maestri sono i dirigenti storici, ovvero coloro che custodiscono il sapere politico, l’esperienza amministrativa e di governo, il rapporto con la base e con il territorio, le tradizioni specifiche del proprio partito (in termini economicistici: i dirigenti che rappresentano “la cultura aziendale”).  Ma se i partiti sono ridotti al lumicino, e le élite che li dirigono divengono autoreferenziali, salta questo rapporto tra anziani e giovani, che è la linfa vitale di ogni democrazia rappresentativa. Non lo si ripeterà mai abbastanza: senza partiti ben strutturati, organizzati democraticamente, nessuno è in grado di formare una classe dirigente. Neppure in politica esiste l’abiogenesi.

Senonché, la crisi della politica ci appare come un Giano Bifronte: all’arroccamento della nomenklatura, che assegna future poltrone senza consultare gli iscritti, fa da contraltare, sul fronte opposto, l’arrembaggio a un posto di lavoro ben remunerato da parte degli esclusi dal gioco politico. Tanto varrebbe ammetterlo: le elezioni sono un gigantesco concorso pubblico, in palio qualche centinaio di posti a termine, con contratto quinquennale, rescindibile in caso di chiusura/scioglimento anticipato dell’azienda-Parlamento. E la commissione d’esame? Chi sceglie i commissari e il programma? E i requisiti per l’ammissione vanno decisi per legge, oppure ogni partito sceglie i propri? Rieccoci alla casella di partenza: è inimmaginabile che i partiti – anche i non-partiti come il Cinque stelle – siano estromessi dalla gestione del concorsone. Insomma: non ci sono alternative: cari politici, se non volete riformare i partiti, almeno fissate regole uguali per tutti, in modo che le procedure di selezione – le parlamentarie – siano trasparenti ed eque, su tutto il territorio nazionale. 

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Posted on February 15, 2018 and filed under Post in italiano.